Fallimenti, revocatoria ad ampio raggio

Per colpire gli atti illeciti del fallito, il curatore può intervenire anche sull'immobile venduto per pagare il creditore ipotecario. Privilegiato il carattere distributivo e non indennitario del provvedimento

Revocatoria fallimentare a tutto campo. Per la Cassazione il raggio d'azione del particolare strumento che l'articolo 67, secondo comma, della legge fallimentare riconosce al curatore per colpire gli atti illegali del fallito, si estende anche alla vendita di immobili ipotecati il cui prezzo sia stato in parte utilizzato per pagare un credito garantito proprio dall'ipoteca gravante sul bene oggetto della compravendita. In sostanza, l'atto di disposizione patrimoniale è stato considerato di per se lesivo della par condicio creditorum. Con un verdetto in linea con l'evoluzione della disciplina concorsuale europea e con la recente riforma italiana della legge fallimentare, le Sezioni unite civili di piazza Cavour hanno così dato risposta affermativa al seguente quesito di diritto se sia o meno oggettivamente revocabile, ai sensi dell'articolo 67, secondo comma, Lf, la vendita eseguita dall'imprenditore - poi fallito entro un anno - il quale abbia utilizzato parte del prezzo riscosso per il pagamento di credito privilegiato . Il nodo giurisprudenziale sull'operatività della revocatoria fallimentare anche nei confronti di questo particolare vendita, in mancanza di previsioni normative, è stato sciolto dal massimo Consesso dando atto dell'esistenza di due contrapposti indirizzi il primo orientamento, risalente nel tempo, favorevole alla irrevocabilità di una siffatta vendita quando sia accertato che il denaro corrisposto a titolo di prezzo dall'acquirente sia stato destinato all'estinzione di crediti privilegiati. Un secondo filone giurisprudenziale, di cui è capofila la sentenza 9853/93, che, optando per il carattere distributivo e non indennitario della revocatoria fallimentare, ha affermato che in relazione alla stessa, il danno della massa è in re ipsa ovvero presunto in via assoluta, e consiste nella pura e semplice lesione della par condicio creditorum . Con la sentenza 7028/06 - depositata il 28 marzo e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati - Le Sezioni unite hanno deciso di aderire all'indirizzo più recente che, nel proporre un'interpretazione estensiva dell'articolo 67, secondo comma, Lf, ha dimostrato di salvaguardare a tutti i costi la parità di trattamento dei creditori nella procedura fallimentare. Gli ermellini hanno chiosato, infatti, con l'affermazione del principio per cui ai fini della revoca della vendita di propri beni effettuata dall'imprenditore, poi fallito entro un anno, ai sensi dell'articolo 67, secondo comma, Lf, l'eventus damni è in re ipsa e consiste nel fatto stesso della lesione della par condicio creditorum, ricollegabile, per presunzione legale ed assoluta, all'uscita del bene dalla massa conseguente all'atto di disposizione, per cui grava, in tal senso, sul curatore il solo onere di provare la conoscenza dello stato di insolvenza da parte dell'acquirente . Mentre la circostanza che il prezzo ricavato dalla vendita sia stato utilizzato dall'imprenditore, poi fallito, per pagare un suo creditore privilegiato, eventualmente anche garantito da ipoteca gravante sull'immobile compravenduto - ha puntualizzato la Suprema corte - non esclude la possibile lesione della par condicio, né fa venir meno l'interesse all'azione da parte del curatore, perché è solo in seguito alla ripartizione dell'attivo che potrà verificarsi se quel pagamento non pregiudichi le ragioni di altri creditori privilegiati, che anche successivamente all'esercizio dell'azione revocatoria potrebbero in tesi insinuarsi . b.m.