L'immigrato che impugna il decreto di espulsione resta finché dura il processo

Il ricorso al giudice di pace costituisce giustificato motivo per la permanenza sul territorio nazionale al fine di esercitare il diritto di difesa costituzionalmente tutelato

Non è censurabile la condotta dell'immigrato che, dopo il decreto di espulsione dall'Italia, non obbedisce all'ordine di lasciare il Paese entro cinque giorni perché ha impugnato davanti al giudice di pace i provvedimenti amministrativi del prefetto e del questore il fatto che lo straniero resti sul territorio nazionale per partecipare al procedimento di merito rappresenta un giustificato motivo - che esclude la punibilità - ai sensi dell'articolo 14, comma 5ter, del D.Lgs 286/98 la legge Turco-Napolitano poi modificata dalla Bossi-Fini . È quanto emerge dalla sentenza 535/05 del tribunale di Pinerolo integralmente leggibile fra i documenti correlati , che aggiunge un nuovo tassello al complicato mosaico rappresentato dalla giurisprudenza in tema di immigrazione. Diritti inalienabili. Il giudice piemontese punta su un'interpretazione costituzionalmente orientata dalla norma incriminatrice La mancata ottemperanza all'ordine impartito dal questore ai sensi dell'articolo 14, comma 5bis, del D.Lgs 286/98 - spiega la sentenza - deve ritenersi giustificata laddove appaia ragionevolmente imposta dalla necessità di tutelare diritti inalienabili dalla persona garantiti dalla Costituzione . Come, ad esempio, il diritto di difesa nel processo. Garanzie di difesa. La pronuncia del tribunale di Pinerolo, a questo proposito, cita la sentenza 222/04 della Corte costituzionale che bocciò la legge Bossi-Fini, in tema di espulsione mediante accompagnamento alla frontiera, nella parte in cui non prevedeva che il giudizio di convalida dovesse svolgersi in contraddittorio prima dell'esecuzione del provvedimento, assicurando allo straniero le garanzie di difesa la sentenza della Consulta è disponibile fra gli arretrati del 16 luglio 2004 . Costringere lo straniero ad allontanarsi dal territorio dello Stato nel brevissimo termine di cinque giorni sotto minaccia di applicazione di una grave sanzione penale - osserva il giudice piemontese - significherebbe ostacolare il pieno esercizio del diritto di difesa e, secondo l'autorevole opinione della Corte costituzionale, addirittura conculcarlo nel suo nucleo minimo e indefettibile . Insomma allo straniero colpito dal provvedimento di espulsione, secondo il tribunale di Pinerolo, deve essere assicurato il diritto di comparire avanti al giudice, di essere sentito, di seguire personalmente il procedimento e di individuare le fonti di prova idonee a sostenere le ragioni di illegittimità del provvedimento amministrativo impugnato. Rischi di disparità. Una decisione in senso contrario, conclude il giudice piemontese, rischierebbe di rappresentare una disparità di trattamento nei confronti di altri stranieri, ritenuti più pericolosi perché colpiti dal provvedimento di immediato accompagnamento alla frontiera, che - sia pur nell'ambito di un giudizio sommario come quello di convalida - hanno comunque la possibilità di comparire avanti ad un giudice per far valere le loro ragioni cfr., fra l'altro, la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 14, commi5ter e 5quinquies, del D.Lgs 286/98, come modificati dalla legge 89/2002 e dal Dl 241/04, sollevata dall'ufficio Gip del tribunale di Trani fra gli arretrati del 7 giugno scorso . d.f.

Tribunale di Pinerolo - Sezione penale - sentenza 6-13 ottobre 2005, n. 535 Giudice Reynaud Imputato Gamra A. Motivi in fatto e in diritto Tratto a giudizio con rito direttissimo avanti a questo Tribunale per rispondere del reato a lui ascritto in rubrica, l'imputato ha chiesto che il processo fosse definito con giudizio abbreviato, subordinato all'acquisizione di alcuni documenti contestualmente esibiti. Disposto il mutamento del rito e acquisito il fascicolo delle indagini preliminari, il pubblico ministero e il difensore hanno concluso come in epigrafe e il giudice ha pronunciato sentenza dando lettura del solo dispositivo. Risulta pacificamente dagli atti che il 21 luglio 2005 fu notificato all'imputato - in lingua a lui comprensibile, l'italiano e l'arabo - il decreto del Prefetto di Torino, emesso in pari data, che ne disponeva l'espulsione dal territorio nazionale per avere egli omesso di richiedere nel termine prescritto il permesso di soggiorno e il coevo ordine del Questore di Torino di lasciare il territorio dello Stato entro cinque giorni. L'imputato - come da lui ammesso in sede d'interrogatorio reso all'udienza di convalida dell'arresto - ha riferito di non aver ottemperato all'ordine, adducendo di aver fatto ricorso al Giudice di pace avverso i due provvedimenti amministrativi. Dallo stesso verbale di arresto risulta che quando i Carabinieri andarono ad effettuare il controllo presso il domicilio dell'imputato, costui - avendo immediatamente compreso i motivi dell'accesso della forza pubblica - esibì loro copia del ricorso giudiziario depositato presso l'Ufficio del Giudice di pace di Torino in data 26 luglio 2005. Nel presente giudizio il difensore ha esibito la minuta del ricorso presentato nell'interesse dell'imputato - ricorso, piuttosto articolato, redatto da un legale - e copia del verbale della prima udienza tenutasi avanti al Giudice di pace di Torino in data 5 ottobre 2005 nella quale udienza, informato dell'arresto del ricorrente, il Giudice ha rinviato allì 17 ottobre 2005 in attesa della definizione del presente giudizio e, motivando la decisione anche con la necessità di attendere l'esito dell'udienza penale senza tale condizionamento per il giudice del Tribunale di Pinerolo , non ha accolto l'istanza di sospensione dell'esecuzione del provvedimento impugnato che lo straniero aveva a suo tempo avanzato nel ricorso . Ciò premesso, reputa il giudicante che l'imputato debba essere mandato assolto dal delitto a lui ascritto perché il fatto non costituisce reato. Nel caso di specie, invero, ricorre un'ipotesi che vale a costituire giustificato motivo per la mancata ottemperanza all'ordine di abbandonare il territorio dello Stato. È ben vero che, a norma dell'articolo 13, comma 3, D.Lgs 286/98, il ricorso giudiziario avverso il decreto di espulsione non sospende l'esecuzione dello stesso - ciò di cui danno atto i militari operanti nel verbale d'arresto a sostegno della misura adottata - ma ciò non significa che da tale norma si debba necessariamente ricavare la penale responsabilità dello straniero che non ottemperi all'ordine del Questore dopo aver adìto l'Autorità Giudiziaria per contestare le legittimità dell'espulsione. L'esecuzione del decreto del Prefetto e la valutazione della condotta di chi non ottemperi all'ordine emesso dal Questore, invero, operano su piani distinti. La prima è attività procedimentale amministrativa volta a dare attuazione ad un provvedimento immediatamente efficace nei casi di specie, essa significa soltanto che l'Autorità amministrativa cui compete l'esecuzione del decreto prefettizio d'espulsione dello straniero - vale a dire il Questore - è tenuto a darvi corso benché l'interessato abbia adìto il Giudice di pace lamentando l'illegittimità dell'atto. La condotta dello straniero colpito da decreto d'espulsione, invece, non ha nulla a che vedere con il procedimento amministrativo di esecuzione, che, appunto, compete alla Pa. L'unica conseguenza della norma che esclude la sospensione dell'esecuzione del decreto prefettizio in caso di ricorso giudiziario è che il Questore è tenuto a disporre l'accompagnamento dello straniero alla frontiera, il suo temporaneo trattenimento in un Cpta o, non essendo possibile fare altrimenti, l'intimazione di lasciare il territorio dello Stato nel termine di cinque giorni ciò che, appunto, è avvenuto nel caso di specie . In particolare, con tale ultima determinazione del Questore si conclude - allo stato - il procedimento d'esecuzione del decreto del Prefetto, sicché non ha alcun senso discutere di esecuzione o di sua sospensione con riguardo alla condotta successivamente tenuta dall'interessato. Ciò precisato, l'attenzione del giudicante deve ora concentrarsi sulla norma incriminatrice contestata, nella parte in cui essa esclude la punibilità nel caso in cui la mancata ottemperanza all'ordine del Questore dipenda da un giustificato motivo. Si tratta di una clausola generale che il legislatore ha voluto introdurre per consentire al giudice di verificare le ragioni addotte dall'interessato per non aver lasciato il territorio dello Stato nel termine previsto. Come ha riconosciuto la Corte costituzionale, clausole come questa sono destinate in linea di massima a fungere da valvola di sicurezza del meccanismo repressivo, evitando che la sanzione penale scatti allorché - anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione - l'osservanza del precetto appaia concretamente inesigibile in ragione, a seconda dei casi, di situazioni ostative a carattere soggettivo od oggettivo, di obblighi di segno contrario, ovvero della necessità di tutelare interessi confliggenti, con rango pari o superiore rispetto a quello protetto dalla norma incriminatrice, in un ragionevole bilanciamento di valori Corte costituzionale, sentenza 5/2004 . Nell'individuazione dei casi che scriminano la condotta, rendendola inesigibile, il giudice deve valutare, oltre alle situazioni che, di fatto, rendono impossibile ottemperare al comando amministrativo si pensi all'assoluta mancanza del denaro necessario per sostenere le spese di viaggio, ovvero al mancato possesso di documenti di identità e all'impossibilità di procurarseli nel breve termine imposto , anche le ipotesi in cui l'ottemperanza all'ordine pregiudicherebbe beni e valori di apprezzabile portata, ritenuti quanto meno di pari grado rispetto alle esigenze pubblicistiche cui mira la legislazione sull'espulsione amministrativa dello straniero. Per non rischiare di sovrapporre le personali valutazioni dell'interprete a quelle del legislatore - sostanzialmente vanificando queste ultime - occorre ancorare il giudizio di bilanciamento in parola a criteri oggettivi che vincolano tanto il giudice quanto il legislatore ordinario e, quindi, è inevitabile guardare alla Carta fondamentale della Repubblica. In quest'ottica - reputa il Tribunale - deve ritenersi giustificata la mancata ottemperanza all'ordine impartito dal Questore ai sensi dell'articolo 14, comma 5bis, D.Lgs 286/98 laddove essa appaia ragionevolmente imposta dalla necessità, che l'imputato deve dimostrare, di tutelare diritti inalienabili della persona garantiti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali. È quanto accaduto nel caso di specie. La conclusione, deve innanzitutto osservarsi, non poggia sulla necessità - sostenuta dal difensore in sede di discussione - di tutelare il diritto di salute dell'imputato, che sarebbe affetto da patologie per le quali si troverebbe in cura presso il Ssn. Dai certificati medici prodotti, infatti, risulta soltanto che l'imputato è stato in cura farmacologica per asma bronchiale e distrofia bollosa polmonare e che dovrà sottoporsi ad una visita odontoiatrica, sicché trattasi di condizioni che, se da un lato non richiedono cure immediate incompatibili con il trasferimento all'estero, dall'altro lato ben possono essere adeguatamente trattate, senza seri rischi per la salute, anche nel paese di origine del Gamra. È invece fondato l'ulteriore argomento speso dal difensore - e, prima ancora, addotto dall'imputato a sua discolpa sia ai Carabinieri che poi ebbero a procedere all'arresto, sia in sede di interrogatorio - quello relativo alla necessità di tutelare il diritto di difesa in relazione al procedimento pendente avanti al Giudice di pace di Torino e avente ad oggetto la allegata illegittimità del decreto di espulsione. È ben vero che la norma incriminatrice contestata postula la mancata ottemperanza ad un provvedimento legittimo, di talché il giudice penale il quale ravvisasse profili di invalidità dell'atto amministrativo decreto del Prefetto o ordine del Questore , dovrebbe mandare assolto l'imputato perché il fatto non sussiste. Questo controllo del giudice penale - che, peraltro, è soltanto eventuale nel senso che postula una notitia criminis e un successivo processo - non vale tuttavia ad escludere il diritto dell'interessato a che il giudice naturale competente nel caso di specie, il Giudice di pace valuti la legittimità dei provvedimenti amministrativi, nel contraddittorio delle parti e con la dovuta completezza, ciò che l'autorità giudiziaria penale non può certo fare nell'ambito di un mero giudizio incidentale. Il diritto di difesa avverso l'espulsione amministrativa deve dunque essere garantito nel procedimento ad hoc che la legge prevede, vale a dire - salvo il caso, che appare particolare e che qui non rileva, di ricorso al Tar avverso il decreto di espulsione adottato dal ministero dell'Interno ai sensi dell'articolo 13, comma 1, D.Lgs 286/98 - quello oggi disciplinato nell'articolo 13, commi 5bis e 8, D.Lgs 286/98. La prima delle citate disposizioni - da ultimo sostituita ad opera dell'articolo 1, comma 1, Dl 241/04, convertito, con modificazioni, in legge 271/04, dopo che la Corte costituzionale, con sentenza 222/04, aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale della precedente versione della norma - disciplina il controllo giudiziale sulla legittimità dei provvedimenti sub specie di giudizio di convalida quando l'espulsione debba essere eseguita mediante accompagnamento dello straniero alla frontiera ad opera del Questore la seconda disposizione regola invece il caso del ricorso proposto dall'interessato al Giudice di pace avverso il provvedimento di espulsione, sia nell'ipotesi in cui questo trovi esecuzione con accompagnamento alla frontiera dopo la necessaria convalida, sia quando il Questore lo esegua intimando allo straniero di lasciare il territorio dello Stato entro 5 giorni, ai sensi dell'articolo 14, comma 5bis, D.Lgs 286/98. Con la citata sentenza Corte costituzionale n. 222/04, fu dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'articolo 13, comma 5bis, D.Lgs 286/98 - norma introdotta dall'articolo 2, comma 1, Dl 51/2002, convertito, con modificazioni, in legge 106/02 - nella parte in cui, in contrasto con gli articoli 13, comma 3, e 24, comma 2, Costituzione non prevedeva che il giudizio di convalida dovesse svolgersi in contraddittorio prima dell'esecuzione del provvedimento di accompagnamento alla frontiera e assicurando allo straniero le garanzie di difesa. Secondo la norma colpita dalla pronuncia d'illegittimità costituzionale, il giudizio di convalida si sarebbe potuto effettuare soltanto in modo cartolare , senza la presenza dell'interessato, già materialmente espulso con accompagnamento alla frontiera, così vanificando, peraltro, la previsione costituzionale secondo cui, in caso di mancata convalida, deve rimanere privo d'effetti il provvedimento restrittivo della libertà personale tale dovendo ritenersi l'accompagnamento, manu militari, alla frontiera A seguito di tale pronuncia, con la citata novella del 2004, il legislatore ha previsto un meccanismo che consente il concreto esercizio del diritto di difesa e la tutela contro le restrizioni della libertà personale secondo le seguenti caratteristiche sospensione dell'esecuzione del provvedimento di accompagnamento alla frontiera sino alla decisione sulla convalida, da richiedersi entro 48 ore dall'adozione dell'atto diritto dello straniero di essere assistito da un difensore e di comparire all'udienza di convalida, da fissarsi entro le successive 48 ore diritto del medesimo di essere sentito dal giudice. La ratio della decisione della Corte - e della disposizione successivamente adottata - è innanzitutto quella di garantire la libertà personale nei termini previsti dall'articolo 13 Costituzione, ma, nell'esaminare quella situazione, la Corte costituzionale ha altresì fondato la pronuncia d'incostituzionalità sia in motivazione, sia in dispositivo sull'insufficiente garanzia del diritto di difesa il giudice rimettente, invero, aveva argomentato la non manifesta infondatezza della questione con riguardo, oltre che all'articolo 111, agli articoli 13 e 24 Cost . In particolare, nel valutare la conformità a Costituzione della norma, la Corte osserva che insieme alla libertà personale è violato il diritto di difesa dello straniero nel suo nucleo incomprimibile. La disposizione censurata non prevede, infatti, che questi debba essere ascoltato dal giudice, con l'assistenza di un difensore Corte costituzionale, sentenza 222/04 . Sul piano della garanzia del diritto di difesa di cui all'articolo 24 Costituzione - e, dunque, su un piano più generale rispetto a quello della tutela della libertà personale garantita dall'articolo 13 Costituzione - la Corte reputa nucleo incomprimibile di tale diritto quello di poter essere ascoltato dal giudice procedente con l'assistenza di un difensore. È ben vero che la Corte ha di regola avuto modo di affermare che la diretta e personale partecipazione al processo dell'interessato assume un particolare rilievo nell'ambito del processo penale, per la peculiare natura di esso e degli interessi che vi sono coinvolti cfr., di recente, Corte Costituzione, sentenza 341/99 , ma ciò non esclude che analoga, forte, tutela del diritto di difesa debba riconoscersi anche in procedimenti come quelli di specie, nei quali possono essere coinvolti diritti parimenti fondamentali della persona. La citata sentenza Corte Costituzione 222/04 - forse anche alla luce della previsione di cui all'articolo 13, comma 1, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato il 16 dicembre 1966 dall'Assemblea delle Nazioni Unite e ratificato dal nostro paese con legge 881/77 - si muove proprio in questa direzione. L'indicazione autorevolmente fornita dalla Corte circa l'interpretazione da assegnarsi alla norma costituzionale che reputa inviolabile il diritto di difesa - unitamente alla forte tutela che tale prerogativa riceve nelle convenzioni internazionali sui diritti umani cui l'Italia ha aderito si vedano, in particolare, oltre alla disposizione da ultimo citata, gli articoli 2, 3 comma, e 14 del citato Patto internazionale Onu e l'articolo 6 della Convenzione europea di salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, adottata il 4 novembre 1950 dal Consiglio d'Europa e ratificata con legge 848/55 - impone quindi di ritenere che allo straniero colpito da provvedimento di espulsione debba essere assicurato il diritto di comparire avanti al giudice competente per esaminare il suo caso, allo scopo di essere sentito, di seguire personalmente il procedimento e di individuare le fonti di prova idonee a sostenere le ragioni di illegittimità del provvedimento amministrativo impugnato. Costringere lo straniero ad allontanarsi dal territorio dello Stato nel brevissimo termine di cinque giorni - sotto minaccia di applicazione di una grave sanzione penale - significherebbe ostacolare il pieno esercizio del diritto di difesa e, secondo l'autorevole opinione della Corte più sopra richiamata, addirittura conculcarlo nel suo nucleo minimo ed indefettibile. Una diversa interpretazione, del resto, solleverebbe anche un problema di disparità di trattamento tra gli stranieri ritenuti più pericolosi, nei cui confronti si proceda all'immediato accompagnamento alla frontiera - che, sia pur nell'ambito di un giudizio sommario come quello di convalida, hanno comunque la possibilità di comparire avanti ad un giudice per far valere le loro ragioni - e coloro che siano invece stati colpiti dall'intimazione a lasciare il territorio dello Stato, costretti ad andarsene senza poter essere ascoltati da un giudice imparziale. Del pari, l'interpretazione qui rifiutata darebbe luogo ad una minor tutela del diritto a difendersi in giudizio dello straniero rispetto al cittadino, e ciò in spregio allo stesso principio generale sancito nell'articolo 2, comma 5, D.Lgs 286/98, secondo cui allo straniero è riconosciuta parità di trattamento con il cittadino relativamente alla tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi . Le valutazioni di cui si è dato conto inducono dunque questo Tribunale ad assegnare alla norma incriminatrice contestata un'interpretazione conforme a Costituzione, ciò che è possibile fare ritenendo giustificato il comportamento dello straniero che - avendo proposto ricorso al Giudice di pace, o volendo proporlo nel termine di legge - si trattenga sul territorio nazionale al fine di poter esercitare compiutamente il proprio diritto di difesa nel procedimento di merito. Del resto, la previsione di termini brevi e tassativi - cfr., sul punto, Corte costituzionale, ordinanza 485/00 - per l'instaurazione e la definizione del giudizio di primo grado il ricorso dev'essere depositato entro 60 giorni e il giudice deve pronunciarsi, in ogni caso, entro i successivi 20 giorni , vale a contemperare in modo adeguato l'esigenza pubblicistica al rapido conseguimento degli scopi cui mira l'espulsione amministrativa degli stranieri dal territorio dello Stato e l'effettività della tutela giudiziaria che un paese civile deve garantire a tutti. PQM Letti gli articoli 442 e 530 c.p.p., assolve Gamra Abdurramane dal reato a lui ascritto perché il fatto non costituisce reato. 4