Stop al mantenimento se il figlio rifiuta di lavorare con papà

Se il ragazzo maggiorenne dice no alla proposta è legittima la revisione delle condizioni di divorzio

Se il figlio maggiorenne rifiuta le offerte di lavoro propostegli dal padre, l'obbligo di mantenimento può essergli revocato. Lo ha ricordato la Cassazione nella sentenza 23673/06 - depositata ieri e qui leggibile tra gli allegati - con la quale ha confermando un verdetto della Corte d'appello di Roma che aveva accolto il ricorso di un papà respinto invece in primo grado diretto ad ottenere la revisione delle condizioni di divorzio. Più precisamente, il genitore aveva chiesto la revoca dell'obbligo di versare l'assegno di mantenimento alle due figlie ormai maggiorenni conviventi con la madre, di cui una ritenuta economicamente sufficiente, mentre l'altra aveva più volte detto no all'invito del genitore di lavorare alla sue dipendenze. La prima sezione civile del Palazzaccio , in pratica, ha ritenuto giusta la decisione con cui i giudici di secondo grado avevano considerato ingiustificato il rifiuto della giovane alle offerte del padre, rigettando così il ricorso presentato dalla madre delle due ragazze. Quest'ultima, in particolare, aveva sottolineato che non si erano tenute presenti le condizioni di salute della ragazza, che la rendevano invalida al 46% e che non le permettevano di svolgere lavori particolarmente faticosi come quello di commessa , nonché il fatto che la figlia, in procinto di laurearsi, avrebbe dovuto, secondo la Corte d'appello, forzare la sua indole, rinunciare alla proprie aspirazioni, abbandonare un traguardo per cui tanto aveva lottato solo per accettare un lavoro che nulla aveva a che vedere con le proprie aspettative e che l'avrebbe costretta a passare gran parte della propria vita in un ambiente ostile, alle dipendenze di un padre che si era sempre disinteressato di lei e con il quale non voleva più avere alcun rapporto . Al contrario, gli ermellini hanno rilevato che l'obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli perdura immutato finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell'obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un'attività dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso . Il provvedimento impugnato, secondo la Suprema corte, non contiene alcun vizio di motivazione avendo la Corte d'appello indicato le ragioni per le quali la figlia, allora trentenne, era stata ritenuta in possesso di capacità lavorativa, nonostante l'invalidità, e perché le proposte lavorative formulatele dal padre fossero concrete e congrue .

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 3 ottobre-6 novembre 2006, n. 23673 Presidente Luccioli - Relatore Bonomo Pm Ciccolo - conforme - Ricorrente Bellini - Controricorrente Sabatini Svolgimento del processo Con decreto del 16 novembre 2001 il Tribunale di Roma respingeva il ricorso di Adriano Sabatini diretto ad ottenere la revisione delle condizioni del divorzio della moglie Cecilia Bellini con la revoca del contributo a carico del ricorrente per il mantenimento delle figlie maggiorenni Paola e Linda, stante l'ingiustificato rifiuto di queste ultime all'offerta del Sabatini di lavorare presso di lui. La Ca di Roma, Sezione della persona e della famiglia, in accoglimento del reclamo proposto dal Sabatini contro la decisione di primo grado, revocava l'obbligo di mantenimento delle figlie. Osservava la Corte territoriale tra l'altro a che, relativamente alla figlia Paola, che nonostante una grave malattia aveva già svolto in passato attività lavorativa, le prove testimoniali raccolte nel procedimento penale in cui il reclamante era imputato attestavano la concretezza e la congruità delle proposte lavorative formulate dal padre in più di un'occasione b che la figlia Linda aveva ricavato la somma di lire 93.750.000 dalla vendita della nuda proprietà di un immobile e disponeva della concreta possibilità di sfruttamento economico del bene, di cui aveva conservato l'usufrutto. Avverso la decisione della Ca Cecilia Bellini ha proposto ricorso per cassazione sulla base di sei motivi, illustrati con memoria. Adriano Sabatini ha resistito con controricorso. Motivi della decisione 1. Con il primo mezzo d'impugnazione la ricorrente lamenta omessa e insufficiente motivazione in ordine alle asserite proposte di lavoro effettuate dal Sabatini alla figlia Paola e all'asserito ingiustificato rifiuto delle stesse. Si sostiene che le deposizioni rese nel processo penale in cui il Sabatini era imputato - alle quali la Ca aveva fatto riferimento ritenendo ingiustificato il rifiuto della figlia Paola a lavorare alle dipendenze del padre - non potevano non essere considerate inattendibili perché provenienti una dal fratello di Adriano Sabatini ed un'altra da un suo dipendente. Non si erano inoltre tenute presenti le condizioni di salute della ragazza, che la rendevano invalida al 46%, e che non le permettevano di svolgere lavori particolarmente faticosi, come quello di commessa, nonché la totale assenza di rapporti con il padre, resosi responsabile nei confronti della figlia dei reati previsti e puniti dagli articoli 570 Cp e 12sexties legge 898/70, con il conseguente profondo disagio per la figlia Paola nel lavorare alle dipendenze del padre. 2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia violazione di norme di diritto in relazione agli articoli 101, 102 Cpc, 244 e ss Cpc e 37 Costituzione per l'assunzione di mezzi di priva in violazione dei principi che regolano la formazione e l'assunzione delle prove, senza il contraddittorio ed in violazione dei diritti di difesa. Attraverso l'acquisizione documentale di alcune trascrizioni di prove testimoniali raccolte in un procedimento penale era stato dato ingresso a testimonianze vertenti su capitoli di prova testimoniale dedotti dal Sabatini e non ammessi, sui quali comunque la Bellini aveva chiesto prova contraria. La parte lamenta di non avere avuto la possibilità di dimostrare, attraverso propri mezzi di prova, l'infondatezza delle deposizioni rese in sede penale. Inoltre, la parzialità dell'acquisizione avrebbe distorto il convincimento del giudice. Quanto al signor Turnaturi, che non era stato indicato come teste da controparte, avrebbe dovuto essere stralciata la trascrizione della sua deposizione e dichiarata inammissibile la prova. 3. Il terzo motivo esprime una doglianza di contraddittorietà e difetto nella motivazione in ordine al diritto della figlia Paola di svolgere un'attività confacente alle proprie ragionevole aspettative ed aspirazioni, con violazione dell'articolo 34, comma 2 Costituzione. La figlia Paola, che era in procinto di laurearsi in fisiopatologia neurologica infantile, avrebbe dovuto secondo la Ca forzare la sua indole, rinunciare alle proprie aspirazioni, abbandonare un traguardo per cui tanto aveva lottato solo per accettare un lavoro che nulla aveva a che vedere con le proprie aspettative e che l'avrebbe costretta a passare gran parte della propria vita in un ambiente ostile, alle dipendenze di un padre che si era sempre disinteressato di lei e con cui la medesima non voleva avere più alcun rapporto. 4. Con il quarto mezzo d'impugnazione la ricorrente lamenta omessa e insufficiente motivazione in ordine all'asserita capacità lavorativa della figlia Paola. Non si era tenuto conto della documentazione prodotta in ordine alle precarie condizioni della figlia Paola, che avrebbero consigliato l'effettuazione di una ctu medica, nonché della circostanza che le saltuarie esperienze di lavoro erano state effettuate in periodi nei quali le condizioni di salute della ragazza, affetta da nanismo ipofisario , erano relativamente buone, ed erano state interrotte proprio a causa della malattia. 5. Con il quinto motivo la ricorrente denuncia omessa e insufficiente motivazione in ordine all'asserita capacità lavorativa della figlia Linda. La Ca aveva giudicato la ragazza idonea allo svolgimento di attività lavorativa senza tenere conto della documentazione medica prodotta da cui risultava che Linda era affetta da sindrome depressiva acuta con gravi disturbi del comportamento alimentare. 6. Il controricorrente eccepisce l'inammissibilità del ricorso sotto due profili a perché esso è stato proposto avverso un decreto reso nelle forme camerali ex articolo 739 Cpc e, dunque, contro un provvedimento modificabile in qualsiasi momento ed in suscettibili di passare in cosa giudicata b perché l'eventuale ricorso per cassazione, ove ammissibile, potrebbe essere proposto solo ai sensi dell'articolo 111 Costituzione, con la conseguenza che potrebbero essere dedotti solo vizi di violazione di legge, tra i quali non rientrano quelli fatti valere in questa sede. 7. I motivi di ricorso possono essere esaminati congiuntamente per ragioni di connessione. Osserva il Collegio che non sussiste il primo profilo di inammissibilità denunciato dal controricorrente. Il decreto con cui la Ca provvede, su reclamo delle parti ex articolo 739 Cpc, alla revisione delle condizioni inerenti ai rapporti patrimoniali fra i coniugi divorziati ed al mantenimento della prole, ha carattere decisorio e definitivo, ed è pertanto ricorribile per cassazione ai sensi dell'articolo 111 Costituzione, mentre non può essere revocato o modificato ai sensi dell'articolo 7452 Cpc, il quale si riferisce unicamente ai provvedimenti camerali privi dei predetti caratteri di decisorietà e definitività Cassazione 21190/05 . 8. Prima di passare all'esame del secondo profilo di inammissibilità, in relazione alle censure che riguardano vizi di motivazione, devono prendersi in esame quelle con cui si denunciano vizi di violazione di legge. La ricorrente deduce nel secondo motivo un vizio di violazione di legge, con riferimento agli articoli 101, 102 Cpc, 244 e ss Cpc e 37 Costituzione, sostenendo che attraverso l'acquisizione documentale di alcune trascrizioni di prove testimoniali raccolte in un procedimento penale era stato dato ingresso a testimonianze vertenti su capitoli di prova testimoniale dedotti dal Sabatini e non ammessi, sui quali comunque ella aveva chiesto prova contraria, e lamentando di non avere avuto la possibilità di dimostrare, attraverso propri mezzi di prova, l'infondatezza delle deposizioni rese in sede penale. Inoltre, la parzialità dell'acquisizione avrebbe distorto il convincimento del giudice. Quanto al signor Turnaturi, che non era stato indicato come teste da controparte, avrebbe dovuto essere stralciata la trascrizione della sua deposizione e dichiarata inammissibile la prova. Eccepisce il controricorrente che era stata proprio la difesa della Bellini a depositare per prima le trascrizioni delle deposizioni rese da alcuni testi nel procedimento penale a carico del Sabatini e che comunque tali acquisizioni - legittimamente utilizzabili dal giudice civile come fonte del proprio convincimento - nulla avevano a che fare con le prove testimoniali delle quali era stata chiesta l'ammissione in primo grado. Ritiene la Corte che le suddette censure della ricorrente, a prescindere da qualsiasi valutazione i ordine alla loro fondatezza, siano comunque inammissibili per la loro genericità e per la violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, in base al quale questo deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed altresì a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di fare rinvio ed accedere a fonti estranee allo stesso ricorso e quindi ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito Cassazione 12912/04, 11133/04, 7178/04, tra le altre, da ultimo, 12362/06, 7825/06 . Dal ricorso non risulta, in particolare a il tenore delle prove testimoniali raccolte nel procedimento penale a cui fa riferimento la ricorrente b quale era stato l'oggetto della prova non ammessa nel giudizio civile e le ragioni della mancata ammissione da parte del giudice di merito. 9. Il terzo mezzo d'impugnazione, nella parte in cui si lamenta violazione dell'articolo 34 Costituzione con riferimento al diritto, costituzionalmente garantito, allo studio ed alla realizzazione personale e professionale, è infondato. Il ricorrente richiama il comma della norma costituzionale secondo cui i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi . Tale norma non assume rilievo nel caso in esame poiché essa ha per oggetto il rapporto dello studente con le istituzioni pubbliche responsabili dell'istruzione. È vero che i genitori hanno l'obbligo di istruire la prole articolo 147 Cc , ma nei confronti di un figlio maggiorenne l'obbligo suddetto è strettamente legato a quello di mantenimento. In particolare, la Ca era chiamata a valutare se fosse o meno giustificato il rifiuto della figlia maggiorenne nei confronti delle proposte lavorative formulate dal padre al fine di stabilire se permanesse o meno l'obbligo di mantenimento da parte di quest'ultimo. Questo perché l'obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli secondo le regole dell'articolo 148 Cc non cessa, ipso facto, con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell'obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l'indipendenza economica, ovvero che il mancato svolgimento di un'attività economica dipende da un atteggiamento di inerzia ovvero di rifiuto ingiustificato dello stesso, il cui accertamento non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, al percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il soggetto abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione Cassazione 4765/02, 22214/04 . 10. In relazione ai vizi di motivazione dedotti col medesimo terzo motivo nonché con gli altri mezzi di impugnazione, deve condividersi il secondo profilo di inammissibilità prospettato dal controricorrente, in quanto, come ripetutamente sottolineato dalla giurisprudenza di questa Corte Cassazione 17895/04, 13860/02, nonché da ultimo 5378/06, 2339/06 , il decreto con il quale la Ca provvede, su reclamo delle parti, alla revisione dell'assegno di divorzio, è ricorribile per Cassazione ai sensi dell'articolo 111 Costituzione, solo per violazione di legge, cui è riconducibile anche l'inosservanza dell'obbligo di motivazione, la quale si configura allorché questa ultima sia materialmente omessa cioè quando si verifichi una radicale carenza della stessa ovvero si estrinsechi in argomentazioni del tutto inidonee a rivelare la ratio decidendi del provvedimento impugnato motivazione apparente o fra loro logicamente inconciliabili o, comunque, obiettivamente incomprensibili motivazione perplessa . Tali principi valgono, ovviamente, oltre che per l'assegno di divorzio, anche per il contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente, convivente con l'ex-coniuge. È anche il caso di rilevare che non è applicabile alla presente causa l'articolo 2 ultimo comma del D.Lgs 40/2006 - che consente di dedurre il vizio di motivazione ex articolo 360 n. 5 Cpc anche nei confronti delle decisioni contro cui è ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge - atteso che il provvedimento impugnato è stato pubblicato prima dell'entrata in vigore del suddetto decreto legislativo articolo 27, comma 2 D.Lgs cit. . Ora, le restanti censure formulate dalla ricorrente nei diversi motivi di ricorso sono inammissibili, in base ai principi sopra enunciati, perché dirette a far valere vizi di motivazione del provvedimento impugnato. Né ricorrono le menzionate ipotesi di motivazione materialmente omessa, apparente o perplessa , avendo la Ca indicato le ragioni per le quali la figlia Paola, allora trentenne, era stata ritenuta in possesso di capacità lavorativa, nonostante l'invalidità, e perché le proposte lavorative formulate dal padre fossero concrete e congrue, oltre alle ragioni per le quali la figlia Linda era stata ritenuta idonea allo svolgimento di attività lavorative ed economicamente autosufficiente. 11. Il ricorso deve essere pertanto rigettato. Ricorrono giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione. PQM La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.