Non esistono i maltrattamenti ""occasionali""

Se le violenze non sono ripetute nel tempo non si configura il reato previsto dall'articolo 572 Cp

Maltrattamenti in famiglia, se le violenze non sono ripetute nel tempo non si è puniti, per tal reato La Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza 40789/06, depositata il 14 dicembre, e qui integralmente tra gli allegati, chiarisce il necessario presupposto della reiterazione ai fini dell'imputazione ex articolo 572 C.p., ossia maltrattamenti in famiglia. La Corte con la sentenza in questione ha declarato circa l'inammissibilità del ricorso, restando il colpevole impunito, per errore di procedura. Il caso concreto, posto all'attenzione del Collegio, ha riguardato il ricorso proposto da una moglie a seguito di due sentenze, primo e secondo grado, con le quali all'imputato, marito della ricorrente, non veniva ascritto il reato di maltrattamento. La questione ineriva ad una situazione di grave disagio e conflitto all'interno del nucleo familiare dovuta e per una relazione extraconiugale dell'uomo e per l'educazione religiosa dei figli. Infatti, la donna insegnava, nonostante la volontà contraria dell'altro coniuge, i principi della sua religione, essendo la stessa testimone di Geova. I motivi dell' assoluzione, il fatto non costituisce reato, era basato sul fatto che i maltrattamenti denunciati risultavano,in campo probatorio, sporadici. Ciò comportava, quindi, come poi confermato dal giudice d'appello mancanza di un'unica intenzione criminosa e dunque dell'elemento doloso. La ricorrente, innanzi a questa Corte, ha poi fatto presente che ai fini dell'imputazione dolosa è sufficiente la coscienza e la volontà di commettere più atti lesivi. La Cassazione, nonostante la rilevanza dei motivi posti a fondamento del ricorso ha comunque lascito impunito il marito. La questione, infatti, rileva solo sotto una questione di merito. Ed essendo, diversamente, il Collegio competente solo sotto il profilo logico e giuridico delle controversie ne è conseguita la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. sara nastri

Cassazione - Sezione sesta penale up - sentenza 6 novembre-14 dicembre 2006, n. 40789 Presidente Lattanzi - Relatore Conti Pm Delehaye - Ricorrente Pg in proc. Esposito Fatto Con la sentenza in epigrafe, la Ca di Catanzaro confermava la sentenza in data 20 febbraio 2003 del Tribunale di Crotone, sezione distaccata di Strangoli, appellata dal Pm, con la quale Vincenzo Esposito era stato assolto dal reato di cui all'articolo 570 cpv n. 2 Cp capo a perché il fatto non sussiste, e del reato di cui all'articolo 572 Cp capo b perché il fatto non costituisce reato. A seguito di querela in data 10 novembre 2000, con la prima imputazione si addebitava all'Esposito di avere fatto mancare i mezzi di sussistenza alla moglie Chiarina Panebianco e alla figlia minore Roberta con la seconda, di avere maltrattato la moglie con ripetute offese, minacce e aggressioni alla sua integrità fisica. Rilevava il Tribunale, sulla base delle testimonianze della persona offesa, della figlia Roberta e del m.llo Leonardo Santoro, quanto al primo reato, che la Panebianco aveva un reddito come collaboratrice domestica, con il quale provvedeva al sostentamento dei figli, e che comunque l'imputato aveva sempre provveduto a fornire alla famiglia quanto necessario, secondo le sue possibilità economiche quanto al secondo, che il maltrattamenti denunciati erano stati in realtà episodi sporadici, e in parte causati dai continui dissidi tra i coniugi circa l'educazione religiosa dei figli, che la Panebianco, testimone di Geova, impartiva secondo la propria fede, in contrasto con il marito. Nel suo atto di appello, il Pm si doleva della assoluzione dell'imputato con riferimento al solo capo b , osservando che il Tribunale, nell'escludere la responsabilità penale dell'imputato con riguardo al reato di maltrattamenti, si era basato sulle sole dichiarazioni della Panebianco, senza considerare quelle della figlia Roberta, dalle quali si ricavava con certezza l'esistenza dei denunciati maltrattamenti. Ad avviso della Ca, la sentenza di primo grado non meritava le censure dedotte, posto che i provati episodi di percosse da parte dell'imputato nei confronti della moglie, verificatisi in occasione delle frequenti liti tra i due dovute anche alla relazione extraconiugale che aveva l'Esposito, non erano riconducibili a un'unica intenzione criminosa di ledere sistematicamente l'integrità fisica e morale della congiunta al fine di avvilirla e di sopraffarla, ma erano espressamente reattive a una situazione di reciproche malversazioni e di disagio familiare, il che escludeva la sussistenza del dolo di maltrattamenti. Ricorre il Pg della Repubblica presso la Ca di Catanzaro, che, con un unico motivo, denuncia la violazione dell'articolo 572 Cp, osservando che le risultanze processuali, tra cui in particolare la insospettabile testimonianza di Roberta Esposito, davano prova di una situazione di sistematica violenza fisica e morale da parte dell'imputato nei confronti della moglie, nella quale andava inquadrata, oltre alla serie di reiterate percosse, anche la ostentata relazione adulterina intrattenuta dall'Esposito. Ai fini del dolo richiesto dal delitto in esame, non occorreva del resto la dimostrazione di un programma criminoso in capo all'agente, bastando la coscienza e volontà di commettere una serie sistematica di atti lesivi della sfera fisica e morale del soggetto passivo. Diritto Osserva la Corte che il ricorso inammissibile, in quanto introduce censure in punto di fatto della sentenza impugnata nel giudizio di legittimità. Secondo l'Ufficio ricorrente le risultanze processuali dimostravano la sussistenza di sistematiche violenza fisiche e morali cui l'imputato sottoponeva la moglie, con un dolo di continua vessazione e prevaricazione della congiunta. Ciò si ricaverebbe in particolare dalla testimonianza della figlia Roberta. Non è questo, però, che i giudici di merito, sia in primo sia in secondo grado, hanno accertato. In entrambe le sentenze si è pervenuti a una decisione assolutoria sulla base dell'apprezzamento di condotte violente e offensive dell'imputato nei confronti della moglie non riconducibili a un carattere di abitualità né collegabili a un dolo unitario di vessazione. Si è ritenuto, sulla base di una valutazione delle risultanze processuali che non spetta a questa Corte rivisitare, che siffatte condotte fossero espressione di una reattività estemporanea che affondava le sue radici nel clima di dissidio tra i coniugi derivante sia dalla diversa religione praticata dalla Panebianco sia, soprattutto, dalla relazione adulterina intrattenuta dall'Esposito, che tuttavia la congiunta era disposta a subire, non sollecitando la separazione del marito e in tale clima andavano collocati gli episodi di percosse di cui aveva parlato la figlia Roberta. Trattandosi di valutazioni non eccepibili sotto il profilo sia logico sia giuridico, il ricorso va dichiarato inammissibile. PQM Dichiara inammissibile il ricorso.