Processi-lumaca: indennizzi equitativi sì, ma in base ai parametri di Strasburgo

Bocciata perchè incongrua una equa riparazione di soli 1.500 euro per il danno non patrimoniale causato da un ritardo di sei anni nella definizione di un giudizio di primo grado

Quell'irragionevole durata dei processi. Soltanto millecinquecento euro per un ingiustificato ritardo di sei anni nella definizione di un giudizio in primo grado? Non sono un equo indennizzo ai sensi della legge Pinto, la numero 89/2001. Lo stabilisce la prima sezione civile della Corte di cassazione con la sentenza 1645/07 disponibile fra i documenti correlati . Che, decidendo nel merito ex articolo 384 Cpc, condanna il ministero della Giustizia a versare 6.000 euro per danno non patrimoniale al ricorrente. Criteri di liquidazione. La quantificazione dell'indennizzo per il danno non patrimoniale che deriva dalla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo - osserva la Suprema corte - è affidata alla valutazione equitativa del giudice di merito. Ma l'ambito della stima del magistrato è segnato dai principi della Cedu, che vivono attraverso le decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo. Il giudice, dunque, è obbligato a tenere conto dei criteri di determinazione dell'equa riparazione che arrivano da Strasburgo anche se conserva un margine di valutazione. Ma soprattutto può discostarsi dai criteri di liquidazione indicati dalla Corte dei diritti soltanto con una motivazione adeguata e ragionevole. Cosa che nel caso di specie, sottolineano gli ermellini , non è avvenuta. Stasburgo, ricordano i giudici di legittimità, per ogni anno di eccessiva durata del processo quantifica la riparazione del danno morale fra 1.000 e 1.500 euro cfr. Cassazione 8714/06 . Indennizzo incongruo. Ecco spiegato, allora, lo stop all'incongruo indennizzo di 1.500 euro liquidato dalla Corte d'appello al convenuto del processo che dopo nove anni non era stato definito neppure in primo grado. Un giudizio del genere in tema di risarcimento danni, ha stabilito il giudice del gravame, doveva concludersi entro tre anni. d.f.

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 7 novembre 2006-25 gennaio 2007, n. 1645 Presidente Proto - Relatore Felicetti Pm Russo - conforme - ricorrente Salvi - controricorrente ministero della Giustizia Svolgimento del processo 1. Mancino Salvi nell'aprile del 1990 ora stato convenuto presso il Tribunale di Benevento da Maddaloni Armando, il quale aveva formulato nei suoi confronti una domanda di risarcimento dei danni. Non essendo stato detto giudizio ancora definito neppure in primo grado, nel 1999 il Mancino adiva la Corte EDU chiedendo la condanna del ministero della Giustizia al pagamento, per di danni patrimoniali e non patrimoniali, di una somma a titolo di equa riparazione. Successivamente entrata in vigore la legge 89/2001, non avendo la Corte EDU ancora adottato alcun provvedimento sulla ricevibilità del ricorso, con ricorso 5 aprile 2002, Il Mancino adiva la Corte di appello di Roma, reiterando la domanda ai sensi della legge 89/2001. La Ca, con decreto in data 16 aprile 2003, ritenuto irragionevole il ritardo nella definizione del processo, la cui durata in primo grado non doveva eccedere i tre anni, per il periodo residuo liquidava e1500 a titolo di danni non patrimoniali, rigettando la domanda relativa-ente ai danni patrimoniali. Il decreto veniva impugnato dinanzi a questa Corte dal Mancino con ricorso notificato al ministero della Giustizia in data 6 maggio 2004. Il Ministero resiste con controricorso notificato in data 12 giugno 2004, con il quale eccepisce fra l'altro, l'inammissibilità del ricorso per tardività. Motivi della decisione 1. Va pregiudizialmente rigettata l'eccezione d'inammissibilità del ricorso per tardività, formulata dal ministero nel controricorso, per essergli stato il decreto impugnato notificato dal Mancino, ed essere stato il ricorso proposto dopo la scadenza del termine di cui all'articolo 325 Cpc infatti nessuna parte ha prodotto il decreto notificato e, in particolare, non lo ha fatto il Ministero sul quale incombeva il relativo onere avendo formulato l'eccezione. Parimenti infondato è l'ulteriore profilo d'inammissibilità prospettato, relativo alla mancata quantificazione della domanda. Potendo costituire tale doglianza unicamente motivo di ricorso incidentale. 2. Con il ricorso si denuncia la violazione degli articoli 2 della legge 89/2001 e 2056 Cc. Si deduce al riguardo che la Corte dì appello ha liquidato, quale danno non patrimoniale, euro 1500,00 per sei anni di irragionevole durata del processo, cosi liquidandolo, senza adeguata giustificazione, in difformità dai criteri stabiliti dalla CEDU e dai principi stabiliti dalle sezioni unito della cassazione con le sentenze 1338, 1339, 1340 e 1341/04. Il ricorso è fondato. Premesso che non c'è impugnativa sul rigetto della domanda di liquidazione del danno patrimoniale, né sulla quantificazione del periodo d'irragionevole durata del processo accertata dalla Ca va considerato che, ai finì della quantificazione dell'indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della legge 89/2001, l'ambito della valutazione equitativa affidata al giudice di merito, è segnato dal rispetto della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, per come essa vive nelle decisione della Corte europea dei diritti dell'uomo, di casi simili, cosicché si configura, in capo al giudice di merito, un obbligo di tenere conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte europea. conservando un margine di valutazione che gli consente di discostarsi solo con adeguata e ragionevole motivazione dalle liquidazioni indicate dalla Corte, che ha individuato in linea di massima l'importo relativo, alla riparazione del danno morale tra curo 1000, ad curo 1500,00 per ogni anno di eccessiva durata Cassazione 8714/06 . Cosicché la Ca, nel caso di specie - liquidando con una motivazione del tutto, generica millecinquecento curo per sei anni dì ingiustificato ritardo - si è illegittimamente discostata in maniera ingiustificata dai criteri di liquidazione elaborati dalla CEDU per le causa simili, ai quali doveva fare riferimento. il ricorso, pertanto, dove essere accolto e il decreto deve essere cassato nella parte impugnata. Sussistono la condizioni per la decisione della causa nel merito ex articolo 384 Cpc, con la condanna del ministro della Giustizia al pagamento di euro 6.000 per danno non patrimoniale in favore dell'attore. A carico del ministro della Giustizia vanno poste parimenti le spese dell'intero giudizio, che si liquidano come in dispositivo, con distrazione in favore dell'avv. Guido di Gioia, dichiaratosene antistatario. PQM La Corte di cassazione accoglie il ricorso per quanto di ragione. Cassa il decreto nella parte impugnata e, decidendo nel merito, condanna il ministro della Giustizia al pagamento di euro 6.000 in favore di mancino Salvi, nonché al pagamento delle spose dei due gradi di giudizio, liquidato quanto al giudizio di marito in curo 1550,00 di cui curo mille per onorari ed curo cinquecento per diritti , e quanto al giudizio di cassazione nella misura di curo 1.600,00 di cui curo millecinquecento per onorari , da distrarsi in favore dell'avv. Giulio di Gioia, dichiaratosene antistatario.