Danno erariale, il patteggiamento e il risarcimento

Anche i magistrati di via Flaminia si allineaneo alla Cassazione la sentenza su richiesta delle parti equivale a un'ammissione di colpevolezza, salvo - da parte dell'inquisito - dimostrare il contrario

Patteggiamento, la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti è un elemento importante che consente di dimostrare la percezione di proventi illeciti. Un elemento che, del resto, potrà essere disatteso nel giudizio solo nel caso in cui l'imputato spieghi le ragioni per cui ha ammesso una responsabilità penale. A chiarirlo è stata la Corte dei conti con la sentenza 68/2006 depositata lo scorso 6 marzo e qui leggibile nei documenti correlati . I magistrati contabili hanno condannato un aiutante marinaio in servizio presso uno spaccio per peculato militare in relazione a episodi di ammanco, indebita appropriazione dell'ammontare dei premi, sconti e utili concessi da varie ditte fornitrici di generi alimentari. Il marinaio era stato condannato in seguito alla sentenza penale di applicazione della pena ex articolo 444 Cpp, il cosiddetto patteggiamento. I giudici di via Flaminia allineandosi all'orientamento della Cassazione, nel condannare il lavoratore a rifondere allo Stato il danno subito hanno tuttavia chiarito che la sentenza di patteggiamento costituisce un importante elemento di prova dell'indebita percezione di proventi illeciti. In sostanza, ha ammesso la Corte la richiesta di pena patteggiata non comporta un accertamento invincibile di responsabilità, come invece accade con il giudicato penale a seguito di dibattimento ex articolo 651 Cpp, ma può essere contestato in un giudizio diverso da quello penale fondato sui medesimi fatti attraverso la prova della inattendibilità della veridicità dei fatti versati nel giudizio penale iniziando dai motivi per i quali è stato chiesto di patteggiare la pena pur non essendo il richiedente autore dei fatti illeciti . Quanto alle prove del giudizio penale, queste possono essere acquisite nel giudizio di responsabilità amministrativo-contabile per essere oggetto di valutazione da parte del giudice. Malgrado tutto, hanno concluso i magistrati contabili, la richiesta di patteggiamento nel caso dell'aiutante marinaio è stata dettata dalla volontà di evitare ulteriori giudizi e condanne per peculato militare continuato in presenza di idonee prove di colpevolezza già raggiunte. Per cui la condanna è stata confermata. cri.cap

Corte dei conti - Sezione prima - sentenza 7 febbraio-6 marzo 2006, n. 68 Presidente Pezzella - Relatore Maggi Ricorrente Capozzi Fatto Avverso la sentenza 979/03, resa dalla Sezione Giurisdizionale per la Regione Puglia è stato proposto appello da Domenico Capozzi, rappresentato e difeso dall'avvocato Enzo Gigante. Questi i fatti di causa. Con la sentenza impugnata l'odierno appellante, all'epoca dei fatti per cui è causa, Aiutante della Marina Militare, in servizio presso la nave EURO , è stato condannato -a titolo di responsabilità amministrativo contabileal risarcimento del danno pari ad euro 6.990,72 oltre a rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di giudizio, per avere, nella qualità e con dolo, procurato nocumento alle pubbliche finanze, in relazione ad episodi di ammanco, per indebita appropriazione dell'ammontare di premi, sconti ed utili questi ultimi, in ragione de1 10% degli acquisti non contabilizzati , concessi da varie ditte fornitrici di generi alimentari alla nave EURO . La Procura regionale attrice aveva convenuto in giudizio l'odierno appellante per quattro distinte fattispecie di illecito. La prima si riferiva all'appropriazione di somme appartenenti all'amministrazione, pari a lire 3.948.310, derivate da sconti elargiti in contanti dal responsabile della ditta Intergelo Srl nonché all'appropriazione di utili di ricarico relativi a forniture della stessa Intergelo Srl del valore di lire 15.100.000, non assunti in carico della contabilità e stimati in ragione del 10% per un importo pari a lire 1.510.000. Il secondo illecito si riferiva all'appropriazione di utili, stimati in ragione del 10% degli acquisti non contabilizzati, derivanti dalla rivendita, presso lo spaccio militare della nave EURO, di generi alimentari destinati alla truppa della stessa nave, non inseriti nella contabilità, per un danno pari a lire 1.028.000. Il terzo illecito si riferiva all'appropriazione del controvalore di diversi sconti elargiti in contanti dalle ditte Central bibite, Cianciola, SOBIB, pari a lire 7.049.630, mai contabilizzati. Il quarto illecito aveva riguardo a fattispecie di frode fiscale e dichiarazione fraudolenta, ma la relativa domanda risarcitoria, avanzata dalla procura attrice, non ha trovato accoglimento da parte della sezione giudicante, che l'ha ritenuta infondata e priva di prove. La condanna inflitta all'attuale appellante e pari ad euro 6.990,72 lire 13.535.940 è, pertanto, relativa al riconoscimento di responsabilità per le prime tre fattispecie di illecito. Parte impugnante ha dedotto i seguenti motivi di appello 1 Eccezione di prescrizione del diritto e dell'azione 2 Carenza di legittimazione passiva 3 Inesistenza di qualsiasi prova a sostegno della tesi della Procura Regionale. In conclusione, l'appellante ha chiesto di riformare totalmente la sentenza e, per l'effetto, di dichiarare che nulla egli è tenuto a versare a titolo di danno erariale, con condanna della Procura attrice a tutte le spese, diritti ed onorari del doppio grado di giustizia ha chiesto, poi, l'ammissione dei mezzi istruttori, già articolati nella prima fase di giudizio. Il Pg ha rassegnato le proprie conclusioni in data 10 ottobre 2005 ed in esse ha sostenuto quanto segue. 1 Circa, dapprima e pregiudizialmente, la dedotta carenza dell'incompetenza giuridica ad espletare l'incarico di gestore della cooperativa Marinai, trattandosi di soggetto che rivestiva, all'epoca dei fatti, l'incarico tabellare di Capo Impianti M.A. e non essendo l'incarico di 'gestore' della Cooperativa marinai previsto legislativamente in alcuna 'tabella' giuridica neppure come posto di funzione , osserva parete appellata che l'avere accettato l'incarico solo per compiacere al Comandante come si esprime l'attuale appellante e sotto il controllo dell'apposita Commissione prevista dal Dpr 1076/76, ha significato e valore di espressa preposizione accettata al settore dello 'spaccio militare' della nave e non esime affatto da responsabilità alcuna, per l'ammanco accertato, il sig. Capozzi di conseguenza, non lo esime dall'eventuale responsabilità contabile innanzi alla giurisdizione della Corte dei conti, sia che abbia direttamente attraverso la sua azione o indirettamente attraverso l'azione dei marinai di leva ovvero lasciando il compito giuridico di gestire la cooperativa alla stessa, preposta Commissione, normativamente prevista provveduto allo svolgimento di detta gestione, perché la figura dell'agente contabile cui l'attuale appellante è assimilabile comporterebbe l'assoggettamento alla giurisdizione della Corte dei conti. Ed infatti non vi sarebbe dubbio, secondo il Procuratore Generale, che, nel caso all'esame, ci si trovi di fronte ad un agente contabile. Infatti, pur se - per assurdo - egli avesse operato in assenza di incarico conferito formalmente incarico verbale intuitu personae ? , è lo stesso appellante, che ha affermato che c'è stata una 'accettazione', da parte sua a rivestire l'incarico di gestore della Cooperativa marinai e, dunque, egli è direttamente e personalmente responsabile di eventuali ammanchi, verificatisi nel corso della sua gestione. Oltretutto, v'è, in atti, totale assenza di un eventuale, esplicito diniego, da parte del Capozzi, a voler svolgere quella funzione, che tutti, quindi, gli riconoscevano. Egli, perciò, si è assunto concretamente la responsabilità della gestione della cooperativa marinai, gestione che poteva benissimo essere, poi, materialmente svolta anche valendosi dell'apporto di soggetti diversi. Tanto premesso, analizzando l'aspetto pubblicistico del rapporto di lavoro che legava l'amministrazione militare al Capozzi e il corrispondente danaro pubblico, di cui gli spacci militari - quale quello gestito dal Capozzi stesso - si servono per garantire attività aventi fini assistenziali e mutualistici per i propri dipendenti e/o militari di leva, sarebbe indubbio, secondo il Procuratore Generale, che ci si trovi di fronte all'incontrovertibile giurisdizione della Corte del conti in subiecta materia, ai sensi dell'articolo 81 e ss. L.C.G.S., approvata con Rd 2440/23 dell'articolo 194 del relativo regolamento, approvato con Rd 827/24 e dell'articolo 52 Rd 1214/34. È poi appena il caso di aggiungere, secondo parte appellata, che tutti gli agenti contabili di diritto e di fatto debbono rendere conto delle varie operazioni da loro eseguite nel ricevere o nel dare ad altri il denaro gli oggetti e/o le materie di proprietà dello Stato e sono tenuti a rispondere responsabilità contabile innanzi alla Corte dei conti di tutti gli ammanchi, i danni, i deterioramenti eventualmente verificatisi nella gestione del denaro delle materie o dei valori loro affidati , anche se dovuti all'operato di dipendenti, a meno di non dimostrare che le cose affidate siano perite per causa di forza maggiore o caso fortuito. 2 In ordine poi all'eccepita prescrizione del diritto e dell'azione il Procuratore Generale sottolinea l'improprietà dell'eccezione sotto il profilo di una 'presunta' prescrizione dell'azione, giacché quest'ultima non potrebbe mai essere dichiarata prescritta ma prescritto è il diritto/potere all'esercizio dell'azione pubblica di cui unico titolare è il pubblico ministero innanzi alla Corte dei conti , quando questo non venga esercitato nei termini previsti. Chiarito ciò, nel caso all'esame, al momento dell'emissione dell'atto di citazione in giudizio, non si era compiuto ancora il periodo prescrizionale per inibire l'azione pubblica di risarcimento del danno. Ed infatti risultano regolari atti di costituzione in mora dell'amministrazione creditrice, vedi sentenza pag. 11-12 . Agli atti risultano poi, le singole costituzioni in mora del Comandante della Nave EURO, aventi la precisa indicazione espressa degli articoli 1219 e 2943 Cc ai fini dell'interruzione della prescrizione, alla data del 26 marzo 2001, con allegata espressa accettazione dell'addebito del Capozzi, alla stessa data, per quanto concerne la prima partita di danno ala data del 17 dicembre 1998, reiterata il 13 febbraio 2002, per la seconda alla data del 13 febbraio 2002, per la terza con riferimento ai singoli addebiti contestati, in base ai quali vanno computati, secondo le regole generali, i termini prescrizionali quinquennali, che avrebbero comportato il compimento della prescrizione, rispettivamente, al marzo 2006 primo addebito e al febbraio 2007 secondo e terzo addebito . Non vi sarebbe peraltro dubbio alcuno che, a prescindere da dette valide costituzioni in mora ed anche a prescindere dall'occultamento doloso del danno, che è comunque coessenziale a fattispecie di illeciti, quali quelle all'esame, oggetto pure di distinti procedimenti penali , l'azione contabile non poteva essere, comunque, esercitata e, quindi, non poteva decorrere il relativo periodo prescrizionale prima della notitia damni, inviata dalla Procura militare alla Procura regionale attrice, ex articolo 129 Disp. Att. Cpp, alle date del 18 giugno 1996 primo illecito , 18 marzo 1998 secondo illecito 8 marzo 1999 terzo illecito come palese in atti, essendo prima di quel momento giuridicamente perfetto, inibito al Pm innanzi alla Corte dei conti far valere il diritto al risarcimento del danno cfr. articolo 2935 Cc , per evidente inattualità del danno, sua incertezza ed impossibilità di valutarne una sua eventuale valenza economica. 3 Nel merito del caso concreto il Procuratore Generale osserva che infondate apparirebbero le doglianze di parte circa una presunta insussistenza di prove a sostegno della tesi della procura attrice. Ed infatti, parte appellata premette che per gli stessi fatti per cui è stato celebrato il processo contabile di primo grado, l'attuale appellante fu condannato con distinte sentenze penali, e precisamente, In relazione alla prima fattispecie di illecito, a seguito di giudizio dibattimentale, con sentenza 150/00 del 2 maggio/17 ottobre 2000 del Tribunale militare di Bari, divenuta irrevocabile il 22.12.2000, per il reato di peculato militare, alla pena di anni uno e mesi uno di reclusione, sostituita da reclusione militare di uguale durata, oltre a spese e conseguenze di legge, compresa la pena accessoria della rimozione del grado, ancorché detta sanzione detentiva e quella accessoria siano state sospese sospensione condizionale della pena principale e della pena accessoria . In relazione alla seconda e terza fattispecie di illecito a appropriazione di utili in ragione del 10% degli acquisti non contabilizzati b appropriazione del controvalore di sconti elargiti in contanti da varie ditte fornitrici di generi alimentari destinati alla truppa della Nave Euro, l'attuale appellante fu condannato ai sensi dell'articolo 444 Cpp alla pena complessiva di anni uno e mesi tre di reclusione interamente sospesa , con sentenza definitiva n. 189/01 del Tribunale Militare di Bari, alla data del 29 maggio 2001, irrevocabile il 19 luglio 2001, dalla quale si può dedurre che gli accertamenti compiuti e documentati dal fascicolo del pubblico ministero hanno fornito elementi che attestano la fondatezza dell'imputazione reato di peculato militare ed impediscono un proscioglimento dell'imputato, ex articolo 129 Cpp, anche perché nella condotta posta in essere dallo stesso risultano realizzati gli elementi oggettivi e soggettivi del reato contestato. Ciò premesso e dando per scontati gli effetti della sentenza penale irrevocabile di condanna, emessa a seguito di dibattimento quali quelli relativi alla prima fattispecie di illecito quanto all'accertamento della sussistenza dei fatti illeciti ed all'affermazione di colpevolezza dell'imputato cfr. articolo 651 Cpp , nei riflessi sul giudizio di responsabilità amministrativo-contabile per danno all'erario, il Procuratore Generale osserva, sotto il profilo probatorio, che esaustivo è risultato l'accertamento istruttorio degli organi giudiziari penali militari, quanto alle altre due fattispecie di illecito. In merito parte appellata osserva che la sentenza emanata a seguito del c.d. patteggiamento ex articolo 444 Cpp ha effetto e significato è equiparata , ai sensi del successivo articolo 445 Cpp, di pronuncia di condanna , pur non avendo efficacia nei giudizi civili o amministrativi. Ciò significa che la sentenza emanata a seguito del 'patteggiamento' pur non spiegando efficacia di giudicato ossia effetti vincolanti nel presente giudizio amministrativo-contabile, ora in grado d'appello, non esclude la possibilità di un autonomo convincimento del giudice contabile, attraverso la valutazione dei mezzi probatori acquisiti dalla sede penale, compresa la circostanza che l'appellante abbia patteggiato, per formarsi una sua linea valutativa indipendente. Sul punto, correttamente, la sentenza qui impugnata, ha sostenuto, in linea con varie pronunce della Corte di cassazione vedi, ad es., Cassazione Sezione lavoro, 4193/03 Sezione quinta, 2724/01 che la sentenza penale di applicazione della pena ex articolo 444 Cpp cosiddetto patteggiamento costituisce indiscutibile elemento di prova. Ben potrebbe sostenersi, infatti, che la richiesta di 'patteggiamento' comporti, implicitamente, un riconoscimento di colpevolezza ammissione di responsabilità in ordine ai fatti contestati in sede penale che sono idonei a fondare il convincimento del giudice sulla reale sussistenza della materialità degli stessi fatti illeciti, oggetto delle imputazioni penali, essendo attestata l'impossibilità di addivenire ad un proscioglimento. Ciò farebbe piena prova contro l'attuale appellante, che non è stato in grado -sotto il profilo contabiledi dimostrare eventuali perdite di somme dovute a forza maggiore o caso fortuito. Nessun dubbio, dunque, sulla completezza, esaustività e coerenza delle allegazioni probatorie di parte pubblica attrice. Quanto poi alla gestione di danaro pubblico ad opera dell'agente contabile, di diritto o di fatto, il Procuratore Generale osserva che, mentre sorprende l'ironia di parte appellante -che afferma avere la Corte territoriale indicato il Capozzi quale agente contabile per dare sostegno alla propria tesi e che francamente o malgrado una esperienza professionale quasi quarantennale non riusciamo ad inquadrare tale figura giuridica - si deve precisare che - impregiudicata rimanendo la classificazione dottrinaria concettuale fra agente contabile di diritto e agente contabile di fatto, cui non occorre fare puntuale cenno - risulta espressamente dagli atti di causa che il Capozzi, nel periodo compreso tra il 28 giugno 1990 ed il 27 luglio 1991 era stato incaricato delle funzioni di gestore dello spaccio militare del natante EURO della Marina Militare ed aveva quindi regolare maneggio di danaro pubblico, senza ombra di dubbio, maneggio di cui avrebbe dovuto rendere puntualmente conto, secondo le norme di contabilità pubblica. E ciò sia che il Capozzi abbia avuto il suddetto maneggio di pubblico danaro, a seguito di incarico formale, ovvero 'di fatto'. Sarebbe, pertanto, certa la sua, consequenziale responsabilità contabile per l'ammanco di somme di proprietà dell'amministrazione militare, di cui egli non ha potuto dimostrare il legittimo esito. Conclusivamente il Procuratore Generale, nell'interesse della Legge e dell'Erario, chiede che la Sezione adita voglia rigettare il proposto appello, siccome giuridicamente infondato, con conferma della sentenza di primo grado e condanna alle spese del doppio grado di giudizio. Alla pubblica udienza il Procuratore Generale ha confermato l'atto scritto. Diritto La prima doglianza da vagliare, mossa con l'appello, riguarda la dedotta carenza di legittimazione passiva dell'appellante in quanto egli avrebbe accettato, solo per compiacere il comandante, un incarico non previsto in alcuna tabella. La censura è infondata. È di tutta evidenza che, ove il punto di appello intenda negare la giurisdizione di questa Corte, esso non ha fondamento. La giurisdizione di questa Corte in materia di gestori di spacci è infatti pacifica. Infatti essa è legittimamente ravvisabile in tutte le ipotesi di comportamenti posti in essere, con dolo o colpa, dal pubblico dipendente o funzionario in violazione dei doveri d'ufficio, se produttivi di un danno risarcibile nei confronti della Pa. Ne consegue che, ove risulti promossa un'azione di responsabilità amministrativa o contabile in relazione alla quale la contestazione dell'addebito assolva all'indicazione dei surriferiti presupposti sicché l'oggetto del relativo processo si riveli caratterizzato, per l'appunto, da essi la Corte dei Conti risulta del tutto correttamente investita dei poteri di cognizione e di giudizio ad essa attribuiti dall'ordinamento e, nell'esercizio di tali poteri, è legittimata a verificare se, nel caso sottoposto al suo esame, ricorrano o meno tutte le condizioni di legge per addivenire ad una pronuncia di condanna per responsabilità amministrativo - patrimoniale. Sezione, Su, sent. 294/99 . Ove, invece, il capo di appello avesse inteso censurare il mancato coinvolgimento dei componenti della Commissione amministrativa, si osserva che, in ogni caso, non sussiste difetto di legittimazione passiva di un convenuto anche nel caso di eventuali concorrenti responsabilità di altri soggetti. D'altro canto, in base all'articolo 1 della legge 20/1994, comma 1quater, come modificato dalla legge 639/96, se il fatto dannoso è causato da più persone gli addebiti conseguenti ad un'eventuale condanna devono essere disposti per ciascuno per la parte che vi ha preso , e ciò consente al giudice di valutare le singole posizioni processuali personali, anche in assenza nel giudizio di eventuali corresponsabili, per la parte che gli stessi abbiano avuto nella determinazione del danno e, pertanto, risponde ad esigenze di economia processuale evitare di chiamare in causa soggetti che, in relazione al grado di colpa caratterizzante il loro ruolo partecipativo, dovrebbero poi rimanere esenti da responsabilità. Sezione Giur. Reg. Molise, sent. 276/97 . Si aggiunga che la dedotta necessità di un'eventuale chiamata solidale con i componenti della Commissione non si pone in quanto emerge dagli atti che, nel caso, dolosamente sono state omesse registrazioni contabili di sconti non aliunde risultanti e ciò non avrebbe consentito di scoprire e di impedire i fatti ai soggetti preposti al controllo. Sono poi irrilevanti, ai fini del radicamento della legittimazione passiva, sia il fatto che la qualifica di gestore non sia prevista in alcuna tabella, sia l'esistenza o meno di un formale rapporto di investitura, sia le motivazioni la compiacenza che hanno indotto l'appellante ad accettare l'incarico. Anche il funzionario di fatto è invero sottoposto alla giurisdizione di questa Corte ed è soggetto legittimato passivamente al giudizio di responsabilità amministrativo-contabile. E' difatti la sola immissione nel maneggio dei beni di pertinenza pubblica che rende l'agente responsabile della loro gestione e ciò a prescindere e dai motivi che lo hanno indotto ad intraprendere la gestione. Infondati, pertanto, sono i punti di gravame sul dedotto difetto di legittimazione passiva dell'appellante. In ordine all'eccezione di prescrizione si osserva che, a fronte di fatti accaduti tra il 1990 e il 1991 il dies a quo della prescrizione inizia a decorrere, secondo la costante giurisprudenza di questa Sezione, e come stabilito dalla sentenza di primo grado, dalla conoscibilità dei fatti e ciò vieppiù nel caso di specie in cui si verte in ipotesi dolose -caratterizzate dal fatto che la omessa contabilizzazione rendeva in conoscibile l'evento anche agli eventuali controlli come previsto dall'articolo 1 comma 2 della legge 20/1994 nel testo modificato dalla legge 639/96 e, pertanto, correttamente la sentenza fa decorrere i termini dalla data dell'informativa della Procura Militare presso Tribunale Militare di Bari del 18 giugno 1996 rinvio a giudizio in data 15 giugno 1996 per il primo degli illeciti contestati, del 18 marzo 1998 rinvio a giudizio in data 17 marzo 1998 per il secondo illecito, e del 2 marzo 1999 rinvio a giudizio in data 2 marzo 1999 per il terzo. Ad ogni buon fine si osserva che, con sentenza 427/03, questa Sezione ha affermato che, ai fini della decorrenza del termine di prescrizione del diritto fatto valere attraverso l'azione, l'articolo 1, II, legge 20/1994 vada letto e interpretato anche in correlazione alle disposizioni del codice civile che disciplinano l'istituto della prescrizione e, segnatamente, in correlazione all'articolo 2935 Cc, secondo cui la prescrizione decorre dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere chiarendo che, tra le cause impeditive dell'esercizio del diritto, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha elaborato la non conoscibilità obiettiva del danno ingiusto nelle ipotesi di diritto al risarcimento del danno da fatto illecito articolo 2947, Sezione prima, Cc . Ha, infatti, detta giurisprudenza più volte esplicitato che la responsabilità da fatto illecito costituisce una fattispecie complessa che si perfeziona quando sono realizzati tutti i fatti ed eventi che la compongono, tra cui è ricompresa la conoscibilità obiettiva del danno ingiusto, cosicché il momento della esteriorizzazione obiettiva del danno stesso costituisce il dies a quo di decorrenza della prescrizione, perché solo nel momento in cui il danno si esteriorizza diventa obiettivamente percepibile e conoscibile cosicché, ancora, non è al momento del suo verificarsi che deve aversi riferimento bensì è a quello, eventualmente successivo, in cui si esteriorizza il danno stesso che sorge il diritto al risarcimento e quindi il dies a quo del relativo termine di prescrizione, non essendovi prima una inerzia giuridicamente rilevante, nel titolare del diritto, nell'uso giuridicamente possibile del diritto stesso non uso di un interesse tutelato attuale e insoddisfatto . E l'articolo 2947, Sezione prima, Cc come pure l'articolo 1, Sezione seconda, legge 20/1994, costituiscono in effetti applicazione del principio generale posto dall'articolo 2935 Cc riassumibile nel brocardo actioni nondum natae non praescribitur con tutte le implicazioni innanzi esplicitate cfr. in termini Cassazione Sezione terza 1716/79 e 1442/83 e 3206/89 Cassazione Sezione seconda 4532/87 . Esattamente la sentenza di primo grado ha, pertanto, posto l'inizio del decorso del relativo termine al momento della conoscenza dei fatti per effetto delle rispettive note informative pervenute alla Procura nelle date sopra specificate, con la conseguenza che la relativa azione è stata tempestivamente interrotta per il primo illecito dalla costituzione in mora del 26 marzo 2001 oltre che dalla espressa accettazione dell'addebito del Capozzi in pari data articolo 2944 Cc , per il secondo addebito dagli atti di costituzione in mora del 17 dicembre 1998 e del 13 febbraio 2002 nonché dall'invito a dedurre con valenza interruttiva della prescrizione notificato in data 1 giugno 2002, e dall'atto di citazione notificato il 26 novembre 2002 e per il terzo addebito, dal suddetto atto di costituzione in mora del 13 febbraio 2002, nonché dall'invito a dedurre con valenza interruttiva della prescrizione notificato in data 1 giugno 2002, e dall'atto di citazione notificato il 26 novembre 2002. Anche tale eccezione è, pertanto, infondata. Anche le doglianze relative alla mancanza di prova sono infondate. Si rileva prioritariamente che il Capozzi è stato condannato, per il primo degli illeciti dedotti in citazione, con sentenza del Tribunale militare di Bari 150/00 del 2 maggio-17 ottobre 2000 divenuta irrevocabile il 22 ottobre 2000. Il passaggio in giudicato della predetta sentenza è provato dalla mancata produzione da parte dell'appellante di ulteriori impugnative che ciò potevano impedire. Ciò esime dal ribattere alle dedotte censure circa la valutazione delle prove già vagliate nelle sentenze penali in quanto per i procedimenti per i quali è intervenuto giudicato penale si rende applicabile l'articolo 651 Cpp per effetto del quale la sentenza penale dibattimentale di condanna è vincolante nel giudizio civile o amministrativo di danno quanto alla sussistenza del fatto nella sua dimensione fenomenica, all'affermazione che l'imputato lo ha commesso e alla sua illiceità penale ed è quindi necessario accertare, nel giudizio di responsabilità amministrativa, che vi sia un nesso tra il danno erariale ed i fatti accertati nel giudizio penale e, pertanto, deve verificarsi, nel caso di specie, l'esistenza di un nesso causale tra il reato accertato in sede penale e l'evento danno per l'erario per affermare la responsabilità del reo CdC, Sr, 17 novembre 1993, n. 920/A . Ritiene il Collegio che i fatti accertati in sede penale consentono di ritenere che da essi sia derivato il richiesto danno in quanto la condanna per peculato militare dimostra l'appropriazione da parte del Capozzi di somme di pertinenza dell'amministrazione che devono essere restituite. Per il secondo e terzo illecito contestati è intervenuta sentenza di patteggiamento ex articolo 444 Cpp 189/01 del 29 maggio 2001 divenuta irrevocabile il 19 luglio 2001. Sul punto della valenza della predetta sentenza ex articolo 444 Costituzione la sentenza di questa Sezione 222/04 si è ampiamente espressa nei seguenti termini quanto alla natura della sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti una corrente dottrinaria e giurisprudenziale le riconnette natura di sentenza di condanna cfr. Corte costituzionale 313/90, Cassazione 2065/99, 3490/96 . Si assume, infatti, che, diversamente, si giungerebbe all'assurdo di una rinuncia all'esercizio dell'azione penale e al diritto di difesa, inconciliabile con il disposto di cui agli articoli 112 e 24 Costituzione. Tale effetto non può certo costituire un corollario del principio di disponibilità della prova fatto proprio dall'articolo 190 Cpp anche perché in una simile evenienza il giudice sarebbe chiamato a sopperire ex articolo 507 dello stesso codice. Altra corrente ritiene invece che non si possa attribuire a detta sentenza natura di sentenza di condanna, sul presupposto dell'assenza dell'affermazione di colpevolezza, essendo anzi più vicina quanto a valore delle statuizioni ad una sentenza di proscioglimento cfr. Corte costituzionale 251/91, Cassazione Su, 26 febbraio 1997 . Il legislatore della legge 27 marzo 2001 n. 97 sembra avallare la prima tesi, disponendo l'articolo 445 Cpp novellato attraverso il richiamo all'articolo 653 Cpp, l'efficacia di giudicato non solo della sentenza di assoluzione, ma anche di quella di condanna a pena patteggiata. Ad ogni modo, dopo la novella legislativa, non si può dubitare della parificazione operata sul piano del valore probatorio. Significativa appare ai fini del valore da attribuire alla sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti in un giudizio diverso da quello penale, la ormai consolidata giurisprudenza della Corte di cassazione - Sezione Tributaria cfr. 11301/98 e 630/01 secondo la quale la sentenza ex articolo 444 Cpp costituisce un importante elemento di prova circa la percezione di illeciti proventi e, quindi, della produzione di un reddito imponibile . Tale elemento di prova circa l'effettivo compimento dei fatti costituenti reato potrà essere disatteso nel giudizio di merito solo nel caso in cui il contribuente spieghi le ragioni per cui ha ammesso una responsabilità penale e il giudice non lo abbia assolto. In sostanza la richiesta di pena patteggiata non comporta un accertamento invincibile di responsabilità, come invece accade con il giudicato penale a seguito di dibattimento ex articolo 651 Cpp, ma può essere contestato in un giudizio diverso da quello penale fondato sui medesimi fatti attraverso la prova della inattendibilità della veridicità dei fatti versati nel giudizio penale iniziando dai motivi per i quali è stato chiesto di patteggiare la pena pur non essendo il richiedente autore dei fatti illeciti. Ne consegue che nei giudizi diversi da quello penale, pur non essendo precluso al giudice l'accertamento e la valutazione dei fatti difforme da quello contenuto nella sentenza pronunciata ai sensi dell'articolo 444 Cpp, questa assume particolare valore probatorio vincibile solo attraverso specifiche prove contrarie. Quanto alle prove formatesi nel giudizio penale, queste possono essere acquisite nel giudizio di responsabilità amministrativo-contabile per essere oggetto di valutazione del giudice in questa sede, nella quale possono essere oggetto di contestazione e di dialettica processuale . Nel caso, comunque, la sentenza di primo grado ha ampiamente dato ragione del proprio decisum cosicché non può dolersi l'appellante sul punto di una carenza probatoria per addivenirsi a condanna. Né può sottacersi che il Capozzi rivestisse la qualifica di agente contabile in quanto, essa deriva dal maneggio di beni o materie e, nel caso, si versa nell'ipotesi normativamente prevista cosicché ancor più pregnanti e corrette si appalesano le osservazioni svolte dal giudice di primo grado sulla mancanza di prove a discarico da parte del Capozzi per superare gli elementi ritenuti utili a condanna desunti dalla sentenza di patteggiamento e dal quadro in cui essa è intervenuta. Si rileva infatti che, oltre alla predetta sentenza, nell'allegato 4 della nota di deposito n. 1 del 23 ottobre 2002 del Procuratore Regionale si legge che le fatture per lire 10.228.000 della ditta Rinova su cui sono stati poi lucrati gli sconti di cui all'illecito n. 2, non sono state prese in carico e la responsabilità è attribuibile al gestore Capozzi Domenico. Inoltre la nota che chiede il rinvio a giudizio n. 140/1997 dà atto dell'acquisizione delle prove di colpevolezza costituite da informativa n. 314/UG/5386 e 6234-Sched in data 16 dicembre 1996 del Comando Brigata Volante della Guardia di Finanza di Martina Franca informative n. 183/UG/5386 del 29 settembre 1994 e 73/UG/5386 del 21 marzo 1995 del Comando Brigata Volante della Guardia di finanza di Martina Franca nota n. 9053 del 1 ottobre 1997 di Nave Euro. Per l'illecito n. 3, relativo all'appropriazione di lire 7.049.630, la nota che chiede il rinvio a giudizio n. 753/98/IA R.N.R. del 2.3.1999 dà atto dell'acquisizione delle prove di colpevolezza costituite da informativa di reato n. 110/BG/2057 Sched. Del 15 giugno 1998 dichiarazioni di Soppressa Biagio dichiarazioni di Dell'Era Giovanni dichiarazioni di Rizzo Giuseppe. Da tanto consegue che la richiesta di patteggiamento, per entrambi gli illeciti, sia stata dettata dalla volontà del Capozzi di evitare ulteriori giudizi e condanne dibattimentali per peculato militare continuato in presenza di idonee prove di colpevolezza già raggiunte. D'altro canto la sentenza di patteggiamento, viene accolta solo ove gli accertamenti compiuti e documentati dal fascicolo del Pubblico Ministero prodotto al Collegio a termine dell'articolo 135 dis. att. Cpp forniscano elementi che, attestando la fondatezza dell'imputazione, impediscono di addivenire ad un proscioglimento dell'imputato dalla fattispecie in rubrica, con alcuna delle prioritarie formule indicate dall'articolo 129 Cpp. La sentenza di patteggiamento riconosce, inoltre, che nella condotta posta in essere dal Capozzi risultano puntualmente realizzati gli elementi obiettivi e subiettivi del reato contestato e riconosce la continuazione del reato rispetto a quello già consumato per gli altri episodi per i quali era intervenuta la condanna n. 150 del 2 maggio 2000 passata in giudicato. Da tanto emerge che il contesto che aveva portato alla condanna dibattimentale era il medesimo e così pure gli elementi probatori raggiunti. Risulta, pertanto, provato sia l'elemento soggettivo del Capozzi, che si è appropriato di somme di cui aveva il maneggio in relazione alla gestione affidatagli, che la produzione del danno posta in relazione causale con il peculato consumato. L'appello deve, pertanto, respingersi. Le spese di giudizio seguono la soccombenza. PQM La Corte dei conti - Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Appello, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza ed eccezione reiette rigetta il gravame proposto avverso la sentenza in epigrafe. Condanna l'appellante al pagamento delle spese del presente grado di giudizio che si liquidano in euro 146,04 Centoquarantasei/04 .