L'extracomunitario senza lavoro e obblighi familiari può essere messo ""alla porta""

Legittima l'espulsione di una donna che non ha un'attività stabile e non assiste più la figlia portatrice di handicap che è affidata al padre separato. Palazzo Spada censura il Tar Liguria

Legittima l'espulsione della cittadina extracomunitaria priva di un'attività lavorativa stabile che non assiste la figlia portatrice di handicap, affidata da anni al padre non più convivente. A chiarirlo è stata la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 6697/06 depositata lo scorso 14 novembre e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha accolto il ricorso del ministero dell'Interno che si era visto annullare dal Tar Liguria il decreto con cui il prefetto di Genova aveva deciso di espellere dal territorio italiano una cittadina brasiliana, che era stata trovata in possesso di un permesso di soggiorno scaduto da alcuni mesi. I magistrati capitolini, del resto, avevano ritenuto che non era ex se sufficiente a legittimare il decreto di espulsione e la conseguente intimazione a lasciare il territorio nazionale il solo fatto che il permesso di soggiorno dell'interessata, all'atto di controllo di polizia, fosse scaduto da alcuni mesi . Inoltre, la donna risiedeva in Italia da anni e per di più aveva una bambina potatrice di handicap. Di diverso avviso i giudici di piazza Capo di Ferro. In effetti, hanno spiegato i consiglieri di Stato, la straniera non conviveva più da oltre cinque anni con il padre della figlia, al quale era stata affidata dal tribunale dei minorenni per ricevere l'opportuna assistenza. Per cui un allontanamento della donna dall'Italia non avrebbe potuto causare alla bambina la perdita di un indispensabile punto di riferimento. Inoltre, l'extracomunitaria era stata denunciata anche per detenzione e spaccio di stupefacenti. anche se il Gip del Tribunale di Chiavari aveva dichiarato con sentenza il non luogo a procedere. In seguito, la cittadina straniera era stata segnalata poiché rintracciata più volte in vari locali da ballo della riviera dove era solita adescare persone facoltose [ ] per prestazioni sessuali a pagamento [ ] . Ne deriva quindi, ha concluso il Consiglio di Stato, che mancano del tutto quelle circostanze fattuali che sarebbero valse a ritenere escluso l'effetto automatico dell'espulsione inserimento stabile dello straniero nella comunità sotto il profilo della vita affettiva e lavorativa , risultando dimostrato come l'odierna appellata fosse in definitiva priva di un'attività lavorativa stabile e non avesse dirette responsabilità nell'assistenza della figlia minore affidata al padre, da anni non più convivente . cri.cap

Consiglio di Stato - Sesta sezione - decisione 17 ottobre-14 novembre 2006, n. 6697 Presidente Schinaia - Estensore Cafini Ricorrente ministero dell'Interno Fatto e diritto 1. Con ricorso proposto avanti al Tar per la Liguria la cittadina brasiliana sig.ra A. S. P. impugnava il decreto del Prefetto della provincia di Genova, notificatole il 24 luglio 1997, di espulsione dal territorio nazionale, per esservi rimasta, in violazione dell'articolo 4, comma 11, della legge 39/1990, con permesso di soggiorno scaduto l'11 marzo 1997 , nonché il conseguente provvedimento del Questore, di pari data, di intimazione a lasciare il territorio nazionale. Nel ricorso predetto - basato su due motivi, con i quali venivano dedotte censure di violazione o errata applicazione di legge in particolare, dell'articolo 7 legge 39/1990, dell'articolo 1 legge 617/96, dell'articolo 7, comma 4 legge 39/1990 degli articoli 3 e 7 legge 241/90 e di eccesso di potere per carente o insufficiente motivazione - l'interessata prospettava, in sintesi, l'illegittimità della disposta espulsione, risiedendo in Italia già da diversi anni con una bambina portatrice di handicap e risultando comunque detta determinazione immotivata e non preceduta dal necessario avviso di avvio del procedimento. 1.1. Con la sentenza in epigrafe indicata, il giudice di prime cure accoglieva il ricorso stesso, richiamandosi ad un orientamento giurisprudenziale Consiglio giustizia amministrativa Regione siciliana 110/00 , e statuiva, nella sostanza, che non era ex se sufficiente a legittimare il decreto di espulsione e la conseguente intimazione al lasciare il territorio nazionale il solo fatto che il permesso di soggiorno dell'interessata, all'atto del controllo di polizia, fosse scaduto da alcuni mesi. 1.2. Avverso tale pronuncia è stato interposto l'odierno appello con il quale l'Amministrazione dell'Interno ha dedotto i seguenti rilievi - all'inosservanza delle disposizioni sul soggiorno non consegue l'effetto automatico dell'espulsione solo nel concorso di determinate circostanze fattuali inserimento stabile dello straniero nella comunità sotto il profilo della vita affettiva e lavorativa , circostanze nella specie assolutamente assenti, emergendo dalla documentazione depositata in atti che l'odierna appellata era priva di un'attività lavorativa stabile, essendo, anzi, in più occasioni stata rintracciata in locali da ballo, intenta ad attività di meretricio e che la figlia minore della stessa risultava affidata al padre, da anni non più convivente con la straniera predetta, sicché doveva escludersi la presenza di quelle condizioni che sole varrebbero a ritenere esclusa l'automaticità dell'espulsione - sono da ritenersi, comunque, infondate le censure assorbite nella sentenza impugnata e in, particolare, quella di difetto di motivazione, essendo l'atto espulsivo sufficientemente motivato in relazione alla normativa in esso richiamata, e quella relativa alla violazione dell'obbligo di comunicazione dell'inizio del procedimento, attesa la natura vincolata degli atti di espulsione. L'appellata non si è costituita in giudizio. 1.3. Chiamato alla pubblica udienza del 17 ottobre 2006, il ricorso in appello è stato assunto in decisione. 2. Il ricorso in esame è fondato. 2.1. Il provvedimento impugnato in primo grado - basato sul presupposto che dagli atti di ufficio era risultato che la cittadina straniera in questione aveva violato l'articolo , comma 11, della legge numero /1990, in quanto rimasta priva del titolo a permanere sul territorio nazionale, essendo il suo permesso di soggiorno scaduto l'11.3.1997 - ha disposto l'espulsione previo richiamo dei commi 2, 4 e 8 del citato articolo e degli artt. 5, commi 1-3 e 4 della stessa legge numero /1990 e 151 del Tulps, approvato con Rd 773/1931 della sig.ra S. P., con l'avvertenza che la medesima non sarebbe potuta rientrare in Italia senza una speciale autorizzazione del ministero dell'Interno. In relazione al gravame proposto avverso siffatto provvedimento, il Tar adito ha statuito, come accennato, che il semplice ritardo nel proporre la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno - nella specie di circa quattro mesi - non determinava automaticamente l'espulsione dello straniero cui era scaduto detto permesso, dovendosi procedere preventivamente, da parte dell'Autorità di polizia, alla disamina della sua istanza di rinnovo per accertare l'eventuale venir meno dei presupposti del rinnovo medesimo. 2.2. Tale statuizione appare erronea alla stregua dei rilievi mossi dall'Amministrazione appellante e della documentazione esistente agli atti del giudizio. Ed invero, premesso che l'articolo 7, comma 2, della legge 39/1990, dispone che sono altresì espulsi dal territorio nazionale gli stranieri che violino le disposizioni in materia di ingresso e di soggiorno , è di tutta evidenza che nel caso in esame che si è innanzi ad una norma di ampio contenuto precettivo che, nella sua ratio di porre freno al fenomeno dell'immigrazione clandestina, copre tutte le possibili ipotesi in cui lo straniero incorra in violazioni della disciplina sull'immigrazione, e quindi anche l'ipotesi in cui, come nel caso in esame, l'interessata non abbia presentato, come prescritto, apposita istanza di rinnovo e l'amministrazione si sia determinata per l'espulsione della stessa, sussistendone a suo avviso le condizioni. Pertanto, sia la lettera della disposizione richiamata che la sua ratio, non offrono sostegno a quanto affermato dal giudice di primo grado, che ha ritenuto di limitarne l'applicazione nella specie, per avere l'amministrazione provveduto automaticamente alla espulsione del cittadino straniero dopo che il permesso di soggiorno era scaduto da alcuni mesi. Venendo più particolarmente all'oggetto della controversia, non può condividersi, d'altra parte, l'assunto della sentenza impugnata, basato sulla ivi richiamata giurisprudenza, secondo cui l'Autorità di polizia avrebbe dovuto procedere, prima di determinarsi per l'espulsione, alla disamina dell'istanza dell'interessata per accertare se erano venuti meno i presupposti, originariamente esistenti, per il rinnovo del permesso e della cui mancanza il ritardo può costituire solo un indice rilevatore, specialmente quando si consti, come ritenuto appunto dal Tar nella fattispecie, che la straniera abbia mantenuto una vita di relazione, sotto l'aspetto familiare ed economico, assolutamente normale ed una sua condotta sempre dignitosa oltre che rispettosa della legge . Tale assunto del giudice di primo grado appare infatti chiaramente smentito dalla documentazione depositata agli atti del giudizio, dalla quale emerge, tra l'altro che la sig.ra S. P., dopo avere ottenuto in data 17 settembre 1993 il rinnovo del permesso di soggiorno precedentemente rilasciato fino al 30 giugno 1995, ne otteneva un ulteriore rinnovo fino al 21 marzo 1997 per iscrizione liste di collocamento che la stessa, nel presentarsi presso la divisione stranieri della Questura di Genova per altro rinnovo in data 24 luglio 1997, dopo la scadenza di circa quattro mesi dal precedente permesso, si vedeva notificare direttamente il decreto di prefettizio di espulsione, poi impugnato che, prima della data anzidetta, nessuna specifica domanda di rinnovo risultava essere stata presentata dalla interessata presso i competenti Uffici, ove non è documentato che la medesima abbia fatto presente la propria situazione in occasione della sua presentazione e della contestatale notifica del decreto di espulsione che, in ogni caso, la straniera in questione - che peraltro era stata denunciata dal Commissariato di P.S. di Chiavari il 3 luglio 1992 per detenzione e spaccio di stupefacenti, delitto per il quale il Gip del Tribunale di Chiavari aveva dichiarato poi, con sentenza 98/1992, il non luogo a procedere, e segnalata dallo stesso Commissariato, successivamente, in quanto rintracciata più volte in vari locali da ballo della riviera dove era solita adescare persone facoltose [ ] per prestazioni sessuali a pagamento [ ] anche in evidente stato di etilismo - non conviveva più da oltre cinque anni con il padre della sua figlia minore, al quale il Tribunale dei minorenni era stata affidata per ricevere l'opportuna assistenza sicché un allontanamento dell'interessata dal territorio italiano non avrebbe potuto causare alla figlia stessa la perdita di un indispensabile punto di riferimento , come asserito nel ricorso originario 2.3. Nel caso in esame, dunque, appare evidente come quanto avanti evidenziato abbia legittimato di per sé l'emanazione del provvedimento impugnato in primo grado, atteso che, da una parte, l'Autorità prefettizia non era tenuta ad attendere alcuna pronuncia sulla domanda di rinnovo del permesso di soggiorno da parte dell'interessata prima di adottare il provvedimento di espulsione non risultando in effetti prodotta detta domanda ai competenti Uffici ed essendo sufficiente per l'adozione della determinazione espulsiva la sola circostanza della scadenza, da alcuni mesi, del precedente permesso di soggiorno mentre, dall'altra, non sussisteva nella specie - in relazione ai concreti, contrastanti elementi sopra menzionati - né la necessità da parte della ricorrente di assistere la propria figlia minore, né la situazione descritta dai primi giudici circa il mantenimento da parte della medesima di una vita di relazione sotto l'aspetto familiare ed economico assolutamente normale e di una condotta sempre dignitosa, oltre che rispettosa della legge . Devono condividersi, pertanto, le argomentazioni dell'amministrazione appellante circa l'assenza nella specie di quelle circostanze fattuali che sarebbero valse a ritenere escluso l'effetto automatico dell'espulsione inserimento stabile dello straniero nella comunità sotto il profilo della vita affettiva e lavorativa , risultando dimostrato come l'odierna appellata fosse in definitiva priva di un'attività lavorativa stabile e non avesse dirette responsabilità nell'assistenza della figlia minore affidata al padre, da anni non più convivente. 2.4. Il gravame in appello deve essere, dunque, accolto in relazione ai rilevi ora esaminati e con assorbimento delle restanti censure e, per l'effetto, in riforma della sentenza impugnata, il ricorso di primo grado deve essere respinto. Quanto alle spese del doppio grado di giudizio, esse, sussistendo giusti motivi, possono essere integralmente compensate tra le parti. PQM il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione sesta, accoglie l'appello specificato in epigrafe e, in riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso di primo grado. Spese compensate. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.