Accompagnare un corriere non basta ad integrare partecipazione materiale o concorso morale nel reato di detenzione

Non integra concorso di persone nel reato di detenzione a fini di spaccio e trasporto di sostanze stupefacenti la condotta dell’accompagnatore del corriere, qualora non venga dimostrato il contributo causale del primo nella fattispecie delittuosa e che tale apporto abbia avuto natura agevolatrice per la realizzazione dell’illecito.

A riguardo, il necessario contributo causale non può desumersi né dal silenzio serbato in processo dall’imputato, né da comuni massime di esperienza applicabili, astrattamente, alla fattispecie concreta. Così, si è pronunciata la Terza sezione Penale della Cassazione con sentenza n. 19484, depositata il 7 maggio 2013, rinviando ad altra Sezione di Appello per un nuovo giudizio, in merito all’ascritto reato di concorso in detenzione a fini di spaccio e trasporto di sostanze stupefacenti. Accompagnare equivale, ex se, a concorrere? La parola agli Ermellini. I giudici di Piazza Cavour hanno ritenuto fondati i motivi di ricorso addotti da un imputato, volti a ottenere l’annullamento della sentenza di primo grado, confermata in sede di gravame, con la quale era stato condannato per concorso nel reato di detenzione a fini di spaccio e trasporto di sostanze stupefacenti alla pena di anni quattro e mesi otto di reclusione, nonché alla multa di 24.000 euro. I fatti addebitati erano i seguenti detenzione, con occultamento, di droga in un’autovettura e trasporto, con relativa consegna della medesima, ad opera del corriere, grazie e per l’aiuto fornito dall’imputato-accompagnatore, reo di aver agevolato, per il solo fatto di essere presente, la realizzazione della fattispecie criminosa. Tre le censure mosse dall’imputato contro l’impugnata pronuncia sinteticamente, riassumibili ne 1 non l’esser stato dimostrato di aver egli fornito un contributo causale alla condotta delittuosa 2 l’aver connotato in chiave di reticenza il diritto, riconosciutogli ex lege , di avvalersi della facoltà di non rispondere 3 l’aver, impropriamente, fatto assurgere a piena prova la massima di comune esperienza per cui tutte le persone coinvolte in operazioni di trasporto della droga sono soggetti sempre e comunque consapevoli. Per aversi concorso di persone nel reato è necessario un contributo causale nella condotta, non già la mera connivenza. Innanzitutto, la Suprema Corte conviene sul primo e dirimente motivo di ricorso, laddove il Giudice di primo grado non aveva, doverosamente, indicato il rapporto di causalità efficiente dell’attività dell’imputato-partecipante verso l’altra, diversa attività posta in essere dall’autore materiale del fatto. In particolare, il giudice di merito non aveva dimostrato, ai sensi del richiamato art. 110 c.p., che il contributo dell’imputato potesse o ricondursi ad una partecipazione materiale nel reato essendo mancata una pur minima forma di facilitazione della condotta delittuosa dell’esecutore materiale o, quanto meno, qualificarsi come concorso morale difettando la condotta de qua dei caratteri del rafforzamento del proposito criminoso e dell’agevolazione, mediante garanzia di supporto e/o di collaborazione, nell’eventuale stato di bisogno , così dovendo, necessariamente, fermarsi, al più, allo stadio della mera connivenza come tale, non punibile, perché non manifestatasi in un comportamento esteriore non potendo assurgere a indizio fondante della colpevolezza l’aver avuto/tenuto il proprio cellulare spento . La facoltà di non rispondere in sede processuale è un diritto espressamente riconosciuto dal nostro ordinamento. Ha trovato, poi, accoglimento anche il secondo motivo di ricorso non può attribuirsi alcuna accezione negativa rileva la Terza Sezione alla facoltà di non rispondere in giudizio esercitata dall’imputato, perché trattasi di diritto espressamente riconosciuto dal nostro Codice di Procedura Penale al comma 3 dell’art. 64 e che, in generale, informa tutto il procedimento penale. L’esistenza di un fatto non può essere desunta da indizi, ricavati dall’utilizzo di massime di comune esperienza. Tanto premesso, la Suprema Corte ha, così, ritenuto anche assorbita la terza censura, relativa all’applicazione della massima di comune esperienza secondo la quale, nelle operazioni di trasporto di droga, non possono essere coinvolti soggetti inconsapevoli massima, questa, utilizzata proprio dal giudice di prime cure per arrivare a rafforzare il proprio convincimento che l’imputato non potesse non aver concorso nel reato in esame, ancorché fosse rimasta disancorata da qualunque dato probatorio. Gli ermellini accolgono anche suddetto motivo di ricorso, in applicazione del disposto di cui all’art. 192 c.p.p., laddove è espressamente fatto divieto al giudice, nel momento della valutazione della prova, di desumere l’esistenza di un fatto da meri indizi, salvo siano essi gravi, precisi e concordanti una volta, infatti, che si era giunti a non aver dimostrato nessuna forma di apporto causale dell’accompagnatore, non poteva che addivenirsi al rigetto dell’utilizzo apodittico di una massima di esperienza.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 15 gennaio - 7 maggio 2013, n. 19484 Presidente Squassoni Relatore Rosi Ritenuto in fatto 1. La Corte d'Appello di Venezia con sentenza emessa il 5 aprile 2012, ha confermato la sentenza emessa all'esito di rito abbreviato dal G.U.P. presso il Tribunale di Verona il 7 luglio 2011, che aveva condannato F.M. alla pena di anni quattro e mesi otto di reclusione ed Euro 24.000 di multa, per il delitto di concorso con L.R. , nella detenzione a fini di spaccio di complessivi 34,4 grammi lordi di sostanza stupefacente del tipo cocaina, confezionata in tre involucri di cellophane occultata a bordo dell'auto Land Rover Freelander targata , dove gli stessi viaggiavano, fatti accertati in omissis . I giudici di appello hanno confermato la ricostruzione operata dal giudice di prime cure, il quale aveva ritenuto che il F. dovesse essere chiamato a rispondere del concorso nella detenzione della droga trovata occultata sotto la leva del cambio dell'auto del L. , seppure quest'ultimo affermasse l'estraneità del F. rispetto allo stupefacente, asserendo che questi lo aveva accompagnato per fargli compagnia da a omissis a salutare un suo amico, sulla base della massima di comune esperienza in base alla quale nelle operazioni di trasporto di droga non vengono coinvolti soggetti inconsapevoli e sulla base del fatto che il F. , così come il L. , aveva la batteria del cellulare disinserita, oltre a dare rilevanza al comportamento processuale silente tenuto dall'imputato. I giudici hanno anche sottolineato come la condotta del F. presentasse connotati di agevolazione del viaggio/trasporto di droga compiuto dal L. . 2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso l'imputato, a mezzo del proprio difensore, chiedendone l'annullamento per i seguenti motivi 1 Violazione di legge ex art. 606 lett. b e vizio di motivazione per contraddittorietà e manifesta illogicità, ex art. 606 lett. e c.p.p., in quanto per aversi concorso di persone nel reato è necessario un contributo causale nella condotta, superando la mera connivenza i giudici avrebbero desunto, in maniera contraddittoria dalla mera presenza del F. quale trasportato dal L. posta in correlazione con l'ora prossima all'imbrunire ed al periodo invernale , l'utilità del suo apporto, in quanto avrebbe consentito al L. di scendere dall'auto per recarsi a casa di T.E. senza portare con sé la droga. Si sarebbe dapprima sottolineato la necessità di segmentare le condotte di ricezione del denaro da quelle di consegna della droga e, successivamente, la sentenza impugnata avrebbe invece evidenziato la necessità della contestualità dello scambio droga-denaro 2 Violazione di legge e contraddittorietà della motivazione in relazione al fatto che la Corte di appello avrebbe tratto elementi di giudizio dal silenzio serbato dall'imputato in sede di interrogatorio circa le ragioni del suo viaggio a Bussolengo, mentre il nostro ordinamento riconosce all'imputato la facoltà di non rispondere, quale strategia difensiva lecita 3 Violazione di legge e contraddittorietà della motivazione anche in riferimento all'utilizzo delle formule di comune esperienza, in violazione del dettato di cui all'art. 192 c.p.p. 4 Mancanza di motivazione in ordine alla concedibilità della circostanza attenuante di cui all'art. 73 comma 5 del D.P.R. numero del 1990 ed al diniego delle circostanze attenuanti generiche, che i giudici hanno ancorato a mere supposizioni, concernenti la conoscenza da parte del F. dei precedenti del L. . Considerato in diritto 1. Il primo ed il secondo motivo di ricorso sono fondati. Infatti la giurisprudenza di legittimità ha precisato che la partecipazione nel reato può manifestarsi in forme di presenza sempre che le stesse agevolino la condotta illecita, anche solo assicurando all'altro concorrente stimolo all'azione o un maggior senso di sicurezza nella propria condotta, palesando chiara adesione alla condotta delittuosa. cfr. Sez. 6, n. 9930 del 3/6/1994, Campostrini, Rv. 199162 occorre insomma un contributo causale, seppure in termini minimi di facilitazione della condotta delittuosa mentre la semplice conoscenza o anche l'adesione morale, l'assistenza inerte e senza iniziative a tale condotta non realizzano la fattispecie concorsuale . Cfr. Sez. 4, n. 3924 del 5/2/1998, Brescia e altri, Rv. 210638 nella specie la S.C. aveva escluso che integri concorso la mera presenza in casa o l'essere assiduo frequentatore della casa in cui era stato consumato un reato di cessione di stupefacenti . Parimenti è stato precisato che non costituisce condotta di partecipazione - per difetto dell'elemento oggettivo e di quello soggettivo del reato - il comportamento di chi, sulla diretta richiesta del destinatario di pretese estorsive interessato a trattare una dilazione dei pagamenti impostigli da una organizzazione criminale, si limiti ad accompagnare presso la vittima un esponente di detta organizzazione, ed assista in silenzio al conseguente colloquio vedi Sez. 6, n. 6250 del 17/10/2002, Emmanuello, Rv. 225926. Di contro, è stato precisato che la partecipazione morale può essere configurata quando il mantenimento di un atteggiamento di non intervento , in virtù di altre risultanze probatorie, assuma il significato di vera e propria adesione all'altrui azione criminosa, con conseguente rafforzamento della volontà dell'esecutore materiale cfr. Sez. 5, n. 2 del 22/11/1994, Sbrana e altro, Rv. 200310 ed agevolazione della sua opera, sempre che il concorrente morale si sia rappresentato l'evento del reato ed abbia partecipato ad esso esprimendo una volontà criminosa uguale a quella dell'autore materiale così Sez. 1^, n. 12089 dell'11/10/2000, Moffa e altri, Rv. 217347 . Infatti il concorso di cui all'art. 110 c.p. richiede una condotta volontaria di rafforzamento, un contributo causale, materiale o psicologico che abbia consentito una più agevole commissione del delitto, stimolando o rafforzando il proposito criminoso del concorrente ed un'incidenza nel determinare il fatto illecito nella psiche dell'esecutore materiale . in tal senso, Sez. 6, n. 61 del 26/11/2002, Delle Grottaglie, Rv. 222976, in materia di concorso in detenzione di sostanza stupefacente, conforme ad altri precedenti specifici sul tema . Più recentemente è stato precisato che la condotta di concorso morale deve manifestarsi in un comportamento esteriore che arrechi un contributo apprezzabile alla realizzazione del delitto, mediante il rafforzamento del proposito criminoso od l'agevolazione dell'opera degli altri compartecipi e che il partecipe, per effetto della sua condotta, idonea a facilitarne l'esecuzione, abbia aumentato la possibilità di produzione del fatto illecito cfr. Sez. 5, n. 21082 del 13/4/2004, Terreno, Rv. 229200 . 2. Di conseguenza spetta al giudice del merito indicare il rapporto di causalità efficiente tra l'attività incentivante del concorso morale e quella posta in essere dall'autore materiale del reato, in quanto la semplice presenza inattiva non può costituire concorso morale, ma può essere sufficiente una volontà di adesione all'altrui attività criminosa, la quale venga a manifestarsi in forme agevolative della detenzione di sostanze stupefacenti, consistente nella consapevolezza di apportare un contributo causale, assicurando all'agente una certa sicurezza ovvero garantendo, anche implicitamente, una collaborazione in caso di bisogno, in modo da consolidare la consapevolezza nel correo di poter contare su una propria attiva collaborazione La Corte, in un caso di concorso nella detenzione di droga nell'abitazione ha ritenuto sussistente il dolo del concorso nel reato da parte del coniuge, per la collocazione dello stupefacente in piena vista nella stanza da letto, per il prelievo della droga da parte del coniuge e la consegna agli agenti operanti con occultamento sulla persona della maggior quantità possibile della sostanza per sottrarla al sequestro, in tal senso, Sez. 6, n. 9986 del 20/05/1998, Costantino e altro, Rv. 211587 . 3. Orbene nel caso di specie le sentenze dei due gradi del giudizio di merito non contengono spiegazioni ulteriori atti a corroborare l'affermazione che la presenza del F. a bordo dell'auto del L. fosse funzionale alla agevolazione del reato di detenzione della cocaina, peraltro occultata in modo da non essere visibile, posto che l'unico elemento di rilievo, peraltro di indubbia valenza indiziaria, consistente nel disinserimento delle batterie dai telefoni cellulari in possesso dei due, non trova nell'apparato argomentativo delle decisioni una lettura coerente, magari con pregressi contatti telefonici tra i due o pregressi periodi di black out del segnale dei cellulari dalle celle. Né i giudici hanno fornito ulteriori indicazioni in ordine alle ragioni connesse alla visita del L. a casa del T. , anche se hanno correlato la condotta agevolativa, rappresentata dalla presenza dell'imputato nell'auto del L. , proprio ad una maggiore comodità di costui di recarsi a casa del L. , come pure ad ulteriori massime di esperienza che, seppure dotate di un'ampia verosimiglianza, non hanno trovato un ancoraggio fattuale con i dati probatori come riassunti nelle decisioni. 4. Risulta del pari fondato il secondo motivo di ricorso laddove si lamenta la valutazione che i giudici di merito hanno attribuito alla condotta processuale dell'imputato, che si era avvalso della facoltà di non rispondere. Come già affermato dalla giurisprudenza di legittimità, non è consentito al giudice desumere dalla rinuncia dell'imputato a rendere l'interrogatorio elementi o indizi di prova a suo carico, atteso che allo stesso è riconosciuto il diritto al silenzio, gravando sull'accusa l'onere della prova cfr. Sez.3, n. 9239 del 19/1/2010, dep. 9/3/2010, B. Rv. 246233 Sez.5, n. 2337 del 22/2/1998, dep. 23/2/1999, Dica, Rv, 212618 , valendo tale comportamento processuale quale mero argomento di prova solo con carattere residuale e complementare ed in presenza di univoci elementi probatori di accusa in tal senso Sez.l, n. 2653 del 26/10/2011, dep. 23/1/2012, M., Rv.251828 , sempre che la facoltà al silenzio non sia congiunta a comportamenti processuali obliqui e fuorvianti , che sono invece valutabili da parte del giudice di merito cfr. SSUU. n. 36258 del 24/5/2012, dep. 20/9/2012, P.G. e Biondi, Rv. 253152 . Per tali ragioni, dovendosi considerare assorbita la terza censura, la sentenza impugnata deve essere annullata, con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia, per un nuovo giudizio. P.Q.M. annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia.