In «guerra» con un avvocato e decreto ingiuntivo non concesso per ragioni abnormi: carica onoraria revocata

Corretta la decisione del Consiglio di Stato, che non si discosta dal provvedimento del CSM l’eccesso di potere giurisdizionale è invocabile sulle decisioni del Consiglio di Stato nelle ipotesi di accertamento dell’eventuale sconfinamento dai limiti esterni della propria giurisdizione da parte del Consiglio stesso e non al modo del suo esercizio.

Con la sentenza n. 10413, depositata il 6 maggio 2013, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno dichiarato l’inammissibilità del ricorso di un ex Giudice di Pace. I fatti contestati la revoca dal CSM. Il Consiglio Superiore della Magistratura revoca un Giudice di Pace dalle sue funzioni. Gli vengono infatti contestati alcuni comportamenti illegittimi nell’esercizio della propria carica, che sono risultati lesivi dei doveri di diligenza e correttezza nei confronti degli avvocati e delle parti private . Infatti sono intercorsi, tra lui ed un avvocato del foro di sua competenza, una sequela di esposti, querele e denunce. Ha poi tenuto comportamenti inadeguati nella mancata concessione, per ragioni abnormi, di un decreto ingiuntivo. La decisione dei giudici amministrativi. TAR e Consiglio di Stato hanno rigettato i ricorsi dell’ ex magistrato onorario, confermando che le due vicende avevano avuto un riflesso negativo sulla credibilità ed affidabilità delle funzioni giudiziali da lui svolte. Eccesso di giurisdizione? Ricorre quindi per cassazione, sostenendo che il Consiglio di Stato non si sarebbe attenuto ai limiti propri della giurisdizione di legittimità attribuitogli , sostituendo invece la propria motivazione a quella del CSM , violando in tal modo gli artt. 362 c.p.c. e 111 Cost Infatti, gli effetti pregiudizievoli per la credibilità ed il decoro delle funzioni non sarebbero mai stati menzionati nella delibera consiliare. La Suprema Corte rileva che il Consiglio di Stato, con la sua motivazione, è rimasto nell’ambito della statuizione di revoca. Sia sul piano fattuale, avendo esaminato solo le vicende riportate, sia rispetto al giudizio negativo di esse, concordando circa i riflessi negativi causati dalla guerra personale con un avvocato dello stesso foro. Nessun diretto apprezzamento. Il Consiglio di Stato, riconoscendo la mancanza dei necessari caratteri di indipendenza ed equilibrio, non ha fatto alcun diretto apprezzamento al pubblico interesse posto alla base del provvedimento impugnato. E’ vero che l’esposto del Giudice di Pace è stato solo uno, ma riconoscendo ciò, a differenza del CSM che ne aveva rilevati più d’uno, il Consiglio di Stato ha correttamente escluso la configurabilità del vizio per eccesso di eccesso di potere per travisamento dei fatti , da parte della delibera del CSM. Ricorso inammissibile. Il ricorrente denuncia in Cassazione un error in iudicando , senza involgere profili di giurisdizione, neppure sotto l’aspetto del cosiddetto eccesso di potere giurisdizionale . In sede giurisdizionale, avverso una decisione del Consiglio di Stato, possono essere presentati soltanto vizi che riguardano l’essenza della funzione giurisdizionale del giudice amministrativo. Per queste ragioni la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 9 aprile 6 maggio 2013, n. 10413 Presidente Preden Relatore Salvago Svolgimento del processo Il Consiglio Superiore della magistratura con provvedimento del 24 ottobre 2007 ha deliberato la revoca del Dott. C.A. dalle funzioni di giudice di pace, poi effettivamente irrogata dal Ministro della Giustizia con decreto del 19 novembre 2007, condividendo il parere del Consiglio giudiziario costituto presso la Corte di appello di Venezia, che aveva accertato una sequela di esposti, querele e denunce tra detto funzionario onorario e l'avv. L.M. , attestanti comportamenti animosi e non conformi ai caratteri di indipendenza ed equilibrio del magistrato nonché comportamenti palesemente inadeguati sul piano professionale ammessi dallo stesso C. , in occasione della mancata concessione di un decreto ingiuntivo richiesto dall'avv. B. . L'impugnazione del C. è stata respinta prima dal TAR Lazio, e poi dal Consiglio di Stato che con sentenza dell'1 dicembre 2011, pur dando atto che l'incolpato aveva in realtà proposto una sola querela nei confronti dell'avv. L.M. , ha confermato che le due vicende avevano avuto un riflesso negativo sulla credibilità ed affidabilità delle funzioni giudiziali svolte dal magistrato. Per la cassazione della sentenza quest'ultimo ha proposto ricorso per un motivo cui resiste il C.S.M. con controricorso. Motivi della decisione Con il ricorso il Dott. C. , deducendo violazione degli art. 111 Costit. e 362 cod. proc. civ. addebita alla decisione impugnata di non essersi attenuta ai limiti propri della giurisdizione di legittimità attribuitale, per avere invece, sostituito la propria motivazione a quella del C.S.M. mentre infatti detto organo gli aveva contestato comportamenti illegittimi nell'esercizio delle funzioni, concludendo che gli stessi erano risultati lesivi dei doveri di diligenza e correttezza nei confronti degli avvocati e delle parti privati, il C.S. aveva modificato tale giudizio e facendo leva su comportamenti esterni alle funzioni, aveva giustificato il provvedimento di revoca invocando effetti pregiudizievoli per la credibilità ed il decoro delle funzioni medesime mai menzionati nella delibera consiliare. E ciò dopo avere dato atto che non sussisteva da parte di esso incolpato la serie di querele addebitategli, per averne invece proposto una soltanto. Il ricorso è inammissibile. Il ricorrente ha infatti trascritto nell'atto di impugnazione le motivazioni con cui il CSM ha giustificato il provvedimento di revoca, fondandolo sull'assenza di carattere di indipendenza ed equilibrio, nonché violazione dei doveri di diligenza e di correttezza nei confronti degli avvocati e delle parti private ricavate da una serie di comportamenti illegittimi e/o non professionali in occasione di una lunga vicenda intercorsa con l'avv. L.M. articolatasi in esposti,querele e denunce ,nonché di un decreto ingiuntivo chiesto e non concesso agli avv. B. e G. per ragioni riconosciute dallo stesso C. abnormi . Ora, l'ampia motivazione della decisione del C.d.S., è rimasta contenuta proprio nell'ambito della statuizione di revoca sia sotto il profilo fattuale, avendo il giudice amministrativo esaminato esclusivamente le vicende suddette, confermandone la sussistenza e la gravità anche per la mancanza di contestazione e/o per le ammissioni del C. in merito a ciascuna di esse sia con riguardo al medesimo giudizio negativo che ne aveva tratto la delibera impugnata concordando espressamente anche la decisione di appello sui riflessi negativi che la sorta di guerra personale instaurata con il L.M. e quindi la sconveniente situazione di conflitto con un avvocato avente lo studio nello stesso foro in cui il giudice onorario esercitava le proprie funzioni avevano prodotto in relazione ai doveri di detto giudice nei confronti del foro e delle parti privati pag.14 e 16 . E concludendo la disamina dei due comportamenti con il medesimo giudizio del CSM che tutto ciò rende fondato nella specie, l'apprezzamento del C.S.M. circa la sopravvenuta mancanza in capo all'interessato,dei necessari caratteri di indipendenza e di equilibrio che devono caratterizzare il comportamento anche del magistrato onorario senza la possibilità di configurare in tali giudizi alcun diretto apprezzamento, da parte del giudice amministrativo, del pubblico interesse posto a base del provvedimento impugnato. Nell'ambito di detta motivazione il riferimento agli effetti pregiudizievoli per la credibilità ed il decoro delle proprie funzioni pag. 11 va inserito anzitutto nella risposta, data dal giudice di appello, alle censure con cui il C. intendeva giustificare il proprio comportamento processuale in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo intercorso con l'avv. L.M. , nonché la sua scelta di addivenire ad una soluzione transattiva attribuita dalla sentenza impugnata proprio al verosimile timore, da parte del ricorrente, del prodursi di detti effetti pregiudizievoli, e perciò affatto priva di collegamento con le diverse ragioni, appena riferite, che hanno indotto il giudice amministrativo a condividere il provvedimento di revoca. Ed utilizzata esclusivamente al fine di dimostrare all'incolpato l'inconsistenza della doglianza avanzata in merito al comportamento coerente con tale scelta, che invece era proprio quello di concludere rapidamente detta vicenda giudiziaria senza procrastinarla ulteriormente. Mentre la circostanza che il Consiglio di Stato, pur dando dato atto che il ricorrente si fosse limitato a presentare una sola querela nei confronti di detto avvocato, abbia egualmente escluso la configurabilità del vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti da lui addebitata al provvedimento di revoca, si risolve nella denuncia di un error in iudicando senza involgere profili di giurisdizione, neppure sotto l'aspetto del cosiddetto eccesso di potere giurisdizionale invocabile soltanto sulle decisioni rese dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale nelle ipotesi di accertamento dell'eventuale sconfinamento dai limiti esterni della propria giurisdizione da parte del Consiglio stesso, ovvero all'esistenza di vizi che riguardano l'essenza di tale funzione giurisdizionale, e non al modo del suo esercizio Cass. sez. un. 19594/2012 9943/2011 16537/2008 3615/2007 10828/2006 . Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. P.Q.M. La Corte a sezioni unite, dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in favore del Ministero in complessivi Euro 5.000,00 oltre alle spese prenotate a debito.