Il nuovo direttore generale Rai ""sotto esame"" per l'incompatibilità

L'Authority avvia il procedimento all'indomani del parere di Palazzo spada. La legge 481/95 impedisce per 4 anni a chi ha fatto parte dell'Autorità di garanzia nelle comunicazioni di ricoprire incarichi nei settori di competenza

Il Consiglio dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha deciso ieri di avviare un procedimento per verificare la possibile situazione di incompatibilità di Alfredo Meocci con la carica di direttore generale della Rai. Del resto, il Consiglio di Stato, venerdì scorso con il parere 4008/05 qui leggibile nei documenti correlati era stato chiaro spetta alla Autorità delle comunicazioni verificare la sussistenza o meno di una situazione di incompatibilità tra il ritorno di Meocci a Viale Mazzini e la sua esperienza settennale di commissario dell'Authority Tlc. La legge 481 del 1995 stabilisce, infatti, che per almeno quattro anni dalla cessazione dell'incarico i componenti delle Autorità non possono intrattenere, direttamente o indirettamente rapporti di collaborazione o di impiego con le imprese operanti nei settori di competenza. Nel caso in cui l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dovesse accertare l'incompatibilità, Alfredo Meocci rischierebbe di decadere dalla carica di direttore generale e di ricevere una multa compresa fra 25 mila e 250 mila euro. Anche la Rai non ne uscirebbe indenne rischia, infatti, una sanzione pecuniaria da un minimo di 150 mila fino ad un massimo di 100 milioni di euro. Tuttavia, una volta acquisiti gli atti che hanno portato alla nomina di Meocci, l'Authority Tlc, qualora ritenga valida l'ipotesi di incompatibilità con la sua attuale carica, la contesterà formalmente. cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione prima - parere 30 novembre 2005 Presidente Ruoppolo - Relatore Borioni Oggetto Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Richiesta di parere sull'amministrazione competente ad adottare i provvedimenti di cui all'articolo 2, comma 9, della legge 481/95. Considerato Il primo quesito concerne l'individuazione del soggetto competente ad irrogare le sanzioni previste dall'articolo 2, comma 9, della legge 481/95, che vieta ai componenti delle Autorità di garanzia di intrattenere per almeno quattro anni dalla cessazione dell'incarico , direttamente o indirettamente, rapporti di collaborazione, di consulenza o di impiego con le imprese operanti nei settori di competenza . Nei confronti dell'ex componente la violazione del divieto è punita salvo che il fatto costituisca reato con una sanzione pecuniaria della quale la norma stabilisce il minimo e il massimo all'imprenditore si applica una sanzione amministrativa pecuniaria , e nei casi più gravi o quando il comportamento illecito sia stato reiterato la revoca dell'atto concessivo o autorizzativi . Il problema è posto con esplicito riferimento alla situazione di incompatibilità in cui potrebbe versare il direttore generale della Rai - Radiotelevisione italiana Spa, in considerazione della sua precedente posizione di componente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dell'anno 1998 all'anno 2005. Preso atto che le due sanzioni hanno natura amministrativa, giacché la prima è applicata salvo che il fatto costituisca reato e la seconda è definita sanzione amministrativa pecuniaria dalla norma, la Sezione ritiene che l'esercizio della potestà sanzionatoria spetti all'Autorità di garanzia. Va premesso che le sanzioni amministrative si caratterizzano nell'ordinamento vigente per essere poste a specifica tutela delle funzioni proprie di una Pa e degli interessi che la sua attività coinvolge, e per essere erogate, secondo un principio generale che trova espressione nell'articolo 17 della legge 689/81, dal soggetto pubblico nella cui competenza rientra la materia alla quale si riferisce la violazione . Il divieto, stabilito dal citato articolo 2, comma 9, della legge 481/95, di intrattenere rapporti con le imprese del settore si propone, con chiara evidenza, di evitare che l'attività dei componenti possa essere o anche soltanto apparire condizionata dalla prospettiva di future collaborazioni con le imprese del settore, e, pertanto, si pone fra le misure volte a garantire che l'autorità eserciti le proprie funzioni in modo imparziale e neutrale, come richiede la sua legge istitutiva articolo 1 della legge 249/97 e come è proprio degli organismi di garanzia, chiamati ad operare in piena autonomia e con indipendenza di giudizio di valutazione articolo 1, comma 1 della legge 497/97 . Emerge da ciò, da un lato, che esiste un puntuale nesso finalistico fra la norma assistita dalla sanzione amministrativa e le funzioni attribuite all'Autorità, dall'altro, che la prescrizione protegge da pregiudizievoli discriminazioni anche gli interessi sostanziali, collettivi e privati, alla cui tutela è preposta la stessa Autorità. Alla luce del predetto principio generale, deve pertanto ritenersi che, in mancanza di una diversa indicazione normativa, l'applicazione della sanzione sia compresa nella competenza dell'Autorità preposta al settore nel cui ambito si è verificato l'illecito. Tale competenza è inoltre consequenziale, di per sé, al richiamo che la legge istitutiva fa dell'articolo 2 comma 9 citato. Deve ritenersi, infatti, che il richiamo, in difetto di altrimenti doverose specificazioni legislative, abbia carattere compiuto, importi, cioè, non solo l'applicazione nell'ambito della Autorità di divieti e sanzioni ma, altresì l'individuazione della legittimazione di quest'ultima agli effetti in esame. E siffatta legittimazione non è certo incoerente con le altre disposizioni della legge 249/97 che, anzi, da una parte configura in capo all'Autorità poteri-doveri che, come quello della redazione ed applicazione di un codice di comportamento, tendono alla soddisfazione di analoghe esigenze ovvero poteri che, come quello sanzionatorio nei confronti dei propri dirigenti ed impiegati, ha radici non dissimili da quello che qui rileva, ovvero ulteriori poteri sanzionatori che qualificano sotto il profilo della effettività gli interventi dell'Autorità. Né sembra significativo, in contrario, che al tempo della irrogazione della sanzione il rapporto Autorità-componente sia ormai esaurito. In tanto, ed in termini generali, l'affermazione non è esatta in quanto del rapporto sopravvivono diritti ed obblighi che, assunti contrattualmente o configurabili ex lege, hanno carattere ultrattivo espressamente dichiarato. È da rilevare, poi, che il fatto della pregressa esistenza del rapporto è circostanza cui la legge assegna espressamente rilevanza giuridica che il tipo di sanzione positivamente prescelto è ben compatibile con l'assenza, allo stato, del vincolo funzionale e che scopo della sanzione non è solo quello di incidere un comportamento scorretto ma anche quello di dissuadere chiunque, con continuità di presidio, da esso. Scopo, quest'ultimo, rispetto al quale non può sicuramente invocarsi il disinteresse attuale dell'Autorità, che per ogni altro aspetto, è il primo dei soggetti istituzionalmente coinvolti. Una volta, poi, che si convalida l'ovvia esigenza che la potestà sanzionatoria in esame sia esercitata da uno stesso soggetto amministrativo e nei confronti della persona già componente dell'Autorità e nei confronti dell'imprenditore con essa in concorso si ha conferma ulteriore della correttezza della soluzione accolta, che consente anche uniformità di valutazione dell'illecito. Sembra, invero, incontestabile che le imprese del settore sono soggette a penetranti, se pur in qualche caso non assolti, poteri di vigilanza e di controllo da parte dell'Agcom cui senz'altro spetta e la qualificazione delle stesse come imprese del settore qualificazione talvolta non agevole così in termini tecnici come in termini giuridici e, perciò, difficilmente attribuibile ad altri soggetti amministrativi e la disciplina e sanzione di loro comportamenti contrari agli interessi, pubblici e privati, che nel settore si coniugano. Ne discende, può dirsi in maniera piana, la competenza dell'Autorità ad applicare nei confronti delle imprese la sanzione di cui all'articolo 2 comma 9 e, una volta predicata la necessità della competenza unificata, la competenza della stessa Autorità ad applicare la sanzione nei confronti anche del suo ex componente. Quest'ultima competenza che, come si è visto, già per l'altra via si configura è, perciò, confermata. Con più sicuro ancoraggio - a giudizio del Collegio - di quanto non risulti da una contraria opinione che, dubitando, peperò senza argomenti, della competenza dell'Autorità nei confronti di soggetti asseritamene non economici perviene ad escludere la competenza della stessa nei confronti di soggetti pacificamente inclusi nell'ambito del cosiddetto ordinamento e sicuramente responsabili della violazione di norme che evidentemente concorrono a configurare la disciplina complessiva del settore. Questa conclusione è ancora avvalorata dalla considerazione che gli organismi di garanzia trovano la propria ragione d'essere nella peculiare piena autonomia e indipendenza ad essi riconosciute rispetto agli organi dell'esecutivo, con la conseguenza che le altre norme del sistema devono essere interpretate in modo consonante con tali essenziali prerogative. Se così non fosse, d'altra parte, la competenza dovrebbe essere riconosciuta in via interpretativa ad organi dell'esecutivo e, in particolare, al ministero delle Comunicazioni, al quale spettano, nello stesso settore, funzioni di vigilanza e poteri sanzionatori che si affiancano a quelli dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ma l'inattendibilità di questa soluzione appare evidente perché, oltre a cadere in contraddizione con gli indicati elementi di ordine sistematico, demanderebbe l'iniziativa ad organi rispetto ai quali, non meno che nei confronti delle imprese del settore, valgono le esigenze di autonomia e di indipendenza dell'Autorità. In tale contesto va inquadrato l'articolo 1, comma 6, della legge 249/97, che assegna al consiglio dell'Autorità il compito, fra gli altri, di esercitare tutte le altre funzioni e poteri previsti nella legge 481/95 . Questa previsione, di per sé sola non risolutiva perché deve intendersi piuttosto riferita alle funzioni e ai poteri che l'ordinamento attribuisce all'Autorità, concorre tuttavia a chiudere con piena coerenza, almeno a livello sintomatico, il percorso interpretativo seguito. Alle argomentazioni esposte nella richiesta di parere che osterebbero al riconoscimento della competenza dell'Autorità va replicato che l'articolo 2, comma 9, della legge 481/95, è fonte di una disciplina speciale che assegna al potere sanzionatorio ivi previsto puntuali presupposti, propri contenuti e specifiche finalità. Pertanto, non è appropriato richiamarsi, per definirne la disciplina, a norme che assegnano funzioni di vigilanza e poteri sanzioantori, nello stesso settore e in determinate fattispecie, ad organi dell'esecutivo né è rilevare, con riguardo alla fattispecie in esame, che il quadro normativo generale, definito dalla legge 112/04 ed ora dal D.Lgs 177/05, non assegni all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni funzioni regolatrici e di vigilanza in merito alle attività di gestione interna della Rai. Quanto all'invocato articolo 17 della convenzione approvata con Dpr 28 marzo 1994, attributivo al ministero della Funzione di vigilanza sull'osservanza degli obblighi derivanti dalla presente convenzione e dalle altre norme vigenti , la clausola, comunque cedevole rispetto alla commentata norma speciale, deve intendersi abrogata nella parte in cui è incompatibile con norme primarie sopravvenute, fra le quali si pone l'articolo 10 del D.Lgs 177/05, che assegna all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nella materia di radiotelevisione le competenze del presente Tu, nonché quelle rientranti nelle funzioni e nei compiti attribuiti dalle norme vigenti, anche se non trasposte nel Tu, e, in particolare, le competenze di cui alla legge 223/90, alla legge 481/95 e alla legge 249/97 . Ritenuto che spetta all'Autorità accertare, nel caso in esame, la violazione dell'articolo 2, comma 9, della legge 481/95 e, qualora ne sussistano i presupposti, irrogare le conseguenti sanzioni, i due restanti quesiti vanno risolti, alla luce dei principi generali, nel senso che il procedimento va avviato d'ufficio, ove sia stata acquisita notizia di fatti dai quali possa presumersi l'inosservanza della norma sanzionatoria, e che la formale contestazione degli addebiti ai soggetti esposti alla sanzione è necessaria, stante l'inderogabilità del contraddittorio. A questi principi, del resto, si uniforma il regolamento in materia di procedure sanzionatorie adottato dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni con deliberazione 245/01. PQM Nei sensi che precedono è il parere della Sezione.