Mediaconciliazione e condominio. Reprimenda

Il condominio è materia di mediazione obbligatoria. Lo prevede espressamente la legge. Sul piano applicativo, però, le soluzioni a taluni problemi appaiono connotate da inutili sofisticazioni e da disattenzione al dato normativo.

La disciplina della conciliazione in materia di condominio . La normativa di specie d.lgs. 28/2010, ss.mm.ii. annovera le controversie in materia di condominio tra quelle per le quali l’esperimento del tentativo di mediazione è obbligatorio, condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Su un piano d’indagine generale non emergono eccezioni di sorta. Nondimeno, essendoci una normativa codicistica da coordinare con le disposizioni speciali in tema di media-conciliazione, va chiarito in che modo vada realizzato il raccordo sistematico. Tutti sanno che lex specialis derogat generali , sicché, in linea di principio, l’articolato codicistico è destinato a recedere rispetto al provvedimento del 2010, peraltro sanato da un vizio di costituzionalità con provvedimento del 2013, che ne consacra l’attualità. Basterebbe il dato cronologico a ritenere che un vecchio testo normativo, qual è il codice civile, debba piegarsi ad altro brocardo lex posterior derogat priori . In linea di metodo c’è da aggiungere poco anche dando conto della modifica dell’art. 1137 c.c. ad opera dell’art. 16 legge 220/2012 . L’impugnazione delle delibere assembleari. Le statistiche facciamo sempre i conti con la realtà dicono che un buon numero di mediazioni in materia di condominio ha ad oggetto l’impugnazione delle delibere assembleari, rispetto ai molteplici vizi dalle quali possono essere affette. A volte non ci sono previsioni ad hoc nel codice civile, per l’assenza di un regime organico, altre volte si danno previsioni speciali, che come tali vanno lette, sempre e comunque connotate da una specifica sedes materiae . Accade per le deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento di condominio, contro le quali, ex art. 1137, comma 2, c.c., ogni condomino assente, dissenziente o astenuto può adire l'autorità giudiziaria chiedendone l'annullamento nel termine perentorio di trenta giorni, che decorre dalla data della deliberazione per i dissenzienti o astenuti e dalla data di comunicazione della deliberazione per gli assenti. In sintesi, occorre che si tratti di deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento di condominio, non di ogni delibera, e di esperimento dell’azione di annullamento, non di ogni azione. Premessa quest’ actio finium regundorum , esclusa pertanto l’applicabilità del dettato normativo extra moenia in concreto, le delibere affette da nullità o inesistenza non hanno nulla a che vedere con la disciplina emarginata , ne vanno segnalate specificità e specificazioni, affrancandosi subito dal facile equivoco insito nel ritenere che l’impugnazione di cui si parla sia sovrapponibile al rimedio processuale dell’appello avverso una sentenza. La perenzione codicistica. Nel testo del codice civile si precisa il termine entro il quale avanzare l’istanza di annullamento all’autorità giudiziaria, a pena di perenzione trenta giorni. Stante la lettera della norma l’atto introduttivo del giudizio è la citazione. Il dies a quo muta a seconda della situazione nel caso del condomino assente decorre dalla comunicazione a quest’ultimo della deliberazione. Prima di adire il giudice, muovendo dallo stesso termine, il condomino deve esperire un tentativo di mediazione. Il dies ad quem va riferito all’avvio del procedimento dinnanzi ad un Organismo, che non può avvenire nella forma della citazione. In argomento, la specificazione ricorrente è che l’avvio della mediazione debba altresì essere comunicato al destinatario entro il termine di legge la comunicazione alle parti invitate dell’avvio del procedimento, che inevitabilmente è cronologicamente successivo alla presentazione dell’istanza presso un Organismo . In tal senso mi constano precedenti giurisprudenziali concordi nel merito, da ultimo, Tribunale di Savona, 02/03/2017, già Tribunale Palermo, sez. II, 18/09/2015, n. 4951 ma non convincenti. Cercherò di dimostrarlo. Non confondiamo i gradi del giudizio. Anche in Cassazione si propende per una mediazione propedeutica alla impugnazione giudiziale delle deliberazioni annullabili attivata entro i trenta giorni, da computarsi avendo riguardo, per lo spirare del termine, alla comunicazione dell’avvio della mediazione alla parte invitata. Il rischio di travolgere la distinzione tematica, oltre che operativa, tra gradi del giudizio, mina in modo decisivo l’argomentare delle SS.UU. sentenza n. 2907/2014 . In questo provvedimento il Collegio ritiene necessario che l’appello avverso una sentenza di primo grado in questa materia venga introdotto con citazione, anche vigente la precedente formulazione che richiamava nell’art. 1137 c.c. il ricorso a nulla valendo il principio della c.d. ultrattività del rito , e nell’ipotesi in cui si ritenga valido l’appello presentato con ricorso ritiene che il computo del termine fissato dall’art. 325 c.p.c. debba farsi con riguardo alla notificazione dell’impugnazione. In parte è un principio già espresso dalle Sezioni Unite, che nella sentenza n. 8491/2011 sostenevano la regola generale dell’impugnazione con citazione, opportunamente rilevando la specificità della materia condominiale. Tornerò sul punto. Fatto sta che l’orientamento della Suprema Corte non ha tenuto adeguatamente conto né delle specificità della materia condominiale né delle specificità della media conciliazione, oltre ad accantonare un’opportuna differenziazione tra gradi del giudizio. Emblematicamente, infatti, con deposito dello scorso 5 aprile, Cassazione civile, sez. VI, n. 8839/2017 l'appello avverso la sentenza che abbia pronunciato sull'impugnazione di una Delib. dell'assemblea di condominio, ai sensi dell'art. 1137 c.c. nella formulazione, qui applicabile, antecedente alla modifica operatane dalla L. n. 220/2012, che ha eliminato il riferimento al termine ricorso va proposto, in assenza di specifiche previsioni di legge, mediante citazione, in conformità alla regola generale di cui all'art. 342 c.p.c., sicché la tempestività del gravame va verificata in base alla data di notifica dell'atto e non a quella di deposito dello stesso nella cancelleria del giudice ad quem conformi Cass., n. 23692/2014 Cass., n. 6412/2011 Cass., n. 8536/2009 . Sul condominio. Il condominio è materia speciale di per sé, il che rafforza de plano l’infungibilità delle argomentazioni afferenti all’impugnazione di una sentenza rispetto all’impugnazione di una deliberazione di assemblea condominiale. A questa logica appare senz’altro ispirato un arresto delle Sezioni Unite di perdurante attualità. Nella sentenza n. 8491/2011 si legge che l'art. 1137 c.c., non disciplina la forma che deve assumere l'atto introduttivo dei giudizi di cui si tratta. Depone in questo senso, in primo luogo, la sedes materiae della disposizione, la quale è inserita in un contesto normativo - il codice civile - destinato alla configurazione dei diritti e all'apprestamento delle relative azioni sotto il profilo sostanziale dell' an e non anche sotto quello procedurale del quomodo eventuali manovre dilatorie [dell’attore] possono essere efficacemente contrastate con il rimedio dell'anticipazione di cui all'art. 163 bis c.p.c., ma sono comunque già frustrate dalla prevista immediata esecutività delle deliberazioni condominiali, anche se impugnate . Il riferimento normativo è evidentemente al comma 3 dell’art. 1137 c.c., nel quale si prevede che l'azione di annullamento non sospende l'esecuzione della deliberazione, salvo che la sospensione sia ordinata dall'autorità giudiziaria. In merito alla querelle sul termine finale per l’impugnazione delle delibere, le Sezioni Unite, nel medesimo provvedimento, sono chiare ed incisive si tratta di stabilire se la domanda di annullamento di una deliberazione condominiale, proposta impropriamente con ricorso anziché con citazione, possa essere ritenuta valida e se a questo fine sia sufficiente che entro i trenta giorni stabiliti dall'art. 1137 c.c., l'atto venga presentato al giudice, e non anche notificato. A entrambi i quesiti va data risposta affermativa, in quanto l'adozione della forma del ricorso non esclude l'idoneità al raggiungimento dello scopo di costituire il rapporto processuale, che sorge già mediante il tempestivo deposito in cancelleria, mentre estendere alla notificazione la necessità del rispetto del termine non risponde ad alcuno specifico e concreto interesse del convenuto, mentre grava l'attore di un incombente il cui inadempimento può non dipendere da una sua inerzia, ma dai tempi impiegati dall'ufficio giudiziario per la pronuncia del decreto di fissazione dell'udienza di comparizione . Del tutto inconferente appare quanto recentemente replicato dalla sezione VI, in sentenza n. 8839/2017 la deroga, nel senso di un'assoluta equipollenza o indifferenza delle forme, delineata da Cass., Sez. U., 14.4.2011, n. 8491, trovava giustificazione soltanto per l'atto introduttivo del giudizio di primo grado di impugnazione delle delibere dell'assemblea condominiale, stante la formulazione dell'art. 1137 c.c., ante Riforma del 2012 . Torna ad emergere la confusione tra regime di impugnazione delle delibere assembleari e regime di impugnazione delle sentenze. Ancora sulla lex specialis. Nonostante i provvedimenti di senso contrario, è possibile/doveroso considerare la legge sulla mediazione lex speialis , sorretta pertanto da principi che operano in deroga, per quanto necessario, all'art. 1137 c.c., oltre che alla normativa processuale generale un’attenta e coordinata lettura del testo normativo consente di coglierne le peculiarità e di spiegarne i percorsi applicativi. L’ipotesi si fa esplicita l’avvio della mediazione è determinato dal deposito della domanda presso la segreteria dell’Organismo, che definisce l’attivazione del procedimento sic a tutti gli effetti di legge. Nel dettaglio, l'art. 4, comma 1, del d.lgs. 28/2010, in materia di accesso alla mediazione, testualmente prevede che La domanda di mediazione relativa alle controversie di cui all'articolo 2 è presentata mediante deposito di un'istanza presso un organismo nel luogo del giudice territorialmente competente per la controversia. In caso di più domande relative alla stessa controversia, la mediazione si svolge davanti all'organismo territorialmente competente presso il quale è stata presentata la prima domanda. Per determinare il tempo della domanda si ha riguardo alla data del deposito dell'istanza . Nei medesimi termini si esprime l’articolo 6, intitolato alla durata, nel quale si legge che 1. Il procedimento di mediazione ha una durata non superiore a tre mesi. - 2. Il termine di cui al comma 1 decorre dalla data di deposito della domanda di mediazione . Si tratta di indicazioni ineludibili per una corretta ricostruzione del sistema, fermo restando e viepiù che le norme non sono monadi, e dunque devono essere coordinate dando il giusto ma non eccessivo peso anche all’art. 5, comma 6, disposizione normalmente richiamata per risolvere il problema della mediazione in tema di impugnazione delle delibere assembleari annullabili ex art. 1137 c.c. Vi si legge che Dal momento della comunicazione alle altre parti, la domanda di mediazione produce sulla prescrizione gli effetti della domanda giudiziale. Dalla stessa data, la domanda di mediazione impedisce altresì la decadenza per una sola volta, ma se il tentativo fallisce la domanda giudiziale deve essere proposta entro il medesimo termine di decadenza, decorrente dal deposito del verbale di cui all'articolo 11 presso la segreteria dell'organismo . Il riferimento alla comunicazione alle altre parti è espresso, ma non è l’unico contenuto della norma, che, viceversa, detta anche la disciplina della proposizione della domanda giudiziale successivamente al fallimento della mediazione, e lo fa prendendo in considerazione il deposito, non già la comunicazione né si può accedere ad una lettura della normativa che disconosca la menzione del deposito della domanda, e non della comunicazione alle parti, in numerosi punti del medesimo articolo. Si veda, emblematicamente, il comma 5, che testualmente recita il giudice assegna alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione . La domanda è presentata davanti all'organismo indicato dalla clausola . Orbene, se il giudice assegna questo termine per la mera presentazione, e non per la comunicazione, occorre tenerne conto. È impensabile che il termine del giudice, previsto come più breve rispetto a quello dell’art. 1127 c.c., possa essere rispettato anche nel caso in cui la comunicazione alle parti sia ben più tardiva, dandosi facilmente l’ipotesi che a far data dal deposito decorrano anche alcune settimane per la comunicazione alle parti, in ragione del possibile ingolfamento delle segreterie degli Organismi, un ingolfamento non certo colpevole, meno che mai imputabile alla parte che deposita l’istanza ex art. 5, comma 5. Il paradosso è inaccettabile nella seguente ipotesi la domanda di mediazione è presentata entro i fatidici quindici giorni disposti dal giudice, la segreteria si avvale del termine di un trenta giorni per fissare non per espletare, secondo l’interpretazione prevalente il primo incontro, e dunque lo fissa il ventinovesimo giorno dal deposito dell’istanza, dandone opportuna comunicazione in detto ventinovesimo giorno, giungendosi così al computo complessivo di quarantaquattro giorni, ben oltre i trenta giorni richiesti per la comunicazione alle parti dell’avvio della mediazione in tema di impugnazione di delibera di assemblea condominiale. Del resto, anche il comma 6, nel prevedere la decorrenza di nuovi termini, individua come dies a quo il deposito del verbale, non già la sua comunicazione, e nemmeno la sua redazione, il che, oltre a dare conto di una politica legislativa tesa a distinguere e scandire in modo assai vario i passaggi del procedimento di mediazione, ulteriormente esclude che nella presentazione della domanda il diritto debba essere esercitato in trenta giorni spiranti il giorno della comunicazione alle parti. In definitiva, l’avvio della mediazione si ha indiscutibilmente con la presentazione della domanda il deposito dell’istanza presso un Organismo, con il beneficio specifico che l’effetto interruttivo sulla prescrizione e quello sulla decadenza non decorrono dalla presentazione della domanda ma dalla comunicazione alle parti, immancabilmente successiva. Resta fermo che l’esercizio del diritto, utile ai fini di legge, si può considerare avvenuto già con il deposito dell’istanza. In linea generale, l’avallo della giurisprudenza è nell’emarginata sentenza delle SS.UU., la n. 8491/2011, ispirata al principio in base al quale l'aver formalizzato l'impugnazione è sufficiente ad evitare la perenzione, il che, se ormai è di fatto superato in materia di appello delle sentenze, anche in ragione del carattere recettizio dell’impugnazione, resta una valida soluzione nella materia trattata, una soluzione normativamente supportata ed argomentata, che porta con sé l’auspicio di nuovi indirizzi giurisprudenziali.