Giustizia sportiva uber alles: salvo lo statuto della Federazione gioco calcio

Il Palazzaccio dà il proprio imprimatur all'articolo 24 che pone la giurisdizione ordinaria in secondo piano per chi opera all'interno della Figc

La giustizia sportiva prima di tutto, poi, quella ordinaria. Vale a dire, la norma dello statuto della Figc che stabilisce la priorità degli organi giudiziari sportivi rispetto a quelli statali, non è incostituzionale, anzi, è espressione dell'autonomia privata tutelata dalla nostra Costituzione. Ed ha, quindi, natura di clausola compromissoria. Lo ha affermato la Cassazione nella sentenza 18919/05, depositata il 28 settembre scorso e qui integralmente leggibile tra gli allegati. In particolare, i giudici della prima sezione civile di Piazza Cavour hanno fissato il seguente principio di diritto L'articolo 24 dello statuto della Federazione Italiana Gioco Calcio associazione con personalità giuridica di diritto privato - il quale prevede l'impegno di tutti coloro che operano all'interno della Federazione ad accettare la piena e definitiva efficacia di tutti i provvedimenti generali e di tutte le decisioni particolari adottati dalla Figc, dai suoi organi o soggetti delegati, nelle materie comunque attinenti all'attività sportiva e nelle relative vertenze di carattere tecnico, disciplinare ed economico, impegno dal quale è desumibile un divieto, salva specifica autorizzazione, di devolvere le relative controversie all'autorità giudiziaria statale - integra una clausola compromissoria per arbitrato irrituale, senza che tale qualificazione possa ritenersi modificata dal Dl 220/03, convertito, con modificazioni, nella legge 280/03, adottato per porre rimedio ad una situazione di estrema incertezza in ordine alla individuazione delle squadre di calcio aventi titolo a partecipare ai campionati della stagione 2003-2004. Tale decreto, infatti, non solo prevede l'onere per gli iscritti di adire gli organi della giustizia sportiva nelle materie di esclusiva competenza dell'ordinamento sportivo, ma subordina altresì al previo esaurimento dei gradi della giustizia sportiva anche il ricorso alla giustizia statuale nelle materie ad essa riservate. In tal modo, il vincolo di giustizia sportiva, già operante per le clausole inserite negli statuti federali, ripete la propria legittimità da una fonte legislativa. Si deve peraltro escludere che le norme che pongono tale vincolo violino gli articolo 24 e 102 Costituzione, giacché, mentre il fondamento dell'autonomia dell'ordinamento sportivo deve essere rinvenuto negli articoli 2 e 18 Costituzione, l'istituto dell'arbitrato irrituale costituisce espressione dell'autonomia privata costituzionalmente garantita .

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 16 febbraio-28 settembre 2005, n. 18919 presidente Olla - Relatore San Giorgio Ricorrente Figc Svolgimento del processo Il Consiglio federale della Federazione Italiana Giuoco Calcio, con delibera del 31 luglio 1993, rigettò l'istanza della Acr Messina Spa di iscrizione al campionato di calcio di serie C/1 per l'anno 1993 - 1994. La decisione determinò la risoluzione dei contratti in corso tra la società ed i calciatori, tra i quali quello di Carmelo Puglisi, che fu tesserato dall'Associazione sportiva Bari Spa con contratto del 24 agosto 1993. L'Acr Messina, ritenendo di avere diritto alla corresponsione della indennità di preparazione e promozione prevista dall'articolo 6 della legge 91/1981 e dagli articoli 96 e seguenti delle Norme organizzative interne della Federazione, ne chiese il pagamento alla As Bari. A seguito del rifiuto da questa opposto, l'Acr Messina diede corso alla procedura interna federale. A conclusione della stessa, il Comitato della Figc preposto determinò la somma dovuta in lire 1.037.000. Detta determinazione fu impugnata dalla As Bari innanzi alla commissione vertenze economiche della Figc, che confermò il diritto della società al conseguimento della indennità in questione, nella misura già determinata. L'As Bari impugnò la decisione innanzi alla Commissione di appello federale Caf, che rigettò la domanda della Acr Messina, dichiarando che l'istituto era abolito. Detta decisione si fondava sulla ritenuta applicabilità, con effetto retroattivo, della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 15 dicembre 1995 sentenza Bosman , che aveva escluso l'applicabilità della indennità di preparazione e promozione dei calciatori. L'Acr Messina, con atto di citazione del 12 febbraio 1997, convenne in giudizio innanzi al Tribunale di Milano l'As Bari, la Figc e la Lega Nazionale Professionisti Figc, chiedendo che fosse accertato e dichiarato nei confronti delle convenute il suo diritto al pagamento di detta indennità, relativa al trasferimento del calciatore Puglisi, quantificata in lire 1.037.000.000, oltre interessi e rivalutazione del credito, e che l'As Bari fosse condannata al pagamento di detta somma. Il Tribunale, con sentenza del 15 luglio 1999, considerato che l'attrice aveva fatto ricorso alla procedura predisposta per la definizione del contenzioso nell'ambito dell'ordinamento sportivo, che qualificava in termini di arbitrato irrituale, dichiarava inammissibile la domanda, per avvenuta rinuncia convenzionale alla tutela giurisdizionale. Avverso tale sentenza L'Acr Messina, in seguito denominatasi AsR. Miraglia Spa, e quindi AsR. Miraglia s.r.l., proponeva appello con citazione del 12 novembre 1999, con la quale chiedeva dichiararsi la giurisdizione del giudice ordinario a conoscere della domanda e l'annullamento della decisione della Caf, ove costituente lodo arbitrale irrituale, con dichiarazione del proprio diritto al conseguimento della indennità di preparazione e promozione relativa al trasferimento del predetto calciatore Puglisi. L'adita Corte territoriale dichiarò improponibile la domanda, qualificando in termini di clausole compromissorie per arbitrato irrituale le clausole contenute in contesti statutari e di regolamenti associativi - nella specie, l'articolo 24 dello statuto della Figc - con cui sia imposto ai soggetti partecipanti di deferire ad organi od autorità interne la soluzione di controversie, in quanto con la istituzione del rapporto partecipativo, verrebbe accettato il conferimento di un mandato collettivo ad organi collegiali deputati a rimuovere le situazioni di conflitto tra i membri su di un piano negoziale, attraverso una determinazione che, se non si connota quale esercizio di una funzione di natura giurisdizionale, nondimeno comporta la improponibilità della domanda giudiziale per occorsa rinuncia convenzionale all'azione. Né, secondo la Corte territoriale, nella specie era stata in alcun modo, nell'anteriore grado del processo, impugnata la risoluzione espressa dall'organismo federale in veste di arbitro per i motivi previsti dalla legge come cause di nullità o di annullabilità dei contratti. Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione la AsR. Miraglia s.r.l., in liquidazione, affidandolo a 4 motivi, illustrati anche con successiva memoria e con una nota depositata in udienza. Hanno resistito con controricorso la l'As Bari, che ha depositato anche una memoria, la Figc e la Lega nazionale professionisti Figc, le quali ultime hanno altresì proposto ricorso incidentale condizionato, deducendo, tra l'altro, motivi attinenti alla giurisdizione, in particolare chiedendo la dichiarazione del difetto di giurisdizione del giudice ordinario. Su tale punto, le Su della Cassazione si sono già pronunciate con la sentenza 5775/04, rigettando, per quanto di ragione, i ricorsi incidentali. Motivi della decisione - Va preliminarmente disposta, ex articolo 335 Cpc, la riunione del ricorso principale e dei due ricorsi incidentali, in quanto proposti avverso la stessa sentenza. - Con il primo motivo del ricorso principale, si lamenta violazione degli articoli 807 e 808 Cpc, nonché degli articoli 24 e 102 della Costituzione. Erroneamente la Corte d'appello avrebbe individuato, nella previsione del cosiddetto vincolo di giustizia sportiva , contenuto nell'articolo 24 dello statuto della Figc, una clausola compromissoria per arbitrato irrituale, laddove si tratterebbe di un generico impegno a rispettare le pronunce federali. Il sistema della giustizia sportiva costituirebbe in realtà un insieme di rimedi interni all'ordinamento sportivo, non preclusivi del normale accesso alla tutela giurisdizionale innanzi al giudice ordinario, ove si controverta su diritti soggettivi, come confermerebbe la stessa previsione statutaria delle sanzioni collegate alla eventuale inosservanza del vincolo. Qualora si ritenga che la previsione del vincolo in esame dia luogo ad una clausola arbitrale, si tratterebbe comunque di una inammissibile ipotesi di arbitrato obbligatorio, in contrasto con gli articoli 24 e 102 della Costituzione. Ed infatti, premesso che, tra le espressioni del principio di libertà di iniziativa economica ed imprenditoriale desumibile dall'articolo 41 della Costituzione, si colloca anche l'esercizio dell'attività sportivo-professionale, realizzabile solo in forma imprenditoriale, come risulta dalla previsione di cui all'articolo 10 della legge 91/1981 - secondo la quale possono stipulare contratti con atleti professionisti solo società sportive costituite nella forma delle società per azioni o a responsabilità limitata, le quali, prima di depositare l'atto costitutivo, devono ottenere l'affiliazione da una o più federazioni sportive nazionali riconosciute dal Coni - , le società calcistiche non possono svolgere attività professionale se non aderendo alla Figc. E, poiché, secondo la Corte d'appello, dalla previsione di cui all'articolo 24 dello statuto della Figc scaturirebbe il c.d. vincolo di giustizia, dette società sarebbero, fin dalla nascita, soggette a vincolo arbitrale obbligatorio, in quanto operativo a prescindere da un'adesione volontaria, per il solo effetto della cosiddetta affiliazione, obbligatoria per quanto si è visto con la conseguenza che l'attuazione del diritto primario ad una manifestazione della libertà di iniziativa economica tutelata dall'articolo 41 Costituzione comporterebbe la obbligatoria rinuncia alla tutela giurisdizionale garantita dagli articoli 24 e 102 della Costituzione ne conseguirebbe il palese contrasto della norma regolamentare di cui all'articolo 24 dello statuto della Figc con le citate disposizioni costituzionali, con conseguente obbligo di disapplicazione da parte del giudice ordinario. In via subordinata, ove si ritenga che dal predetto articolo 24 dello statuto Figc tragga origine una valida clausola arbitrale per arbitrato irrituale, la ricorrente eccepisce la illegittimità costituzionale, in riferimento ai richiamati articoli 24 e 102, primo comma, della Costituzione - anche in relazione all'articolo 41 Costituzione - , del plesso normativo costituito dall'articolo 5, ultimo comma, della legge 426/42 laddove prevede che le federazioni sportive nazionali stabiliscono, con regolamenti interni, approvati dal presidente del comitato olimpico nazionale, le norme tecniche ed amministrative per il loro funzionamento e le norme sportive per l'esercizio dello sport controllato dagli articoli 4, comma 5, 12 e 14 della legge 91/1981, laddove si ritenga che la facoltà di prevedere il vincolo di giustizia sportiva possa scaturire da tali norme l'articolo lo della stessa legge laddove, prevedendo come obbligatoria l'affiliazione alla federazione per l'esercizio dell'attività sportiva professionistica, imporrebbe il rispetto del vincolo arbitrale e la conseguente rinuncia alla tutela giurisdizionale l'articolo 24 dello statuto della Figc, laddove prevede in via regolamentare l'incondizionato impegno di tutti i soggetti operanti nell'ambito della federazione ad accettare la piena e definitiva efficacia di tutti i provvedimenti generali e di tutte le decisioni particolari adottate dalla Figc, dai suoi organi e soggetti delegati, anche per quanto concerne la vertenze di carattere economico involgenti diritti soggettivi, prescindendo dall'adesione volontaria del singolo soggetto alla clausola arbitrale. Con il secondo motivo del ricorso principale, si deduce difetto di motivazione su di un punto decisivo della controversia, lamentandosi che la Corte d'appello non abbia spiegato, se non per relationem, con riferimento alla sentenza della Cassazione 5838/84, le ragioni per le quali il generico impegno ad accettare le decisioni degli organi federali contenuto nel citato articolo 24 dello statuto Figc configuri una valida clausola compromissoria per arbitrato irrituale, tenuto conto del carattere obbligato - per quanto esposto con riguardo al primo motivo di ricorso - dell'affiliazione alla Figc, la quale comporterebbe inevitabilmente l'applicazione dell'articolo 24 del relativo statuto, a prescindere da un'adesione volontaria. Con il terzo motivo, si lamenta, in subordine, violazione dell'articolo 114 Cpc, denunciandosi l'errore in cui sarebbe incorsa la Corte d'appello nel ritenere che l'azione di nullità del lodo arbitrale irrituale non fosse stata già proposta in primo grado. Si osserva in proposito che nel giudizio di primo grado era stata ampiamente formulata la domanda di declaratoria di invalidità del presunto lodo arbitrale irrituale, in quanto scaturente da una illegittima ipotesi di arbitrato obbligatorio. Con il quarto motivo, si deduce difetto di motivazione in relazione alle ragioni per le quali la Corte di merito ha escluso la configurabilità di una valida proposizione in primo grado dell'azione di nullità del lodo arbitrale. Conclusivamente, la ricorrente chiede la cassazione della sentenza impugnata, con rimessione della causa al giudice di primo grado, ex articolo 383, terzo comma, Cpc, onde consentire l'esame delle domande dalla stessa proposte, o, in subordine, il rinvio della causa ad altra Corte d'appello, e la riforma della statuizione sulle spese processuali anche del giudizio di primo grado. - La Figc, con il terzo motivo del ricorso incidentale - i primi due sono stati già esaminati, e rigettati, come già riferito, con la sentenza 5775/04 delle Su - deduce violazione dell'articolo 114 Cpc per il mancato esame della eccezione di inammissibilità della domanda di condanna della Figc al pagamento delle somme richieste, domanda formulata dall'Acr Messina solo nelle note al verbale di udienza del 22 ottobre 1997, e non nelle conclusioni rassegnate con l'atto di citazione, e, pertanto, da ritenersi nuova. Con il quarto motivo, si lamenta il mancato esame del merito della controversia da parte della Corte d'appello, rilevandosi che la statuizione della Corte di giustizia C.E. sul caso Bosman, che ha ravvisato il contrasto con l'articolo 48 del Trattato Cre delle disposizioni nazionali che prevedono la corresponsione della indennità di preparazione e di promozione, ben può essere applicata, secondo quanto chiarito nella stessa pronuncia, nei confronti di coloro che, anteriormente alla emanazione della sentenza stessa, abbiano intentato azioni giudiziarie o abbiano esperito rimedi equivalenti tuttora pendenti, come è nella specie. La ricorrente incidentale chiede anche che, ove non si ritenga di pronunciare la nullità degli accordi di trasferimento prevedenti la corresponsione di una indennità di preparazione, la questione sia rimessa alla Corte di giustizia CE. Con il quinto motivo, si lamenta ancora il mancato esame del merito, osservandosi che mentre, a norma dell'articolo 6 della legge 91/1981, nel testo previgente alle modifiche apportate, con l'articolo 1 del Dl 485/96, convertito, con modificazioni, nella legge 586/96, successivamente alla sentenza Bosman, allo scopo di adeguare la normativa statale al dictum della corte di giustizia, la indennità di preparazione e di promozione - ed oggi, a seguito delle predette modifiche, il premio di addestramento e formazione tecnica -deve essere reinvestita oggi, reinvestito nel perseguimento di fini sportivi, la ricorrente principale non potrebbe in nessun caso adempiere il dettato legislativo in quanto non più appartenente all'ambito federale. - La Lega Nazionale Professionisti della Figc, con il proprio ricorso incidentale condizionato, ha svolto identici rilievi. - Per evidenti ragioni di priorità logica, tenuto conto che entrambi i ricorsi incidentali sono condizionati, va esaminato per primo il ricorso principale. - Il primo motivo del ricorso è inammissibile. va premesso il richiamo al principio, costituente ius receptum in tema di ermeneutica contrattuale, secondo il quale l'accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto del negozio si traduce in una indagine di fatto, affidata al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nella sola ipotesi di motivazione inadeguata ovvero di violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli articoli 1362 e seguenti Cc. L'affermazione si completa con la precisazione che, nella ipotesi in cui il ricorrente lamenti espressamente tale violazione, egli ha l'onere di indicare, in modo specifico, i criteri in concreto non osservati dal giudice di merito e, soprattutto, il modo in cui questi si sia da essi discostato, non essendo, all'uopo, sufficiente una semplice critica della decisione sfavorevole, formulata attraverso la mera prospettazione di una diversa, e più, favorevole, interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante v., ex plurimis, Cass. 15381 e 3772/04 . I medesimi principi sono stati ribaditi con specifico ritardo alla interpretazione delle clausole statutarie v., ex multis, Cass., 14859/00 , e, specificamente, della clausola compromissoria v., tra le più recenti, Cass., 5539/04 . Nella specie, la ricorrente censura la interpretazione che dell'articolo 24 dello statuto della Figc è stata fornita dalla Corte d'appello di Milano, la quale ha in essa individuato una clausola compromissoria per arbitrato irrituale. Ma, a prescindere dal rilievo, pur avanzato nel controricorso proposto per l'As Bari Spa, relativo alla mancata riproduzione, nel ricorso, del testo della clausola di cui si tratta, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione -rilievo che può essere superato alla stregua della considerazione della identificabilità, attraverso la lettura dello stesso, del contenuto della clausola - , la ricorrente, al di là del richiamo, nella rubrica del suo primo motivo di ricorso, delle norme asseritamene violate dal giudice di seconde cure, intende sostanzialmente - in contrasto con la richiamata, consolidata giurisprudenza in tema di limiti alla censurabilità in sede di legittimità della interpretazione delle clausole contrattuali da parte del giudice del merito - contrapporre alla ricordata opzione ermeneutica della Corte d'appello di Milano una propria esegesi, che ravvisa nel cosiddetto vincolo di giustizia sportiva, scaturente dal citato articolo 24 dello statuto della Figc, un generico impegno a rispettare le pronunce federali, non preclusivo del normale accesso alla tutela giurisdizionale. Non è dato, per contro, rinvenire nel tessuto motivazionale della sentenza impugnata alcuna incongruenza o inadeguatezza nei criteri ermeneutici adottati dalla Corte d'appello, né nella esplicazione del processo logico seguito nell'assolvimento del compito ad essa riservato. - L'articolo 24 dello statuto della Figc, al comma 2, contiene l'impegno di tutti coloro che operano all'interno della federazione ad accettare la piena e definitiva efficacia di tutti i provvedimenti generali e di tutte le decisioni particolari adottati dalla Figc, dai suoi organi, e soggetti delegati, nelle materie comunque attinenti all'attività sportiva e nelle relative vertenze di carattere tecnico, disciplinare ed economico impegno dal quale è desumibile un divieto - che fa salva la ipotesi di specifica autorizzazione, e la cui inosservanza è sanzionata da misure anche espulsive - di devolvere le relative controversie all'autorità giudiziaria statale. La giurisprudenza di legittimità ha già chiarito la natura negoziale del cosiddetto vincolo di giustizia v. Cass., 4351/93 , che costituisce un momento fondamentale dell'ordinamento sportivo, essendo ontologicamente finalizzato a garantirne l'autonomia, quanto alla gestione degli interessi settoriali, da quello statuale, autonomia ritenuta generalmente necessaria per assicurare sia la competenza tecnica dei giudici sportivi, sia, in correlazione con lo svolgimento dei campionati sportivi, la rapidità della soluzione delle controversie agli stessi sottoposte. D'altra parte, depone nel senso della dimensione privatistica della giustizia sportiva, e, quindi, della origine contrattuale, e non autoritativa, dell'accettazione dei regolamenti federali, quale portato di un atto di adesione spontanea alla comunità sportiva, la natura ormai prevalentemente privatistica delle federazioni sportive. Queste -inizialmente qualificate, dall'articolo 5 della legge 426/42, come organi del ConiI, dopo una lunga evoluzione, passata attraverso il riconoscimento, con l'articolo 14 della legge 91/1981, di una doppia natura , rivelata dalla autonomia tecnica, organizzativa e di gestione, e, per altro verso, dalla sottoposizione a vigilanza da parte del Coni, con il D.Lgs 242/99 sono state definitivamente qualificate articolo 15, comma 2 , come associazioni con personalità giuridica di diritto privato, pur riconoscendosi la valenza pubblicistica di specifici aspetti dell'attività sportiva da esse svolta in armonia con gli indirizzi del Cio e del Coni articolo 15, comma 1 . La rinunzia preventiva alla tutela giurisdizionale statuale - cosi interpretata anche dalla giurisprudenza di legittimità la clausola compromissoria per arbitrato irrituale v. Cass. Su, 5838/84 , prevista, peraltro, anche dall'articolo 4, quinto comma, della legge 91/1981, si fonda dunque sul consenso delle parti, le quali, aderendo in piena autonomia e consapevolezza agli statuti federali, accettano anche la soggezione agli organi interni di giustizia. - Né può ritenersi che il sopraggiungere del Dl 220/03, convertito, con modificazioni, nella legge 280/03, originato dalla esigenza di porre rimedio ad una situazione di estrema incertezza che si era venuta a creare con riguardo, in particolare, alla individuazione delle squadre di calcio aventi titolo a partecipare ai campionati della stagione 2003-2004, e destinato a definire l'assetto dei rapporti tra l'ordinamento generale e quello sportivo, abbia, sotto il profilo che ne occupa, determinato un sostanziale mutamento del quadro sopra descritto. Ed infatti, la nuova disciplina, nel ribadire articolo 1 il principio di autonomia nei rapporti tra l'ordinamento sportivo e quello statuale - fatte salve le competenze del giudice statale con riguardo alle situazioni giuridiche soggettive rilevanti nell'ordinamento generale e connesse con quello sportivo - , prevede articolo 2, comma 2 l'onere di adire gli organi della giustizia sportiva nelle materie di esclusiva competenza dell'ordinamento sportivo, che sono, a mente dello stesso decreto - legge articolo 2, comma 1 , quelle aventi ad oggetto l'osservanza e l'applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie dell'ordinamento sportivo nazionale e delle sue articolazioni al fine di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive ed agonistiche, nonché i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l'irrogazione ed applicazione delle relative sanzioni. Per altro verso, il Dl 220/03, nel devolvere articolo 3, comma 1 alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo salva la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti, in relazione ai quali, peraltro, già per effetto della legge 91/1981 l'ordinamento statuale aveva assorbito il lavoro sportivo, qualificandolo coma subordinato, o, in presenza dei requisiti di cui all'articolo i della stessa legge, autonomo - ogni altra controversia non riservata agli organi di giustizia sportiva, subordina, come è desumibile dalla formulazione del ricordato comma 1 dell'articolo 3, al previo esaurimento dei gradi della giustizia sportiva anche il ricorso alla giustizia statuale nelle materie ad essa riservate. Appare, in tal modo, meno plausibile la tradizionale opinione che circoscriveva l'ambito del vincolo di giustizia ai soli diritti soggettivi disponibili, dovendosi precisare, alla luce del nuovo dato normativo, che tale limitazione opera oggi solo con riferimento alla riserva di giustizia sportiva. Con il Dl 220/03, il vincolo sportivo, già operante in forza di clausole inserite negli statuti federali, cui l'affiliazione delle società e degli sportivi alle diverse federazioni comportava volontaria adesione, viene a ripetere la propria legittimità da una fonte legislativa. Comunque, l'ultima parte dello stesso comma 1 dell'articolo 3 fa salve le clausole compromissorie previste dagli statuti e dai regolamenti del Coni e delle federazioni sportive. Sotto tale profilo, come anticipato, nessuna incidenza sulla questione all'odierno esame risulta avere la legge sopravvenuta, che, per quanto riguarda le norme in materia di riparto di giurisdizione, trova applicazione anche ai processi in corso articolo 3, comma 4 . In un siffatto quadro, non si espone a censure - nei limiti, sopra chiariti, in cui il relativo scrutinio è ammesso in questa sede - la interpretazione che della clausola di cui all'articolo 24 dello statuto della Figc ha fornito, nella specie, la Corte d'appello di Milano, individuando in essa una clausola compromissoria realizzante una forma di arbitrato irrituale. Tale configurazione rende inconferente il richiamo della ricorrente agli articoli 24 e 102 della Costituzione, con i quali si porrebbe in contrasto il predetto articolo 24 dello statuto della Figc nel prevedere una ipotesi di arbitrato obbligatorio, con conseguente necessaria disapplicazione della norma regolamentare da parte del giudice. - Peraltro, in via subordinata, la ricorrente eccepisce la illegittimità costituzionale, per contrasto con gli stessi articoli 24 e 102 della Costituzione, delle norme che prevedono il vincolo di giustizia sportiva anche nella ipotesi in cui si ritenga che da tale vincolo scaturisca una clausola arbitrale per arbitrato irrituale. Dette norme sono, in particolare, l'articolo 5, ultimo comma, dall'articolo 5, ultimo comma, della legge 426/42, laddove prevede che le federazioni sportive nazionali stabiliscono, con regolamenti interni, approvati dalle norme tecniche ed presidente del comitato olimpico nazionale, amministrative per il loro funzionamento e le norme sportive per l'esercizio dello sport controllato , dagli articoli 4, comma 5, 12 e 14 della legge 91/1981, laddove si ritenga che la facoltà di prevedere il vincolo di giustizia sportiva possa scaturire da tali norme l'articolo 10 della stessa legge laddove, prevedendo come obbligatoria l'articolo 10 della stessa legge laddove, prevedendo come obbligatoria l'affiliazione alla federazione per l'esercizio dell'attività sportiva professionistica, imporrebbe il rispetto del vincolo arbitrale e la conseguente rinuncia alla tutela giurisdizionale l'articolo 24 dello statuto della Figc, laddove prevede in via regolamentare l'incondizionato impegno di tutti i soggetti operanti nell'ambito della federazione ad accettare la piena e definitiva efficacia di tutti i provvedimenti generali e di tutte le decisioni particolari adottate dalla Figc, dai suoi organi e soggetti delegati, anche per quanto concerne la vertenze di carattere economico involgenti diritti soggettivi, prescindendo dall'adesione volontaria del singolo soggetto alla clausola arbitrale. La questione di legittimità costituzionale delle predette norme in riferimento al diritto di azione e di difesa riconosciuto dall'articolo 24 della Costituzione ed al principio del monopolio statale della giurisdizione, di cui all'articolo 102 Costituzione é manifestamente infondata. Ed infatti, premesso che il fondamento dell'autonomia dell'ordinamento sportivo è da rinvenire nella norma costituzionale di cui all'articolo 18 Costituzione, concernente la tutela della libertà associativa, nonché nell'articolo 2 Costituzione, relativo al riconoscimento dei diritti inviolabili delle formazioni sociali nelle quali si svolge la personalità del singolo, deve rilevarsi che il vincolo di giustizia non comporta rinuncia a qualunque tutela, in quanto l'ordinamento pone in essere un sistema, nella forma appunto dell'arbitrato irrituale ex articolo 806 Cpc che costituisce espressione dell'autonomia privata costituzionalmente garantita v. Corte costituzionale, 127/77 . Tale istituto ricorre allorché le parti abbiano inteso non già, come nell'arbitrato rituale, demandare agli arbitri una funzione sostitutiva di quella del giudice, ma demandare ad essi la soluzione di determinate controversie in via negoziale, mediante un negozio d'accertamento, ovvero strumenti conciliativi o transattivi v. Cass., 1398/05 . L'istituto arbitrale, ove costituisca un atto derivante dalla libera volontà delle parti, come è, per quanto si è chiarito, nel caso dell'arbitrato irrituale, non si pone in contrasto con il principio di unicità e statualità della giurisdizione, come, del resto, ripetutamente riconosciuto dal giudice delle leggi v. Corte costituzionale, 488/91 127/77, cit. , che ha sottolineato che solo le parti, sempre che si versi in materia non attinente ai diritti fondamentali, possono scegliere altri soggetti, quali gli arbitri, per la tutela dei loro diritti in luogo dei giudici ordinari, ai quali è demandata la funzione giurisdizionale ai sensi dell'articolo 102 Costituzione, risultando detta scelta una modalità di esercizio del diritto di difesa ex articolo 24 Costituzione. - Le argomentazioni sin qui svolte danno ampiamente conto della infondatezza del secondo motivo del ricorso principale, con il quale si lamenta difetto di motivazione in ordine alla ritenuta configurabilità dell'articolo 24 dello statuto della Figc come una clausola compromissoria per arbitrato irrituale. Congrua ed esaustiva, al contrario, é stata, come si è già avuto occasione di riferire, la motivazione della surriferita opzione interpretativa della Corte d'appello. - Infondato è altresì il terzo motivo del ricorso principale, relativo al preteso errore in cui sarebbe incorsa la Corte d'appello nel ritenere che l'azione di nullità del lodo arbitrale non fosse stata proposta in primo grado. Al riguardo, a prescindere dalla inconferenza del richiamo dell'articolo 114 Cpc - attinente a materia tutt'affatto diversa, concernente la pronuncia secondo equità va rilevato che correttamente la Corte territoriale ha sottolineato che, nel giudizio innanzi al Tribunale, la ricorrente aveva fondato la propria pretesa sulla illegittimità, nullità ed inefficacia della decisione resa dalla Caf, non già per i motivi previsti dalla legge come causa di nullità o di annullabilità dei contratti, bensì in quanto scaturente da una asseritamente illegittima regolamentazione che imporrebbe alle società sportive professionistiche, quale strumento di risoluzione delle controversie, un arbitrato obbligatorio. - Rimane, in tal modo, esclusa altresì la fondatezza del quarto motivo del ricorso principale, concernente la presunta carenza di motivazione nella decisione impugnata nella parte relativa alla ritenuta novità della domanda di nullità del lodo arbitrale. - Quanto ai due ricorsi incidentali condizionati, va dichiarata la inammissibilità di entrambi con riguardo ai profili sui quali non si erano pronunciate le Su con la sentenza 5775/04 , non risultando la proposizione degli stessi giustificata dalla soccombenza v., sul punto, da ultimo, Cass. 17201/04, 12689/03 . - Conclusivamente, il ricorso principale deve essere rigettato. I motivi dei ricorsi incidentali sui quali non si erano già pronunciate le Su con la sentenza 5775/04 vanno dichiarati inammissibili. Quanto alle spese del presente giudizio, sussistono giusti motivi per disporre la compensazione integrale delle stesse tra tutte le parti. PQM La Corte rigetta il ricorso principale dichiara inammissibili i residui motivi dei ricorsi incidentali compensa tra tutte le parti, per intero, le spese del giudizio di legittimità.