Sì, il comodato era previsto per tutta la vita della suocera ... e in ogni caso i quesiti non erano formulati correttamente

E’ inammissibile tanto il quesito di diritto che prescinde totalmente dalla ratio della sentenza impugnata, non riferendo né gli argomenti in diritto né i diversi principi alla quale la Corte si dovrebbe attenere, quanto il quesito che ometta il momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 202/13, depositata l’8 gennaio. Il caso. Una donna, comproprietaria con il marito di un appartamento occupato dalla suocera a titolo di comodato, chiede la dichiarazione di cessazione del comodato stesso nonché il rilascio dell’immobile. La domanda dell’attrice viene accolta in primo grado, ma la pronuncia è ribaltata dai giudici di appello la donna ricorre allora per cassazione. Indispensabile individuare il principio di diritto Con un’unica censura, la ricorrente lamenta essenzialmente violazione di legge in relazione all’art. 1810 c.c. comodato senza determinazione di durata , vizio motivazionale e omessa istruttoria circa l’esatta natura del rapporto giuridico esistente tra le parti i fatti e gli atti dedotti in giudizio sarebbero stati erroneamente valutati ed inoltre mancherebbe ogni valutazione in merito allo status di comproprietaria della donna nonché al motivo di urgenza posto a base della richiesta di restituzione del bene. Ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. la ricorrente formula più quesiti di diritto al riguardo a tal proposito, però, gli Ermellini ribadiscono che è inammissibile il motivo di ricorso che si concluda con un quesito di diritto assolutamente astratto e svincolato dalla fattispecie, omettendo di individuare tanto il principio di diritto alla base del provvedimento impugnato, quanto quello la cui auspicata applicazione potrebbe condurre a una decisione di segno opposto. Nel caso di specie la censura della ricorrente appare inammissibile laddove lamenta la violazione dell’art. 1810 c.c., dal momento che il quesito prescinde totalmente dalla ratio della sentenza impugnata e non riferisce né gli argomenti in diritto che hanno condotto al rigetto della domanda attrice né i diversi principi alla quale la Corte si dovrebbe attenere. e circoscrivere i limiti del ricorso. Quanto ai presunti vizi della motivazione, i giudici di legittimità precisano che i motivi di ricorso al riguardo devono contenere un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti, in modo da non ingenerare incertezze poiché nel corpo dei motivi proposti non si rinviene alcuna indicazione dei fatti controversi in ordine ai quali la motivazione sarebbe da censurare, la S.C. dichiara l’inammissibilità anche di questa parte del ricorso. Il comodato era previsto per tutta la vita della suocera. Premesso quanto sopra, gli Ermellini rilevano che i giudici di merito hanno rigettato la domanda sulla base di due ragioni precise. Anzitutto il comodato stipulato doveva ritenersi previsto per tutta la vita della beneficiaria in particolare non è stata rinvenuta alcuna contestazione in merito ai motivi di riconoscenza che hanno determinato la concessione dell’abitazione alla suocera senza determinazione di un termine finale, pertanto il fatto è da considerarsi pacifico tra le parti. Tale aspetto, in ogni caso, costituisce un apprezzamento di merito non sindacabile in sede di legittimità. Sussiste inoltre difetto di interesse. Infine, la ricorrente, seppure comproprietaria dell’immobile, non aveva legittimazione ad agire, dal momento che il contratto di comodato era stato stipulato solo da suo marito. Anche se la censura sviluppata al riguardo appare a prima vista fondata, va ricordato che quando la decisione di merito si fondi su una pluralità di ragioni autonome, singolarmente idonee a sorreggerla, l’inammissibilità o infondatezza delle censure mosse a una di esse rende inammissibili per sopravvenuto difetto di interesse le censure relative alle altre ragioni. Per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 4 dicembre 2012 8 gennaio 2013, n. 202 Presidente Relatore Finocchiaro Svolgimento del processo Con sentenza 8 maggio 2006 la Corte di appello di Napoli, in riforma della sentenza 2 maggio 2005 del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sezione distaccata di Caserta, ha rigettato la domanda proposta da S.D. contro M.F. . La S. , in particolare, premesso di essere comproprietaria, con il marito Ma.An. , dell'appartamento sito in omissis , occupato a titolo di comodato precario dalla suocera M.F. - che, dopo regolare richiesta, ne aveva rifiutato il rilascio - aveva richiesto la dichiarazione di cessazione del comodato ed rilascio dell'immobile. Per la cassazione di tale pronunzia ha proposto ricorso S.D. affidato a un motivo. Non ha svolto attività difensiva in questa sede l'intimata. Motivi della decisione 1. Come accennato in parte espositiva i giudici di secondo grado hanno rigettato la domanda proposta da S.D. nei confronti di M.F. , diretta sia alla declaratoria di cessazione del comodato inter partes quanto all'appartamento in omissis di cui la S. è con Ma.An. , marito della S. e figlio della M. comproprietaria sia alla condanna della M. al rilascio dell'appartamento stesso. 2. La ricorrente S. censura la riassunta pronunzia con un unico motivo, con il quale, in particolare, lamenta violazione dell'art. 1810 c.c. e insufficiente e contraddittoria motivazione e omessa istruttoria circa l'esatta natura del rapporto giuridico esistente tra le parti ed errata valutazione dei fatti e degli atti dedotti in giudizio ed omessa valutazione dello status di comproprietaria dell'appellata e del motivo di urgenza posto a base della richiesta di restituzione del bene . Ai sensi dell'art. 366-bis c.p.c., la ricorrente formula i seguenti quesiti di diritto 1. se sussiste in capo al comproprietario di un appartamento concesso in comodato precario la legittimazione a richiedere al comodatario il rilascio dell'immobile 2. se possono semplici elementi di valutazione, non provati da chi li deduce in giudizio con prove concrete, essere posti a fondamento di una decisione di diritto, intervento perciò stesso l'onere probatorio in capo all’appellato di provare le condizioni della domanda circa l'esistenza del comodato precario 3. se la precarietà del comodato ex art. 1810 c.c. richiede una specifica prova documentale 4. se il comproprietario di un appartamento, una volta depositato in giudizio l'atto di proprietà dell'immobile, deve provare la sua legittimazione a richiedere la restituzione del possesso del medesimo immobile 5. se sopravvenuto un motivo urgente ed imprevedibile al momento del conferimento dell'appartamento in comodato precario, il comproprietario possa richiedere la restituzione del possesso del medesimo. 3. Il ricorso non può trovare accoglimento. Alla luce delle considerazioni che seguono. 3.1. Giusta quanto assolutamente pacifico presso una più che consolidata giurisprudenza di questa Corte regolatrice, nel vigore dell'art. 366 bis c.p.c. è inammissibile il motivo di ricorso che si concluda con un quesito di diritto assolutamente astratto del tutto svincolato dalla fattispecie, senza confrontarsi con la ratio che sostiene la sentenza impugnata, omettendo totalmente di individuare tanto il principio di diritto che è alla base del provvedimento impugnato quanto il principio di diritto, diverso dal precedente, la cui auspicata applicazione da parte della Corte possa condurre a una decisione di segno inverso rispetto a quella della sentenza impugnata tra le tantissime, in tale senso, Cass. 23 maggio 2012, n. 8166, specie in motivazione, nonché Cass. 16 febbraio 2012, n. 2222, secondo cui è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione nel quale si denunci la sentenza impugnata sotto il profilo di cui all'art. 360 n. 3, c.p.c. qualora il quesito di diritto che lo conclude sia formulato in termini difformi dallo schema delineato in margine all'art. 366 bis c.p.c. dalla giurisprudenza del Supremo collegio, non recando - in particolare - la riassuntiva ma puntuale indicazione degli aspetti di fatto rilevati, del modo in cui i giudici del merito li hanno rispettivamente decisi, delle diverse regole di diritto la cui applicazione avrebbe condotto a diversa decisione. Il quesito, infatti, in una tale evenienza si appalesa astratto e generico, privo di riferibilità al caso concreto in esame e di decisività, tale cioè da non consentire in base alla sua sola lettura di individuare la soluzione adottata dalla sentenza impugnata e di precisare i termini della contestazione, nonché di poter circoscrivere la pronuncia nei limiti del relativo accoglimento o rigetto . Pacifico quanto precede è agevole evidenziare la palese inammissibilità del motivo in esame nella parie in cui lamenta sotto il profilo di cui all'art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c. violazione dell'art. 1810 c.c. , tenuto presente che il quesito che conclude la censura specifica sopra riportato sub n. 3 prescinde totalmente dalla ratio decidendi che sorregge la sentenza impugnata ove espressamente è affermato che in caso di concessione in comodato di un appartamento a uso abitativo per l'intera vita del comodatario non è necessaria la forma scritta e non solo non riferisce quelli che sono stati gli argomenti in diritto, che hanno condotto la sentenza impugnata al rigetto della domanda attrice ma si astiene dall'indicare quali siano i diversi principi applicando i quali questa Corte dovrebbe pervenire a una diversa soluzione della lite. 3.2. Non risultando prospettate, nel motivo, altre violazioni di legge, né facendosi, in qualche modo, riferimento alla nullità della sentenza impugnata per eventuali errores in procedendo ma contenendo, il motivo stesso, una serie di denunzi e prospettate quali omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. è palese la inammissibilità del motivo per la assoluta inadeguatezza dei c.d. quesiti di fatto 1, 2, 4 e 5 che concludono il motivo. Al riguardo, infatti, deve ribadirsi, ulteriormente, che allorché il ricorrente denunzi la sentenza impugnata lamentando un vizio della motivazione, l'illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione. Ciò importa in particolare che la relativa censura deve contenere un momento di sintesi omologo del quesito di diritto che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità cfr., ad esempio, Cass., sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603. nonché, da ultimo, tra le tantissime, Cass. 30 agosto 2012, n. 14723, specie in motivazione . Al riguardo, ancora, è incontroverso che non è sufficiente che tale fatto sia esposto nel corpo del motivo o che possa comprendersi dalla lettura di questo, atteso che è indispensabile che sia indicato in una parte, del motivo stesso, che si presenti a ciò specificamente e riassuntivamente destinata. Conclusivamente, atteso che quelli riportati sub 1, 2, 4 e 5 non integrano la chiara indicazione di fatti controversi in relazione ai quali - almeno a parere della parte ricorrente - la motivazione della sentenza impugnata è censurabile sotto uno dei profili indicati dall'art. 360, n. 5 c.p.c. è evidente la inammissibilità del motivo di ricorso anche nella parte de qua . 3. 3. Il ricorso - peraltro - non può trovare accoglimento, oltre che per le - assorbenti - considerazioni svolte sopra anche sotto un ulteriore, concorrente, profilo. La Corte dei merito - in particolare - ha rigettato la domanda della S. sulla base di due, autonome, rationes decidendi , ognuna sufficiente, ex se a sorreggere il dietimi adottato rigetto della domanda della S. . Ha osservato - in primis - la Corte del merito che il comodato a suo tempo stipulato dalla M. con il solo Ma.An. doveva ritenersi previsto per tutta la vita della beneficiarla . Hanno osservato, infatti, quei giudici che era attendibile l'assunto invocato dalla M. in ordine alla previsione contrattuale quanto al comodato dalla stessa stipulato con il figlio di un termine di durata del comodato stesso corrispondente a quella della vita della beneficiarla . Si precisa, in particolare, in motivazione, che la elargizione a Ma.An. della somma necessaria per l'acquisto dell’immobile da parte dell'appellante M. e della figlia Ma.An. e dei motivi di riconoscenza che hanno determinato la concessione della abitazione alla appellante senza determinazione di un termine finale che non fosse quello della morte della M. non sono stati contestati dall'appellata id est dalla S. per cui debbono ritenersi fatti pacifici tra le parti . Pacifico quanto precede si osserva - come assolutamente non controverso, presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice - che il vigente ordinamento processuale, con riguardo ai giudizi come il presente introdotto con citazione 20 maggio 2004 instaurati successivamente all'entrata in vigore della legge 26 novembre 1990, n. 353, considera la non contestazione un comportamento univocamente rilevante ai fini della determinazione dell'oggetto del giudizio, con effetti vincolanti per il giudice, che dovrà astenersi da qualsivoglia controllo probatorio del fatto non contestato acquisito al materiale processuale e dovrà, perciò, ritenerlo sussistente, in quanto l'atteggiamento difensivo delle parti espunge il fatto stesso dall'ambito degli accertamenti richiesti Tra le tantissime, Cass. 9 marzo 2012, n. 3727 Cass. 5 marzo 2009, n. 5356 . È di palmare evidenza, pertanto la correttezza dell'iter argomentativo che sorregge, sul punto la decisione impugnata. Specie tenuto presente, altresì, che parte ricorrente non ha in alcun modo adeguatamente censurate la sentenza impugnata nella parte de qua . Non solo, infatti, la ricorrente non sottopone alcun modo a critica il principio di diritto sopra portato secondo cui non devono essere provati, in causa i fatti pacifici perché non espressamente contestati dalla parte interessata , ma l'apprezzamento del giudice del merito, che dai riferiti fatti pacifici, perché non controversi, ha tratto la conclusione che il figlio avesse concesso in comodato per tutta la vita l’immobile alla madre, costituisce una valutazione, da parte del giudice del merito, delle risultanze istruttorie, cioè un apprezzamento di merito in alcun modo sindacabile in sede di legittimità né comunque, in qualche modo sindacato nella specie dalla difesa della ricorrente . È palese, di conseguenza, la correttezza della prima delle rationes decidendi invocate dalla Corte di appello. 3. 4. In forza di una seconda ratio decidendi i giudici di appello - ancora - hanno rigettato la domanda della S. di accertamento della cessazione del rapporto di comodato e di rilascio dell'immobile , sul rilievo che la S. , ancorché comproprietaria dell'immobile era priva di legittimazione a agire, perché estranea al contratto di comodato, stipulato unicamente da suo marito. Ancorché le censure sviluppate al riguardo dalla ricorrente paiano - prima facie - manifestamente fondate non potendosi dubitare che come nel contratto di locazione anche in quello di comodato la circostanza che il rapporto contrattuale sia stato posto in essere solo da uno dei comproprietari dell'immobile non esclude che l’altro possa agire per ottenere la declaratoria di cessazione del rapporto stesso e il rilascio le stesse - come anticipato - devono essere dichiarate inammissibili, per difetto di interesse. 3.5. Giusta quanto assolutamente pacifico presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, infatti, qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza, o inammissibilità, delle censure mosse ad una delle rationes decidendi rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l'intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa tra le tantissime, in questo senso, Cass. 14 febbraio 2012, n. 2108 Cass. 3 novembre 2011, n. 22753 Cass. 11 febbraio 2011, n. 3396 . 4. Il proposto ricorso, in conclusione, deve rigettarsi. Nessun provvedimento deve adottarsi in ordine alle spese di lire di questo giudizio di legittimità, non avendo la intimata svolto attività difensiva in questa sede. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso nulla sulle spese di lite di questo giudizio di legittimità.