Lui 42 anni, lei 13: i rapporti, anche se consensuali, incidono sulla libertà sessuale della ragazzina

La relazione con l’imputato ha inciso pesantemente sulla libertà sessuale della minorenne e sull’evoluzione della sua personalità ancora in fase di sviluppo, con conseguente distorsione dello sviluppo psicologico, emotivo e relazionale.

Lo ha confermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15788/13, depositata il 5 aprile. Il caso. Un uomo di 42 anni viene condannato in entrambi i gradi di merito per aver avuto una relazione con una tredicenne, peraltro confermata dalla stessa, che aveva altresì dichiarato di non aver subito alcuna costrizione. L’imputato ricorre allora per cassazione, lamentando in particolare il riferimento alla grave compromissione della libertà sessuale dell’offesa e il danno allo sviluppo armonico della sua personalità la ragazzina, infatti, aveva già avuto in passato rapporti sessuali con altri soggetti. Il fatto è grave A giudizio degli Ermellini, tuttavia, il ricorso non merita accoglimento in quanto basato su generiche critiche alle argomentazioni della sentenza di Appello posto che è indubbia la relazione sentimentale tra l’uomo e la minore, nell’ambito della quale i due avevano avuto anche rapporti sessuali consensuali, non si può negare la gravità di un simile fatto. perché ha inciso sulla libertà sessuale e la personalità della ragazzina. Secondo la S.C., infatti, i giudici di merito hanno correttamente concluso, sulla base delle risultanze peritali, che gli atti sessuali con l’imputato hanno inciso pesantemente sulla libertà sessuale della minorenne e sull’evoluzione della sua personalità ancora in fase di sviluppo, con conseguente distorsione dello sviluppo psicologico, emotivo e relazionale. Per questi motivi la Cassazione dichiara il ricorso inammissibile.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 19 dicembre 2012 5 aprile 2013, n. 15788 Presidente Lombardi Relatore Andronio Ritenuto in fatto 1. - Con sentenza del 13 aprile 2012, la Corte d'appello di Palermo ha confermato la sentenza del 30 giugno 2011, resa, a seguito di giudizio abbreviato, dal GUP del Tribunale di Agrigento, con cui l'imputato era stato condannato per il reato di cui agli artt. 81, secondo comma, 609 quater, primo comma, n. 1 , cod. pen., per atti sessuali con una minore infraquattordicenne. Secondo quanto riferito nella sentenza impugnata e nella sentenza di primo grado, le indagini avevano preso le mosse da un intervento della polizia dovuto ad un'aggressione estranea al presente procedimento, nel corso del quale si era appreso che la minore, di anni 13, era fidanzata con l'imputato, di anni 42. La relazione fra i due era stata confermata dalla sorella dell'imputato, la quale aveva fatto riferimento anche ai rapporti sessuali, nonché dalle dichiarazioni di una vicina di casa e della stessa persona offesa, la quale aveva riferito di non avere subito alcuna costrizione. 2. - Avverso la sentenza l'imputato ha proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, rilevando, con unico motivo di censura, la violazione delle norme incriminatrici e la mancanza e manifesta illogicità della motivazione. Si contesta, in particolare, la parte del discorso giustificativo in cui la Corte territoriale fa riferimento ad una grave compromissione della libertà sessuale e a un danno allo sviluppo armonico della personalità che sarebbero derivati dal reato. Lamenta la difesa che non si sarebbe preso in considerazione il fatto che la minore aveva avuto pregresse esperienze di natura sessuale, come confermato dalla sorella dell'imputato. Non si sarebbe, inoltre, considerato che, dalla perizia espletata, era risultato che la minore non aveva riportato alcun danno di natura psichica in conseguenza dei rapporti sessuali, perché era emerso con certezza che la stessa aveva avuto in precedenza rapporti sessuali con altri soggetti. Il fatto avrebbe, dovuto, dunque, essere ricondotto all'ipotesi di minore gravità di cui al quarto comma dell'art. 609 quater cod. pen Considerato in diritto 3. - Il ricorso è inammissibile, perché basato su generiche critiche al costrutto argomentativo della sentenza impugnata che costituiscono, per di più, la mera riproposizione di censure già esaminate e motivatamente disattese in grado di appello. Emerge dagli atti - e la circostanza non è sostanzialmente contestata neanche nel ricorso - che l'imputato e la persona offesa avevano una relazione sentimentale nell'ambito della quale avevano rapporti sessuali consensuali. Tale circostanza trova conferma nelle dichiarazioni della stessa persona offesa, ampiamente riscontrate da quelle rese dalla sorella dell'imputato e dalla vicina di casa, le quali avevano assistito ad effusioni a sfondo marcatamente sessuale fra i due. La piena attendibilità di tali dichiarazioni e l'univocità del quadro probatorio sono ampiamente descritte nella stessa sentenza, laddove si evidenzia che il racconto della minore è risultato pienamente coerente e dotato di congruenza, anche interna, e privo di contraddizioni, nonché analitico nella descrizione dei rapporti sessuali e delle modalità di contraccezione utilizzate. Correttamente la Corte d'appello ritiene che tali dichiarazioni possano anche da sole costituire prova del reato, pur essendo le stesse ampiamente riscontrate dalle dichiarazioni della sorella dell'imputato, la quale, anche se affetta da una patologia psichica, deve comunque essere ritenuta sufficientemente credibile. Quanto, in particolare, alla gravità del fatto, che è stata oggetto di doglianza sia in sede di appello sia nel presente giudizio, la Corte territoriale - ponendosi in continuità con il giudice di primo grado - ha fornito una motivazione analitica e coerente, perché ha tratto dalle risultanze peritali la conclusione che gli atti sessuali con l'imputato hanno inciso pesantemente sulla libertà sessuale della minorenne, sulla sua personalità ancora in fieri, sulla sua evoluzione, distorcendone lo sviluppo psicologico, emotivo e relazionale, vista anche la condizione di particolare degrado sociale e affettivo nel quale la minorenne stessa viveva. 4. - Il ricorso, conseguentemente, deve essere dichiarato inammissibile. Tenuto conto della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità , alla declaratoria dell'inammissibilità medesima consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., l'onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in Euro 1.000,00. P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa delle ammende.