Stranieri irregolari e sanzione penale: dove va la giurisprudenza

di Vincenzo Pezzella

di Vincenzo Pezzella La Corte di cassazione scioglie alcuni dubbi interpretativi sulla legislazione in materia di stranieri posti dal progressivo ingresso nell'Unione europea degli Stati dell'ex blocco sovietico e dal susseguirsi di norme non sempre coerenti tra loro. E si pronuncia in termini di uguaglianza di trattamento dello straniero clandestino rispetto allo straniero regolare e al cittadino sia per quanto riguarda il reato di ingiuria che per quel che concerne la possibilità di poter giovarsi delle misure alternative alla detenzione. Con la sentenza n. 9233/05 della sesta sezione penale é stato chiarito che costituisce reato il favoreggiamento all'ingresso clandestino del cittadino extracomunitario all'epoca dei fatti e divenuto comunitario in epoca successiva, a seguito dell'allargamento dell'Ue. La prima sezione penale, con la sentenza n. 18182/05 ha poi affermato il principio, di grande interesse per quanti occupano al nero badanti o colf privi del permesso di soggiorno, che l'assunzione al lavoro anche di un solo cittadino extracomunitario irregolare costituisce ancora reato. Sempre la prima sezione penale con la sentenza 22161/05 ha poi ribadito che in carcere chi é privo di permesso di soggiorno ha i medesimi diritti degli altri detenuti e perciò può usufruire delle misure alternative alla detenzione. Due le sentenze, invece, relative a cittadini extracomunitari soggetti passivi del reato di ingiuria. La quinta sezione penale, con la sentenza 13263/05, ha affermato che apostrofare un immigrato con l'epiteto di stronzo costituisce reato di ingiuria anche se chi ha pronunciato l'insulto non intendeva offenderne l'onore. Sempre in tema di ingiurie nella sentenza 19378/05 della quinta sezione penale i giudici di legittimità hanno affermato che costituisce reato, in presenza di ulteriori indici dell'intento dispregiativo, rivolgersi ad uno straniero chiamandolo marocchino . NEOCOMUNITARI ANCORA REATO AVERLI FATTI ENTRARE DA CLANDESTINI PRIMA DELL'ALLARGHAMENTO DELL'UE I giudici di legittimità hanno sciolto un interessante nodo interpretativo in ordine alla perdurante punibilità ex articolo 12, commi 3 e 3bis,l Dlgs 286/98 e succ. modif. , di chi abbia favorito l'ingresso in Italia di stranieri all'epoca del fatto extracomunitari ed i cui Paesi di appartenenza si pensi alla Polonia sono nel frattempo entrati a far parte dell'Unione Europea. Il caso esaminato nella sentenza 9233/05 é stato quello di alcune ragazze rumene e lettoni di cui veniva favorito l'ingresso in Italia, con modalità formalmente regolari, sulla base del solo passaporto senza visto quindi, apparentemente, per motivi turistici , che venivano alla scadenza del termine previsto fatte entrare in clandestinità ed avviate alla prostituzione. Ebbene, per i giudici di Piazza Cavour certo che il Dlgs 286/98 si applica ai cittadini di Stati non appartenenti all'Unione Europea art. 1 , é comunque irrilevante - rispetto alle lettoni entrate in Italia, secondo la contestazione, in un periodo protrattosi almeno fino all'ordinanza custodiale 5/4/2004 - l'adesione di quel Paese alla Ue, avvenuta nel maggio successivo, non vertendosi evidentemente in un caso di abolitio criminis . La Suprema corte ha precisato nell'occasione che il reato di cui al primo comma dell'articolo 12 Dlgs 286/98 e successive modifiche é integrato anche quando l'ingresso in territorio nazionale, di fatto finalizzato a soggiorno prolungato per svolgimento di lavoro o per altre attività, sia avvenuto attraverso il prescritto valico di frontiera, con un documento valido passaporto e per dichiarati fini turistici, mentre il profitto, la cui finalità risulta espressamente prevista nell'ipotesi più grave ex comma 3bis, é da ritenere realizzato quando l'agente si sia posto o abbia fine di porsi in condizione di trarre un qualsiasi vantaggio dalla presenza dell'immigrato, vantaggio che perciò può anche consistere nel normale lucro tratto da attività economica nella quale lo straniero sia coinvolto . ASSUNZIONE AL LAVORO DI STRANIERI IRREGOLARI PER IL REATO NE BASTA UNO Altro nodo interpretativo che può dirsi risolto é quello riguardante la necessità o meno, ai fini dell'integrazione del reato di cui all'articolo 22 del Dlgs 286/98, dell'assunzione al lavoro di una pluralità di cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno. Nella norma, infatti, viene utilizzata la locuzione lavoratori stranieri e ciò ha indotto numerosi giudici di merito a ritenere che la stessa non operasse nel caso di assunzione singola. E proprio il caso di un giudice il Tribunale di Treviso che aveva assolto un'imputata datrice di lavoro di un unico straniero irregolare é stato sottoposto all'esame dei giudici di legittimità su ricorso per saltum del Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Venezia. La tesi del pm ricorrente, che ha trovato l'avallo della Cassazione con la sentenza 18182/05, é che il plurale usato nella norma fosse un plurale cosiddetto indeterminativo , frutto di tecnica legislativa, anche alla luce dei precetti contenuti nei commi precedenti e nel successivo articolo 24, comma 6, Dlgs 286/98, con cui era sanzionata penalmente, con la stessa pena prevista dall'articolo 22, comma 12, una situazione addirittura meno grave, e cioè l'assunzione di lavoratori stagionali irregolari, anche qualora si trattasse di un solo lavoratore . Per i giudici di legittimità la motivazione su cui il giudice monocratico ha fondato l'assoluzione, per cui la previsione incriminatrice del datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno ovvero il cui permesso di soggiorno sia scaduto, revocato o annullato dovrebbe essere interpretata nel senso che sarebbe punito soltanto chi proceda all'assunzione di più lavoratori o stranieri a tempo indeterminato e non riguarderebbe il caso di un'unica assunzione, cozza contro la interpretazione letterale, logica e sistematica della norma incriminatrice, che vuole sanzionare la assunzione di lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno, sia a tempo indeterminato che stagionali, qualunque sia il loro numero e quindi anche nel caso -di gran lunga più ricorrentedi un solo lavoratore . A tale conclusione, secondo i giudici di legittimità, porta anche un'interpretazione di tipo logico sistematico, in quanto sarebbe quanto meno incongruo che il legislatore avesse voluto punire la assunzione di lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno soltanto nel caso in cui fossero più di uno, se a tempo indeterminato, e poi, con la stessa pena, la assunzione di lavoratori stagionali anche qualora si trattasse di un solo lavoratore, come se la assunzione stagionale fosse più grave di quella a tempo indeterminato, mentre eventualmente vale il contrario, per lo meno in termini di maggiore durata della infrazione. La sentenza 18182/05 é stata anche l'occasione per la Suprema corte di richiamare e ribadire la propria recente giurisprudenza secondo cui ai fini del reato di cui all'articolo 22, comma 10, del Dlgs 286/98 e succ. modif. datore di lavoro non è soltanto l'imprenditore o colui che gestisce professionalmente una attività di lavoro organizzata, ma anche il semplice cittadino che assume alle proprie dipendenze una o più persone per svolgere attività lavorativa subordinata di qualsiasi natura, a tempo determinato o indeterminato, come nel caso di collaboratori domestici o di badanti così Cass. sez. 1 sent. 25665/03 . Sul punto, dopo l'entrata in vigore della legge 289/02, la Suprema corte aveva in più occasioni precisato che la regolarizzazione contributiva dei lavoratori stranieri ai sensi della nuova normativa non determina l'estinzione del reato previsto dall'art. 22, comma 10, Dlgs 286/98, di assunzione al lavoro di extracomunitari privi di permesso di soggiorno in quanto tale conseguenza non é prevista dalla legge così Cass. sez. 1 sent. 32500/03 . Sulla permanente configurabilità del reato di cui all'articolo 22, comma 10, Dlgs 286/98 e succ. mod. non incide, secondo la giurisprudenza di legittimità, nemmeno l'avvenuta creazione della nuova figura del contratto di soggiorno per lavoratori subordinati , oggi prevista dall'articolo 5bis del Dlgs 286/98 dopo la sua introduzione ad opera dell'articolo 6 della legge 189/02 cfr. Cass. sez. 1 sent. 32272/03 . La Cassazione aveva già dovuto affrontare, qualche anno or sono, il problema dei rapporti tra il reato previsto dal novellato articolo 22 Dlgs 286/98 e quello previsto dal previgente articolo 12 della l. 943/86. Tale ultima norma sanzionava la condotta criminosa di chi occupasse alle proprie dipendenze un cittadino extracomunitario sprovvisto di autorizzazione al lavoro. L'articolo 22 Dlgs 286/98, come novellato, punisce, invece, chi dia lavoro a stranieri privi del permesso di soggiorno. C'era stata abolitio criminis ovvero c'era continuità tra le due norme incriminatrici ? La risposta a tale quesito generò un vivace contrasto giurisprudenziale Nella maggior parte delle pronunce venne esclusa la continuità tra le due norme ritenendo quindi abrogato il reato di assunzione di cittadino extracomunitario sprovvisto di autorizzazione al lavoro , a causa della diversità dei presupposti amministrativi dalla cui mancanza discende la rilevanza penale del fatto cfr. Cass. sez. 1 sent. 3199/99 e 2429/00, sez. 3 sent. 3075/98, 955/00 e 4599/00 Nella citata sentenza 2429/00 veniva sottolineato, tra l'altro, come il nuovo articolo 22 Dlgs 286/98 si caratterizzasse rispetto alla norma previgente non solo per il mutamento di struttura del fatto tipico, del procedimento autorizzatorio e dell'organo cui spetta il rilascio del permesso questore e non più ufficio del lavoro e della massima occupazione , ma anche per la diversa prospettiva in cui la condotta punibile viene a collocarsi, avendosi di mira non più soltanto la tutela delle condizioni del lavoratore, ma anche l'obiettivo di impedire l'occupazione di cittadini extracomunitari al di fuori dei flussi programmati di ingresso previsti dall'art. 21 del medesimo T.U. . La tesi dell'abolitio criminis si fondava, dunque, sul rilievo ritenuto assorbente della diversa ratio sottesa alle due disposizioni l'art. 12 l. 943/1986, infatti, puniva l'irregolare costituzione del rapporto di lavoro, mentre la finalità dichiarata del novellato articolo 22 Dlgs 286/98 é quella di censurare l'utilizzo di lavoratori illecitamente presenti in Italia. C'erano state, tuttavia, due pronunce della terza sezione sentenze 2944/99 e 6075/00 nelle quale si era affermato che la successione delle leggi in questa materia non ha dato luogo a successione di norme penali nel senso che l'assunzione irregolare di lavoratori stranieri, sin dalla l. 943/86, è stata costantemente sanzionata penalmente ed ha quindi costituito reato senza soluzioni di continuità . Ne conseguiva, secondo tale orientamento, che il problema dell'applicazione ai fatti anteriori della vecchia o della nuova disciplina andasse risolto alla luce dell'articolo 2, comma 3, Cp, cioè con l'applicazione della disciplina più favorevole al reo. Le sezioni unite, chiamate a dirimere il contrasto, avevano abbracciato la tesi maggioritaria dell'abolitio criminis, per la mancanza di continuità del tipo di illecito e per il mutamento del bene giuridico oggetto di tutela così Cass. Sez. Unite sent. 33539/01 . Va anche ricordato che l'articolo 22, comma 10, Dlgs 286/98 e succ. mod., secondo l'interpretazione prevalente, non può essere considerata norma speciale rispetto a quella di cui all'articolo 12, comma 5, del medesimo decreto legislativo, che prevede il reato di favoreggiamento della permanenza di stranieri nel territorio dello Stato in condizioni di illegalità. Ne consegue che i due reati possono concorrere tra loro sul punto cfr. Cass. sez. 1 sentenze 2944/99, 3199/99 e 23438/03 MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE ANCHE PER I CLANDESTINI I detenuti hanno pari dignità, indipendentemente dal possesso del permesso di soggiorno. Da questa affermazione di principio sono partiti i giudici della prima sezione penale della Cassazione per affermare che anche i cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno che si trovino in carcere hanno diritto ad usufruire delle misure alternative alla detenzione. Il caso che ha portato alla sopra citata pronuncia di legittimità è stato quello di un cittadino extracomunitario che si era visto rigettare dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale, di affidamento terapeutico, di semilibertà o di detenzione domiciliare sul presupposto che, essendo stato oggetto di espulsione prefettizia, non esistevano valide prospettive di reinserimento sociale sul territorio nazionale. Di tutt'altro avviso sono stati i giudici di legittimità che hanno ricordato nella sentenza 22161/05 che il fine rieducativo della pena, sancito dalla Costituzione, non consente di operare discriminazioni tra cittadini e stranieri, sia titolari del permesso di soggiorno sia clandestini, in ragione della tutela della dignità della persona, in quanto la risocializzazione non può essere ristretta all'interno di connotati nazionalistici. La sentenza in commento apre sulla questione un contrasto giurisprudenziale che prelude evidentemente ad una pronuncia delle Sezioni Unite. Ancora di recente, infatti, la Cassazione aveva affermato che l'affidamento in prova al servizio sociale e, in genere, tutte le misure extramurarie alternative alla detenzione, non possono essere applicate allo straniero extracomunitario che si trovi in Italia in condizione di clandestinità, atteso che tale condizione rende illegale la sua permanenza nel territorio dello Stato e che non può ammettersi che l'esecuzione della pena abbia luogo con modalità tali da comportare la violazione o l'elusione delle norme che rendono configurabile detta illegalità cfr. Cass. sez. 1 sent. 30130/03 . Secondo quanto si legge nella sentenza tale interpretazione, tuttavia, muove dalle errate premesse che la condizione di clandestinità rimanga comunque insanabile per tutto il periodo dio permanenza in Italia e che l'unica condizione possibile per lo straniero sia quella della detenzione in carcere ed é inaccettabile dato che l'espiazione della pena rappresenta essa stessa il titolo che, sospendendo l'esecuzione dell'espulsione amministrativa, giustifica la presenza dello straniero nel territorio nazionale e che il provvedimento giurisdizionale che la legittima ben può determinare modalità di espiazione alternative al carcere . I giudici di legittimità evidenziano come, peraltro, pur a fronte della citata giurisprudenza restrittiva una consolidata prassi amministrativa, trasfusa in numerose circolari ministeriali, dia da oltre un decennio per scontata la possibilità di applicazioni di misure alternative extramurarie al detenuto privo di permesso di soggiorno. Viene ricordata, in particolare, la prima di tali circolari, quella del 23 marzo 1993 del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, trasmessa alle questure con circolare del Ministro dell'Interno n. 8 del 2.3.1994, ove era stato precisato che i cittadini stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno sono tassativamente obbligati, in forza di una decisione giurisdizionale, a permanere sul territorio italiano ed a svolgere attività lavorativa in alternativa alla pena detentiva . Ancora più esplicitamente era stata data in sede amministrativa una risposta negativa al quesito circa la necessità di dotare il detenuto extracomunitario clandestino in espiazione di misure alternative alla detenzione di un permesso di soggiorno provvisorio, essendo stato precisato che la normativa vigente non lo prevede e che comunque l'ordinanza del Magistrato di sorveglianza costituisce ex se un'autorizzazione a permanere nel territorio nazionale. Nella sentenza in commento i giudici di legittimità dichiarano di non condividere neanche la precedente posizione assunta dalla stessa prima sezione che aveva ritenuto inammissibile per manifesta non fondatezza dei presupposti di legge, ex art. 666, comma 2, Cpp la richiesta di affidamento ai servizi sociali e di semilibertà avanzata da un detenuto extracomunitario privo di permesso di soggiorno non essendo possibile instaurare una interazione tra condannato e servizio sociale, presupposto su cui si basano i due istituti così Cass. sez. 1 sent. 29097/03 . Condivisibile appare l'obiezione che un simile argomentare finisce di fatto per condurre ad un'indiscriminata esclusione della possibilità per lo straniero clandestino di giovarsi delle misure alternative alla detenzione sulla base di una sorta di presunzione assoluta di inidoneità delle stesse a realizzarne il recupero sociale. E una simile conclusione contrasterebbe con il principio, pacifico, che il giudizio prognostico ai fini della valutazione dell'applicabilità di tali misure non può essere formulato alla stregua di premesse astratte, generiche, di tipo presuntivo, che aprioristicamente muovono dal postulato dell'irrecuperabilità sociale di un'intera categoria di persone, dovendo, invece, ritenersi che la concedibilità o non delle misure extramurarie implichi inderogabilmente, sempre e comunque, la valutazione delle peculiari situazioni che connotano la posizione dei singoli condannati, cittadini o stranieri . QUANDO MAROCCHINO E' UN'OFFESA La Suprema corte è dovuta, infine, intervenire con due pronunce in materia di ingiurie rivolte agli stranieri. Con la prima sentenza n. 13263.05 i giudici della quinta sezione penale hanno affermato il principio, che pare pacifico -ma che evidentemente tale non era se c'é stato bisogno di una sentenza di legittimità- che apostrofare un immigrato con l'epiteto di stronzo costituisce reato di ingiuria anche se chi ha pronunciato l'insulto non aveva la volontà di offendere l'altrui onore. Il caso era quello di un maresciallo dei carabinieri che aveva rivolto la parolaccia ad un cittadino extracomunitario che stava multando per un'infrazione al codice della strada, a fronte delle giustificazioni addotte dallo stesso a fronte della commessa infrazione. Il sottufficiale era stato assolto dai giudici di merito che avevano escluso la rilevanza penale dell'epiteto ritenendo che lo stesso fosse stato rivolto senza l'intento di offendere, ma per una sorta di finalità preventiva verso ulteriori giustificazioni che parevano inverosimili. I giudici di legittimità non l'hanno pensata allo stesso modo ed hanno annullato con rinvio la sentenza impugnata rilevando, com'é pacifico, che in tema di delitti contro l'onore non é richiesta la presenza di un animus iniurandi vel diffamandi, ma appare sufficiente il dolo eventuale, in quanto basta che l'agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, cioè adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell'agente così la sentenza 13263.05 che richiama Cass. sez. 5 sent. /98 211479 . Più interessante é un'altra pronuncia, nella stessa materia, di qualche mese successivo. Il caso era quello di un datore di lavoro piemontese che era solito rivolgersi ad un cittadino extracomunitario, operaio della propria ditta, chiamandolo marocchino . Si tratta, com'é evidente, di un aggettivo che non é di per sé offensivo, atteso che é indicativo del paese di provenienza. Non l'avevano pensata allo stesso modo il Tribunale di Asti e la Corte d'appello di Torino che avevano condannato il datore di lavoro, oltre che per lesioni personali, anche per il reato di ingiuria. Aveva proposto ricorso per Cassazione l'imputato deducendo che l'appellativo marocchino non ha valenza lesiva, poiché designa semplicemente la provenienza etnica della persona offesa. I giudici della quinta sezione penale della Cassazione, con la sentenza 19378/05, gli hanno, però, dato torto, sul rilievo che sostantivare l'aggettivo che riflette la provenienza etnica di una persona ed apostrofare quest'ultima in tal modo, con evidente atteggiamento di schermo e dileggio, costituisce ingiuria, che si connota, per giunta, di chiaro intento di discriminazione razziale, rendendo così più ragionevole sotto il profilo soggettivo la condotta offensiva . ?? ?? ?? ?? Titolo consigliato STRANIERI IRREGOLARI E SANZIONE PENALE LE ULTIME PRONUNCE DI LEGITTIMITA' Sottotitolo E' reato far lavorare anche un solo clandestino 1 Vincenzo Pezzella

Cassazione - Sezione prima penale - sentenza 18 maggio-8 giugno 2005, n. 22161 Presidente Mocali - relatore Silvestri Ritenuto in fatto Con ordinanza dell'11.11.2004, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna rigettava le richieste di affidamento in prova al servizio sociale, di affidamento terapeutico, di semilibertà e di detenzione domiciliare presentate da B. D. S., rilevando che costui era stato espulso con decreto prefettizio e che non esistevano, dunque, valide prospettive di reinserimento sociale sul territorio nazionale. Il difensore del condannato proponeva ricorso per cassazione denunciando mancanza di motivazione, per non essere stata in alcun modo valutata la documentazione influente sul giudizio prognostico, e violazione di legge, sull'assunto che la decisione era in contrasto con i principi sulla funzione rieducativa della pena e con le circolari ministeriali relative alla condizione degli stranieri extracomunitari ammessi a misure alternative. Considerato in diritto 1. - II ricorso è fondato, in quanto l'ordinanza impugnata è inficiata dai vizi logici e giuridici prospettati dal ricorrente. Preliminarmente occorre stabilire se nei confronti dello straniero extracomunitario espulso dal territorio dello Stato con decreto prefettizio l'espiazione della pena possa o non avvenire nelle forme delle misure alternative previste dall'ordinamento penitenziario. Ricorrono precisi ed inequivoci argomenti di ordine logico e sistematico per ritenere che la soluzione debba essere affermativa e che il regime delle misure alternative alla detenzione in carcere possa essere applicato anche allo straniero entrato illegalmente in Italia e colpito da provvedimento di espulsione amministrativa operante solo dopo l'esecuzione della pena. Come ha lucidamente osservato il Procuratore Generale presso questa Corte nella sua requisitoria scritta, le misure alternative previste dall'ordinamento penitenziario trovano diretto ed immediato referente nella funzione rieducativa della pena sancita dall'articolo 27, comma 3, della Carta costituzionale. Nella giurisprudenza della Corte costituzionale è stato chiarito come ciascun istituto previsto dall'ordinamento penitenziario si modelli e viva nel concreto come strumento dinamicamente volto ad assecondare la funzione rieducativa della pena, non soltanto nei profili che ne caratterizzano l'essenza, ma anche per i riflessi che dal singolo istituto scaturiscono sul più generale quadro delle varie opportunità trattamentali che l'ordinamento fornisce Corte costituzionale, 445/97 . E, a proposito dell'affidamento in prova, il Giudice delle leggi ha precisato che tale misura non costituisce un provvedimento premiale o di clemenza, ma corrisponde ad un esperimento penitenziario, condotto sotto altre modalità di espiazione, per agevolare ed affrettare il reinserimento sociale del condannato, consentendogli di espiare la residua pena in condizioni di relativa libertà al fine di favorire la disponibilità alla collaborazione rieducativa Corte costituzionale, 569/89 . Il preminente valore costituzionale della funzione rieducativa della pena, sotteso ad ogni misura alternativa alla detenzione in carcere, deve costituire la necessaria chiave di lettura delle disposizioni dell'ordinamento penitenziario, di talché l'interpretazione costituzionalmente orientata della normativa consente di affermare che l'applicazione di dette misure non può essere, a priori, esclusa nei confronti degli stranieri privi di permesso di soggiorno, destinatari di espulsione amministrativa da eseguire dopo l'espiazione della pena. Infatti, in materia di misure alternative deve essere senz'altro negata la possibilità di introdurre discriminazioni tra cittadini e stranieri muniti di permesso di soggiorno e stranieri in condizione di clandestinità, per la decisiva ragione che le relative disposizioni di legge sono dettate a tutela della dignità della persona umana, in sé considerata e protetta indipendentemente dalla circostanza della liceità o non della permanenza nel territorio italiano sicché un'eventuale disparità di trattamento normativo risulterebbe indubbiamente contraria al principi di uguaglianza e al canone della ragionevolezza di cui all'articolo 3 della Costituzione. A simili coordinate interpretative si è uniformata, già in passato, la giurisprudenza di questa Corte allorché ha stabilito che le misure alternative devono essere applicate nei confronti di tutti coloro che si trovano ad espiare pene, inflitte dal giudice italiano in istituti italiani, senza differenziazione di nazionalità, con la precisazione che non esiste incompatibilità tra espulsione da eseguire a pena espiata e misura alternativa volta a favorire il reinserimento del condannato nella società, posto che non è possibile distinguere tra società italiana e società estera e che la risocializzazione non può assumere connotati nazionalistici, ma va rapportata alla collaborazione fra gli stati nel settore della giurisdizione Cassazione, Sezione prima, 31 gennaio 1985, Ortiz, rv. 168034 . Tale orientamento merita piena conferma, in quanto la normativa dell'ordinamento penitenziario e quella del testo unico sull'immigrazione, neppure dopo le modifiche introdotte dalla legge 189/02, contiene alcun divieto, esplicito o implicito, di applicazione delle misure alternative ai condannati stranieri che siano entrati illegalmente in Italia. 2. - Le considerazioni appena svolte spiegano esaurientemente le ragioni per le quali non può essere condiviso l'opposto principio stabilito da questa Corte, improntato a linee ermeneutiche del tutto difformi da quelle esposte, secondo cui l'affidamento in prova al servizio sociale e, in genere, tutte le misure extramurarie alternative alla detenzione, non possono essere applicate allo straniero extracomunitario che si trovi in Italia in condizione di clandestinità, atteso che tale condizione rende illegale la sua permanenza nel territorio dello Stato e che non può ammettersi che l'esecuzione della pena abbia luogo con modalità tali da comportare la violazione o l'elusione delle norme che rendono configurabile detta illegalità Cassazione, Sezione prima, 20 maggio 2003, Calderon, rv. 226134 . Nella sua portata di generalizzata ed inderogabile operatività del divieto di applicazione delle misure alternative, la decisione testè citata non solo appare totalmente divergente dall'interpretazione adeguatrice imposta dai precetti contenuti negli articoli 27, comma 3, e 3 della Costituzione, alla luce dei quali deve essere ricostruito il contenuto delle disposizioni dell'ordinamento penitenziario, ma muove dalle errate premesse che la condizione di clandestinità rimanga comunque insanabile per tutto il periodo di permanenza in Italia e che l'unica condizione possibile per lo straniero sia quella della detenzione in carcere. Quest'ultima posizione, tuttavia, è certamente inaccettabile, dato che l'espiazione della pena rappresenta essa stessa il titolo che, sospendendo l'esecuzione dell'espulsione amministrativa, giustifica la presenza dello straniero nel territorio nazionale e che il provvedimento giurisdizionale che la legittima ben può determinare modalità di espiazione alternative al carcere. E' opportuno segnalare, del resto, che una consolidata prassi amministrativa riconosce che lo straniero privo di permesso di soggiorno possa essere ammesso alle misure alternative. Con circolare del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria del 23.3.1993, trasmessa alle questure con circolare del Ministero dell'interno n. 8 del 2.3.1994, è stato precisato che i cittadini stranieri sprovvisti di permesso di soggiorno sono tassativamente obbligati in forza di una decisione giurisdizionale a permanere sul territorio italiano ed a svolgere attività lavorativa in alternativa alla pena detentiva . Le medesime regole sono state ribadite, anche successivamente all'entrata in vigore del D. Lgs 286/98, con circolari del Ministero della giustizia del 16.3.1999, prot. 547899, e del Ministero dell'interno n. 300 del 2.12.2000 in quest'ultima è dato atto che riguardo alla posizione di soggiorno dei cittadini stranieri detenuti ammessi alle misure alternative previste dalla legge, quali la possibilità di svolgere attività lavorativa all'esterno del carcere, si rappresenta che la normativa vigente non prevede il rilascio di un permesso di soggiorno ad hoc per detti soggetti. In queste circostanze non si reputa possibile rilasciare un permesso di soggiorno per motivi di giustizia né ad altro titolo, ben potendo l'ordinanza del Magistrato di Sorveglianza costituire ex se un'autorizzazione a permanere nel territorio nazionale . 3. - Le precedenti riflessioni convergono univocamente nel comprovare che nell'ordinamento vigente non esiste un divieto di applicazione delle misure alternative al carcere nei confronti degli stranieri espulsi con decreto prefettizio. Non può considerarsi compatibile con tale conclusione neppure la decisione di questa Corte con cui è stato stabilito che è inammissibile per manifesta infondatezza dei presupposti di legge, ex articolo 666 comma 2 Cpp, la richiesta avanzata dallo straniero - espulso ai sensi dell'articolo 13 D.Lgs 286/98, e per il quale è previsto il divieto di rientrare nel territorio dello Stato per cinque anni - di affidamento al servizio sociale e di semilibertà, non essendo possibile instaurare una interazione tra condannato e servizio sociale, presupposto su cui si basano i due istituti Cassazione, Sezione prima, 5 giugno 2003, Mema, rv. 225219 . A ben vedere, una simile posizione, che autorizza la generalizzata declaratoria di inammissibilità de plano delle richieste dei condannati stranieri, finisce inevitabilmente per condurre alla indiscriminata esclusione delle misure alternative sulla base di una sorta di presunzione assoluta di inidoneità delle stesse a realizzare il recupero sociale dello straniero presente illegalmente in Italia. In proposito deve, però, obiettarsi che il giudizio prognostico richiesto per l'applicazione di dette misure non può essere formulato alla stregua di premesse astratte, generiche, di tipo presuntivo, che aprioristicamente muovono dal postulato dell'irrecuperabilità sociale di un'intera categoria di persone, dovendo, invece, ritenersi che la concedibilità o non delle misure extramurarie implichi inderogabilmente, sempre e comunque, la valutazione delle peculiari situazioni che connotano la posizione dei singoli condannati, cittadini o stranieri. In altri termini, anche per gli stranieri, privi di permesso di soggiorno e destinatari di espulsione amministrativa, l'accertamento delle effettive probabilità di recupero sociale deve essere compiuto in concreto, caso per caso, tenendo conto delle specifiche condizioni personali del condannato e delle diverse opportunità trattamentali offerti da ciascun tipo di misura. 4. - A conclusione delle precedenti considerazioni va riconosciuto che la ratio decidendi dell'ordinanza impugnata è del tutto divergente dalle linee interpretative necessarie ad una coerente ed organica analisi ricostruttiva della normativa, per la duplice ragione che il tribunale di sorveglianza, affermando che il condannato non ha valide prospettive esterne di reinserimento sociale sul territorio nazionale, essendo colpito da decreto di espulsione già in esecuzione , ha escluso apoditticamente la possibilità di recupero sociale ed ha inammissibilmente attribuito alla funzione rieducativa della pena una portata precettiva più ristretta di quella effettiva perché destinata ad operare soltanto nel caso in cui il condannato rimanga, a pena espiata, nel territorio italiano. Pertanto, poiché il giudizio negativo non è sorretto da idonea motivazione, deve pronunciarsi l'annullamento del provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale di Sorveglianza di Bologna, che, nel nuovo esame delle istanze, dovrà formulare il giudizio prognostico attenendosi ai principi di diritto sopra enunciati e valutando, a tal fine, anche le documentate opportunità di lavoro esterno rappresentate dalla difesa del condannato. PQM La Corte Suprema di Cassazione, Prima Sezione Penale, annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Bologna. ?? ?? ?? ?? 1

Cassazione - Sezione quinta penale - sentenza 5 aprile-20 maggio 2005, numero Presidente Marini - relatore Amato Motivi della decisione S.S. è stato condannato dal Tribunale di Asti alla pena della reclusione, per ingiuria e lesioni volontarie, in continuazione. La Corte di appello di Torino ha confermato, sulla scorta delle deposizioni testimoniali e del referto sanitario. Ricorre il difensore, deducendo il vizio di motivazione il teste B., dirigente della ditta nei cui locali si è svolto l'episodio, era assente al momento in cui fu pronunciata l'ingiuria l'appellativo marocchino non ha valenza lesiva, poiché designa semplicemente la provenienza etnica della p. o. il querelante ha reso dichiarazioni incerte e contraddittorie il teste B. ha escluso che la p. l. T. A. sia stata aggredita e che presentasse escoriazioni o lamentasse alcunché. Le censure non possono essere condivise. Va disatteso l'avviso del Pg presso questa Corte, non potendosi dubitare dell'idoneità lesiva dell'appellativo marocchino rivolto con attitudine di spregio al querelante, ignorandone deliberatamente, come esattamente osserva il giudice di merito, il nome di battesimo e il patronimico. Innanzi tutto, non può non rilevarsi che il rispetto dell'altrui persona esige che ad essa ci si rivolga appropriatamente, mediante l'uso del nome o del cognome. Ciò che, del resto, era di certo possibile nella specie, ove si consideri che il querelante era validamente inserito nella realtà operativa dello stabilimento. Il teste B. ha consapevolmente riferito che l'imputato soleva indirizzarsi costantemente alla p. o. con il termine di marocchino. Orbene, sostantivare l'aggettivo che riflette la provenienza etnica di una persona ed apostrofare quest'ultima in tal modo, con evidente atteggiamento di schermo e dileggio, costituisce ingiuria, che si connota, per giunta, di chiaro intento di discriminazione razziale, rendendo così più ragionevole sotto il profilo soggettivo la condotta offensiva. Il giudice di merito ha ineccepibilmente chiarito che le inesattezze nelle quali è incorso il querelante riguardo al braccio attinto dall'imputato ed alla timbratura del cartellino di presenza sono affatto marginali, poiché non attengono al thema probandum e non intaccano, pertanto, l'attendibilità del querelante, suffragata dalle deposizioni testimoniali e dal referto in atti. La corte di merito, poi, si è soffermata con attenzione anche sulle dichiarazioni del B., definendole prudenti e sostanzialmente riduttive. Le censure mosse dal ricorrente sono, dunque, prive di fondamento. Ciò nonostante, la statuizione sanzionatorio va annullata ex officio. Ed infatti per i reati attribuiti alla cognizione del GdP come quelli ascritti al ricorrente , commessi prima della data di entrata in vigore del D.Lgs 274/00 e giudicati dal giudice togato, dovevano applicarsi, in base alla disciplina transitoria prevista dal combinato disposto degli articoli 64 e 53, comma 1, D.Lgs. cit., siccome più favorevoli ai sensi dell'articolo 2, comma 3 v. Cassazione, sezione quarta, ccomma /12/03, n. 20156, Bukavec, m. 228343 . La sentenza impugnata va, pertanto, annullata limitatamente alla pena, con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Torino, per nuovo esame sul punto. PQM Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla pena, con rinvio ad altra sezione della corte d'appello di Torino, per nuova determinazione. Rigetta nel resto il ricorso. ?? ?? ?? ?? 1

Cassazione - Sezione prima penale - sentenza 16 maggio 2005, n. 18182 Presidente Teresi - estensore Corradini Svolgimento del processo Con sentenza in data 19 maggio 2004 il giudice monocratico della sezione distaccata, di Conegliano del Tribunale di Treviso ha assolto Piccin Daniela dal reato di cui all'articolo 22 comma 10 della D.Lgs 286/98 per avere occupato alle proprie dipendenze, quale legale rappresentante della associazione sportiva AYM & TONIK, il 13 novembre 2001, un cittadino extracomunitario privo di permesso di soggiorno, ritenendo che la norma incriminatrice, riferendosi alla occupazione di lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno, riguardasse la assunzione di più lavoratori e non anche di un solo lavoratore, come nel caso in esame, tanto è vero che l'articolo 24 della stessa legge, laddove prevedeva la punibilità in ordine alla assunzione di extracomunitari per lavori stagionali, privi di permesso di soggiorno, faceva riferimento ad uno o più stranieri , con ciò esprimendo la volontà di sanzionare la assunzione anche di un solo lavoratore stagionale, al contrario di quanto previsto dall'articolo 22 per i lavoratori a tempo indeterminato. Ha proposto ricorso per cassazione il Pg presso la Corte d'Appello di Venezia lamentando violazione ed erronea applicazione dell'articolo 22, ora comma 12, del D.Lgs 286/98 poiché la locuzione lavoratori stranieri usata dalla norma incriminatrice doveva essere ritenuta un plurale ed indeterminativo, frutto dì tecnica legislativa, anche alla luce dei precetti contenuti nei commi precedenti e nel successivo articolo 24 comma 6, con cui era sanzionata penalmente, con la stessa pena prevista dall'articolo 22, comma 12, una situazione addirittura meno grave, e cioè la assunzione di lavoratori stagionali irregolari, anche qualora si trattasse di un solo lavoratore. La difesa della imputata ha presentato una memoria difensiva in data 23 marzo 2005 con cui ha confermato la tesi difensiva già esposta nel giudizio di merito per cui la espressione usata dal legislatore nelle diverse disposizioni della legge 286/98 dovrebbe essere interpretata nel senso letterale della esclusione della punibilità nel caso di assunzione di un singolo lavoratore privo di permesso di soggiorno. Il Pg presso questa Corte ha concluso per l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata. Motivi della decisione Il ricorso è fondato. La tesi esposta dal giudice monocratico nega sentenza impugnata, per cui la previsione incriminatrice del datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno previsto dal presente articolo ovvero il cui permesso di soggiorno sia scaduto, revocato o annullato dovrebbe essere interpretata nel senso che sarebbe punito soltanto il datore di lavoro che procede alla assunzione alle proprie dipendenze di più lavoratori stranieri a tempo indeterminato, andando invece esente da pena colui che occupa un solo lavoratore straniero, cozza contro la interpretazione letterale, logica e sistematica, della norma incriminatrice che vuole sanzionare la assunzione di lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno, sia a tempo indeterminato che stagionale qualunque sia il loro numero e quindi anche nel caso - che è poi quello dì gran lunga più ricorrente - di un solo lavoratore. La espressione lavoratori usata dal legislatore è infatti, anche sotto il profilo grammaticale, una espressione indeterminativa e cioè una espressione che vuole riferirsi ad un soggetto indipendentemente dalle sue caratteristiche, sia che si tratti di uno che di più soggetti. Il criterio logico porta alla stessa conclusione poiché sarebbe quanto meno incongruo che il legislatore avesse voluto punire la assunzione di lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno soltanto nel caso in cui fossero più di uno, se a tempo indeterminato, e poi, con la stessa pena, la assunzione di lavoratori stagionali anche qualora si trattasse di un solo lavoratore, come se la assunzione stagionale fosse più grave dì quella di quella a tempo indeterminato, mentre eventualmente vale il contrario, per lo meno in termini di maggiore durata della infrazione. Il richiamo operato dal tribunale agli articoli 2 Cp e 14 delle preleggi, è ugualmente incongruo poiché l'articolo 2 Cp attiene alla successione delle leggi nel tempo, che non riguarda il caso in esame, mentre l'articolo 14 delle preleggi, che vieta la analogia in materia di leggi penali ed eccezionali, non impedisce la interpretazione estensiva tanto più che nel caso in esame non si tratta neppure di interpretazione estensiva, bensì si interpretazione letterale della norma che deve essere desunta dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e la intenzione del legislatore articolo 12 delle preleggi . La giurisprudenza ha comunque sempre interpretato la norma di cui si tratta nel senso che, ai fini dei reato previsto dall'articolo 22, comma 10, del D.Lgs 286/99, il datore di lavoro non è soltanto l'imprenditore o colui che gestisce professionalmente una attività di lavoro organizzata, ma anche il semplice cittadino che assume alle proprie dipendenze una o più persone per svolgere attività lavorativa subordinata di qualsiasi natura, a tempo determinato o indeterminato, come nel caso di collaboratori domestici o di badanti v. Cassazione 25665/03 . Non vi è quindi motivo per discostarsi da una interpretazione ormai consolidata dell'articolo 22 comma 10 che è poi conforme ai criteri di interpretazione della legge, specie se si considera che lo stesso legislatore, laddove ha previsto i presupposti della disposizione incriminatrice, ha imposto regole uniformi m materia di obblighi che incombono al datore di lavoro che intenda instaurare rapporti di lavoro con lavoratori stranieri, anche nel caso di assunzione di un solo lavoratore articolo 22, comma 2, del D. Lgs 286/98 , con ciò equiparando le due fattispecie, che in ogni caso non potrebbero avere diversa disciplina poiché ogni assunzione di lavoratori stranieri è autonoma per chiamata nominativa e, se la interpretazione fosse quella prospettata dal tribunale, non potrebbe mai avere applicazione la norma incriminatrice. La sentenza impugnata, contro cui il Pm ha proposto ricorso per cassazione per saltum, trattandosi di sentenza dibattimentale di proscioglimento ex articolo 530 Cpp, nella specie appellabile per essere il reato di cui si tratta punito con pena congiunta dall'arresto e dell'ammenda articolo 593 e 569 Cpp , deve essere pertanto annullata con rinvio al giudice competente per l'appello articolo 569, comma, 4, Cpp il quale rivaluterà la responsabilità dell'imputata attenendosi al principio di diritto per cui la norma incriminatrice di cui si tratta sanziona anche la assunzione di un solo lavoratore privo di permesso di soggiorno. PQM Annulla la sentenza impugnata e rinvia per il giudizio di secondo grado alla Corte d'appello di Venezia

Cassazione - Sezione sesta penale - sentenza 9 marzo 2005, numero Presidente Romano - relatore Leonasi Fatto Con l'ordinanza impugnata il tribunale di Brescia ha confermato in sede di riesame provvedimento del Gip applicativo di misura custodiale in carcere nei confronti di Domenico e Ottavio Buglione e di Gabriela Lucaci, indagati, tra l'altro, per associazione per delinquere finalizzata a procurare, a fine di profitto, ingresso illegale in territorio italiano di giovani extracomunitarie, in particolare romene e lettoni. Secondo la ricostruzione operata dai giudici del merito, le ragazze venivano in genere contattate nei paesi di origine dal Domenico Buglione, ritenuto al vertice della organizzazione, ovvero dalla convivente Lucaci anch'essa di origine rumena o da altri incaricati e impegnate per lavorare come intrattenitrici in un locale notturno di Lonato, gestito dallo stesso Buglione. L'ingresso in Italia era organizzato e avveniva, spesso con anticipazione del denaro da parte della organizzazione, sulla base del solo passaporto senza visto quindi apparentemente per scopi turistici mentre la successiva permanenza non era assistita dal permesso di soggiorno. I ricorsi per cassazione - proposti rispettivamente dai difensori di Ottavio Buglione e di Lucaci e di persona da Domenico Buglone, ma tra loro sovrapponibili - lamentano erronea applicazione di legge penale - inosservanza di norma processuale - vizio logico di motivazione, articolando argomenti così riassumibili ai sensi dell'articolo 173 disp.att. Cpp non è ravvisabile il contestato reato scopo di cui all'articolo 12 comma 3 e 3bis D.Lgs 286/98 e successiva modifica, reato che è di mera condotta e di natura istantanea, esaurendosi con l'ingresso abusivo nel territorio dello Stato, così lasciando nella irrilevanza le condotte tenute successivamente il fine di profitto dev'essere relazionato a detto fatto istantaneo e non già a quanto eventualmente si verifica a ingresso avvenuto le straniere sono nel caso entrate in Italia con modalità, quanto meno formalmente, regolari , mentre gli accordi internazionali richiamati a proposito del visto in nota dell'ufficio immigrazione della Questura di Brescia sono cosa diversa dalle disposizioni del Tu la cui violazione è sanzionata dall'articolo 12 non è stata provata con la dovuta certezza la somministrazione del denaro ovvero delle istruzioni necessarie per il trasferimento in Italia e tali atti comunque sarebbero irrilevanti ai fini del reato contestato in quanto risolventisi in accordi riguardanti la successiva permanenza in Italia neppure potrebbe ipotizzarsi il reato di cui al quinto comma dello stesso articolo 12, mancando il fine ingiusto profitto questo non è ravvisabile nella scarsa remunerazione indicata dal tribunale del riesame, essendo tale circostanza non presente neanche nella contestazione del Pm e comunque non corrispondente alla realtà si potrebbe, in definitiva, ravvisare la sola contravvenzione di cui all'articolo 22 comma 12 Tu, contravvenzione che proprio perché tale non consente la configurabilità dell'associazione per delinquere. Diritto 1. Certo che il D.Lgs 286/98 Tu concernente la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero si applica ai cittadini di Stati non appartenenti all'Unione Europea articolo 1 , è comunque irrilevante - rispetto alle lettoni entrate in Italia, secondo la contestazione, in un periodo protrattosi almeno fino all'ordinanza custodiale 5 aprile 2004 - l'adesione di quel Paese alla Ue, avvenuta nel maggio successivo, non vertendosi evidentemente in un caso di abolitio criminis. 2. Per quanto suggestivamente illustrata dal difensore anche all'odierna udienza, la sostanza del ricorso non può trovare accoglimento. 3. E' pur vero che il D.Lgs. 40/1998 nel testo attualmente vigente distingue, anche agli effetti penali, tra la condotta del procuratore l'ingresso illegale nel territorio dello Stato, fatto previsto dai commi 1 e 3 dell'articolo 12, e l'agevolazione della permanenza rispetto a chi già si trova nella condizione di illegalità quinto comma com'è vero che l'articolo 4 regola al primo comma le condizioni possesso di certi documenti e transito attraverso gli appositi valichi di frontiera in presenza delle quali l'ingresso è consentito e che la polizia di frontiera - circostanza anche questa lumeggiata dalla difesa nella discussione di oggi - respinge articolo 10 coloro che si presentano ai valichi senza avere i requisiti prescritti. Questo però non significa che il sistema normativo nel suo complesso lasci senza sanzione fatti come quelli all'esame solo perché il transito al confine avviene in condizioni e con modalità formalmente regolari, ossia attraverso il valico vigilato e previa esibizione del passaporto che abilita al breve soggiorno per motivi turistici . 4. In realtà la legge, segnatamente con le disposizioni di cui ai commi per primi citati dell'articolo 12, tende - al di là di una terminologia non sempre felice - a impedire le immigrazioni illegali ovvero gli atti diretti a procurarle cosa questa che indirettamente conferma come al centro dell'attenzione del legislatore non sia certo la sola azione del passaggio della linea di confine d'altronde, se così non fosse, basterebbe a frustrare le finalità della legge la semplice dichiarata intenzione di entrare in territorio italiano per fini turistici, così rendendo addirittura più difficili i controlli con l'inizio degli spostamenti all'interno per precisi riferimenti in questi sensi cfr. Cassazione Sezione prima, 29 ottobre 2003, Botnaru, caso di straniero che, sorpreso in condizione di illegalità in territorio italiano, aveva dichiarato di essere diretto al suo paese di origine,e Sezione prima, 22 ottobre 2003, Al Stani, in ipotesi di ingresso di straniero privo dei mezzi di sussistenza secondo la previsione di cui alla direttiva 1 marzo 2000 del ministero dell'Interno . Preciso significato per l'interpretazione che qui si accoglie ha poi la previsione di cui al comma 3 bis lett. a dello stesso articolo 12 proprio se si segue - sulla base della giurisprudenza di legittimità Rv 218087 accettata dallo stesso ricorrente - il principio che in detta previsione normativa, come nelle altre contenute allo stesso comma, si configurano non reati autonomi ma circostanze aggravanti a effetto speciale rispetto alla figura base del favoreggiamento della immigrazione clandestina, la contestuale menzione del favoreggiamento dell'ingresso e della permanenza illegale in certi casi ritenuti meritevoli di maggior sanzione rende manifesto che la condotta delittuosa non circostanziata deve necessariamente riguardare il fatto di immigrazione inteso in senso ampio. 5. Il reato di cui al primo comma dell'articolo 12 è dunque integrato anche quando l'ingresso in territorio nazionale, di fatto finalizzato a soggiorno prolungato per svolgimento di lavoro o per altre attività, sia avvenuto attraverso il prescritto valico di frontiera, con un documento valido passaporto e per dichiarati fini turistici, mentre il profitto , la cui finalità risulta espressamente prevista nell'ipotesi più grave ex comma 3bis, è da ritenere realizzato quando l'agente si sia posto o abbia fine di porsi in condizione di trarre un qualsiasi vantaggio dalla presenza dell'immigrato, vantaggio che perciò può anche consistere nel normale lucro ritratto da attività economica nella quale lo straniero sia coinvolto. 6. Concludendo, poiché il visto - sia che si abbia riguardo alle disposizioni segnatamente contenute nel primo comma dell'articolo 4 della legge, sia che si considerino gli accordi internazionali come quelli citati dalla Questura di Brescia e che del resto sono in generale richiamati dallo stesso Tu - costituisce la regola per l'ingresso in Italia mentre il permesso di soggiorno dev'essere richiesto non oltre gli otto giorni dall'ingresso articolo 5, secondo comma , non sembra discutibile nel caso, al livello dimostrativo voluto dall'articolo 273/1 Cpp, la sussistenza del supporto fattuale specifico e invero i giudici del merito danno ampio conto - attraverso dettagliati richiami di conversazioni telefoniche, di dichiarazioni delle donne coinvolte e degli stessi clienti del locale - che le ragazze stesse, reclutate nei rispettivi paesi dalla Lucaci o da altre persone incaricate, venivano impegnate, come accennato in premessa, per la specifica attività di intrattenitrici presso il locale bresciano, erano ricevute da qualcuno degli indagati o da persone di loro fiducia dopo il passaggio della frontiera e accompagnate presso il locale di Lonato dove era loro assicurato anche un alloggio sicchè - anche a voler considerare soltanto l'attività in sé non illegale che le stess svolgevano all'interno dell'esercizio pubblico, non avendo gli inquirenti per quel che allo stato si sa, ritenuto di ravvisare nei confronti degli indagati alcunché di illecito nella percezione di tariffe per gli spostamenti delle ragazze fuori del locale, resta evidente anche il profitto nel senso detto e ritualmente contestato. Di qui anche la irrilevanza di ogni indagine circa la proporzionalità tra lavoro prestato e retribuzione. 7. Con riguardo alla rimanente parte del ricorso resta da dire che la somministrazione di denaro per il viaggio e per dimostrare alla frontiera la disponibilità minima prescritta si desume, sempre al livello indiziario che qui interessa e per quanto ai fini della condotta delittuosa possa rilevare, quanto meno dalla telefonata tra Buglione Domenico e tale Oxana, citata a pag. 4 della ordinanza impositiva le argomentazioni sulla possibile configurabilità di reati meno gravi restano superate da quanto innanzi detto, essendo del tutto irrilevante, come accennato, ogni indagine sulla ingiustizia del profitto, connotato previsto soltanto per la ipotesi delittuosa residualmente disegnata nel quinto comma dell'articolo 12. Assodata la configurabilità dei delitti scopo niente altro è da dire, perché nulla si lamenta coi ricorsi, in ordine alla contestata associazione per delinquere. PQM Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del procedimento. Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all'articolo 94 comma 1 ter disp.att. Cpp.