L'occhio della Corte dei conti controlla anche il Ctu

di Teodoro Elisino

di Teodoro Elisino Con la nomina da parte del giudice istruttore, ai sensi degli articoli 191 ss. Cpc, il consulente tecnico diventa ausiliario del giudice, al quale viene affidata una parte del procedimento in corso, così realizzando l'inserimento funzionale, ancorché temporaneo, di un libero professionista nell'Amministrazione della giustizia ne consegue, che il predetto professionista risulterà assoggettato alla giurisdizione della Corte dei conti per eventuale responsabilità amministrativo contabile. È quanto deciso dalla Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la regione Lombardia, con la sentenza533/06 qui leggibile nei documenti correlati . Nel giudizio di responsabilità nei confronti di un ex Giudice istruttore presso il Tribunale di Milano, chiamato a rispondere dei danni derivanti dalla propria condotta illecita, consistente nel sistematico raddoppio dei compensi spettanti ai consulenti ai sensi della legge 319/80, nella mancata riduzione dei compensi spettanti in caso di deposito tardivo delle perizie, nella liquidazione di compensi eccessivi in assenza dei presupposti di legge e nella liquidazione di compensi in assenza delle prestazioni rese dai consulenti, la difesa del Consulente tecnico, anch'esso citato in giudizio, quale corresponsabile di danni erariali secondari alla commissione dei delitti di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio art. 319 e 319ter Cp , falsa perizia o interpretazione art. 373 Cp , ed abuso d'ufficio art. 323 Cp , in relazione a tre perizie denominate B. II , I. III e B. III che, unitamente ad altre dieci, rientrano nell'oggetto del primo giudizio, espone l'eccezione di difetto di giurisdizione della Corte dei conti sul proprio assistito, per la mancanza in capo al C.T.U. di un rapporto di impiego con gli Uffici giudiziari, e, quindi, con l'amministrazione della giustizia, ente danneggiato. Per il Collegio lombardo, verificare se la carenza assoluta di rapporto organico tra il C.T.U. e l'Amministrazione giudiziaria sia sufficiente ad escludere l'assoggettabilità a responsabilità amministrativo contabile del libero professionista chiamato a svolgere le funzioni pubbliche assegnate con l'atto di nomina attiene a questione di giurisdizione infondata. Per i giudici contabili, infatti, l'argomento si inserisce nel più ampio contesto della soggezione a responsabilità di persone estranee alla Pa, che esercitano funzioni pubbliche in assenza di un rapporto di lavoro subordinato con l'ente pubblico, ed è stata positivamente risolta dalla giurisprudenza contabile, con riferimento a diverse categorie di soggetti cfr., Sezione giurisdizionale Regione Lombardia, 249/05, con riferimento al professionista partecipe della funzione di programmazione urbanistica ed edilizia dell'amministrazione comunale id., Sezione seconda, 108/05 Sezione giurisdizionale Regione Puglia, 646/04, con riguardo alla figura del progettista e direttore dei lavori di costruzione dell'opera pubblica Sezione giurisdizionale Regione Umbria, 275/04, con riferimento ai medici di base e farmacisti che operano in rapporto convenzionale con il S.S.N. Sezione prima, 2 ottobre 2002, n. 336/A, con riguardo ad i componenti del SECIT . In motivazione è detto che la teoria del rapporto di servizio come relazione funzionale tra soggetto privato ed ente pubblico, determinata dall'inserimento - in via autoritativa o convenzionale - del privato nell'apparato organizzativo pubblico per lo svolgimento di attività rette dalle regole proprie dell'azione amministrativa, è stata recepita dalla Corte costituzionale, con sentenza 24 ottobre 2001, n. 340, che ha ritenuto la provvista di giurisdizione da parte del giudice contabile in caso di provata esistenza della predetta correlazione. Ed ancora -, anche la Sc ha aderito alla tesi del rapporto di servizio in senso lato incardinando la giurisdizione della Corte dei conti nei confronti del direttore dei lavori e del collaudatore di opera pubblica Cassazione civile, SS.UU., 3358/94 id., 4060/93 . Nel caso specifico - sottolinea il Collegio milanese - la qualità professionale del convenuto C.T.U. è ancor più significativa ai fini del riconoscimento del rapporto di servizio tra il professionista e l'ente danneggiato poiché, con la nomina da parte del giudice istruttore ai sensi degli articoli 191 ss. Cpc, il consulente tecnico diventa ausiliario del giudice e, come tale, ne condivide taluni obblighi egli assume l'incarico, salvo astensione per giusti motivi o ricusazione su richiesta di parte art. 63 Cpc , presta giuramento, dichiarando di adempiere le funzioni affidategli al solo scopo di fare conoscere al giudice la verità art. 193 Cpc e soggiace al regime di responsabilità stabilito per i periti art. 64 Cpc . Ed ancora -, le cautele che circondano la consulenza tecnica nel processo sono adeguate alla peculiare figura del pubblico ufficiale ausiliare del giudice, al quale viene affidata una parte del procedimento in corso, così realizzando l'inserimento funzionale, ancorché temporaneo, di un libero professionista nell'Amministrazione della giustizia. A supporto di quanto osservato nel caso in esame, il Collegio richiama le motivazioni di una precedente sentenza del 2005 della stessa Sezione, in merito all'affermazione della giurisdizione della Corte dei conti nei confronti del Curatore fallimentare, anch'esso privato professionista in rapporto di ausiliarietà con il giudice. In quell'occasione, la Sezione aveva sottolineato come, da vari lustri, oramai, la Corte dei conti ha rivendicato la propria giurisdizione anche nei confronti di soggetti estranei all'Amministrazione danneggiata ma legati alla stessa da un rapporto di servizio, che si configura quando una persona fisica od anche giuridica es. banca tesoriere di un Ente pubblico, società concessionaria per la riscossione , venga inserita a qualsiasi titolo volontario, coattivo, onorario od impiegatizio nell'apparato organizzativo pubblico ed investita, sia autoritativamente che convenzionalmente, dello svolgimento in modo continuativo di una attività retta da regole proprie dell'azione amministrativa, così da esserne partecipe. Nella stessa sentenza i giudici contabili ritennero necessario fare una premessa di quadro rammentando che al giudizio della Corte dei conti per responsabilità amministrativa sono sottoposti, di regola, i soli dipendenti della Pa legati ad essa dal rapporto organico. La normativa di riferimento - venne sottolineato - è costituita dall'art. 52 del Rd 1214/34, che fornisce un'ampia nozione di dipendente pubblico sottoposto alla giurisdizione contabile, statuendo che i funzionari, impiegati ed agenti, civili e militari, compresi quelli dell'ordine giudiziario e quelli retribuiti da amministrazioni, aziende e gestioni statali ad ordinamento autonomo, che nell'esercizio delle loro funzioni, per azione od omissione imputabili anche a sola colpa e negligenza, cagionino danno allo Stato od altra amministrazione dalla quale dipendono, sono sottoposti alla giurisdizione della Corte nei casi e modi previsti dalla legge sull'amministrazione del patrimonio e sulla contabilità generale dello Stato e da leggi specialistiche . Ed ancora -, un'analoga ampia dizione è contenuta nell'art. 2 della legge 658/84 richiamato dall'art. 1 della legge 19/1994 , che ribadisce l'estensione della giurisdizione contabile nei confronti di amministratori e funzionari, impiegati e agenti di uffici e organi dello Stato e di enti pubblici . Nella sentenza del 2005 si fa anche riferimento all'agire nell'esercizio di compiti legati da occasionalità necessaria con attività istituzionale, come per altre forme di responsabilità civile, penale, disciplinare , e si richiama l'orientamento della Sc a Su, secondo cui ad integrare il predetto rapporto è sufficiente l'esistenza di una relazione funzionale che implichi la partecipazione del soggetto alla gestione di risorse pubbliche e il suo conseguente assoggettamento ai vincoli ed agli obblighi volti ad assicurare la corretta gestione di tali beni. Sempre della sentenza del 2005 è utile riportare la casistica giurisprudenziale, ivi contenuta, ed in parte ripresa nella sentenza in esame, di siffatte figure inquadrate nella categoria logico-giuridica del rapporto di servizio . Oltre ai casi già menzionati in precedenza, sono elencati, a titolo esemplificativo, i membri del collegio dei sindaci o dei revisori di un Ente pubblico, gli Amministratori di un Ente ospedaliero, i componenti di un seggio elettorale, i sanitari privati operanti nell'ambito degli Istituti di prevenzione e di pena. ?? ?? ?? ??

Corte dei conti - Sezione per la Regione Lombardia - sentenza 28 giugno/26 settembre-12 ottobre 2006, n. 533 Presidente Rossano - Relatore Corsetti Il primo giudizio rubricato al n. 12644, ex. 219 proviene dall'atto di citazione depositato in data 8 settembre 1995, con il quale l'ex giudice istruttore presso il Tribunale di Milano, dott. G. DL, veniva chiamato a rispondere dei danni derivanti dalla propria condotta illecita, consistente nel sistematico raddoppio dei compensi spettanti ai consulenti ai sensi della l. 8 luglio 1980, n. 319, nella mancata riduzione dei compensi spettanti in caso di deposito tardivo delle perizie, nella liquidazione di compensi eccessivi in assenza dei presupposti di legge e nella liquidazione di compensi in assenza delle prestazioni rese dai consulenti. L'istruttoria contabile prendeva le mosse da un'ispezione ai servizi di Cancelleria del Tribunale di Milano svoltasi dal 13 settembre al 30 ottobre 1993, culminata nella relazione dell'Ispettore Nicosia in data 3 dicembre 1993. Questa Sezione, con sentenza parziale e contestuale ordinanza 1091/96/R depositata il 13 maggio 1996, ha affermato la giurisdizione della Corte dei conti nella fattispecie in esame e respinto l'eccezione di prescrizione dell'azione sollevata dal convenuto. In via istruttoria, ha disposto l'acquisizione, a cura della Procura attrice, degli atti dei procedimenti, penale e disciplinare, a carico del DL per fatti inerenti l'oggetto della controversia. La sentenza-ordinanza 1091/96/R è ormai passata in giudicato per la parte decisoria questione di giurisdizione ed eccezione di prescrizione , per intervenuta dichiarazione di abbandono ex articolo 75, Tu 1214/4 sull'appello proposto dal convenuto Sezione prima, 15 marzo 2000, n. 78/2000/A . Completati gli adempimenti istruttori richiesti con sentenza-ordinanza 1091/96/R, la Procura regionale ha chiesto la fissazione di nuova udienza per la trattazione della causa istanza depositata l'8 giugno 2005 . Nel contempo, l'Organo requirente ha depositato, in data 9 settembre 2005, nuovo atto di citazione in giudizio - originato dall'esame degli atti del processo penale acquisiti in ottemperanza alla sentenza-ordinanza 1091/96/R - mediante il quale il convenuto, il dott. G. DL, è stato ritenuto corresponsabile, unitamente all'ex C.TU Dr. P.F.A.M. B., di danni erariali secondari alla commissione dei delitti di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio articolo 319 e 319ter Cp , falsa perizia o interpretazione articolo 373 Cp , ed abuso d'ufficio articolo 323 Cp , in relazione a tre perizie denominate B. II , I. III e B. III che, unitamente ad altre dieci, rientrano nell'oggetto del primo giudizio. Pertanto, la Procura attrice ha chiesto, in data 27 ottobre 2005, il rinvio della discussione del giudizio n. 12644 ex 219 all'udienza già fissata per il giudizio n. 23221, per l'eventuale provvedimento di riunione delle cause connesse, ex articolo 274 Cpc. Per il giudizio originario I atto di citazione , il convenuto si è costituito in data 29 marzo 1996 con il patrocinio degli Avv.ti Giorgio De Nova ed Umberto Fantigrossi. Ulteriori deduzioni sono state prodotte con atto del 28 ottobre 2005 patrocinio Avv. Luigi Pagani e, attualmente, con atto di costituzione di nuovo difensore del 7 giugno 2006 Avv. Fausto Maniàci . Con l'ultimo atto difensivo, il DL chiede che la domanda attorea sia dichiarata inammissibile sia per intervenuto abbandono del procedimento in grado di appello e sia per il giudicato formatosi sulla legittimità della liquidazione dei compensi peritali assunte a fondamento dell'azione. Nel merito, egli chiede il rigetto della domanda perché infondata e, in via istruttoria, si riporta alle istanze avanzate con l'atto di costituzione del 29 marzo 1996, mentre invita il Collegio a valutare la documentazione già prodotta anche con la costituzione del 28 ottobre 2005 . Il comportamento contestato dalla Procura attrice con l'atto di citazione dell'8 settembre 1995 I atto di citazione , consiste nell'omissione del dovere di controllo gravante sul giudice istruttore in merito alla richieste avanzate dai consulenti, nonché nell'inosservanza delle norme dettate per la determinazione dei compensi. Il danno complessivamente addebitato al DL ammonta in vecchie lire 1.106.590.772 euro 571.506,44 ed è dettagliato nei seguenti importi a lire 872.171.630 euro 450.439,06 per ingiustificato raddoppio degli onorari, non rinvenendosi nelle 13 liquidazioni considerando sia richiesta dei consulenti e sia il provvedimento di liquidazione quelle circostanze straordinarie che avrebbero potuto legittimare la misura b lire 218.042.907 euro 112.609,76 per mancata applicazione dell'articolo 8 della l. n. 319/1980, secondo cui gli onorari devono essere ridotti di 1/4 in caso di intempestivo deposito della perizia c lire 5.749.920 euro 2.969,59 per il compenso liquidato con provvedimento del 7 maggio 1990 assistenza prestata al G.I. nelle ore pomeridiane , in mancanza di indicazioni normative circa la determinazione del compenso, che appare eccessivo rispetto alla durata della prestazione d lire 10.626.315 euro 5.488,03 per asserita e non effettuata partecipazione del B. alle operazioni di polizia giudiziaria per n. 531 vacazioni. Il danno in questione è addebitato al DL a titolo di colpa grave, per omissione del dovere di vigilanza ed inosservanza di norme cogenti. Sulla questione della erronea liquidazione dei compensi peritali esame della contabilità società C L F vi è un ricorso del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano che, oltre a contestare il raddoppio degli onorari, rileva altre maggiorazioni ingiustificate. Nel ricorso, infine, si considera arbitraria ed inopportuna l'apposizione della clausola di provvisoria esecuzione, prevista dall'articolo 11 della legge 319/80 soltanto per i procedimenti civili ed invece utilizzata in un procedimento penale dove, invece, prevale l'opposta esigenza di attendere la definitività del decreto di liquidazione per mancata impugnazione nei termini di legge ad evitare danni all'erario. L'ordinanza di rettifica emessa dal Tribunale di Milano, sezione I civile, in data 11 febbraio 1992, è stata, a sua volta, annullata dalla Corte di cassazione, Sezione prima civile che, con sentenza 5132/96, ha rinviato gli atti al giudice di primo grado per nuovo esame degli atti in base al principio di diritto enunciato interpretazione dell'articolo 5, legge 319/80 sulla condizione di eccezionalità che consente il raddoppio degli onorari . Il giudizio non fu poi riassunto, con conseguente definitività del decreto di liquidazione originariamente impugnato. Su altro versante, alcune delle perizie incriminate per erronea ed eccessiva liquidazione, hanno formato oggetto, prima di ispezione ministeriale Ispettorato generale del ministero di Grazia e Giustizia, incarico del 18 aprile 1994 e, poi, di indagine penale decreti di rinvio a giudizio da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia in data 26 ottobre 1995 e 18 novembre 1996 . Le imputazioni riguardavano il concorso del magistrato DL e del C.TU B. nei delitti di abuso d'ufficio articolo 323 Cp e falsa perizia articolo 373 Cp , e del solo DL nel delitto di corruzione in atti giudiziari articolo 319ter Cp . In qualità di correi risultano le parti private dei procedimenti penali agevolati dall'imputato, tra cui F.M. R , la consorte nonché avvocato del medesimo, Paola MORA, il dott. B., in qualità di C.TU nelle procedure condotte dal DL. I predetti fatti risultano essere stati compiuti dal febbraio-marzo 1988 e protratti sino al 1993 e si concretizzano nell'adozione di provvedimenti sistematicamente favorevoli al R. con evidente inversione di tendenza rispetto al passato , radicalmente modificati dagli organi giurisdizionali successivamente adìti, nello strumentale esercizio dell'azione penale nei confronti di tutti i componenti del Consiglio di amministrazione e del Collegio sindacale della Cassa di Risparmio di Asti, sempre smentito dalle risultanze processuali, e nell'abnorme estensione dell'accusa ad ispettori della Banca d'Italia ed a professionisti che si limitavano a svolgere il proprio lavoro. E' stato altresì contestato al DL il reato di abuso e falsa perizia per aver consentito la diretta ingerenza della parte privata R. - M. nelle attività istruttorie e consegnato alla concreta disposizione di essa la formazione e la redazione delle perizie contabili, con conseguente produzione di pareri mendaci. Nello stesso tempo, venivano liquidati al consulente B. ed ai suoi collaboratori somme ingenti, con immotivato e sistematico raddoppio degli onorari. Per gli stessi fatti, il ministero di Grazia e Giustizia aveva promosso l'azione disciplinare nei confronti del DL chiedendo, contestualmente, la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, ai sensi dell'articolo 31, comma 2, Rdl 511/46. La Sezione disciplinare del Csm dapprima rigetta la richiesta ordinanza 68/95 del 16 ottobre 1995, emessa ad uno stadio prodromico della procedura, quando era nota soltanto l'iscrizione nel registro degli indagati e, successivamente, la accoglie ordinanza 159/98 del 10 dicembre 1998 , ritenendo seri e consistenti gli elementi posti a fondamento dell'accusa, sia pure nei limiti di una valutazione allo stato degli atti, come richiesta dal sindacato disciplinare. In precedenza, la stessa Sezione disciplinare sentenza 10 aprile 1992 aveva inflitto al DL la sanzione della perdita di due anni di anzianità e disposto il trasferimento del medesimo, sempre con riferimento all'asserita abnormità dei provvedimenti assunti nei confronti dell'imputato R Il procedimento penale incardinato presso il Tribunale di Brescia fu definito con sentenza dichiarativa di incompetenza territoriale sentenza 14 dicembre 1998, n. 671 , per avere il DL prestato servizio nel distretto giudiziario, sia pure per breve periodo. Attualmente, l'azione è stata esercitata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino decreto che dispone il giudizio del 25 febbraio 2003 e, in questo procedimento, l'Amministrazione della Giustizia si è costituita parte civile atto del 17 settembre 2003 . L'azione esercitata dalla Procura contabile con l'atto di citazione del 29 settembre 2005 II atto di citazione è finalizzata alla contestazione delle seguenti voci di danno 1 il danno diretto, ammontante in euro 272.348,81 e da imputare, con vincolo di solidarietà, al Dr. G. DL e al Dr. P.B., consiste nelle spese complessivamente liquidate per la redazione delle perizie ideologicamente false in relazione al capo di imputazione B, concernente la falsità della perizia, ex articolo 373 Cp nel quale viene contestato il contenuto mendace di tre perizie, denominate B. II , I. III e B. III 2A il danno all'immagine, addebitato per la somma di euro 1.032.913,80 al Dr. DL in relazione al capo di imputazione A, concernente il reato di corruzione in atti giudiziari ex articolo 319ter Cp, per l'accettazione di illecita ricompensa da parte del medesimo finalizzata ad una gestione orientata dei procedimenti riguardanti la parte corruttrice 2B il danno all'immagine, addebitato per la somma di euro 544.697,62, al Dr. DL e al Dr. B. in relazione al capo di imputazione C, riguardante il reato di abuso d'ufficio ex articolo 323 Cp, per aver procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale al C.TU consistente nell'ingiustificato raddoppio degli onorari percepiti per le attività peritali nelle perizie B. II , I. III e B. III , in esecuzione del medesimo disegno criminoso di cui ai precedenti capi di imputazione . In totale, il danno patrimoniale diretto e indiretto quantificato con il secondo atto di citazione ammonta in euro 1.849.960,23, da imputare ai convenuti secondo gli evidenziati criteri. Il Dr. DL, costituito in giudizio - per il II atto di citazione - con memoria del 7 giugno 2006 eccepisce, in primis, la prescrizione dell'azione di responsabilità per essere emersi, i fatti oggetto di contestazione, nelle richieste di rinvio a giudizio avanzate dal Pm di Brescia in data 26 ottobre 1995 e 18 novembre 1996 , contestazioni che sono state soltanto reiterate con la richiesta di rinvio a giudizio del Pm di Torino, datata 17 maggio 2002. Secondariamente, eccepisce l'inammissibilità dell'azione contabile, per intervenuto esercizio dell'azione civile in sede penale e, in subordine, la sospensione di essa ai sensi dell'articolo 75, comma 3, Cpp. Nel merito, ritiene infondata l'azione erariale, adducendo fonti di prova a conforto delle proprie affermazioni dichiarazioni testimoniali contrastanti con l'ipotesi accusatoria . Il Dr. B., costituito in giudizio personalmente per il II atto di citazione con memoria del 7 giugno 2006 e, in udienza, con il patrocinio degli Avv.ti Minièri ed Amisano solleva l'eccezione di difetto di giurisdizione della Corte dei conti, per la propria qualità di libero professionista non legato da rapporto di servizio con il Ministero della Giustizia, intervenuto nei procedimenti penali quale ausiliario del Giudice. In via gradata, eccepisce la prescrizione dell'azione di responsabilità e, nel merito, l'infondatezza delle accuse mosse in sede penale, in quanto la metodica del lavoro suggerita dallo stesso Giudice istruttore prevedeva la presenza della parte privata alla ricostruzione contabile, mentre la mole dei documenti da esaminare avrebbe richiesto l'utilizzo di supporti tecnici innovativi per l'epoca di riferimento microfilmatura dei documenti circostanza, questa, che giustificherebbe il raddoppio degli onorari ed il maggior tempo occorso per concludere le operazioni peritali. All'udienza, il Pm insiste, in via preliminare, sulla riunione dei giudizi, per evidente connessione oggettiva, mentre la difesa dei convenuti si oppone alla richiesta, rilevando la diversità della causa petendi e del titolo di imputazione. Infatti, nel primo giudizio si contesta la violazione delle norme sulla liquidazione dei compensi peritali addebitata a titolo di colpa grave mentre, nel secondo, viene in discussione la falsità delle perizie, insieme ad altri addebiti tutti di natura dolosa . Il Collegio, con ordinanza assunta in Camera di consiglio e letta a verbale, dispone la riunione dei giudizi tenuto conto che la riunione consente di pervenire ad una trattazione completa ed esaustiva della materia de qua con conseguenti evidenti vantaggi di economia processuale. Il dibattimento prosegue con la requisitoria del Pm il quale passa in rassegna le eccezioni sollevate dalla difesa, tra cui l'abbandono che, per giurisprudenza consolidata, si applica soltanto in grado di appello, in coerenza con i principi di officiosità dell'azione ed indisponibilità del diritto fatto valere. Sulla questione dell'intervenuto giudicato a seguito dell'impugnazione proposta dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, il Pm osserva che il problema si pone, eventualmente, per una delle 13 perizie esaminate C L F e, anche per questa, non vi è giudicato ma estinzione in giudizio per mancata riassunzione a seguito di annullamento con rinvio disposto dalla Corte di cassazione . Nell'ordine, il Pm respinge l'eccezione di inammissibilità dell'azione giuscontabile per avvenuto esercizio dell'azione civile nel processo penale, in quanto non vi è stato risarcimento dei danni in sede penale, sottolineando che in caso di ravvisata pregiudizialità, il Collegio dovrebbe sospendere il processo ex articolo 295 Cpc e non ex articolo 75, comma 3, Cpp inapplicabile al giudizio contabile. Sulla questione di giurisdizione, rammenta che essa è stata risolta con efficacia di giudicato nei confronti del DL mentre, con riferimento al B., l'Organo requirente cita la sentenza affermativa di giurisdizione pronunciata da questa Sezione nei confronti di un curatore fallimentare, in qualità di ausiliario del giudice 733/05 . In ordine all'eccezione di prescrizione proposta dal DL la Procura ribadisce che la questione è coperta dal giudicato con riferimento al I atto di citazione, ed è infondata con riguardo al II atto di citazione, in quanto l'ufficio del Pm ha avuto la conoscenza effettiva dei fatti ivi riportati in data 12 ottobre 2001, data in cui sono pervenuti gli atti del processo penale celebrato a Brescia, non avendo ricevuto dalla Procura penale la comunicazione ex articolo 129 disp.att. Cpp. Nel merito del I atto di citazione, il Pm trae spunto dalla sentenza della Cassazione Sezione prima, 5132/96, intervenuta sulla legittimità della perizia C L F per ribadire che il raddoppio dei compensi peritali non è misura idonea a compensare il mancato aggiornamento degli importi stabiliti in tabella, mentre l'eccezionalità che giustifica il raddoppio consiste in una situazione che presenta un tasso di anormalità maggiore di quello compensato con l'attribuzione degli onorari nella misura minima-massima. Il Pm richiama poi l'attenzione sulla vicenda delle vacazioni non effettuate perché mancava il materiale da esaminare e sulla omessa motivazione in ordine alla mancata riduzione di 1/4 in caso di ritardata presentazione della perizia. Considerando la colpevole condotta degli organi giurisdizionali che non hanno provveduto alla riassunzione della causa con riferimento alla sola perizia C L F , il Pm ritiene che la responsabilità del DL per i fatti oggetto del I atto di citazione debba essere proporzionalmente ridotta. Inoltre, l'Organo requirente precisa che le richieste formulate con il II atto di citazione con esclusivo riferimento alle perizie B. II , B. III ed I. II sono comprensive degli importi addebitati con il I atto citazione, mentre la richiesta di condanna viene mantenuta per l'intero importo nell'ipotesi in cui fosse dichiarata la prescrizione per il II atto di citazione. Nel merito del II atto di citazione, il Pm sostiene che il nucleo centrale dell'impianto accusatorio si regge sulle testimonianze rese dai coimputati in sede penale tra cui, C. e M. ed il quadro probatorio non muta in modo significativo quando gli interrogatori sono acquisiti a distanza di tempo dagli accadimenti ferma restando la minor precisione dei dati riferiti . Tra le pronunce giurisdizionali più eloquenti dell'anomala conduzione delle C.TU, il Pm cita Tribunale di Milano, Sezione prima, 1324/94, da cui emerge chiaramente la partecipazione delle parti private alle operazioni peritali e non soltanto alle sedute come sarebbe giusto , e si inferisce che le parti svolgevano anche il lavoro assegnato ai coadiutori. L'Avv. Maniàci, patrocinante del DL, insiste affinché il giudizio avviato nel 1995 I atto di citazione sia dichiarato abbandonato, avendo la Procura regionale superato ogni limite temporale per l'adempimento dell'ordinanza istruttoria n. 1091/1996. Giudicando di valenza generale l'istituto dell'abbandono previsto dall'articolo 75 del Rd 1214/34, ritiene giuridicamente rilevante l'inerzia tenuta dall'Organo requirente, comportamento che appare del tutto ingiustificato dopo il 4 aprile 2003, data di esaurimento dell'attività istruttoria. In ordine all'eccezione del passaggio in giudicato di uno dei provvedimenti di liquidazione dei compensi peritali - a seguito della mancata riassunzione del giudizio dopo l'annullamento con rinvio disposto dalla Corte di cassazione - l'Avv. Maniàci precisa che non si invoca il giudicato in senso tecnico, bensì l'effetto vincolante del principio di diritto enucleato dalla Sc ex articolo 393 Cpc , in ordine alla situazione di eccezionalità che legittima il raddoppio del compenso peritale. Lo stesso patrocinante giudica poi apodittica la proposta del Pm di ridurre l'importo del danno per la fattispecie in esame perizia C L F , per la maggiore gravità, in termini di concorso di colpa, della condotta di mancata impugnazione delle altre 12 perizie, rispetto a quella della mancata riassunzione. La difesa conclude poi sul punto, per la neutralità delle circostanze della mancata impugnazione o riassunzione dei provvedimenti di liquidazione, dalle quali dovrebbe desumersi soltanto l'assenza di colpa grave da parte del convenuto per il I atto di citazione , mentre l'illegittimità delle liquidazioni non potrebbe essere ricavata dall'atteggiamento collusivo indagato con il II atto di citazione, che è comportamento doloso da dichiarare prescritto. Sull'eccezione di prescrizione, l'Avv. Maniàci sottolinea che essa riguarda soltanto il II atto di citazione, e che i fatti ivi contestati risalgono all'ipotesi accusatoria formulata dalla Procura della Repubblica di Brescia nel 1995, mentre le ulteriori specificazioni operate dalla Procura di Torino, in sede di riassunzione, lasciano intatto il fatto originariamente emerso. Né il patrocinante valorizza il dato dell'omessa comunicazione ex articolo 129 disp. att. Cpc da parte della Procura penale, poiché gli accadimenti erano stati divulgati a mezzo stampa. A conclusione delle richieste preliminari, il patrocinante chiede la sospensione del giudizio in attesa della decisione degli aspetti penali, anche ai sensi dell'articolo 295 Cpc. Nel merito, l'Avv. Maniàci ritiene inattendibili le perizie come sintomo della collusione tra l'ex giudice istruttore DL e gli imputati, poiché la valenza riconosciuta in sede penale alle perizie incriminate non è univoca a fronte della c.d. sentenza C. che rimette gli atti al Pm per nuova istruttoria, vi è la c.d. sentenza S. pronunciata dalla Corte di appello di Milano nel 2004 che, previa rinnovazione del dibattimento e nuova perizia V.' , perviene alle conclusioni della perizia B. stabilendo che il conferimento del R. nella società OMISSIS fosse da considerare in conto finanziamento e non in conto capitale, per cui tali risorse potevano essere chieste in restituzione dal conferente senza che ciò fosse determinante ai fini del fallimento della società, dovuto a cause antecedenti . L'Avv. Minieri, per B., richiama la distinzione tra consulenza ideologicamente falsa perché contiene errori di valutazione e soggettivamente falsa perché proveniente da soggetti non autorizzati, anche se di contenuto veritiero , sostenendo che l'atto di citazione riguardante il proprio assistito non fa chiarezza sul punto, con ciò pregiudicando il diritto di difesa del cittadino in particolare il diritto ad una tutela efficace di cui all'articolo 13 della Convenzione europea per i diritti dell'uomo . Le difficoltà interpretative derivano anche dall'assenza del corpo del reato le perizie censurate . Infine, l'Avv. Minieri, si associa alla richiesta di sospensione del giudizio in attesa della decisione degli aspetti penali, formulata dall'Avv. Maniàci. L'Avv. Amisano, ancora per B., espone l'eccezione di difetto di giurisdizione della Corte dei conti sul proprio assistito, in mancanza di rapporto di impiego con gli Uffici giudiziari e, ancora in via preliminare, si associa alla richiesta di sospensione del procedimento per la definizione del processo penale da parte del Tribunale di Torino, sul quale pende un'istanza di remissione proposta dal DL, già all'esame della Corte di cassazione. Nel merito, ritiene fondata la tesi del complotto tra i testimoni d'accusa e l'Istituto bancario controparte del R. Cassa di risparmio di Asti nei procedimenti cui si riferiscono le perizie sotto esame, complotto che sarebbe stato finalizzato a procurare indebiti vantaggi ai medesimi e rinvia alle imprecisioni verbali contenute nei recenti interrogatori resi ai Pm torinesi per escludere la falsità soggettiva delle perizie, in quanto l'intervento delle parti raccontato dai testimoni es. integrazioni suggerite dall'Avv. Mora dovrebbe essere riferito alle sedute e non anche alle operazioni peritali. Ma, pur ipotizzando una falsità soggettiva delle perizie incrimininate esatte nella loro oggettività , dovrebbe essere ritenuta la loro non dannosità, perché il profilo soggettivo non produce danno. Sull'assenza del corpo del reato, l'Avv. Amisano precisa che le perizie sono state sequestrate dalla Procura di Palermo nell'ambito di un procedimento penale contro D., per cui non sarebbe possibile, in questa fase, procedere al vaglio del contraddittorio per le testimonianze indicate dalla Procura. In replica, il Pm rammenta che il convenuto non è succube delle lentezze della Procura attrice, avendo la possibilità di chiedere autonomamente la fissazione di udienza osserva, poi, che appare contraddittorio censurare i tempi di riattivazione del processo dopo la sentenza-ordinanza 1091/96 e, nel contempo, chiedere la sospensione del giudizio in attesa dell'accertamento dei fatti in sede penale. Sul vaglio del contraddittorio, rammenta che il B. non ha chiesto alcuna prova testimoniale, a controverifica di quelle già assunte. L'Avv. Minieri insiste per l'incertezza della causa petendi ed la conseguente violazione del diritto di difesa, mentre l'Avv. Amisano, ricorda che l'onere probatorio incombe sul soggetto che agisce. Al termine della discussione, la causa è stata trattenuta in decisione. Motivi della decisione 1. Sulla riunione dei procedimenti. Ai sensi dell'articolo 274 Cpc il Collegio ha disposto - con ordinanza assunta in Camera di consiglio e letta a verbale - la riunione delle cause, per evidente connessione oggettiva. Con la prima, in ordine cronologico, viene addebitato al convenuto ex giudice istruttore DL il danno derivante dal sistematico raddoppio dei compensi peritali ed altre relative irregolarità atto di citazione dell'8 settembre 1995 . Con la seconda azione - originata dagli atti acquisiti in adempimento di ordinanza istruttoria - lo stesso convenuto viene citato, in concorso con il C.TU B. per danni derivanti da fatti di corruzione ex articolo 319 e 319ter Cp , falsità delle perizie ex articolo 373 Cp ed abuso di ufficio ex articolo 323 Cp atto di citazione del 9 settembre 2005 . Benché le condotte produttive di danno siano distinte oltre che connotate da diverso coefficiente soggettivo, il Collegio ha ritenuto opportuno, per ragioni di economia processuale, pervenire ad una trattazione contestuale degli illeciti, tutti compiuti nello stessa cornice affidamento, svolgimento e liquidazione delle consulenze tecniche d'ufficio nei procedimenti condotti dal giudice istruttore DL con C.TU B. e nello stesso arco temporale 1988-1991 . Né le ragioni della connessione vengono meno per la ravvisata disomogeneità di causa petendi nel primo giudizio, si contesta la violazione delle norme sulla liquidazione dei compensi peritali, addebitata a titolo di colpa grave mentre, nel secondo, viene in discussione la falsità delle perizie, insieme ad altri addebiti, tutti di natura dolosa , poiché permane l'esigenza di una cognizione unitaria di ipotesi di danno che traggono origine dalla stessa vicenda storica. Al ulteriore riprova dell'opportunità della riunione per omogeneità della materia, si ricorda che l'Organo requirente ha chiesto l'assorbimento della parte di danno addebitata con il I atto citazione con riferimento alle perizie B. II , B. III ed I. II nella richiesta di danno diretto formulata con il II atto di citazione, in quanto l'importo della spesa complessivamente sostenuta per le tre perizie asserite false include il danno da indebito raddoppio dei compensi. Tutte le evidenziate circostanze depongono per l'utilità di una trattazione unitaria della vicenda in esame, ai fini di una decisione sul merito che possa giovarsi di una ricognizione completa del materiale processuale. 2. Sul difetto di giurisdizione. In via pregiudiziale, deve essere esaminata l'eccezione di difetto di giurisdizione dedotta dal convenuto B., in qualità di C.TU non legato da rapporto di impiego con l'Amministrazione della Giustizia, ente danneggiato, con riferimento al danno contestato con il II atto dei citazione diretto, corrispondente alle spese liquidate per perizie ideologicamente false e indiretto, per lesione dell'immagine . Peraltro, analoga questione fu sollevata dal convenuto DL in sede di costituzione in giudizio per l'udienza del 18 aprile 1996, in ragione della singolarità del rapporto di servizio che intercorre tra il magistrato e lo Stato e, soprattutto, della natura giurisdizionale dell'attività di liquidazione dei compensi peritali svolta dal giudice. La questione fu risolta affermativamente con sentenza-ordinanza n. 1091 del 13 maggio 1996 - che ha ritenuto di natura amministrativa di tale attività - sentenza passata in giudicato per la parte decisoria a seguito di declaratoria di abbandono del giudizio in grado di appello Sezione prima, 15 marzo 2000, n. 78/A . L'eccezione proposta dal B. interessa, invece, il solo versante soggettivo della questione di giurisdizione. Per la soluzione della questione occorre verificare se la carenza assoluta di rapporto organico tra il C.TU e l'Amministrazione giudiziaria sia sufficiente ad escludere l'assoggettabilità a responsabilità amministrativo contabile del libero professionista chiamato a svolgere le funzioni pubbliche assegnate con l'atto di nomina. La questione è infondata, per i motivi di seguito specificati. Essa si inserisce nel più ampio contesto della soggezione a responsabilità di persone estranee alla Pa, che esercitano funzioni pubbliche in assenza di un rapporto di lavoro subordinato con l'ente pubblico, ed è stata positivamente risolta dalla giurisprudenza contabile, con riferimento a diverse categorie di soggetti cfr., Sezione giurisdizionale Regione Lombardia, 249/05, con riferimento al professionista partecipe della funzione di programmazione urbanistica ed edilizia dell'amministrazione comunale id., Sezione seconda, 108/05 Sezione giurisdizionale Regione Puglia, 646/04, con riguardo alla figura del progettista e direttore dei lavori di costruzione dell'opera pubblica Sezione giurisdizionale Regione Umbria, 28 giugno 2004, n. 275, con riferimento ai medici di base e farmacisti che operano in rapporto convenzionale con il S.S.N. Sezione I, 2 ottobre 2002, n. 336/A, con riguardo ad i componenti del SECIT . Infine, la teoria del rapporto di servizio come relazione funzionale tra soggetto privato ed ente pubblico, determinata dall'inserimento - in via autoritativa o convenzionale - del privato nell'apparato organizzativo pubblico per lo svolgimento di attività rette dalle regole proprie dell'azione amministrativa, è stata recepita dalla Corte costituzionale, con sentenza 340/01, che ha ritenuto la provvista di giurisdizione da parte del giudice contabile in caso di provata esistenza della predetta correlazione. Anche la S.C. ha aderito alla tesi del rapporto di servizio in senso lato incardinando la giurisdizione della Corte dei conti nei confronti del direttore dei lavori e del collaudatore di opera pubblica Cassazione civile, Su, 3358/94 id., 4060/93 . Il quadro generale sopra delineato è sufficiente a determinare la declaratoria di infondatezza della proposta eccezione di difetto di giurisdizione. Sennonché, la qualità professionale del convenuto C.TU è ancor più significativa ai fini del riconoscimento del rapporto di servizio tra il professionista e l'ente danneggiato poiché, con la nomina da parte del giudice istruttore ai sensi degli articoli 191 ss. Cpc, il consulente tecnico diventa ausiliario del giudice e, come tale, ne condivide taluni obblighi egli assume l'incarico, salvo astensione per giusti motivi o ricusazione su richiesta di parte articolo 63 Cpc , presta giuramento, dichiarando di adempiere le funzioni affidategli al solo scopo di fare conoscere al giudice la verità articolo 193 Cpc e soggiace al regime di responsabilità stabilito per i periti articolo 64 Cpc . La minuziosa regolamentazione giuridica degli obblighi, delle responsabilità e delle attività di competenza del C.TU soddisfa l'esigenza di garantire le parti nel processo da istruire, che possono intervenire alle operazioni peritali anche mediante propri consulenti articolo 194 Cpc , producendo osservazioni che devono essere inserite nella relazione finale del C.TU articolo 195 Cpc Le cautele che circondano la consulenza tecnica nel processo sono adeguate alla peculiare figura del pubblico ufficiale ausiliare del giudice, al quale viene affidata una parte del procedimento in corso, così realizzando l'inserimento funzionale, ancorché temporaneo, di un libero professionista nell'Amministrazione della giustizia. In tal senso, si richiamano le motivazioni della sentenza di questa Sezione, 733/05, in ordine all'affermazione della giurisdizione della Corte dei conti nei confronti del curatore fallimentare, anch'esso privato professionista in rapporto di ausiliarietà con il giudice. 3. Sull'eccezione di inammissibilità dell'azione contabile. Nell'ordine delle questioni pregiudiziali, deve essere respinta l'eccezione di inammissibilità dell'azione amministrativo contabile per intervenuto esercizio dell'azione civile in sede penale, ex articolo 74 Cpp. La questione viene sollevata dal convenuto DL con riferimento ai fatti addebitati con il II atto di citazione, poiché vi è stata costituzione di parte civile dell'Amministrazione danneggiata con atto del 17 settembre 2003 nel procedimento penale a carico del DL e del B. per i delitti di abuso d'ufficio articolo 323 Cp e falsa perizia articolo 373 Cp , e del solo DL per il delitto di corruzione in atti giudiziari articolo 319ter Cp . Invero, l'azione giuscontabile, mira allo stesso risultato perseguito con l'esercizio dell'azione civile in sede penale, poiché tende ad ottenere, in favore dell'ente danneggiato, una condanna al risarcimento del danno nei confronti del soggetto responsabile. In caso di duplice pronuncia sullo stesso oggetto - ipotesi non ricorrente nel caso di specie perché non è stata resa sentenza penale sui fatti oggetto di causa - si pone, effettivamente, la questione del contrasto di giudicati, questione determinata dalla presunta concorrenza della giurisdizione ordinaria con quella contabile in materia di danno derivante alla p.a. dalla commissione di un reato. Corollari di tale costruzione giuridica c.d. doppio binario sono l'ammissibilità e la procedibilità dell'azione di responsabilità sino a che non vi è stata pronuncia di integrale risarcimento del danno Sezione prima, 22 gennaio 2002, n. 16/A id., 62/1995 , a nulla rilevando l'eventuale sentenza di condanna generica emessa in sede penale Corte dei conti, Sezione prima, 215/04 e l'idoneità della proposizione dell'azione civile in sede penale ai fini dell'interruzione del termine prescrizionale dell'azione di responsabilità amministrativa Corte dei conti, Sezione prima, 7 febbraio 2006, n. 37/A id., Sezione terza, 26 giugno 1997, n. 183/A id., SS.RR., 18 marzo 1996, n. 14/A . Nella diversa ottica della esclusività della giurisdizione assegnata alla Corte dei conti in materia di danno erariale - derivata dall'interpretazione rigorosa dell'articolo 103, comma 2, Costituzione - dovrebbe invece essere dichiarata inammissibile l'azione civile dall'ente danneggiato esercitata in sede penale, per contrasto con la succitata disposizione costituzionale e con le norme ordinarie che regolano la materia cfr. gli articoli 82 e 83 del Rd 2440/23, l'articolo 52 del Rd 1214/34, l'articolo 18 del Dpr 3/1957, l'articolo 58 della legge 42/1990 e, da ultimo, l'articolo 1 della legge 20/1994, come modificato dall'articolo 2 del Dl 543/96, convertito in legge 639/96 . Peraltro, l'affermazione della esclusività della giurisdizione contabile costituisce principio pacifico nella giurisprudenza della Corte dei conti che, in più occasioni ha ritenuto esclusa una concorrente giurisdizione del g.o. adito secondo le regole normali applicabili in tema di responsabilità e di rivalsa C. conti, Sezione terza, 21 luglio 2005, n. 490/A id., Sezione seconda, 223/05 id., 1 luglio 2004, n. 215/A . In tal senso, viene confermata la tesi secondo cui non spetta all'amministrazione esercitare l'azione di rivalsa nei confronti del dipendente che ha cagionato il fatto in dipendenza del quale essa è stata condannata al risarcimento del danno, poiché la relativa controversia rientra nella giurisdizione della Corte dei conti Cassazione civile, Su, 15288/01 . Coerentemente, la negazione dell'azione di rivalsa in sede civile dovrebbe essere accompagnata alla preclusione dell'esercizio della stessa azione in sede penale, affinchè si pervenga all'affermazione piena dell'esclusività dell'azione di danno attribuita alle Procure incardinate presso la Corte dei conti. Nella fattispecie in esame, la ritenuta ammissibilità dell'azione civile in sede penale non preclude, in ogni caso, l'esercizio dell'azione contabile poiché alcuna pronuncia è stata resa in sede ordinaria. 4. Sull'eccezione di tacito abbandono. In via gradata, si va ad esaminare l'eccezione di abbandono, dedotta dal DL con riferimento al giudizio originario I atto di citazione . Il Collegio osserva che, per giurisprudenza consolidata, l'articolo 75 del Rd 1214/34 si applica in grado di appello e non in prime cure cfr., Sezione giur. Regione Calabria, 1148/01, id., SS.RR., 7 luglio 1999, n. 20/QM , in coerenza con i principi di officiosità dell'azione ed indisponibilità del diritto fatto valere che dominano l'azione giuscontabile, senza che ciò determini un'irragionevole disparità processuale tra le parti. Sotto il primo aspetto, l'applicazione dell'istituto consente il passaggio in giudicato della sentenza di primo di grado e non pregiudica il ristoro del danno erariale. Pertanto, legittimamente, il giudice di appello Sezione prima, 15 marzo 2000, n. 78/A ha dichiarato abbandonato il procedimento di impugnazione, determinando il passaggio in giudicato delle statuizioni assunte in primo grado con la sentenza-ordinanza 1091/96. La presunzione assoluta di abbandono è oggi invocata dalla parte per avere ragione del comportamento dilatorio tenuto dalla Procura regionale, in sede di adempimento della sentenza-ordinanza 1091/1996. Invero, la predetta ordinanza non prevedeva alcun termine per il compimento della prescritta istruttoria ma, in ogni caso, si sarebbe trattato di un termine ordinatorio e non perentorio, ai sensi dell'articolo 16, Rd 1038/33, secondo cui Eseguita l'istruttoria o decorso inutilmente il termine prefisso per la medesima, ad istanza della parte più diligente viene dal presidente fissata la nuova udienza per la discussione della causa. La natura ordinatoria del predetto termine discende dalla disciplina generale dei termini processuali fissata dall'articolo 152, comma 2, Cpc che considera perentori i termini dichiarati come tali dalla legge. Ma vi è di più. L'inapplicabilità, in questa sede, della disposizione in materia di abbandono, non impediva alla convenuta di farsi parte più diligente ai sensi del succitato articolo 16, chiedendo la fissazione di nuova udienza. Così operando, essa avrebbe posto fine allo stato di incertezza cagionato dall'inerzia a provvedere dell'Organo requirente e, nel contempo, sarebbe stato raggiunto - per iniziativa di parte - l'obiettivo sotteso alla norma di cui all'articolo 75 del Rd 1214/75, che è quello di favorire la definizione del processo in termini ragionevoli, con l'ulteriore risultato, favorevole alla parte convenuta, di celebrare il dibattimento prima che la documentazione accusatoria richiesta al giudice penale fosse acquisita al fascicolo processuale atti pervenuti dal 2001 al 2003 . In tal senso, le esigenze di tutela del credito erariale azionato nel giudizio di responsabilità amministrativo contabile si contemperano con la salvaguardia dei principi della difesa, sanzionate dal principio del giusto processo di cui all'articolo 111 Costituzione, poiché è in facoltà della parte che lamenta l'ingiustificato protrarsi del procedimento attivarsi affinché il giudizio sia definito, ponendo un freno al censurato comportamento dilatorio. Per tutte le suesposte ragioni, l'eccezione di tacito abbandono non merita accoglimento. 6. Sulla prescrizione dell'azione di responsabilità 6.1. In generale. Gradatamente, si passa ad esaminare l'eccezione di prescrizione dell'azione di responsabilità dedotta dai convenuti per il II atto di citazione in giudizio. L'eccezione proposta nel primo giudizio fu, infatti, respinta con sentenza-ordinanza n. 1091/96/R e non reiterata tra i motivi di appello, per cui la questione resta assorbita dal giudicato formatosi sulla parte decisoria del citato provvedimento. L'eccezione di cui si discute riguarda, invece, il secondo giudizio, avviato con atto di citazione depositato il 9 settembre 2005, con il quale vengono contestati - al DL ed al B. - fatti diversi da quelli in origine addebitati al primo convenuto, ancorchè commessi nello stesso contesto di tempo e di luogo di quelli indagati in precedenza ed emersi ossia portati all'attenzione della Procura attrice in sede di adempimento della sentenza-ordinanza emanata nel corso del I giudizio. Essa si fonda sul dato cronologico della conoscibilità dei fatti oggetto del II atto di citazione sin dalla data della prima richiesta di rinvio a rinvio a giudizio da parte del Pm di Brescia il 26 ottobre 1995 , mentre il deposito dell'atto di citazione è avvenuto dopo la scadenza del termine prescrizionale quinquennale in data 29 maggio 2005 . Né, ad avviso della difesa, può giovare alla Procura attrice l'atto di costituzione di parte civile dell'Amministrazione nel processo penale, poiché intervenuto a prescrizione già maturata. La tesi avversa della Procura regionale si basa sull'omessa comunicazione della notizia di danno da parte del Pm di Brescia, in violazione dell'obbligo di cui all'articolo 129 disp.att. Cpp, circostanza che sarebbe idonea a produrre lo slittamento della decorrenza del termine prescrizionale alla data di conoscenza effettiva del fatto da parte della Procura contabile, ossia al 12 ottobre 2001, data in cui sono pervenuti gli atti del processo penale celebrato a Brescia. Inoltre, l'Organo requirente sottolinea che l'illecito contestato con il II atto di citazione è modellato sulla richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino in data 25 febbraio 2003 , più ampia di quella precedente. Infine, l'eccezione è contrastata con la circostanza che i nuovi fatti emergono a seguito della pregressa sentenza-ordinanza 1091/96, ossia costituiscono una derivazione di quelli già indagati dalla Procura regionale. La sollevata eccezione merita accoglimento. 6.2. Il dies a quo. Ai sensi dell'articolo 1, co. 2, della legge 20/1994, come sostituito dall'articolo 3, d.l. 543/96, convertito in legge 63/1996, il termine di prescrizione deve essere computato dalla data in cui si è verificato il fatto dannoso mentre rileva la data della sua scoperta in caso di occultamento doloso del danno . La locuzione fatto dannoso interpreta il fatto come comprensivo sia dell'evento dannoso e sia della esteriorizzazione o conoscibilità obiettiva dello stesso, in quanto la decorrenza della prescrizione va differita sino alla manifestazione dell'evento nella sfera del danneggiato, momento in cui si definisce la possibilità e l'interesse a far valere il diritto al risarcimento del danno C. conti, Sezione prima, 297/05 id., Sezione terza, 76/2005 . In particolare, la giurisprudenza ha precisato che la conoscenza del fatto coincide con la oggettiva conoscibilità dei fatti Kennen Mussen , intesa come possibilità giuridica della loro conoscenza e non nella concreta conoscenza degli stessi C. conti, Sezione giurisdizionale Regione Basilicata, 19 febbraio 2004, n. 42 id., Sezione prima, 19 giugno 2003, n. 214/A , attribuendo rilievo, comunque, al momento in cui l'a.g.o. dispone il rinvio a giudizio penale per fatti coincidenti con gli illeciti contabili C. conti, Sezione prima, 13 ottobre 2004, n. 348/A . L'individuazione della conoscibilità del fatto da parte dell'ente danneggiato come dies a quo del termine prescrizionale, come regola generale, accentua la divaricazione con la seconda ipotesi normativamente prevista - l'occultamento doloso del fatto - nel quale la prescrizione decorre dalla sua scoperta . Peraltro, nel caso di specie, le due ipotesi vengono a coincidere, poiché la data presa in considerazione dalle parti convenute quale dies a quo è quella della richiesta di rinvio a giudizio da parte del Pm di Brescia che è, nel contempo, data di conoscibilità del fatto e della sua scoperta . 6.3. Omessa comunicazione ex articolo 129 disp.att. Cpp. Alla luce dei principi espressi dalla succitata giurisprudenza, deve essere valutata l'incidenza, ai fini della decorrenza del termine prescrizionale, della omessa comunicazione della data di avvio del procedimento penale da parte del Pm penale, circostanza rilevata dalla Procura attrice al fine di ancorare il dies a quo alla data di effettiva conoscenza degli atti del processo penale celebrato a Brescia. L'articolo 129, co. 3, disp. att. Cpp così dispone Quando esercita l'azione penale per un reato che ha cagionato un danno per l'erario, il Pm informa il procuratore generale presso la Corte dei conti, dando notizia della imputazione. La tesi attorea poggia sulla conforme pronuncia della C. conti, Sezione giurisdizionale Regione Umbria, 418/04, ma è smentita dal giudice di appello che, in linea con la costruzione giuridica della conoscibilità del fatto da parte del danneggiato, considera irrilevante la comunicazione ex articolo 129 disp.att. Cpp Corte dei conti, Sezione terza, 10 giugno 2004, n. 311/A . La circostanza del mancato ricevimento della prescritta comunicazione da parte della Procura regionale - o, in altra prospettiva, la violazione dello specifico obbligo da parte del Pm penale - è un semplice dato di fatto, non idoneo ad interrompere il termine prescrizionale stabilito dalla legge a tutela dei diritti delle parti coinvolte nel processo contabile, diritti che non possono essere sacrificati a causa di disguidi interni alle istituzioni giudiziarie cfr. questa Sezione, 728/05 Peraltro, si sottolinea che l'omogeneizzazione del termine di prescrizione ad anni cinque è stato previsto dall'articolo 2, della legge 20/1994, che è norma successiva all'entrata in vigore del Cpp varato nel 1988. La successione delle norme conferma l'intento del legislatore di assicurare alle Procure contabili la tempestiva conoscenza delle notizie di danno e di garantire, allo stesso tempo, l'autonomia dell'azione di responsabilità da quella penale, ormai pacifica dopo l'abrogazione della pregiudiziale penale. 6.4. Diversità dei fatti dannosi contestati. Le precedenti considerazioni circa la decorrenza del termine prescrizionale per i fatti contestati con il II atto di citazione - ivi compresa la questione dell'irrilevanza dell'omessa comunicazione ex articolo 129 disp. att. Cpp - hanno per presupposto la diversità dei fatti di nuovo riscontro rispetto agli addebiti formulati con il pregresso atto di citazione. Ciò risulta ictu oculi con il I atto di citazione, viene addebitato al convenuto ex giudice istruttore DL il danno derivante dal sistematico raddoppio dei compensi peritali ed altre relative irregolarità mentre con il II atto di citazione lo stesso convenuto viene citato, in concorso con il Ctu B., per danni derivanti da fatti di corruzione ex articolo 319 e 319ter Cp , falsità delle perizie ex articolo 373 Cp ed abuso di ufficio ex articolo 323 Cp . Tale divergenza è stata già considerata ai fini della decisione sulla riunione delle cause supra, punto 1 , disposta dal Collegio nella piena consapevolezza di dover conoscere di condotte distinte sia sul piano oggettivo e sia soggettivo, al solo scopo di pervenire ad una trattazione contestuale degli illeciti, tutti maturati nel periodo 1988-1991 in occasione dell'affidamento, dello svolgimento e della liquidazione delle consulenze tecniche d'ufficio nei procedimenti condotti dal giudice istruttore DL con C.TU B Pertanto, appare irrilevante la controdeduzione della Procura regionale volta ad istituire un rapporto di derivazione causale tra i due giudizi, giustificata con la circostanza che l'Organo requirente ha avuto cognizione dei nuovi fatti in sede di adempimento della pregressa sentenza-ordinanza n. 1091/96. Di vero, nell'asserita concatenazione dei fatti, c'è l'omogeneità della materia, oltre alla concordanza dei dati storici, poiché alcune delle perizie censurate per l'indebito raddoppio dei compensi nel I atto di citazione sono anche ritenute ideologicamente false e strumentali all'adozione di provvedimenti giudiziari favorevoli ad una parte in causa, nei processi istruiti dal DL. Di qui l'opportunità di una valutazione complessiva delle carte processuali, già considerata al momento dell'accoglimento dell'istanza di riunione. In conclusione, il Collegio osserva che la contestualità degli illeciti non è elemento in sé sufficiente a suffragare l'ipotesi di un unico dies a quo, possibile soltanto in presenza di un'unica condotta illecita, sia pure ad effetto permanente. 6.5. Diversità delle ipotesi di reato. Correlativamente, deve essere respinta la controdeduzione della Procura regionale intesa ad affermare la diversità dei fatti enunciati nella richiesta di rinvio a giudizio della Procura della Repubblica di Brescia in data 26 ottobre 1995 e 18 novembre 1996 rispetto a quelli contestati con il decreto che dispone il giudizio della Procura della Repubblica di Torino in data 25 febbraio 2003 , al fine di posticipare il termine di decorrenza della prescrizione quinquennale a tale ultima data. Al riguardo, si rammenta che l'identità del fatto ricorre quando vi è coincidenza tra gli elementi strutturali di esso condotta, evento dannoso, coefficiente psicologico, nesso di causalità . Verificate queste condizioni, le esplicitazioni ulteriori non danno luogo a mutatio libelli , atteggiandosi a mera precisazione e fisiologico sviluppo dell'addebito formulato Corte dei conti, Sezione giurisdizionale Regione Abruzzo, 187/05 . Esaminando le predette richieste, non si rinvengono differenze sostanziali tra le ipotesi di reato formulate a Brescia rispetto a quelle contestate a Torino. In entrambi i casi i convenuti sono chiamati a rispondere per una serie di reati connessi all'esercizio delle funzioni giurisdizionali dell'ex giudice istruttore DL, tra cui l'imputazione per corruzione in atti giudiziari, per abuso di ufficio e falsa perizia. Peraltro, gli stessi capi di imputazione sono alla base dell'ordinanza della Sezione Disciplinare del Csm 159/98 di applicazione della sospensione provvisoria dalle funzioni e dallo stipendio nei confronti del DL. In altri termini, l'asserita divergente rappresentazione dei fatti resa dalla Procura penale dichiarata competente si atteggia a mera puntualizzazione e fisiologico svolgimento delle originarie imputazioni e non dà luogo a mutatio libelli C. conti, Sezione giurisdizionale Regione Abruzzo, n. 187/2005, cit. . Per tutte le suesposte considerazioni, l'azione di responsabilità esercitata con atto di citazione depositato in data 9 settembre 2005, è da ritenere prescritta. Di conseguenza, il C.TU B. deve essere dichiarato prosciolto da ogni addebito. 6.6. Rimborso spese legali. Tanto premesso in ordine alla prescrizione dell'azione attivata con il II atto di citazione, il Collegio deve pronunciarsi in ordine alle spese legali sostenute dal B., nei cui confronti non può accertare la fondatezza, nel merito, delle accuse formulate dall'Organo requirente. Il Collegio non può, tuttavia, non rilevare l'intrinseca illegittimità della situazione posta in essere dal convenuto, in relazione ai poco trasparenti rapporti intercorsi con il giudice DL sui quali sta indagando il giudice penale. Di conseguenza, ritiene che ad esso non si applichi l'articolo 3, comma 2bis del d.l. 543/96, convertito in legge 639/96, per cui le spese di giudizio - per la parte da esso sostenuta e, in particolare, le spese legali - debbano rimanere a suo carico. Questa Sezione ha già affermato la compatibilità della succitata disposizione con il potere di compensazione delle spese processuali, ai sensi dell'articolo 92, co. 2, Cpc cfr., ex multis, 1255/02 , mentre la Corte di cassazione ha ritenuto che l'esercizio di detto potere - in caso di rigetto della domanda di condanna - non ecceda i limiti della giurisdizione della Corte dei conti Su Civili, 17014/03 . Si aggiunge che l'obbligo di procedere al regolamento delle spese in caso di proscioglimento risulta rafforzato dall'articolo 10bis, comma 10, del d.l. 203/05, conv. nella legge 248/05. 7. Sull'illiceità della condotta. 7.1. La condotta complessiva. La condotta contestata al convenuto DL con il I atto di citazione consiste nell'omissione del dovere di controllo gravante sul giudice istruttore in merito alla richieste avanzate dai consulenti, nonché nell'inosservanza delle norme dettate per la determinazione dei compensi. In particolare, viene contestato il sistematico raddoppio degli onorari spettanti ai periti ai sensi della legge 319/80, la mancata riduzione dei compensi spettanti in caso di deposito tardivo delle perizie, la liquidazione di compensi eccessivi in assenza dei presupposti di legge e persino la liquidazione di compensi in assenza delle prestazioni rese dai consulenti. La vicenda prende le mosse dall'ispezione ministeriale ai servizi di cancelleria del Tribunale di Milano, coordinata dal 16 settembre al 30 ottobre 1993 dall'ispettore capo Dr. Nicosia, in merito ai compensi liquidati a consulenti tecnici, periti, custodi ed esperti. Nel corso delle indagini è emersa l'impugnazione proposta dall'allora Procuratore della Repubblica dott. Borrelli avverso i decreti di liquidazione n. 6 emessi dal giudice DL nei confronti del B. e dei suoi coadiutori, in relazione alla perizia conferita il 23 marzo 1990 per l'esame dei bilanci e la contabilità della Società C L F . Nel ricorso viene contestata la prassi sistematica di liquidare gli onorari per periti e coadiutori in misura doppia, in violazione dell'articolo 5 della legge 319/80, l'apposizione della clausola di provvisoria esecuzione, ritenuta arbitraria ed inopportuna nei procedimenti penali, ed il rimborso di spese non ammesse a liquidazione es. spese di taxi . Viene, così, affidato all'Ispettore delle Cancellerie dott. De Luca l'incarico di procedere al rilevamento degli incarichi di consulenza conferiti dal DL al B. nel periodo 1988-1993, con particolare riferimento al procedimento n. 793/85F caso R. - Cassa di risparmio di Asti . La relazione finale prodotta dal De Luca in data 30 ottobre 1993 viene recepita nell'atto conclusivo dell'ispezione, siglato dal Nicosia in data 3 dicembre 1993. Nella parte conclusiva della relazione, vengono riconosciute - nei 13 provvedimenti di liquidazione - le violazioni già evidenziate nel ricorso per riliquidazione degli onorari proposto dal Procuratore della Repubblica Borrelli avuto riguardo, in particolare, alla non corretta applicazione delle norme che regolano la liquidazione dei compensi sistematico raddoppio ed all'omesso controllo delle richieste formulate dei periti. Viene, inoltre, censurata la mancata riduzione di 1/4 ai sensi dell'articolo 8 della legge 319/80 ove la perizia non venga depositata nel termine assegnato dal giudice , disposizione che non risulta mai applicata. Sotto il profilo omissivo, le carte dimostrano che i provvedimenti di liquidazione presentano lo stesso carattere grafico della richiesta segno che il DL si è limitato ad apporre la propria sottoscrizione e, talvolta, ad aggiungere la clausola di provvisoria esecuzione. L'omissione di controllo trasmoda in acritica accettazione delle richieste dei consulenti se, come attestato dalla relazione ispettiva, i richiedenti hanno avuto l'ardire di compilare le fatture da presentare per la riscossione dei compensi prima che fosse nota l'entità degli onorari e delle spese liquidate. La prassi costante in tal senso autorizza a ritenere che i periti avessero già la certezza di un integrale accoglimento delle loro richieste prima della presentazione delle stesse relazione Nicosia, pag. 16 . Se quella sopra descritta è la prassi normale, profili di eccezionale illegittimità vengono rilevati in due dei provvedimenti di liquidazione il decreto 19 gennaio 1988 per lire 10.626.315 si riferisce ad operazioni peritali non compiute per indisponibilità degli atti mancata esecuzione dei decreti di sequestro da parte della Polizia giudiziaria l'incarico, conferito il 21 novembre 1986 con inizio delle operazioni peritale il 25 novembre 1986 viene sospeso in data 30 dicembre 1986 eppure, viene avanzata richiesta di liquidazione per n. 531 vacazioni con importo raddoppiato, di cui n. 11 sedute presso il proprio studio con avvocati e consulenti di parte oltre a numerosissime sedute per l'assistenza alle operazioni di sequestro, ad opera della Polizia giudiziaria, della documentazione in esecuzione del decreto della S.V.I. A fronte della richiesta, il giudice DL liquidava le spese e gli onorari esposti dal B. relativi ad attività di perito e d'assistenza alla polizia giudiziaria nell'operazione di sequestro di documenti oggetto di perizia , attività, queste, non comprese nell'atto di affidamento dell'incarico, oltre che sproporzionate n. 531 vacazioni in relazione alla esigua durata di esso appena un mese ed all'assenza di elaborato finale per mancanza degli atti da periziare, circostanza, questa, che non ha impedito l'addebito di lire 374.317 per cancelleria varia . Altro decreto palesemente illegittimo è il provvedimento emesso il 7 maggio 1990 per lire 5.749.920 - per assistenza prestata al giudice istruttore nelle ore pomeridiane e la partecipazione ad assemblee dei soci della S.p.A. Milano Parco Est - per mancato rinvenimento dei criteri seguiti nella liquidazione. 7.2. Le tesi contrapposte. Le rilevate omissioni del dovere di controllo incombente sul giudice istruttore responsabile del procedimento di liquidazione dei compensi fanno sistema , nell'ottica della Procura attrice, con le ipotesi di reato da cui scaturisce il II atto di citazione in giudizio, ossia trovano giustificazione nei comportamenti collusivi indagati dal giudice penale. Ciò vale a dire che l'accettazione acritica delle richieste dei periti e persino la mancanza di rapporto causale tra prestazione resa e liquidazione eseguita cfr. decreto 19 gennaio 1988, per lire 10.626.315 , si inquadrano nella condotta di abuso d'ufficio, per aver consentito, il DL, la diretta ingerenza delle parti private nelle attività istruttorie e consegnato alla concreta disposizione delle medesime la formazione delle perizie contabili affidate al B., con conseguente produzione di pareri mendaci. Per intervento della prescrizione estintiva, è precluso al Collegio procedere al riscontro dei collegamenti ipotizzati dalla Procura regionale in merito alle due tipologie di illecito. Tuttavia, la necessaria comunanza degli elementi di fatto, impone di considerare tutti gli elementi utili all'accertamento del danno contestato con il I atto di citazione, ivi compresa la documentazione difensiva prodotta dalle parti convenute. In ordine alla legittimità della condotta tenuta dal DL nell'adozione dei provvedimenti di liquidazione in esame, le tesi difensive si fondano, essenzialmente 1 sulla sussistenza delle condizioni per la concessione del raddoppio degli onorari 2 sull'inesistenza del divieto di apporre la clausola di provvisoria esecuzione nei procedimenti penali. Nessuna eccezione viene formulata in merito alla abnormità dei provvedimenti di liquidazione palesemente ingiustificati decreto 19 gennaio 1988, per lire 10.626.315 decreto 7 maggio 1990, per lire 5.749.920 , come pure non viene contestata la mancata riduzione di 1/4 per il caso di tardivo deposito della perizia. 7.3. L'illegittimo raddoppio dei compensi peritali. Con riguardo all'indebito raddoppio degli onorari peritali, l'articolo 5 della legge 319/80 così dispone Per le prestazioni di eccezionale importanza, complessità e difficoltà gli onorari possono essere aumentati fino al doppio. Sostengono le parti anche il B., con riferimento al II atto di citazione che le perizie incriminate sono connotate da un rilevante tasso di complessità e che la definizione di tale indice, nel caso concreto, si ricava dal principio di diritto enucleato dalla Corte di cassazione Sezione prima civile, 5132/96 in occasione dell'annullamento con rinvio dell'ordinanza di rideterminazione dei compensi emanata dal Tribunale di Milano, Sezione prima civile, in data 11 febbraio 1992, su impugnazione del Procuratore della Repubblica avverso i decreti di liquidazione dei compensi dovuti per la perizia C L F . In prima battuta, la difesa DL aveva opposto il vincolo del giudicato sui decreti di liquidazione oggetto di impugnazione, a seguito della omessa riassunzione della causa da parte della Procura penale competente. All'udienza, il patrocinante ha specificato che nella fattispecie non vi è spazio per un giudicato in senso tecnico, ossia non si applica l'articolo 310 Cpc in materia di estinzione dei giudizi poiché a seguito della cassazione dell'ordinanza del Tribunale, non vi sono sentenze di merito da salvaguardare. Viceversa, è corretta l'applicazione dell'articolo 393 Cpc perché, estinguendosi l'intero giudizio, resta vincolante il principio di diritto esternato dal Giudice di legittimità. In effetti, la Cassazione offre ampi chiarimenti in ordine all'interpretazione della norma in esame, respingendo la tesi del giudice di merito che considerava meritevoli di raddoppio soltanto le prestazioni dell'ausiliare caratterizzate dall'essere straordinarie, nel senso di non essere prospettabili uguali nell'esperienza giudiziale e professionale. Il canone sistematico individuato dalla S.C. ricollega l'aumento degli onorari alla anormalità della prestazione peritale, anormalità che deve presentare un tasso maggiore rispetto a quello che deve essere compensato con l'attribuzione degli onorari variabili nella misura massima posto che l'eccezionalità è stata già considerata dalla norma ai fini della determinazione concreta degli onorari nell'ambito dell'arco tra il minimo ed il massimo fissato nelle Tabelle Cassazione, 5132/96, pag. 8 . Sotto questo profilo, il Giudice di legittimità ribadisce che il raddoppio dei compensi peritali non è un correttivo introdotto per compensare la generale inadeguatezza della tariffe ordinarie e, in particolare, il mancato aggiornamento degli importi, come sostenuto dal B. ricorrente in Cassazione insieme al coperito C. . L'argomento della complessità delle perizie, sia pure corroborato dall'applicazione del principio di diritto manifestato dalla S.C., non è idoneo a superare l'ipotesi accusatoria formulata dalla Procura attrice, poiché l'aumento degli onorari ex articolo 5, legge 319/80 è stato sempre concesso, anche in mancata di specifica richiesta, e pure quando la prestazione non è stata resa decreto di liquidazione 19 gennaio 1988, per lire 10.626.315, in relazione all'incarico revocato per mancanza degli atti da periziare . Ma è dall'esame della documentazione in atti relazione Nicosia, pag. 14, e relativi allegati che si desume l'assenza di qualsiasi valutazione della complessità della perizia sia da parte dei periti richiedenti - i quali avrebbero dovuto menzionare la presenza di circostanze straordinarie e non soltanto richiamare la disposizione di cui all'articolo 5 della legge 319/90 - e sia da parte del giudice istruttore che, prestandosi acriticamente alle richieste di aumento ingiustificato degli onorari e, quindi, omettendo ogni controllo, ha tenuto un comportamento difforme da quello prefigurato dalla legge per l'esercizio della funzione magistratuale. Viceversa, la valutazione della complessità è stata considerata in sede di conferimento dell'incarico peritale, poiché in determinati casi punti 1, 5, 11 e 12 della relazione Nicosia sono stati nominati degli ausiliari del perito ovvero un collegio peritale. Le precedenti considerazioni in merito all'immotivato aumento degli onorari ai consulenti tecnici, sono tanto più valide in relazione all'omessa riduzione dei compensi nella misura di 1/4 per le perizie non depositate nel termine assegnato dal giudice praticamente tutte , che è questione non dibattuta dalla difesa, forse perché la condotta omissiva è qui priva di ogni benché minima giustificazione. 7.4. La concessione della provvisoria esecuzione. La clausola di provvisoria esecuzione è stata sistematicamente concessa dal giudice DL pur non essendo prevista dalla legge in materia penale. L'articolo 11, comma 4, della legge 319/80 prevede che Nei procedimenti civili il decreto di liquidazione costituisce titolo provvisoriamente esecutivo nei confronti della parte a carico della quale è posto il pagamento mentre analoga disposizione non è contenuta nell'articolo 11, comma 3, concernente i procedimenti penali. La ratio della diversa previsione risiede nell'esigenza di predisporre un titolo esecutivo da far valere nei confronti della parte a carico della quale è posto il pagamento mentre essa non ha ragion d'essere nei confronti dello Stato debitore. Obietta la difesa del B., relativamente al II giudizio che un ordine di servizio del Presidente del tribunale civile e penale di Milano 616/88 consentiva l'apposizione di tale clausola nei procedimenti penali, superando così il divieto normativo. Invero, il citato provvedimento concerne la liquidazione dei compensi spettanti agli interpreti o periti generalmente di importo esiguo e ne consente la liquidazione nel corso dell'udienza, allo scopo di evitare il costo delle comunicazioni quando il numero delle parti sia elevato. Soltanto ove ciò non sia possibile, viene consentita la dichiarazione di provvisoria esecuzione della liquidazione operata in via successiva. In ogni caso, dovrebbe trattarsi di importi esigui - circostanza qui non ricorrente - e, comunque, dovrebbe essere valutata la richiesta mentre, nelle liquidazioni in esame, la clausola viene sempre concessa, talora anche in mancanza di apposita richiesta punti 5 e 11 della relazione De Luca . La necessità di fare un uso accorto e ragionato della dichiarazione di provvisoria esecuzione traspare dalla coeva circolare interna del Presidente del Tribunale 6 febbraio 1988, n. 828/14 , con la quale si richiama l'attenzione delle Cancellerie sull'esigenza di corredare il decreto di liquidazione dell'attestazione di definitività dello stesso per mancata impugnazione nei termini di legge. Tali cautele non sono state assunte nel caso di specie dimostrando, anche sotto questo profilo, il venir meno del dovere di controllo intestato dalla legge alla figura del giudice istruttore responsabile delle liquidazioni. 8. Sull'elemento psicologico. 8.1. La colpa grave. In ordine al coefficiente psicologico della descritta condotta omissiva, sussistono gli estremi della gravità della colpa, per violazione di specifiche norme di legge in materia di liquidazione dei compensi ai consulenti tecnici , oltre che delle regole di prudenza e di correttezza che devono guidare l'azione dei funzionari pubblici in particolare, magistrati , nell'esercizio di funzioni che comportano l'amministrazione di risorse della collettività. Ciò vale a dire che, nella specie, viene in considerazione la c.d. colpa normativa ma, prima ancora, il comportamento omissivo appare connotato dalla c.d. colpa generica, consistente nella massima negligenza, ossia dal non intendere ciò che tutti intendono, poiché le contestate omissioni si risolvono nella rinuncia all'esercizio di qualsiasi controllo e nell'aprioristica accettazione delle richieste dei periti. In tal senso, la gravità della colpa traspare dalle descritte modalità della condotta, ossia dalla sistematica applicazione della clausola di provvisoria esecuzione, dalla prassi costante di concedere l'aumento degli onorari senza compiere alcuna verifica sulla sussistenza delle condizioni di legge per la concessione del raddoppio , dalla mancata applicazione della riduzione di 1/4 sulle perizie tardivamente liquidate. La carenza di ogni benché minima diligenza, nella liquidazione dei compensi peritali, si accompagna al sospetto di una dolosa preordinazione o comunque alla sussistenza di un coefficiente di volontarietà nella gestione della pratiche in esame, che sconfina nel concetto penalistico di colpa cosciente C. conti, sezione giurisdizionale Regione Sicilia, 4 ottobre 2005, n. 174/A . In particolare, depongono per la suddetta interpretazione le circostanze ambientali nelle quali gli illeciti venivano consumati, tutte puntualmente documentate negli atti di causa. Tra queste, desta perplessità il fenomeno, a dir poco singolare, delle fatture emesse dai consulenti in data antecedente al decreto di liquidazione, così come la compilazione dei decreti con lo stesso mezzo grafico delle richieste relazione Nicosia, pag. 16 . Sarebbe agevole ricondurre le riferite singolarità alla funzionalizzazione dell'attività di liquidazione delle consulenze ai più gravi comportamenti collusivi contestati con il II atto di citazione in giudizio - con riferimento ai reati di abuso di ufficio, corruzione in atti giudiziari e falsità di perizie ancora sub judice in sede penale - così da poter riconoscere la sussistenza, nella condotta del convenuto DL, di un atteggiamento francamente doloso. Sennonché, in materia insiste la preclusione derivante dalla prescrizione estintiva dell'azione di danno. Tuttavia, il Collegio ritiene ugualmente di poter avanzare l'ipotesi di un atteggiamento soggettivo gravemente colposo, ossia caratterizzato da estrema spregiudicatezza, ai limiti del dolo, poiché le agevolazioni concesse ai beneficiari in assenza di qualsiasi controllo sono emblematiche di una prassi non ortodossa, tale da incoraggiare i richiedenti-beneficiari ad avanzare qualsiasi istanza, certi del suo accoglimento da parte del giudice DL. Pertanto, può soltanto affermarsi che le violazioni perpretrate sembrano finalizzate a procurare vantaggi indebiti ai consulenti, in mancanza di prova certa che potrebbe ricavarsi soltanto dagli atti del fascicolo processuale coperto da prescrizione. 8.2. L'errore professionale inescusabile. La posizione della difesa, in punto di elemento psicologico, tende a dimostrare la scusabilità dell'errore professionale da parte del giudice DL, errore cagionato dall'interpretazione di norme di difficile lettura. Il DL, richiamata la giurisprudenza secondo cui l'oscurità del testo legislativo è presupposto dell'errore inescusabile Corte costituzionale 364/88, che include tra i requisiti minimi d'imputazione l'effettiva possibilità di conoscere la legge penale che viene meno in caso di ignoranza legis inevitabile , afferma che la norma di cui all'articolo 5 della legge 319/80 è disposizione di difficile interpretazione anche per la categoria magistratuale . A riprova di ciò, il convenuto rammenta l'intervento del Giudice delle leggi su tale norma ed il principio di diritto da esso affermato dalla Cassazione Sezione prima civile, 5132/96 sul concetto di complessità della causa che rende possibile l'aumento degli onorari peritali. In tal senso gli indici di complessità delle materie oggetto di perizia - già richiamati dalla difesa a supporto della tesi della legittimità dell'operato del giudice - vengono invocati per escludere la sussistenza della gravità della colpa nel senso di colpa c.d. normativa . La tesi difensiva è facilmente superabile con le stesse considerazioni espresse ai precedenti punti 7.3 e 8.1 la circostanza che il raddoppio sia stato concesso in via massiccia e sistematica dimostra che non vi è stata erronea valutazione o sopravvalutazione della complessità della causa da istruire, bensì aprioristica rinuncia ad effettuare controlli, con violazione delle più elementari regole di prudenza richieste a qualunque pubblico dipendente e, a maggior ragione, ad un giudice responsabile delle procedure di liquidazione dei compensi a terzi. A ben guardare, poi, la complessità viene invocata per alcune delle perizie sotto esame in particolare le 3 perizie oggetto del II atto di citazione mentre, si ripete, i fatti omissivi riguardano la generalità delle liquidazioni contestate. 8.3. Il concorso di colpa. Ancora, la sussistenza dell'elemento soggettivo è contestata dalla difesa sotto il profilo del concorso, nella produzione del danno, del fatto colposo del creditore, ex articolo 1227 Cc. In particolare, viene valorizzato il fatto della mancata impugnazione dei provvedimenti di liquidazione dei compensi peritali, circostanza che equivarrebbe al visto di un'autorità amministrativa, con conseguente venir meno, se non della azionabilità della giurisdizione contabile per una sorta di pregiudiziale amministrativa nel processo giuscontabile , almeno del requisito della gravità della colpa. In altra prospettiva, il Pm d'udienza ha invitato il Collegio a mitigare l'importo della condanna in relazione alle fattispecie oggetto del procedimento di opposizione perizia C L F , ritenendo che l'omessa riassunzione del giudizio da parte dell'Ufficio del Pm penale, dopo la sentenza di annullamento della Corte di cassazione, sia comportamento incidente sulla produzione del danno, ex articolo 1227 Cc. Invero, il Collegio ritiene che la proposizione dell'impugnazione ovvero la mancata riassunzione della causa siano circostanze neutre ai fini della sussistenza dell'illecito e della qualificazione della condotta in termini di colpa grave. Di vero c'è che l'impugnazione proposta dal Procuratore Borrelli in data 27 novembre 1990 è stata determinante nell'orientare l'ispezione Nicosia verso i rapporti professionali intercorsi tra il DL ed il B Ma nulla di più. L'esercizio dell'opposizione ex articolo 11, legge 319/80 - diretta a tutelare gli interessi patrimoniali dello Stato che possono essere pregiudicati in sede di liquidazione dei compensi peritali mediante rideterminazione degli importi - non preclude l'esercizio dell'azione dinanzi alla Corte dei conti, che persegue lo stesso obiettivo mediante lo strumento del risarcimento del danno. In ogni caso, non vi è stata rideterminazione degli importi a seguito dell'opposizione proposta dal Procuratore della Repubblica di Milano in data 27 novembre 1990, poiché l'ordinanza del Tribunale è stata annullata dalla Cassazione ed il procedimento non è stato poi riassunto. Pertanto, non si pone il problema della duplicazione degli interventi del Tribunale ordinario in sede di opposizione ex articolo 11, legge . 319/90, e del giudice contabile con l'azione di responsabilità in quanto, nel caso concreto, si sono consolidati gli effetti dei decreti di liquidazione oggetto di impugnazione. 9. Sul danno erariale. Il danno contestato dalla Procura regionale con il I atto di citazione consiste nel maggior costo sostenuto dall'Amministrazione giudiziaria per prestazioni peritali remunerate in modo eccessivo o assolutamente ingiustificato. Trattasi di danno diretto ammontante nel complesso in vecchie lire 1.106.590.772 euro 571.506,44 scomponibile, in dettaglio, nei seguenti importi a lire 872.171.630 euro 450.439,06 per ingiustificato raddoppio degli onorari, in violazione dell'articolo 5 della l. n. 319/1980 b lire 218.042.907 euro 112.609,76 per mancata riduzione degli onorari nella misura di 1/4 ex articolo 8 della l. n. 319/1980 per intempestivo deposito delle perizie c lire 5.749.920 euro 2.969,59 corrispondente all'intero compenso liquidato con provvedimento del 7 maggio 1990 assistenza prestata dal B. al G.I. nelle ore pomeridiane , in mancanza giustificazioni normative circa i criteri di determinazione di esso d lire 10.626.315 euro 5.488,03 pari all'intero compenso percepito dal B. per asserita e non effettuata partecipazione alle operazioni di polizia giudiziaria per n. 531 vacazioni. Gli importi di danno, così come richiesti dalla Procura regionale, sono stati tratti dal prospetto dei compensi liquidati al C.TU B. ed ai suoi coadiutori nel periodo 1988-1991, prospetto allegato alla relazione dell'ispettore De Luca del 30 ottobre 1993. In particolare, la prima voce di danno relativa all'indebito raddoppio dei compensi peritali corrisponde all'intero ammontare dei compensi peritali complessivamente liquidati al B., ai coperiti e coadiutori, decurtata della metà. Dall'ammontare totale di lire 1.760.719.400, sono stati espunti gli importi di lire 10.626315 e 5.749.920, che costituiscono autonoma posta di danno supra, voci c e d , per cui il dimezzamento della somma lorda di lire 1.744.343.260, costituisce il danno da indebito raddoppio degli onorari lire 872.171.630 . La seconda voce di danno, pari a vecchie lire 218.042.907, corrisponde alla quarta parte della somma avrebbe dovuto essere liquidata lire 872.171.630, appunto . Tanto premesso, per quanto riguardo le richieste della parte pubblica, occorre precisare che la difesa del DL non ha contestato l'importo né la composizione delle singole voci di danno, limitandosi a sostenere l'estraneità del convenuto ai fatti addebitati sotto il profilo della liceità della condotta e della levità della colpa. Peraltro, il Collegio osserva, con riferimento alla prima voce di danno da indebito aumento degli onorari che alcune delle perizie esaminate avrebbero forse potuto meritare la remunerazione effettivamente erogate dal G.I., in relazione alla comprovata complessità delle operazioni peritali. Tuttavia, ritiene di accogliere integralmente la richiesta di condanna formulata dall'Organo requirente, anche sotto questo profilo, poiché la complessità della perizia non è mai stata oggetto di valutazione da parte del giudice liquidatore e, pertanto, il raddoppio dell'onorario risulta sempre illegittimo. 10. Il nesso di causalità. Con riferimento alle funzioni espletate dal giudice DL in materia di conferimento degli incarichi di consulenza e liquidazione dei relativi compensi, il Collegio non dubita che il danno in questione sia causalmente riconducibile alla condotta illecita del convenuto. Peraltro, i decreti di cui si discute recano la sottoscrizione del medesimo, per cui deve riconoscersi il contributo causale determinante del convenuto nella produzione del danno. 11. Sulla riduzione dell'addebito. L'applicazione del potere riduttivo è riconosciuta alla Corte dei conti dall'articolo 52 del Rd 1214/34. Detto potere, per costante applicazione giurisprudenziale, è inteso a stabilire un rapporto di adeguatezza e proporzionalità tra tipo di condotta e conseguenze patrimoniali di essa, mentre il suo esercizio resta precluso quando la violazione degli obblighi di servizio sia di tale gravità da sfiorare il dolo Corte dei conti, sezione terza, 228/02 id., sezione prima, 149/93 id., Sezione seconda, 208/92 id., Sezione prima, 9/1989 . Nella specie, non è dimostrabile un atteggiamento francamente doloso da parte del convenuto. Tuttavia, il Collegio ritiene che dalle modalità della condotta illecita sia enucleabile la prova di un elevato grado di colpevolezza, caratterizzato dalla cosciente violazione di norme di legge se non dalla consapevolezza di arrecare un danno all'erario circostanze, queste, incompatibili con l'attenuazione della condanna. Tanto si afferma pur ritenendo di natura discrezionale l'esercizio del potere riduttivo, per cui deve essere motivata la concessione del beneficio ma non il suo diniego Corte dei conti, SS.RR., 563/87 . La condanna alle spese segue la soccombenza. PQM La Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Lombardia, definitivamente pronunciando dichiara la prescrizione dell'azione di responsabilità esercitata con atto di citazione depositato in data 9 settembre 2005 dichiara compensate le spese di giudizio e non rimborsabili dall'Amministrazione giudiziaria le spese legali sostenute dal B. condanna il dott. G. DL al pagamento della somma di euro 571.506,44 vecchie lire 1.106.590.772 comprensiva di rivalutazione, oltre interessi legali dalla data della presente condanna al soddisfo. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate in euro.