Parità uomo-donna vuol dire che la commissione non può essere tutta maschile (ma tutta femminile sì)

di Teodoro Elisino

di Teodoro Elisino Interessanti e cavalleresche le decisioni del Tribunale amministrativo regionale del Veneto e del Consiglio di stato in materia di Parità uomo-donna . Il maschilismo imperante negli scorsi decenni in alcuni settori del pubblico impiego è ormai un lontano ricordo. L'agire, doloso o colposo, grazie al quale il fenomeno tenta di riemergere, si scontra con un preciso principio della carta costituzione, nel nuovo testo dell'articolo 51, e con leggi e regolamenti volti a promuovere le pari opportunità tra donne e uomini. Un nobile esempio di normativa mirante allo scopo anzidetto la rinveniamo nella materia dei pubblici concorsi, con riguardo alla composizione delle commissioni d'esame, precisamente, nell'articolo 9, comma 2, del Dpr 487/94, recante regolamento sui concorsi a posti di pubblico impiego in cui, tra l'altro, è espressamente detto almeno un terzo dei posti di componente delle commissioni di concorso, salva motivata impossibilità, è riservato alle donne . Nel sopra delineato quadro socio-giuridico, si colloca la vicenda oggetto del nostro esame. I fatti portati all'attenzione del Consiglio di Stato hanno origine da un concorso per il posto di direttore del museo indetto dal Comune di Bassano del Grappa. A seguito di esclusione dalle prove selettive, uno dei concorrenti propone ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Veneto, notificandolo al Comune e al concorrente che, nel frattempo, aveva vinto il concorso. Il motivo di doglianza era basato proprio sulla violazione della disposizione contenuta nell'articolo 9, comma 2, del Dpr 487/94, che, come sopra riferito, prevede che almeno un terzo dei posti di componente delle commissioni di concorso debba essere riservato alle donne nella specie, la commissione era composta da tre uomini. Il Comune, oltre ad eccepire la tardività del ricorso rispetto alla conoscenza della composizione della commissione, principalmente sostiene di avere applicato il proprio regolamento sui concorsi, che non prevede la presenza obbligatoria di donne nelle commissioni. Con un secondo ricorso, la concorrente esclusa impugna il regolamento comunale, per contrasto con l'articolo 61 - Pari opportunità - del D.Lgs 29/1993. Con la sentenza impugnata, il Tribunale amministrativo regionale ha respinto l'eccezione di tardività e, a seguito di esame della questione principale, ha stabilito che il regolamento statale 487/94, almeno per quanto riguarda la norma sulla presenza delle donne nelle commissioni, si applica anche agli enti locali, ed è di immediata applicazione, ove non sussistano norme regolamentari dell'ente di contenuto diverso e incompatibile. Di conseguenza, il Tar ha respinto il ricorso contro il regolamento comunale, che appunto non contiene nessuna disposizione contraria alla regola suddetta, ed ha accolto il primo dei due ricorsi, annullando tutti gli atti del concorso, stante la fondatezza della censura sulla composizione della commissione . Il concorrente contointeressato, vincitore del concorso, ha proposto appello al Consiglio di Stato eccependo la tardività dell'iniziale ricorso, sostenendo l'inammissibilità del ricorso, perché la valutazione delle prove è attività discrezionale, e contestando, altresì, l'applicabilità della normativa sulla presenza delle donne nelle commissioni giudicatrici, sostenendo che le disposizioni dell'articolo 9 del Dpr 487/94 e dell'articolo 61 del D.Lgs. 29/1993 non si applicano ai concorsi indetti dagli enti locali. Resiste la ricorrente di primo grado eccependo l'improcedibilità dell'appello, perché il Comune ha dato esecuzione alla sentenza, licenziando il vincitore del concorso, ora appellante, ha nominato una nuova Commissione ed ha ripetuto le operazioni concorsuali. Il collegio di Palazzo Spada, in attesa della decisione della Corte costituzione, a cui era stato prospettato il dubbio sulla legittimità costituzionale dell'articolo 61 del D.Lgs 29/1993, con riguardo all'articolo 51, primo comma, della costituzione, con ordinanza stabilisce, tra le altre cose, che la norma dell'articolo 9 del Dpr 487/94, sulla composizione delle commissioni di concorso, è applicabile anche ai concorsi pubblici non statali. La disposizione, infatti, si adegua espressamente all'articolo 61 del D.Lgs. 29/1993 ora articolo 57 D.Lgs. 165/01 . Nel gennaio del 2005, tuttavia, la Corte costituzionale dichiara la questione inammissibile. I giudici costituzionali, sullo specifico punto della conformità del suddetto articolo 61 all'articolo 51 Costituzione, osservano che occorre prioritariamente tener conto del nuovo testo dell'articolo 51, come modificato con legge costituzionale 1/2003, con il quale si è prescritto che, per consentire ai cittadini di entrambi i sessi di accedere agli uffici pubblici ed alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge , la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini . Sicché, al precetto della parità della condizione fra i due sessi, negli ambiti indicati, originariamente stabilito, nel senso che la diversità, in sé e per sé considerata, non può essere mai ragione di discriminazione, si è aggiunta anche l'assegnazione, alla Repubblica, di un compito di promozione delle pari opportunità tra donne ed uomini. La conseguenza è che, per l'esame della questione proposta, assume un ruolo assorbente la nuova formulazione del primo comma dell'articolo 51 della costituzione. Sulla base di tali autorevoli e vincolanti osservazioni, il Consiglio di Stato non ha condiviso le censure del ricorso ed ha confermato la decisione impugnata.

Consiglio di Stato - Sezione quinta - decisione 22 marzo-11 ottobre 2005, n. 5487 Presidente Carboni - Estensore Farina Ricorrente Guderzo Fatto e diritto 1. La dottoressa Ericani ha partecipato al concorso per il posto di direttore del museo nel Comune di Bassano del Grappa, indetto con deliberazione della giunta comunale n. 350 del 29 settembre 1998. Dopo la prima prova scritta, sostenuta il 20 maggio 1999 e giudicata non sufficiente, le è stata comunicata l'esclusione dalle prove successive, ed ella, con ricorso al Tar del Veneto, notificato il 21 giugno 1999 al Comune ed al dottor Guderzo, che, nel frattempo, aveva vinto il concorso, ha impugnato il provvedimento suddetto e l'atto di nomina della commissione giudicatrice Giunta comunale n. 60 del 23 febbraio 1999 . 2. A sostegno del ricorso, ha dedotto la violazione dell'articolo 9, comma 2, del Dpr 487/94, recante regolamento sui concorsi a posti di pubblico impiego. Secondo la citata norma, almeno un terzo dei posti di componente delle commissioni di concorso è riservato alle donne. Nella specie, la commissione era composta da tre uomini. 3. Il Comune, costituitosi in giudizio, ha eccepito la tardività del ricorso, rispetto alla data di conoscenza della composizione della commissione, ed ha fatto presente di avere applicato il proprio regolamento sui concorsi, approvato dalla giunta con deliberazione 8 luglio 1997, che non prevede la presenza obbligatoria di donne nelle commissioni. 4. Con un secondo ricorso, notificato nel luglio 1999, la dottoressa Ericani ha impugnato il regolamento comunale, per contrasto con l'articolo 61 del D.Lgs 29/1993. 5. Il Tar, con la sentenza ora impugnata, ha riunito i due ricorsi ed ha respinto l'eccezione di loro tardività. Ha poi esaminato la questione principale, stabilendo che il regolamento statale n. 487 del 1994, almeno per quanto riguarda la norma sulla presenza delle donne nelle commissioni, si applica anche agli enti locali, ed è di immediata applicazione, ove non sussistano norme regolamentari dell'ente di contenuto diverso e incompatibile. Ha, di conseguenza, respinto il ricorso contro il regolamento comunale, che appunto non contiene nessuna disposizione contraria alla regola suddetta, ed ha accolto il primo dei due ricorsi, annullando tutti gli atti del concorso, stante la fondatezza della censura sulla composizione della commissione. 6. L'appello n. 8579 del 2000 è proposto dall'originario controinteressato, dottor Guderzo, che deduce due motivi a con il primo sostiene la tardività dell'iniziale ricorso, perché l'atto di nomina doveva essere impugnato immediatamente inoltre sostiene che il ricorso era inammissibile, perché la valutazione delle prove è attività discrezionale b con il secondo contesta l'applicabilità della normativa sulla presenza delle donne nelle commissioni giudicatrici, sostenendo che le disposizioni dell'articolo 9 del Dpr 487/94 e dell'articolo 61 del D.Lgs 29/1993 non si applicano ai concorsi indetti dagli enti locali. 7. Resiste la ricorrente di primo grado, la quale ha eccepito l'improcedibilità dell'appello, perché il Comune ha dato esecuzione alla sentenza, licenziando il vincitore del concorso, ora appellante, ha nominato una nuova Commissione ed ha ripetuto le operazioni concorsuali. 8. Con l'ordinanza 50/2004, la Sezione ha, prima di sollevare la questione di legittimità costituzionale, della quale si dirà sub 9, stabilito, con statuizioni che hanno contenuto decisorio 8.1. che non è fondata l'eccezione di improcedibilità dell'appello, perché gli atti del Comune, di adeguamento alla sentenza del Tar, hanno efficacia subordinata al passaggio in giudicato della sentenza stessa 8.2. che è infondato il motivo sub 6, lettera a , perché la nomina di una commissione di concorso non è atto autonomamente lesivo e va impugnato, come è stato fatto in primo grado, con l'atto di approvazione della graduatoria, recante la collocazione in posizione non favorevole ai fini della nomina. È, altresì, da ammettere la legittimazione all'impugnazione, per illegittima composizione della commissione giudicatrice, in capo ad un concorrente non vincitore 8.3. che la norma dell'articolo 9 del Dpr 487/94, sulla composizione delle commissioni di concorso, è applicabile anche ai concorsi pubblici non statali. La disposizione, infatti, si adegua espressamente all'articolo 61 del D.Lgs 29/1993 ora articolo 57 D.Lgs 165/01 . 9. Il Collegio ha, contestualmente, dubitato della legittimità, con riguardo all'articolo 51, comma 1, della costituzione, della norma della legge delegata, sicché, col venir meno di questa, con conseguente assenza di contenuto della norma regolamentare - suscettibile, peraltro, anche di disapplicazione - sarebbe stata diversamente disciplinata la questione in esame. 10. La questione è stata dichiarata inammissibile, con ordinanza n. 39 del 12-27 gennaio 2005, dalla Corte costituzionale. Sul punto della conformità del suddetto articolo 61 all'articolo 51 Costituzione occorre tener conto, secondo la Corte 10.1. del nuovo testo dell'articolo 51, come modificato con legge costituzionale 1/2003, con il quale si è prescritto che, per consentire ai cittadini di entrambi i sessi di accedere agli uffici pubblici ed alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge , la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini . Sicché, al precetto della parità della condizione fra i due sessi, negli ambiti indicati, originariamente stabilito, nel senso che la diversità, in sé e per sé considerata, non può essere mai ragione di discriminazione, si è aggiunta anche l'assegnazione, alla Repubblica, di un compito di promozione delle pari opportunità tra donne ed uomini. La conseguenza è che, per l'esame della questione proposta, assume un ruolo assorbente la nuova formulazione del primo comma dell'articolo 51 della costituzione 10.2 della evoluzione della giurisprudenza costituzionale, come definita con le precisazioni contenute nella sentenza 49/2003 e con l'ordinanza 172/01. 11. Alla luce della nuova complessiva disposizione del primo comma del citato articolo 51 Costituzione, la norma dell'articolo 61 D.Lgs 29/1993 e la coincidente disposizione dell'articolo 57 del D.Lgs 165/01 non pone dubbi di non conformità al dettato costituzionale. Infatti, col riservare alle donne un terzo dei posti di componente degli organi collegiali di selezione nei concorsi, salva motivata impossibilità, la norma si configura come un modo di promuovere le pari opportunità per i due sessi. Come un'azione positiva, vale a dire, di perseguimento del ri equilibrio fra i due sessi nei settori ivi considerati. Né assume concreto rilievo l'osservazione, ricordata dall'appellante, circa la possibilità che, per effetto della norma in esame, si potrebbe dare il caso di una commissione composta esclusivamente da donne. Nella specie, invero, non si discute di ciò la commissione di concorso era esclusivamente maschile , sicché nessuna rilevanza rivestirebbe una pronuncia di incostituzionalità della norma di legge ordinaria nella parte in cui consente la nomina di un organo composto soltanto da componenti femminili. 12. Conclusivamente, le censure del ricorso in appello non possono essere condivise e va confermata la decisione impugnata. 13. Delle spese si può disporre la compensazione, per evidenti ragioni di equità. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale Sezione quinta respinge l'appello n. 8579 del 2000. Spese compensate. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 2 N . RIC. 3 N . RIcomma /2000 SB