Nessuno è perfetto, ma ...

Va destitituito il poliziotto che tiene bordone a traffici illeciti organizzati, che nell'esercizio delle sue funzioni avrebbe avuto il dovere di reprimere eventualmente anche con l'arresto in flagranza e quanto meno denunciare e faceva tutto ciò percependo una retribuzione dall'autore degli illeciti e giovandosi dell'opportunità di procurarsi stupefacente per il suo consumo personale .

E la sanzione della destituzione appare appropriata visto che i fatti e comportamenti attribuiti all’appellante non si esauriscono nel semplice consumo di stupefacenti, ma come si è visto, si inseriscono in un contesto più ampio di comportamenti poco consoni al grado e ruolo rivestito e che danno rilievo alla gravità della condotta dell'agente. E’ quanto affermato dal Consiglio di Stato, nella sentenza n. 2448 del 6 maggio 2013. Il caso. La vicenda, posta all'attenzione della Sezione e che fa seguito al procedimento di destituzione dal servizio del poliziotto, trae origine dal procedimento penale scaturito da indagini su elementi della criminalità organizzata calabrese con i quali l'interessato risultava avere frequentazioni e rapporti per ragioni estranee ai doveri d'ufficio. All'interessato erano stati contestati i reati di concorso nello spaccio di stupefacenti e di favoreggiamento della immigrazione clandestina. In concreto, gli veniva addebitato di collaborare alla gestione di un locale notturno che impiegava immigrate clandestine e nel quale si spacciava cocaina. Il locale era gestito da un pregiudicato per conto del vero proprietario quest'ultimo era un latitante poi arrestato. Con sentenza del 21 dicembre 2007 del GUP di Roma, l'interessato era stato prosciolto perché il fatto non sussiste . Tuttavia, dopo la conclusione del procedimento penale, l'Amministrazione della PS ha iniziato un procedimento disciplinare, nel presupposto che i comportamenti emersi e accertati, ancorché giudicati privi di rilevanza penale, fossero, comunque, in grave contrasto con i doveri di ufficio. All'esito del procedimento disciplinare è stato adottato il provvedimento impugnato, la cui sospensione, negata dal TAR, è stata concessa dal Consiglio di Stato, sez. VI, con ordinanza 11 settembre 2009. L'Amministrazione ha, quindi, avviato un nuovo procedimento a carico dell'interessato, trasferendolo per incompatibilità ambientale . Si è così instaurata altra controversia, definita con sentenza di questa Sezione, 22 agosto 2012, n. 4587, che ha, tra l’altro, compiuto una completa ricostruzione dei fatti e della rilevanza sul piano amministrativo degli accertamenti compiuti in sede penale. Irrilevanza degli esiti del processo penale. Relativamente alla compiutezza dell’accertamento istruttorio condotto dall’Amministrazione, secondo il Collegio è corretto ritenere che sui fatti emergenti dal processo penale nella loro materialità non è dovuto alcun approfondimento di indagine la PA deve solo procedere ad autonoma valutazione, a fini diversi, a tutela di interessi sottesi al rapporto di impiego, cioè a tutela del proprio decoro e corretto svolgimento dei compiti istituzionali. Peraltro, la sentenza appellata dà contezza della circostanza che l’Amministrazione si è avvalsa non solo delle risultanze penali, ma di copiosa serie di atti investigativi della Squadra Mobile di Torino e della Procura della Repubblica di Torino, da cui risultano svariate ammissioni dello stesso ricorrente. Nell'appello, in particolare, per quanto attiene alla determinazione della sanzione, e specificamente alla violazione del principio di trasparenza, il Collegio non condivide l’assunto secondo cui dovrebbe risultare il procedimento di formazione dell’opinione di ciascun componente la Commissione di disciplina, essendo sufficiente l’espressione del voto di ciascuno, mentre per quanto riguarda la denunciata violazione del principio di graduazione della sanzione e la violazione delle norme contenute nel D.P.R. n. 737/81 Sanzioni disciplinari per gli appartenenti all'Amministrazione della Pubblica Sicurezza , ed in particolare degli artt. 6 e 7, il Collegio osserva che la prevalente giurisprudenza ha avuto modo di ritenere legittima la destituzione dal servizio di un agente della Polizia di Stato che abbia fatto uso di sostanze stupefacenti, considerato che tale uso altera certamente l'equilibrio psichico, inficia l'esemplarità della condotta, si pone in contrasto con i doveri attinenti allo stato di militare e al grado rivestito, influisce negativamente sulla formazione militare e lede il prestigio del Corpo Cons. Stato n. 3371/2011 n. 763/2008, n. 3306/2006, n. 2705/2005 . Legittima la sanzione della destituzione. Si è ritenuto, ad es., che non può considerarsi illegittimo il provvedimento di destituzione solo perché l'art. 6, comma 8, D.P.R. n. 737/1981 prevede la sanzione della sospensione dal servizio nel caso di accertato uso non terapeutico di sostanze stupefacenti, tenuto conto che tale disposizione trova evidentemente applicazione in casi di modesta gravità, mentre nei casi più gravi anche per l'uso di sostanze stupefacenti può essere certamente applicata la sanzione della destituzione dal servizio. A maggior ragione, nella fattispecie, la sanzione della destituzione appare appropriata visto che i fatti e comportamenti attribuiti all’appellante non si esauriscono nel semplice consumo di stupefacenti, ma si inseriscono, invece, in un contesto più ampio di comportamenti poco consoni al grado e ruolo rivestito e che danno rilievo alla gravità della condotta dell'agente. Ciò, del resto, è in linea con quanto disposto per il personale della Polizia di Stato dall'art. 7, nn. 2 e 6, D.P.R. n. 737/81, secondo cui la destituzione è inflitta, distintamente, per atti che siano in contrasto con i doveri assunti con il giuramento n. 2 . L'uso di sostanze stupefacenti, unitamente ai comportamenti rilevati nella ricostruzione in fatto della vicenda, concreta, senz’altro, una delle violazione dei doveri di correttezza e di lealtà assunti con il giuramento prestato e, quindi, legittima, la sanzione della destituzione. Inoltre, osserva ancora la Sezione, come affermato dal primo giudice, non è censurabile per violazione dell’art. 13, D.P.R. 737/1981 il provvedimento impugnato, in cui si dà atto dell’osservanza della norma e della valutazione dei precedenti di servizio del ricorrente, e che, ciononostante, infligge la massima sanzione espulsiva, apparendo legittimo che l’Amministrazione, nell’esercizio dell’ampia discrezionalità di cui dispone, in simile quadro di contestazioni, attribuisca maggior peso ai comportamenti contestati anziché agli elementi di carriera del trasgressore, elencati all’art. 13 cit Così pure, correttamente, il primo giudice ha ritenuto il rispetto dell’art. 7, D.P.R. n. 737/1981 perché la sospensione dal servizio non costituisce un presupposto necessario del provvedimento destitutorio, ed ha natura discrezionale sicché la sua non adozione, all’epoca in cui l’Amministrazione ebbe conoscenza dei fatti, non preclude l’adozione della più grave sanzione espulsiva all’esito del procedimento disciplinare, valutati i fatti nel loro definitivo accertamento.

Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 5 aprile - 6 maggio 2013, n. 2448 Presidente Cirillo Estensore Puliatti Fatto 1. Oggetto del presente giudizio è il decreto ministeriale a firma del Capo della Polizia di Stato, in data 3.12.2008, recante la sanzione disciplinare della destituzione dal servizio del Sig. Giordani Fabrizio, Assistente capo della Polizia di Stato, ai sensi dell’art. 7, n. 1, 2 e 4, D.P.R. 737 del 1981. 2. La sentenza del TAR Lazio-Roma, appellata, ha respinto il ricorso proposto dall’odierno appellante. La vicenda trae origine dal procedimento penale scaturito da indagini su elementi della criminalità organizzata calabrese con i quali l'interessato risultava avere frequentazioni e rapporti per ragioni estranee ai doveri d'ufficio. All'interessato erano stati contestati i reati di concorso nello spaccio di stupefacenti e di favoreggiamento della immigrazione clandestina. In concreto, gli veniva addebitato di collaborare alla gestione di un locale notturno che impiegava immigrate clandestine e nel quale si spacciava cocaina. Il locale era gestito da un pregiudicato per conto del vero proprietario quest'ultimo era un latitante poi arrestato. Con sentenza del 21 dicembre 2007 del G.U.P. di Roma, l'interessato è stato prosciolto perché il fatto non sussiste . Dopo la conclusione del procedimento penale, l'Amministrazione della P.S. ha iniziato un procedimento disciplinare, nel presupposto che i comportamenti emersi e accertati, ancorché giudicati privi di rilevanza penale, fossero, comunque, in grave contrasto con i doveri di ufficio. All'esito del procedimento disciplinare è stato adottato il provvedimento impugnato, la cui sospensione, negata dal T.A.R., è stata concessa dal Consiglio di Stato, sez. VI, con ordinanza 11 settembre 2009. L'Amministrazione ha, quindi, avviato un nuovo procedimento a carico dell'interessato, trasferendolo per incompatibilità ambientale . Si è così instaurata altra controversia, definita con sentenza di questa Sezione, 22 agosto 2012, n. 4587, che ha, tra l’altro, compiuto una completa ricostruzione dei fatti e della rilevanza sul piano amministrativo degli accertamenti compiuti in sede penale, cui nel prosieguo si fa riferimento. 3. Con l’atto di appello in esame, viene criticata la sentenza impugnata e riproposti i motivi disattesi dal primo giudice. 4. Resiste in giudizio l’Amministrazione dell’Interno. 5. All’udienza del 5 aprile 2013, la causa è stata trattenuta in decisione. Diritto 1. L’appello non è fondato. 2. Le censure che l’appellante muove alla sentenza possono, sinteticamente, ricondursi a tre ordini di contestazioni a La ricostruzione dei fatti operata dalla sentenza, e dallo stesso provvedimento impugnato, avrebbe stravolto i fatti accertati in sede penale, che hanno condotto all’assoluzione ex art. 425 c.p.p L’amministrazione avrebbe violato la norma di cui all’art. 653, comma 1, c.p.p. ed anche l’art. 19, comma VI, D.P.R. 737/1981, in quanto le contestazioni mosse disciplinarmente divergono dall’accertamento intervenuto in sede penale ad es. non è stato contestato l’uso di sostanza stupefacente ed è mancata l’istruttoria. Così pure il giudice di primo grado addebiterebbe al Giordani non le fattispecie accertate nella sentenza penale, ma tutte quelle ipotizzate negli atti di indagine. b Con riguardo al motivo settimo del ricorso introduttivo, non si sarebbe tenuto in debito conto il principio di trasparenza nella valutazione del Consiglio Provinciale di Disciplina, non essendo chiaro come si sia pervenuti alla determinazione della sanzione da proporre in definitiva, se le due opinioni difformi siano state tali sin dall’inizio o se tale esito sia il risultato di una discussione di cui non è stata lasciata traccia c con riguardo ai motivi nn. 2, 3, 4, 5 del ricorso introduttivo, si censura la violazione di varie norme del DPR 737/81 e dell’art. 3 della l. 241/1990 nella determinazione della sanzione applicata, erroneamente ricondotta all’art. 7 del DPR 737/1981. Con riguardo, specificamente, al terzo e quarto motivo del ricorso introduttivo, sarebbe violato l’art. 1, comma 2, e l’art. 13 del DPR 737/1981, ossia il principio di appropriatezza e graduazione della sanzione e non sarebbero stati apprezzati i precedenti di servizio. Con riguardo al quinto motivo, invece, si rileva che non avendo l’Amministrazione sospeso il ricorrente nel 2003, ha mostrato di attribuire maggior disvalore al comportamento meno grave risultante nel successivo ridotto quadro accusatorio. 3. Ritiene il Collegio che per la ricostruzione dei fatti sia utile fare riferimento alla sentenza di questa Sezione, 22 agosto 2012, n. 4587, relativa all’impugnazione del trasferimento per incompatibilità ambientale, disposto a seguito della medesima vicenda penale, che a sua volta richiama puntualmente l’accertamento emerso in sede di indagine penale e della sentenza di proscioglimento del G.U.P. del 21 dicembre 2007. La sentenza n. 4587/2012, invero, si è preoccupata di valutare un diverso profilo, l’offesa all’immagine e al prestigio della Polizia, ritenuto che comportamenti sia pure non sanzionabili penalmente possono essere idonei ad apportare un tale nocumento, e a tal fine aveva così stigmatizzato il comportamento dell’appellante l'interessato teneva bordone a traffici illeciti organizzati, che nell'esercizio delle sue funzioni avrebbe avuto il dovere di reprimere eventualmente anche con l'arresto in flagranza e quanto meno denunciare faceva tutto ciò percependo una retribuzione dall'autore degli illeciti e giovandosi dell'opportunità di procurarsi stupefacente per il suo consumo personale. . Innanzitutto, in sede penale, all'attuale appellante erano stati mossi i seguenti capi d'imputazione 1. delitto di favoreggiamento continuato dell'immigrazione clandestina perché al fine di trarre ingiusto profitto, favoriva la permanenza nello Stato di cittadine extracomunitarie illegalmente presenti nel territorio facendole lavorare, senza regolare contratto di lavoro, presso il locale notturno alla cui gestione collaborava, avvisandole preventivamente dei controlli della polizia programmati nel locale, nonché comunicando una serie di notizie apprese in ragione del suo lavoro, in modo da evitare che venissero controllate e rimpatriate 2. delitto di violazione continuata delle leggi sugli stupefacenti perché illegalmente deteneva e cedeva a terzi quantitativi imprecisati di cocaina . L'interessato è stato prosciolto da entrambe le imputazioni e la sentenza è divenuta definitiva tuttavia dalla motivazione della sentenza emergono elementi oggettivi utili anche nel presente giudizio. Come rilevato dal precedente di questa Sezione, nel processo penale l'interessato aveva ammesso di avere collaborato saltuariamente nel locale notturno come buttafuori e come addetto al controllo dei biglietti d'ingresso per arrotondare i propri stipendi che in quel locale si facesse spaccio di stupefacenti e vi fosse la presenza, come lavoratrici in nero non è stato detto con quali mansioni di cittadine rumene all'epoca extracomunitarie senza permesso di soggiorno, è stato ampiamente provato e non è controverso. Il G.U.P. ha riconosciuto che il Giordani certamente collaborava, ma con mansioni di secondario profilo, all'attività della discoteca , ma, quanto al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ha affermato che non vi erano elementi probatori sicuri per affermare a suo riguardo la sussistenza del fine di profitto elemento certamente costitutivo del delitto in esame . Inoltre, poiché il fatto concerneva cittadine rumene, il G.U.P. ha posto il dubbio senza risolverlo se l'illecito fosse tuttora punibile dopo l'ingresso avvenuto a distanza di alcuni anni dai fatti della Romania nell'Unione Europea. Ha aggiunto che nessun elemento probatorio confortava l'ipotesi che l'imputato avesse preavvisato il gestore del locale di eventuali controlli di polizia. Quanto al reato di spaccio di stupefacenti, il G.U.P. ha ricordato come fatto incontroverso che l'interessato faceva uso di cocaina acquistandola da C. il gestore del locale ma, in assenza di sicuri riscontri circa una sua partecipazione all'attività di spaccio, deve concludersi che la comprasse solo per uso personale . Come precisato nella richiamata sentenza di questa Sezione, nonostante la doverosa impostazione garantistica, la sentenza penale assume come fatto accertato che in quel locale notturno si svolgessero abitualmente, ad opera del gestore, almeno due attività illecite l'utilizzazione di immigrate clandestine con mansioni imprecisate , e lo spaccio di stupefacenti. Essa esclude che il Giordani ne fosse complice in senso penalmente rilevante rectius afferma che non vi sono sicuri elementi probatori in tal senso ma dal suo contesto emerge che quei traffici illeciti si svolgevano tranquillamente sotto i suoi occhi, e che anzi dello spaccio di stupefacenti egli si avvaleva abitualmente per il suo consumo personale. D'altra parte, l'interessato frequentava quel locale non quale avventore, bensì come collaboratore retribuito. Sul punto della retribuzione percepita non vi è contestazione, avendo in ricorso lo stesso appellante ammesso di aver attraversato un periodo di difficoltà economiche che lo avrebbe indotto ad accettare di espletare piccoli lavori presso il locale al fine di aumentare un poco esiguo reddito , e ciò durante un periodo di convalescenza, ma in costanza del rapporto di lavoro. 4. Pare al Collegio che tale ricostruzione dei fatti sia sufficiente a far ritenere infondati tutti i motivi di appello. 5. Il primo giudice ha correttamente affermato che, per pacifica giurisprudenza, il giudicato penale, anche a seguito di pronuncia ex art. 425 c.p.p. assoluzione perché i fatti non sussistono , mentre non preclude in sede disciplinare la rinnovata valutazione dei fatti accertati in sede penale - anche di quelli penalmente non rilevanti - esplica effetti vincolanti solo per quanto riguarda l’immutabilità dei fatti nella loro materialità. Pertanto, si avrebbe violazione dell’art. 653 c.p.p. soltanto se il giudice penale avesse accertato che non sussiste lo stesso fatto materiale per cui si procede in sede disciplinare. Il primo giudice ha, quindi, concluso che, nella fattispecie, la contestazione disciplinare è coerente con l’insussistenza dei fatti acclarata in sede penale a insussistenza del fatto per cui il ricorrente facesse parte di un’organizzazione criminale e che in esecuzione di un comune disegno favorisse per trarne profitto la permanenza illegale nel territorio di cittadine extracomunitarie facendole lavorare presso la discoteca non ha agevolato la presenza di rumene clandestine lavoranti nella discoteca agevolazione che è stata oggetto di accertamento e che nella sentenza penale è al ricorrente materialmente ascritta, unitamente al collega Nicola , ma che sono mancati elementi probatori sicuri per affermare la sussistenza del fine di profitto, elemento certamente costitutivo del delitto in esame b l’insussistenza del fatto secondo cui il Giordani, in esecuzione di un comune disegno criminoso abbia spacciato a terzi sostanze stupefacenti, pur risultando accertato che il ricorrente era un acquirente e consumatore di detta sostanza e non sono risultati elementi idonei a sostenere in giudizio l’accusa di illecita detenzione e cessione a terzi di quantitativi imprecisati. La contestazione disciplinare, come rileva il TAR, non muove da fatti esclusi in sede penale, ma dai comportamenti accertati che, seppure privi di rilevanza penale, ben possono formare oggetto di discrezionale valutazione a fini disciplinari. Deve concludersi, conseguentemente, nel senso che nessun stravolgimento dei fatti risultanti dall’accertamento penale è stato operato dal giudice di prime cure. 6. Quanto alla compiutezza dell’accertamento istruttorio condotto dall’Amministrazione, è corretto ritenere che sui fatti emergenti dal processo penale nella loro materialità non è dovuto alcun approfondimento di indagine la P.A. deve solo procedere ad autonoma valutazione, a fini diversi, a tutela di interessi sottesi al rapporto di impiego, cioè a tutela del proprio decoro e corretto svolgimento dei compiti istituzionali. Peraltro, la sentenza appellata dà contezza della circostanza che l’Amministrazione si è avvalsa non solo delle risultanze penali, ma di copiosa serie di atti investigativi della Squadra Mobile di Torino e della Procura della Repubblica di Torino, da cui risultano svariate ammissioni dello stesso ricorrente. La sentenza appellata si sofferma, tra l’altro, dettagliatamente ad escludere la fondatezza delle censure mosse alla relazione del Funzionario istruttore e, conseguentemente, l’assenza di vizi derivati del provvedimento di destituzione. 7. Infine, per quanto attiene alla determinazione della sanzione, e specificamente alla violazione del principio di trasparenza, non si condivide l’assunto secondo cui dovrebbe risultare il procedimento di formazione dell’opinione di ciascun componente la Commissione di disciplina, essendo sufficiente l’espressione del voto di ciascuno. 8. Per quanto riguarda la denunciata violazione del principio di graduazione della sanzione e la violazione delle richiamate norme del DPR. 737/81, ed in particolare degli artt. 6 e 7, si osserva che - la prevalente giurisprudenza ha avuto modo di ritenere legittima la destituzione dal servizio di un agente della Polizia di Stato che abbia fatto uso di sostanze stupefacenti, considerato che tale uso altera certamente l'equilibrio psichico, inficia l'esemplarità della condotta, si pone in contrasto con i doveri attinenti allo stato di militare e al grado rivestito, influisce negativamente sulla formazione militare e lede il prestigio del Corpo Consiglio di Stato sez. III, 06 giugno 2011, n. 3371 sez. VI, 29 febbraio 2008, n. 763 sez. VI, 31 maggio 2006, n. 3306 sez. IV, 25 maggio 2005, n. 2705 . Si è ritenuto, ad es., che non può considerarsi illegittimo il provvedimento di destituzione solo perché l'art. 6, comma 8, del D.P.R. n. 737 del 1981 prevede la sanzione della sospensione dal servizio nel caso di accertato uso non terapeutico di sostanze stupefacenti, tenuto conto che tale disposizione trova evidentemente applicazione in casi di modesta gravità, mentre nei casi più gravi anche per l'uso di sostanze stupefacenti può essere certamente applicata la sanzione della destituzione dal servizio. A maggior ragione, nella fattispecie, la sanzione della destituzione appare appropriata visto che i fatti e comportamenti attribuiti all’appellante non si esauriscono nel semplice consumo di stupefacenti, ma come si è visto, si inseriscono in un contesto più ampio di comportamenti poco consoni al grado e ruolo rivestito e che danno rilievo alla gravità della condotta dell'agente. Ciò, del resto, è in linea con quanto disposto per il personale della Polizia di Stato dall'art. 7, nn. 2 e 6, D.P.R. n. 737/81, secondo cui la destituzione è inflitta, distintamente, per atti che siano in contrasto con i doveri assunti con il giuramento n. 2 . L'uso di sostanze stupefacenti, unitamente ai comportamenti di cui si è riferito nella ricostruzione in fatto della vicenda, concreta, senz’altro, una delle violazione dei doveri di correttezza e di lealtà assunti con il giuramento prestato e, quindi, legittima, la sanzione della destituzione Consiglio di Stato sez. III, 22 agosto 2012, n. 4587 . 9. Inoltre, come affermato dal primo giudice, non è censurabile per violazione dell’art. 13 D.P.R. 737/1981 il provvedimento impugnato, in cui si dà atto dell’osservanza della norma e della valutazione dei precedenti di servizio del ricorrente, e che, ciononostante, infligge la massima sanzione espulsiva, apparendo legittimo che l’Amministrazione, nell’esercizio dell’ampia discrezionalità di cui dispone, in simile quadro di contestazioni, attribuisca maggior peso ai comportamenti contestati anziché agli elementi di carriera del trasgressore, elencati all’art. 13 cit 10. Così pure, correttamente, il primo giudice non rileva la violazione dell’art. 7 del D.P.R. 737/1981 perché la sospensione dal servizio non costituisce un presupposto necessario del provvedimento destitutorio, ed ha natura discrezionale sicché la sua non adozione, all’epoca in cui l’Amministrazione ebbe conoscenza dei fatti, non preclude l’adozione della più grave sanzione espulsiva all’esito del procedimento disciplinare, valutati i fatti nel loro definitivo accertamento. 11. In conclusione, l’appello va rigettato. 12. Le spese di giudizio si possono compensare tra le parti, attesa la particolare complessità della vicenda. P.Q.M. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale Sezione Terza , definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo rigetta e, per l'effetto, conferma la sentenza appellata. Spese compensate. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.