Nomina a magistrato di Corte d'appello, nessun contraddittorio per l'aspirante

L'apporto del destinatario, dopo la formulazione del parere da parte del consiglio giudiziario, ha caratteristiche meramente istruttorie. Lo scopo è peraltro solo quello di ampliare gli elementi conoscitivi da sottoporre al Csm

Nomina a magistrato di Corte d'appello, nessun contraddittorio per l'aspirante. Al limite, dopo il parere del consiglio giudiziario, può presentare le proprie deduzioni. È quanto ha chiarito la quarta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 5365/05 depositata lo scorso 5 ottobre e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso di una donna contro il decreto del ministero della Giustizia con il quale le era stata negata la nomina a magistrato di Corte d'appello al compimento dell'anzianità prevista nella qualifica di togato presso il Tribunale. Piazza Capo di Ferro, confermando la pronuncia del Tar Lazio, ha precisato che dopo la formulazione del parere da parte del consiglio giudiziario, l'apporto del destinatario non assume la veste di contraddittorio, ma ha delle caratteristiche meramente istruttorie. Del resto, lo scopo è quello di ampliare gli elementi conoscitivi da sottoporre al Consiglio superiore della magistratura. Inoltre, hanno aggiunto i consiglieri di stato, il Csm ha un ruolo centrale nella nomina a magistrato di Corte d'appello e quindi potrebbe anche decidere di disattendere il parere del consiglio giudiziario. Infine, ha concluso il Consiglio di Stato, Piazza dei Marescialli nei procedimenti di nomina esprime valutazioni di merito, limitatamente censurabili in sede di legittimità. Questo non significa, però, che sono sottratte al sindacato giurisdizionale ma solo che il giudice amministrativo deve rispettare la sottile linea che divide il giudizio di legittimità dalla valutazione di merito, squisitamente discrezionale, demandata istituzionalmente all'apprezzamento dell'amministrazione . cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione quarta - decisone 17 maggio-5 ottobre 2005, n. 5365 Presidente Venturini - Estensore Anastasi Ricorrente Gobbo Fatto Con il ricorso di primo grado la dott.sa Gobbo Maria Cristina ha impugnato insieme agli atti ad esso presupposti il Dm 15 gennaio 1996 - adottato in conformità alla delibera del Csm dell'8 novembre 1995 - col quale le è stata negata la nomina a magistrato di corte d'appello al compimento dell'anzianità prevista nella qualifica di magistrato di tribunale. A sostegno del gravame l'interessata ha dedotto cinque censure, volte a stigmatizzare il difetto di motivazione e di istruttoria nonché le violazioni procedimentali in cui sarebbe incorso il Consiglio. Dal punto di vista sostanziale l'interessata ha contestato la fondatezza e l'esaustività del giudizio negativo formulato nei suoi confronti dal competente Consiglio giudiziario. La sentenza in epigrafe indicata con la quale il Tribunale ha disatteso nel merito tutte le doglianze è impugnata col ricorso all'esame dall'interessata che ne chiede l'integrale riforma deducendo quattro motivi d'appello. Si è costituita l'Amministrazione instando per il rigetto del gravame. All'Udienza del 17 maggio 2005 il ricorso è stato trattenuto in decisione. Diritto L'appello non è fondato e va pertanto respinto. Con il primo motivo l'appellante lamenta la violazione procedimentale in cui sarebbe incorso il Consiglio Superiore, omettendo di valutare espressamente le deduzioni da lei prodotte una volta acquisita conoscenza del parere negativo formulato dal Consiglio giudiziario. Al riguardo si rileva che con la seconda censura di cui al ricorso di primo grado la dott.sa Gobbo aveva in realtà dedotto l'obbligo, sia per la Commissione referente che per il Plenum, di pronunciarsi motivatamente su ciascuna delle osservazioni da lei presentate. In questa prospettazione la doglianza è stata respinta dal Tribunale, il quale ha del tutto condivisibilmente osservato che né la normativa di immediato riferimento articolo 3 legge 570/66 né più in generale i principi che disciplinano il giusto procedimento imponevano alla Amministrazione di confutare esplicitamente e analiticamente le osservazioni mosse dall'interessata ai rilievi negativi formulati dal Consiglio. In appello, la ricorrente lamenta invece - più generalmente - che l'Amministrazione non avrebbe tenuto in alcun conto tali osservazioni, nemmeno richiamandole nei provvedimenti impugnati. Il mezzo, ancorché caratterizzato da profili di novità, costituisce comunque svolgimento e precisazione di doglianze implicitamente già versate in primo grado ed è quindi ammissibile nel merito è però infondato. Come è noto, sulla questione oggetto di disamina si registrano differenti indirizzi giurisprudenziali. Secondo un indirizzo alquanto risalente, nei procedimenti di accertamento nessun obbligo di motivazione può sussistere per l'Amministrazione in ordine alla reiezione delle osservazioni mosse dal destinatario del provvedimento allorché il contributo offerto con tali osservazioni non apporti elementi conoscitivi ulteriori rispetto a quelli rilevati d' ufficio. cfr. Sezione sesta, 625/91 . Secondo l'indirizzo che sembra attualmente prevalente, è invece in generale necessario che nella motivazione del provvedimento finale risulti traccia della valutazione delle osservazioni presentate dal privato che partecipa al procedimento, fermo restando che ciò non comporta la necessità di una puntuale confutazione di tutte le argomentazioni svolte dalla parte privata posto che in concreto lo spessore della motivazione va commisurato in relazione all'ampiezza dei poteri di volta in volta affidati all'Amministrazione. cfr. Sezione quinta, 3380/03 . In tale contesto di riferimento, a giudizio del Collegio la circostanza che nel caso in esame l'apporto partecipativo dell'interessata non risulti espressamente richiamato nella proposta della Commissione non ha rilievo viziante. Al riguardo si rileva infatti che il procedimento valutativo per la promozione a magistrato d'appello risulta finalizzato alla acquisizione di tutti gli elementi obiettivamente rilevanti ai fini dell'espressione da parte del Consiglio di un meditato giudizio in ordine alla laboriosità capacità diligenza e preparazione dimostrate dal magistrato nell'espletamento delle sue funzioni. La circostanza che la normativa di riferimento di cui all'articolo 3 legge 570/66 conceda al magistrato di presentare deduzioni dopo la formulazione del parere del consiglio giudiziario - e dunque configuri una facoltà partecipativa che non trova riscontro in consimili procedimenti idoneativi nell'ambito del pubblico impiego - non vale però a introdurre nel procedimento stesso il principio del contraddittorio, dal momento che tali deduzioni costituiscono in realtà insieme alle eventuali osservazioni del Ministro solo uno degli elementi per la migliore valutazione del magistrato. In definitiva, in quel particolare procedimento l'apporto del destinatario si connota in termini né contenziosi né giustiziali ma meramente istruttori, essendo prevalentemente volto ad ampliare gli elementi conoscitivi tenuti presenti dall'Organo consultivo e da questo sottoposti al Consiglio. In particolare deve poi tenersi presente che il procedimento de quo, nella fase istruttoria, è ispirato ad un criterio acquisitivo, consentendo la legge al Consiglio Superiore di assumere, nelle forme e con le modalità ritenute più idonee, ogni ulteriore elemento di giudizio che reputi necessario per la migliore valutazione del magistrato. Ne consegue da un lato che ciò che rileva ai fini di legittimità è la congruità della decisione e della motivazione che la sorregge in rapporto alle risultanze istruttorie complessivamente acquisite dall'altro che la menzione da parte dell'Organo deliberante della memoria difensiva presentata dall'interessata non costituisce autonomo presupposto di legittimità del provvedimento finale. Con il secondo e quarto motivo la appellante deduce che la delibera del Consiglio Superiore e la proposta formulata dalla Commissione referente sono viziate per difetto di motivazione, dal momento che entrambi gli atti si limitano in sostanza a recepire il contenuto del parere sfavorevole del Consiglio giudiziario. I mezzi, che possono essere unitariamente scrutinati, non hanno fondamento. Come da tempo acquisito nella giurisprudenza della Sezione, la legge attribuisce al parere del Consiglio giudiziario - sulla cui base il Consiglio superiore della magistratura procede alla valutazione dei magistrati ai fini della nomina a magistrato di Corte d'appello o di Cassazione - un ruolo centrale nel relativo procedimento di talché, sebbene non vincolante, tale parere può essere disatteso dal Consiglio solo alla stregua di un particolare onere motivazionale e cioè con argomenti che si rivelino pertinenti, puntuali e basati su riscontri obiettivi e documentati cfr. ad es. Sezione quarta, 1732/99 e 1089/98 . Ne consegue al contrario che, ove il Csm ritenga di condividere le conclusioni cui è pervenuto il Consiglio territoriale, la delibera finale - secondo i canoni generali di economia procedimentale - risulta esaustivamente motivata per relationem in virtù del mero richiamo al suddetto parere, puntualmente allegato ai sensi dell'articolo 3 comma 3 legge 241/90. Con il terzo motivo l'appellante contesta nei suoi aspetti sostanziali il giudizio negativo formulato nei suoi confronti, osservando in primo luogo che il Consiglio giudiziario avrebbe dovuto valutare la sua laboriosità senza tenere conto dei periodi di assenza dal servizio per aspettativa o congedo. In ogni caso la relativa valutazione - oltre tutto espletata sulla base di dati statistici incompleti o inesatti - non è stata bilanciata con i positivi risultati riportati per le voci afferenti alla capacità e preparazione professionali. Quanto all'addebito di inadeguata diligenza, esso risulta apoditticamente formulato e comunque mai previamente riscontrato o contestato. Il mezzo non è fondato. Al riguardo deve preliminarmente ricordarsi che l'attività espletata dall'Organo di autogoverno nel contesto dei procedimenti per la nomina a magistrato di Corte d'appello comporta valutazioni di merito, quindi limitatamente sindacabili in sede di legittimità. Il che, se non sottrae dette valutazioni al sindacato giurisdizionale - quantomeno sotto il profilo dell'esistenza dei presupposti e della congruità della motivazione, nonché dell'accertamento del nesso logico di consequenzialità fra presupposti e conclusioni - impone però che il riscontro di legittimità operabile dal giudice amministrativo rispetti la sottile ma nondimeno precisa linea che divide il giudizio di legittimità dalla valutazione di merito, squisitamente discrezionale, demandata istituzionalmente all'apprezzamento della Amministrazione. In questa ottica ritiene il Collegio di poter escludere che il giudizio formulato nei confronti della dott.sa Gobbo esibisca quei profili di abnormità, di illogicità o sviamento che l'interessata deduce. In tal senso è innanzi tutto da osservare che la relazione predisposta dal Capo dell'Ufficio - lungi dall'atteggiarsi in termini polemici o peggio persecutori , come la dott.ssa Gobbo in sostanza sostiene - fornisce un quadro obiettivo della attività svolta dal magistrato nel periodo di riferimento riportando accanto agli elementi negativi laboriosità e diligenza quelli positivi capacità professionali e preparazione di buon livello . In particolare, per quanto riguarda il difetto di laboriosità e diligenza non può sostenersi che il rapporto del Responsabile sia stato redatto senza tenere conto degli effetti derivanti dalle assenze dal servizio dell'interessata, contenendo la suddetta relazione specifici rilievi in ordine a comportamenti sostanzialmente omissivi da questa tenuti in costanza di servizio e ritenuti espressivi di una sostanziale incapacità di adeguarsi ai ritmi di una funzione che esige massima tempestività negli adempimenti. Il quadro istruttorio che ne deriva risulta dunque del tutto negativamente orientato per gli elementi di valutazione in rassegna e poggiando su rilievi specifici e pertinenti non si presta obiettivamente - come osservato dal Tribunale - ad essere infirmato da asserite discordanze dei prospetti statistici. In tale contesto, il Consiglio giudiziario non ha trascurato di rappresentare e valutare gli elementi positivi o i buoni precedenti di carriera del magistrato, ma ha ritenuto che i dati favorevoli non valessero a bilanciare risultanze così negative come quelle sopra richiamate, così formulando un giudizio di merito che ancorandosi adeguatamente ai parametri di valutazione legale e rapportandosi in modo congruo alle acquisizioni istruttorie non denota, ad avviso del Collegio e tenuto conto dei limiti di sindacabilità sopra evidenziati, alcuno dei sintomi vizianti dedotti dall'appellante. Sulla base delle considerazioni che precedono l'appello va dunque respinto, con conferma della sentenza impugnata. Le spese del grado seguono la soccombenza e sono forfettariamente liquidate in dispositivo. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione quarta, respinge l'appello. Condanna l'appellante al pagamento in favore dell'Amministrazione delle spese di questo grado del giudizio che liquida in 3000,00 tremila//00 oltre Iva e accessori. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 1 - 4 - N.R.G. 3822/2001 TRG