È reato anche l’omissione temporanea dei doveri di cura e custodia gravanti sull’agente

Non è richiesta la sussistenza della volontà dell’agente di infierire sull’animale, ma è sufficiente l’omissione dei doveri di custodia e cura.

Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 727 c.p. non si richiede la sussistenza della volontà dell’agente di infierire sull’animale, né che questo riporti delle lesioni fisiche, ma é sufficiente che esso subisca dei patimenti l’abbandono non consiste in una totale interruzione di ogni accudimento, bastando un’omissione dei doveri di custodia e cura gravanti sul soggetto agente . Questo è quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 5971, depositata il 7 febbraio 2013. Il caso. In primo grado venivano giudicati colpevoli, in concorso tra loro, un uomo e una donna, per il reato di abbandono di animali, in quanto avevano detenuto due cani di razza Yorkshire in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze. In concreto, gli stessi avevano lasciato i due animali rinchiusi in un’automobile posteggiata al caldo - precisamente da mezzogiorno fino a dopo le 17 del mese di luglio -, con solo un centimetro di apertura nei finestrini e con una minima dose di acqua, insufficiente alle esigenze degli Yorkshire. Avverso la condanna gli imputati ricorrevano in appello, lamentando una serie di violazioni mancato raggiungimento della prova in ordine all’elemento soggettivo del reato dalle testimonianza sarebbe emersa l’attenzione delle cure riservate agli animali, in quanto nella vettura era stata lasciata una ciotola con dell’acqua e i finestrini erano aperti per permettere la circolazione dell’aria mancanza di motivazione sull’elemento oggettivo, giacché difetterebbe in toto il presupposto della detenzione dei cani in condizioni di incompatibilità con la loro natura e produttive di gravi sofferenze insufficienza del quadro probatorio circa la colpevolezza dei prevenuti, che non può dirsi provata al di là di ogni ragionevole dubbio secondo le testimonianze, l’autovettura sarebbe stata parcheggiata all’ombra e, comunque, all’interno di un centro commerciale non attrezzato con una zona apposita per la custodia degli animali eccessivo rigore sanzionatorio, stante la mancata concessione delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena. La Corte di Appello territorialmente adita ha convertito l’impugnazione in ricorso per cassazione, trasmettendo gli atti alla Suprema Corte. Non é necessaria la volontà del soggetto agente di infierire sull’animale. I primi tre motivi di gravame sono infondati le censure in essi prospettate, infatti, tendono a sottoporre al giudice di legittimità elementi che attengono alla mera ricostruzione fattuale e all’apprezzamento del materiale probatorio, i quali come ben si sa sono di competenza esclusiva del giudicante del merito tali prospettazioni, invero, sollecitano una versione del fatto diversa e alternativa rispetto a quella posta a fondamento della sentenza impugnata. Alla Cassazione é preclusa in sede di controllo motivazionale sia la rilettura degli elementi di fatto su cui poggi la decisione, sia l’adozione di differenti parametri ricostruttivi e valutativi degli stessi. Secondo costante giurisprudenza, per l’integrazione della struttura del reato di maltrattamenti di animali non é necessaria la volontà del soggetto agente di infierire sull’animale, né che questo riporti lesioni all’integrità fisica, ben potendo la sofferenza consistere anche in soli patimenti. La nozione di abbandono’ consiste non soltanto nella volontà di interrompere ogni accudimento nei confronti degli animali, ma anche nell’omessa attuazione dei doveri di cura e custodia gravanti sull’agente. Cani in macchina Nel caso di specie, la motivazione del provvedimento impugnato non presenta errori giuridici né illogicità, dal momento che il giudice del merito ha correttamente applicato la succitata corrente giurisprudenziale. Quanto al dato oggettivo, infatti, é stato accertato che i cani erano stati lasciati per oltre 5 ore all’interno di un’autovettura, sotto il sole di luglio, nelle ore più calde della giornata, con un minimo ricambio di aria e ridottissime scorte di acqua ciò ha comportato il peggioramento delle condizioni di vita degli stessi. Quanto a quello soggettivo, é emerso chiaramente il profilo di negligenza degli imputati, consistita nell’aver abbandonato le bestiole nell’abitacolo, noto per essere un luogo soggetto ad un rapido surriscaldamento. Sì alla sospensione condizionale. La Suprema Corte ha, invece, accolto il motivo relativo alla mancata concessione dei benefici di legge. É orientamento consolidato che il giudice non sia obbligato a motivare la mancata concessione della sospensione condizionale, nel caso in cui non vi sia stata apposita richiesta nel caso di specie, però, tali benefici erano stati domandati espressamente dal difensore in sede di discussione finale. Di conseguenza, il Tribunale avrebbe dovuto dare una giustificazione atta a suffragare le ragioni del diniego. Stante l’assoluta carenza nella sentenza di primo grado - di qualsivoglia riferimento alle ragioni della mancata concessione del beneficio della cd. condizionale, si impone l’annullamento della stessa con rinvio. Quindi, ieri la Terza Sezione della Corte Suprema ha rigettato i primi tre motivi di ricorso - in quanto involventi un necessario ingresso nel merito - , annullando invece con rinvio in punto mancata concessione benefici legali, con conseguente rinvio al Tribunale competente.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 10 ottobre 2012 7 febbraio 2013, n. 5971 Presidente Lombardi Relatore Rosi Ritenuto in fatto 1. Con sentenza del 6 maggio 2010, il Tribunale di Alessandria ha condannato V.F. e P.L. alla pena di Euro 3.000 di ammenda, dichiarandoli responsabili del reato di cui agli artt. 110 e 727 c.p., perché in concorso tra loro, detenevano due cani di razza Yorkshire , in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze, in particolare perché detenevano gli stessi rinchiusi in un'autovettura al caldo da mezzogiorno alle 17 20 del omissis , con i finestrini abbassati di un solo centimetro e privi di acqua sufficiente. In omissis . 2. Avverso la sentenza, gli imputati hanno presentato, tramite il proprio difensore, atto di appello per i seguenti motivi 1 La sentenza meriterebbe di essere annullata, poiché non sarebbe stata raggiunta la prova in ordine all'elemento soggettivo del reato. Dalle testimonianze rese sarebbe emersa la cura riservata agli animali, in particolare il fatto che nell'autovettura era stata lasciata una ciotola con dell'acqua ed il finestrino era stato lasciato aperto per far circolare l'aria. 2 Mancanza di motivazione in ordine all'elemento oggettivo del reato contestato, poiché difetterebbe il presupposto della detenzione degli animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze. 3 L'istruttoria dibattimentale non avrebbe fornito un quadro probatorio dei fatti sufficiente a dimostrare la colpevolezza degli imputati, al di là di ogni ragionevole dubbio, poiché i testimoni avrebbero riferito che l'autovettura era stata lasciata all'ombra, e comunque all'interno del centro commerciale in cui si trovavano gli imputati non vi era un'area destinata alla custodia degli animali. 4 I ricorrenti, infine, hanno lamentato l'eccessività della pena inflitta, la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche nonché del beneficio della sospensione condizionale della pena. Con ordinanza del 20 dicembre 2011, la Corte di Appello di Torino ha convertito l'impugnazione in ricorso per cassazione, trasmettendo gli atti a questa Corte. Considerato in diritto 1. Il primo, il secondo ed il terzo motivo di ricorso sono infondati. Giova premettere che le censure prospettate dal ricorrente tendono a sottoporre al giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e all'apprezzamento del materiale probatorio, che devono essere rimessi all'esclusiva competenza del giudice di merito, mirando a prospettare una versione del fatto diversa e alternativa a quella posta a base del provvedimento impugnato. Secondo la giurisprudenza di questa Corte cfr. Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, Rv. 234148 , il giudizio di legittimità - in sede di controllo sulla motivazione - non può concretarsi nella rilettura degli elementi di fatto, posti a fondamento della decisione o nell'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice di merito, perché ritenuti maggiormente plausibili. 2. Per quanto attiene al reato di cui all'art. 727 c.p., la giurisprudenza di legittimità ha affermato cfr. Sez. 3, n. 175 del 13/11/2007, Mollaian, Rv. 238602 , che ai fini dell'integrazione degli elemento costitutivi, non è necessaria la volontà del soggetto agente di infierire sull'animale, né che quest'ultimo riporti una lesione all'integrità fisica, potendo la sofferenza consistere in soli patimenti. D'altra parte, la nozione di abbandono va intesa non solo come volontà di interrompere ogni accadimento dell'animale, ma anche come omesso adempimento da parte dell'agente dei propri doveri di custodia e cura. Orbene, nel caso di specie, la parte motiva della sentenza impugnata non presenta errori giuridici od illogicità, poiché il giudice di merito ha fatto corretta applicazione del principio sopra richiamato. È stato accertato, infatti, che i due animali erano stati lasciati all'interno di un'autovettura esposta ai raggi solari durante la stagione estiva, per almeno 5 ore e 20 minuti, con un minimo ricambio di aria ed una ridotta scorta di acqua, e ciò aveva comportato un peggioramento delle condizioni di vita degli animali. Sotto il profilo soggettivo, il giudice di merito ha individuato gli elementi integranti il giudizio di colpevolezza degli imputati, sottolineando la negligenza degli imputati, consistita nell'aver lasciato gli animali per lunghissimo tempo nell'abitacolo, ambiente destinato a surriscaldarsi. In definitiva, questa Corte ritiene che il giudice di merito abbia fornito congrua motivazione quanto alla affermata responsabilità degli imputati per il reato di cui all'art. 727 c.p 2. Risulta, invece, fondato l'ultimo motivo di ricorso, relativo alla mancata concessione dei benefici di legge, atteso che il giudice non è obbligato a motivare la mancata concessione della sospensione condizionale della pena, né ad esaminare la questione, nel caso in cui l'imputato non abbia fatto espressa richiesta di applicazione del beneficio cfr. Sez. 3, n. 23228 del 12/04/2012, Giovanrosa, Rv. 253057 , ma debba invece fornire esaustiva risposta qualora il beneficio sia stato espressamente richiesto ed egli abbia ritenuto di negarlo. Invero, dal testo della sentenza impugnata risulta che il difensore degli imputati, all'udienza del 6 maggio 2010, aveva formulato un'espressa richiesta in tal senso. Tuttavia, nella parte motiva della sentenza impugnata non si rinviene alcun riferimento alle ragioni della mancata concessione della sospensione condizionale della pena. Di conseguenza, alla luce di tali considerazioni, la sentenza impugnata deve essere annullata limitatamente all'omessa pronuncia sulla richiesta dei benefici di legge con rinvio al Tribunale di Alessandria il ricorso deve essere rigettato nel resto. P.Q.M. Annulla la sentenza impugnata limitatamente all'omessa pronuncia sulla richiesta dei benefici di legge con rinvio al Tribunale di Alessandria rigetta nel resto il ricorso.