Il bene giuridico tutelato dai reati di falso: un'antica ""querelle"" alla luce della più recente evoluzione giurisprudenziale

di Giovanni Guarini

di Giovanni Guarini Con la Sentenza 16 febbraio 2009, n. 6591 leggibile nella sezione Arretrati, nell'edizione del 4 marzo 2009 , le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno consentito di fare chiarezza sulla rilevanza penale della inesatta attestazione di percezione del reddito, quando quello effettivamente percepito, e non dichiarato dall'istante, consenta comunque a quest'ultimo di rientrare nei limiti di ammissibilità all'istituto del patrocinio a spese dello Stato. Oltre a risolvere la singola questione oggetto di contrasto, l'importanza della decisione del Giudice Nomofilattico si coglie ove la si inserisca nella più generale problematica concernente l'individuazione del bene giuridico tutelato dai reati di falso e del conseguente regime di punibilità del fatto ai sensi dell'art. 49 comma 2 c.p. A tal riguardo, nell'ambito dei reati di falso, il problema della necessità di circoscrivere il bene giuridico tutelato è assai risalente. Premesso che i reati di falso sono contenuti per la maggior parte nel titolo 7 del Libro 2 del Codice Penale, ed in via residuale in varie disposizioni di legge ad esempio l'art. 2621 c.c., gli artt. 85 e 97 c.p.m.p. l'art. 95 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ecc. , la giurisprudenza ex alii Cass. 10 luglio 1963 in Cass. pen. - Massimario annotato, 1963, p. 786, m. 1416 Cass. 20 gennaio 1964, n. 569 in Giust. Pen. 2 , p. 488 e parte della dottrina Manzini V., Trattato di diritto penale italiano, Torino, Utet, 1986 tradizionalmente ritenevano che il bene giuridico tutelato da tali reati fosse la fede pubblica, ossia la fiducia che la società ripone negli oggetti, segni e forme esteriori monete, emblemi, documenti ai quali l'ordinamento giuridico attribuisce un valore importante cfr. Relazione Ministeriale sul progetto definitivo del codice penale, vol. 2 , p. 242 . La suindicata opinione affondava le proprie radici nel tenore letterale del Titolo 7 , Libro 2 del Codice Penale, dedicato ai delitti contro la fede pubblica, appunto. Inoltre, secondo questa tesi la fede pubblica, ossia il dovere di verità, sarebbe elemento così importante ai fini delle relazioni giuridiche da essere da sé elemento meritevole di tutela. Un'altra parte della dottrina Gallo E., Il falso processuale, Padova, 1973 , tuttavia, da tempo aveva espresso alcune riserve rispetto a tale paradigma. In primo luogo, si era detto che la menzione della fede pubblica nel Titolo 7 , Libro 2 c.p. nulla provava in ordine al bene giuridico protetto da tali reati, visto che varie fattispecie incriminatici aventi tale natura erano contenute in disposizioni esterne al codice penale. Inoltre, si era affermato che il dovere di verità non era da sé idoneo a fondare una tutela legale se non risultava correlato ad un interesse giuridico del singolo. Muovendo da tali critiche, allora, una parte della dottrina aveva optato per una tesi diversa, ritenendo i reati di falso plurioffensivi Antolisei F., Manuale di diritto penale, parte speciale, edizione 13 , Milano, Giuffrè, 1999 . Così, si era affermato che i delitti previsti dal Titolo 7 , Libro 2 c.p. erano posti a tutela non solo della fede pubblica, bene superindividuale, ma anche di un ulteriore bene giuridico, di carattere privatistico, diverso di volta in volta e riconducibile alla sfera giuridica di colui che subisce gli effetti della condotta falsificatrice. La risoluzione della questione menzionata aveva riflessi rilevanti non solo in ambito dogmatico, ma anche dal punto di vista fattuale. Infatti, accedendo alla teoria da ultimo esposta, della plurioffensività dei reati di falso, alcuni ne avevano fatto conseguire l'inoffensività della condotta ove non fosse leso anche tale secondo bene giuridico diverso dalla fede pubblica Antolisei F., Manuale di diritto penale cit. e la conseguente non punibilità della stessa ai sensi dell'art. 49 comma 2 c.p. Infatti, tale disposizione, relativa al reato impossibile, stabilisce che la punibilità è altresì esclusa quando, per la inidoneità dell'azione o per l'inesistenza dell'oggetto di essa, è impossibile l'evento dannoso o pericoloso . Ora, come si è detto, l'opzione ermeneutica da ultimo menzionata era rimasta per lungo tempo lettera morta in sede pretoria. Difatti, la giurisprudenza tradizionale, sul presupposto del carattere monoffensivo dei reati di falso, aveva concluso per la punibilità di fattispecie nelle quali l'interesse privato non risultava vulnerato. Così, in tema di falso c.d. inutile , cioè quel falso che non giovava minimamente al suo autore, poiché il medesimo risultato poteva essere ottenuto con una condotta lecita il caso di scuola era costituito dall'esempio dell'ufficiale giudiziario che affermava falsamente di essersi recato sul posto senza aver incontrato il debitore, laddove anche se vi fosse andato non lo avrebbe ugualmente trovato , la giurisprudenza era sempre stata rigorosamente restrittiva, reputando non idonee solo le falsificazioni che non avessero inciso sul significato di alterazione giuridicamente rilevante Cass. Sez. V, 17 agosto 1990, n. 11498 Cass., Sez. V, 12 giugno 1984, n. 5414 . Ancora, in tema di c.d. falso innocuo , ossia quando l'alterazione pur suscettibile di ingannare alcuno, appariva del tutto irrilevante ai fini dell'interpretazione dell'atto, la giurisprudenza aveva sempre affermato la punibilità del fatto, poiché ciò che importava era l'idoneità del documento a trarre in inganno, indipendentemente dal fatto che lo stesso avesse leso l'interesse privato ad es. si era affermato che l'alterazione della cifra scritta coi numeri sull'assegno era idonea ad ingannare, anche se materialmente non poteva nuocere, visto che la legge sugli assegni considerava rilevante solo la scritta in lettere . Allo stesso modo, partendo sempre dal presupposto secondo cui l'unico bene giuridico tutelato dai reati di falso era la fede pubblica, si era affermata la punibilità del c.d. falso consentito Cass. 16 dicembre 1977 Cass. 12 novembre 1971 , configurabile quando l'immutatio veri veniva autorizzata dall'avente diritto il caso di scuola era costituito dall'autorizzazione, data dal titolare ad un terzo, a firmare in sua vece . Altresì, nel falso in atti invalidi la giurisprudenza aveva limitato le ipotesi di non punibilità per inesistenza dell'oggetto ex art. 49 comma 2 c.p. ai soli casi di inesistenza del documento, ossia nell'ipotesi in cui vi fosse stata assoluta carenza di potere del funzionario in ordine all'emanazione di un determinato atto. Diversamente nel caso di atto meramente annullabile, ad esempio per la sussistenza di un vizio di forma, la giurisprudenza aveva ritenuto comunque sussistente la rilevanza penale del fatto Cass. 18 gennaio 1985 Cass. SS. UU. 30 giugno 1984 . Infine, nell'ipotesi di c.d. falso grossolano , ossia quello ictu oculi non idoneo a trarre in inganno alcuno così nell'ipotesi di monete contraffante recanti l'indicazione fac-simile , la Cassazione aveva ritenuto configurabile un'ipotesi di reato impossibile ex art. 49 comma 2 c.p. Tale conclusione si argomentava in base al presupposto che il bene giuridico tutelato, la fede pubblica, non sarebbe minimamente vulnerato Cass. Sez. V, 3 febbraio 1994, n. 1272 Cass. Sez. V, 19 marzo 1993, 2629 Cass. Sez. VI, 23 febbraio 1991, n. 2456 . Orbene, rispetto a tale consolidata evoluzione giurisprudenziale un primo segnale di discontinuità, era stato dato, seppur implicitamente, dalle Sezioni Unite nella Sentenza n. 46982 del 25 ottobre 2007. In tale pronuncia, il Giudice Nomofilattico sembrava affermare per la prima volta un principio innovativo, accogliendo la teoria della plurioffensività dei reati di falso. Plurioffensività che è stata valutata per il risolvere lo specifico contrasto giurisprudenziale, relativo alla individuazione nei reati di falso del soggetto avente qualifica di persona offesa, legittimato ex lege all'opposizione all'archiviazione. È chiaro, tuttavia, che la risoluzione della questione era foriera di determinare conseguenze di più ampia portata, incidenti anche in tema di diritto penale sostanziale. In particolare il caso controverso può così riassumersi ci si chiedeva se i delitti contro la fede pubblica fossero posti a garanzia dell'interesse pubblico e solo di riflesso dell'interesse del singolo al quale, di conseguenza, non verrebbe riconosciuta la qualità di persona offesa, oppure, siano reati plurioffensivi, e quindi tutelassero anche la sfera giuridica del soggetto privato leso nei cui confronti il documento venisse fatto valere. Solo muovendo da tale seconda prospettiva si sarebbe potuti giungere ad affermare la legittimazione del privato a proporre opposizione contro la richiesta di archiviazione. Sul punto si contendevano il campo due orientamenti giurisprudenziali. Così, un primo indirizzo interpretativo seguito da una parte della giurisprudenza di legittimità sosteneva che il bene giuridico tutelato nelle falsità documentali fosse solo la fede pubblica e da qui ne faceva conseguire la non sussistenza dell'obbligo del G.i.p. di comunicare la richiesta di archiviazione alla persona lesa dal falso. Così, si asseriva l'assenza di una legittimazione processuale di quest'ultima a proporre opposizione. Per contro, un secondo indirizzo giurisprudenziale, partendo dall'assunto della plurioffensività dei delitti contro la fede pubblica, era giunto a concludere che il privato leso dalla falsità documentale acquisiva la qualifica di persona offesa nel procedimento penale, con l'effetto che allo stesso spettavano i diritti e le facoltà riservate dal codice di procedura penale a tale soggetto, compresa quella di ottenere comunicazione della richiesta di archiviazione ed opporsi alla stessa. Ebbene, le Sezioni Unite nella sentenza menzionata avevano aderito a questo secondo orientamento, asserendo il principio di diritto secondo cui i delitti contro la fede pubblica tutelano anche il soggetto sulla cui concreta posizione giuridica l'atto incide direttamente, soggetto che, in tal caso, è legittimato a proporre opposizione contro la richiesta di archiviazione. Dunque, le Sezioni Unite della Cassazione nella Sentenza n. 46982 del 25 ottobre 2007 parevano aver aperto un breccia nella materia. Infatti, il dictum della Suprema Corte appariva destinato ad avere un'efficacia dirompente rispetto al granitico orientamento giurisprudenziale che configurava i reati di falso come monoffensivi. Infatti, l'asserto secondo cui i reati in oggetto erano plurioffensivi non limitava i propri effetti alla mera soluzione della questione processuale relativa al soggetto legittimato a proporre opposizione all'archiviazione, ma era idonea ad incidere in vasti settori del diritto penale sostanziale, con riferimento alle problematiche, prima menzionate, concernenti la punibilità del falso inutile, innocuo, ecc. Tuttavia, da tali premesse non sono derivati coerenti conclusioni. Occorre, infatti, constatare che tale apertura è stata indirettamente sconfessata da altro intervento a Sezioni Unite della Suprema Corte dopo poco più di un anno, che ha riaffermato il tradizionale orientamento del Giudice di Legittimità. Così la Sentenza della Cassazione a Sezioni Unite 16 febbraio 2009, n. 6591 si è soffermata sulla risoluzione della seguente problematica. Ci si chiedeva se l'inesatta attestazione di percezione del reddito, quando quello effettivamente percepito, e non dichiarato dall'istante, consentisse comunque a quest'ultimo di rientrare nei limiti di ammissibilità all'istituto del patrocinio a spese dello Stato, fosse condotta ricompresa nell'alveo della fattispecie incriminatrice di cui all'art. art. 95 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 a tal riguardo tale disposizione prevede che la falsità o le omissioni nella dichiarazione sostitutiva di certificazione, nelle dichiarazioni, nelle indicazioni e nelle comunicazioni previste dall'art. 79, comma1, lettere b , c e d , sono punite con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 309,87 a 1.549,37. La pena è aumentata se dal fatto consegue l'ottenimento o il mantenimento dell'ammissione al patrocinio la condanna importa la revoca, con efficacia retroattiva, e il recupero a carico del responsabile delle somme corrisposte dallo Stato . Ebbene, come già era accaduto in passato, il passaggio necessario e prodromico alla risoluzione della specifica questione oggetto di discordia era costituito dalla individuazione del bene giuridico tutelato dalla fattispecie falsificatrice in oggetto. Sul punto si susseguivano una serie di orientamenti giurisprudenziali di segno contrario. Secondo una prima posizione Cass., Sez. V, Bevilacqua, n. 16338 del 12.5.2006, rv. 234124 Cass. Sez. V Salvaggio, 11.5.06 n. 21194, rv. 234207 Sez. V Abrunzo, 20.12.07 n. 4467/08, rv. 238880 Sez. V Gallo, n. 12019 del 19.2.08, rv. 239126 Sez. V Martorana, n. 15139 del 22.1.07, rv. 236143 e da ultimo Sez. V Caprarotta, n. 38759/08 l'ipotesi criminosa indicata ricorreva solo ove la falsità dichiarata avesse riguardato un valore superiore alla soglia di ammissibilità della richiesta di patrocinio a spese dello Stato. Tale conclusione si argomentava in base al tenore letterale della disposizione in parola, che pareva riferirsi alla punibilità della sola falsa attestazione di avere un reddito superiore a quello necessario per l'ottenimento del beneficio. In seconda analisi tale teoria giurisprudenziale postulava necessariamente la non sufficienza della mera induzione in errore, ove non avesse prodotto una apprezzabile lesione del patrimonio del soggetto passivo del reato, ossia lo Stato. In questo senso, indirettamente, la Cassazione faceva presumere la duplicità di bene giuridico tutelato da siffatto reato di falso e la non sufficienza della mera condotta ingannatoria ai fini della punibilità del fatto. Peraltro, nell'ambito di questo orientamento una sentenza del Giudice di Legittimità giungeva alla medesima conclusione, ritenendo l'ipotesi inmenzionata un caso di falso inutile o innocuo ed affermandone, quindi, apertamente la non punibilità Così Cass., Sez. V 11.12.2007, n. 5532/08 Goman, rv. 239099 . Tuttavia, altro filone giurisprudenziale aveva opinato in senso contrario. Così, si era affermata la incriminazione ai sensi dell'art. 95 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 a prescindere dal superamento dei limiti patrimoniali per l'ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato Cass. Sez. III Contino, n. 28340 del 20.6.2006 rv. 236267 . Evidentemente tale assunto si fondava sull'accettazione della tesi della monoffensività dei reati di falso offendono solo il bene giuridico della fede pubblica . Inoltre, dall'analisi del tenore letterale dell'art. 95 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 si poteva evincere che, essendo la fattispecie in oggetto reato di mera condotta, l'evento de l'ottenimento o il mantenimento del beneficio assurgeva a mera circostanza aggravante non necessaria ai fini della perfezione del reato. Una terza tesi si poneva, infine, in posizione mediana Cass., P.G. in proc. Scumaci, Sez. IV, 10.10 2007 n. 41306, rv. 237732 Cass. Sez. V, Polito ed a., n. 26031/08 , formulando un'eccezione al secondo indirizzo menzionato. Così, si era concluso che la nuova disciplina sul patrocino dei non abbienti di cui alla L. n. 134 del 29 Marzo 2001, le cui disposizioni erano state poi incorporate nel D.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, aveva cambiato rotta rispetto alla normativa previgente. Infatti, mentre la vecchia normativa, all'art. 5 comma 2 L. 30 luglio 1990 n. 217, contemplava l'obbligo dell'istante di fornire specifiche allegazioni all'istanza di ammissione al beneficio, concernenti oltre alle dichiarazioni dei redditi dell'anno precedente, anche eventuali diritti reali su beni immobili, diversamente la L. n. 134 del 29 Marzo 2001, e poi il D.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, avevano previsto solo la necessità di presentare una dichiarazione sostitutiva relativa al reddito. Stando così le cose, l'indicato orientamento della Cassazione aveva concluso nel senso che la dichiarazione delle condizioni di reddito non concerneva più i diritti reali su immobili e mobili registrati ed il reato non sussisteva se la falsità aveva ad oggetto tali elementi. Infine, come si è detto, il contrasto veniva definitivamente sopito da Cassazione a Sezioni Unite, 6 febbraio 2009, n. 6591. Il Giudice Nomofilattico, partiva dalla critica alla concezione intermedia, per giungere ad avallare la tesi maggiormente rigorosa in materia. Orbene, con riferimento al primo profilo indicato, le Sezioni Unite riconoscevano che la dichiarazione sostitutiva che l'istante al patrocinio doveva presentare non faceva altro che rinviare ex art. 76 D.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, alla dichiarazione dei redditi IRPEF, tuttavia, la dichiarazione non avrebbe di per sé ad oggetto la sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, bensì i dati da cui l'istante la induce determina quale risultato . In altri termini, oggetto della falsità di cui all'art. 95 D.p.r. 30 maggio 2002, n. 115 non erano considerate solo le fonti attuali di reddito ad es. usufrutto , ma anche quelle meramente potenziali es. nuda proprietà . A conferma di tale assunto il Giudice di Legittimità richiamava l'art. 92 lettera d del D.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, che prevede l'obbligo dell'istante di comunicare variazioni rilevanti dei limiti di reddito nell'anno precedente, comprese, quindi, le fonti potenziali di reddito. Inoltre, dopo aver posto tali obiezioni alla tesi intermedia, le Sezioni Unite accoglievano senza indugio la tesi maggiormente rigorosa, ritenendo il reato di cui all'art. 95 D.p.r. 30 maggio 2002, n. 115 di carattere commissivo, di conseguenza si prescindeva dal fatto che la falsità dichiarata avesse superato o meno la soglia di reddito necessaria per l'ottenimento del beneficio. In caso contrario secondo la Suprema Corte sarebbe violato il principio generale di uguaglianza di cui all'art. 3 Cost., nonché due sue peculiari applicazioni l'art. 53 Cost., secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e l'art. 24 comma 3 Cost., secondo cui sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione . Ora, in via meramente incidentale pare evidente che le argomentazioni della Suprema Corte prestino il fianco ad una generale obiezione. Infatti, pare arduo affermare che i principi della Magna Carta possano essere guida nella valutazione della punibilità della condotta falsificatrice del proprio reddito, quando quello effettivamente percepito, e non dichiarato dall'istante, consenta comunque a quest'ultimo di rientrare nei limiti di ammissibilità all'istituto del patrocinio a spese dello Stato. Invero, gli artt. 3, 53 e 24 comma 3 Cost. potrebbero conferire una valida giustificazione anche alla teoria opposta. Infatti, si potrebbe ritenere che il principio di uguaglianza sostanziale sia vulnerato solo quando la falsificazione ex art. 95 D.p.r. 30 maggio 2002, n. 115 dia diritto a benefici altrimenti non dovuti, in tal modo ledendo con evidenza il principio della difesa gratuita per i non abbienti di cui all'art. 24 comma 3 Cost. In ogni caso, a prescindere dalla bontà o meno del paradigma ermeneutico acclarato, ai fini della disamina rileva la riaffermazione del principio secondo cui i reati di falso tutelano il solo bene giuridico della fede pubblica, con la conseguenza che dalla mancata lesione del bene riconducibile alla sfera giuridica di colui che subisce gli effetti della condotta falsificatrice non deriva alcuna conseguenza giuridicamente rilevante ai sensi dell'art. 49 comma 2 c.p. Occorre, dunque, riflettere sull'evidente incompatibilità della tesi affermata dalla Sentenza delle Sezioni Unite 16 febbraio 2009, n. 6591, rispetto al precedente del Giudice Nomofilattico nella pronuncia n. 46982 del 25 ottobre 2007. Ora, pur essendo ictu oculi evidente l'incociliabilità dell'asserto della monoffensività dei reati di falso Sezioni Unite 16 febbraio 2009, n. 6591 con quello della piena attribuzione della qualità di persona offesa al privato leso dai reati di falso e conseguente legittimazione a proporre opposizione all'archiviazione Cass. Sezioni Unite n. 46982 del 25 ottobre 2007 , tuttavia nella prospettiva di risolvere la questione della non punibilità ex art. 49 comma 2 delle falsificazioni lesive del solo bene giuridico della fede pubblica non è del tutto dirimente aderire all'una o all'altra tesi. Infatti, un'analisi approfondita della giurisprudenza mostra come non sempre nei casi di reati posti a salvaguardia di una pluralità di oggetti giuridici la lesione o messa in pericolo di uno solo di essi determini con automaticità la non punibilità dello stesso ai sensi dell'art. 49 comma 2 c.p. La questione era stata ampiamente affrontata in sede pretoria con riferimento al reato di peculato di cui all'art. 314 c.p. Il peculato è reato plurioffensivo, cioè lesivo non già di uno solo, ma di una pluralità di interessi giuridici, facenti capo a soggetti diversi infatti la norma tutela sia il patrimonio pubblico o privato, sia il buon andamento e l'imparzialità della p.a. A tal proposito ai fini dell'integrazione del delitto de quo si era discusso circa la necessità che siano lesi entrambi i beni giuridici tutelati dalla norma. Sul punto a fronte di un consolidato orientamento che aveva ritenuto necessaria, ai fini dell'integrazione del reato, la lesione di entrambi i beni giuridici protetti dall'art. 314 c.p. cfr. Cass. penale, Sezione VI, 11/11/2004, n. 47193 in tema di appropriazione, da parte di un militare, di una cartuccia, esplodendola, per fini privati. In tale ipotesi, vista la tenuità del valore della res di cui il soggetto attivo si è appropriato, la Cassazione ha ritenuto illeso il bene giuridico del patrimonio della p.a. e quindi non perfetto il reato ex art. 314 cp. Ancora, in tema di utilizzo improprio dell'auto di servizio, Cass. 24 marzo 2005 - 11 aprile 2005, n. 13064 in Cass. Pen. 2006, 98 inquadrando la fattispecie concreta, di un dipendente che aveva usato l'auto di servizio momentaneamente per acquistare e consegnare bevande per i colleghi, nell'ambito dell'ipotesi attenuata di peculato d'uso. Ciò aveva determinato la conclusione della non punibilità del fatto, poiché non era stato vulnerato né il buon andamento, visto che la condotta era destinata a procurare generi alimentari ai colleghi d'ufficio, né imparzialità e l'integrità patrimoniale della p.a., poiché non si era protratta per il tempo sufficiente a determinare una sottrazione della cosa alla sua destinazione istituzionale. Ed, ancora, in tema di rilevanza penale dell'uso privato del telefono d'ufficio, inquadrata tale ipotesi nel reato di peculato, Cass. 15 gennaio 15 gennaio 2003, dep. 17 febbraio 2003, n. 7772 Cass. 13 ottobre 2000, dep. 15 dicembre 2000, n. 3879 avevano affermato che, laddove l'utilizzo della linea telefonica sia funzionale all'esercizio di impellenti ed eccezionali esigenze di comunicazione privata, allora il reato di peculato non si sarebbe perfezionato, in quanto mancava l'elemento del danno patrimoniale all'amministrazione. Infatti, nel caso in cui al dipendente fosse precluso tale utilizzo, e quindi dovesse comunicare in modo alternativo, ciò avrebbe recato sicuramente più disagio alla p.a. con riferimento alla qualità e continuità del servizio , diversamente altra opinione avallata da altro orientamento della giurisprudenza di legittimità aveva concluso in senso opposto, ritenendo sufficiente ai fini della perfezione del reato di peculato la lesione di uno solo dei due beni giuridici tutelati dalla norma nella fattispecie concreta si era giunti alla punibilità del fatto ex art. 314 c.p. pur non sussistendo danno patrimoniale, in quanto un medico ospedaliero aveva distratto a favore di terzi lastre radiografiche prossime alla scadenza, quindi di tenue valore, di proprietà dell'Usl Cass. pen., sez. VI, 2 marzo 1999, n. 4328 . A ben vedere ci sono tutti i presupposti affinché vi possa essere una riedizione della diatriba anche nell'ambito dei reati di falso. Ciò rende ragionevolmente prevedibile, a prescindere dalla configurazione monoffensiva o plurioffensiva di tali delitti, il consolidarsi dell'orientamento giurisprudenziale rigoroso, sostenitore della punibilità di quelle condotte aventi mera idoneità ingannatoria. Secondo un percorso, che appare ormai a tappe vincolate.