L'insulto razziale non sempre comporta una discriminazione

In caso di reciprocità di offese e quando si agisce in stato d'ira le reazioni verbali possono equivalersi

Non sempre l'insulto razziale è offensivo. La Cassazione ha infatti confermato il proscioglimento di Susanna R. che aveva detto negro di mer a un collega di lavoro extracomunitario che era arrivato tardi al turno di servizio. La donna si era lamentata della scarsa puntualità di Mohammed S. - il quale aveva preannunciato il suo ritardo - e lui aveva replicato sei cattiva, ce l' hai con me , augurandole anche del male per la sua famiglia . A questo punto Susanna l'aveva apostrofato con l' espressione negro di m . Il gip del Tribunale di Firenze, l' aveva prosciolta dal reato di ingiurie aggravato dalla presenza di più persone e dalla finalità di discriminazione razziale, ritenendo che la signora non fosse punibile essendovi stata reciprocità di offese ed avendo ella agito in stato d' ira contro l' anatema . Questo verdetto è stato convalidato dalla Quinta sezione penale della Suprema Corte, con la sentenza 8475 depositata il dieci marzo leggibile tra i documenti correlati . Contro il proscioglimento, ha fatto ricorso - in Cassazione - il pubblico ministero presso il Tribunale di Firenze sostenendo che indebitamente era stata esclusa la finalità di discriminazione razziale e che le parole di Mohammed erano solo una mera doglianza e uno sgradevole anatema non dovevano essere considerate offensive . In pratica, per il pm, la reazione di Susanna sarebbe stata sproporzionata per eccesso di offensività e di afflizione . La Quinta sezione penale non ha condiviso il punto di vista del magistrato fiorentino e ha rigettato il suo reclamo. In particolare gli ermellini spiegano che la decisione del proscioglimento è del tutto incensurabile in relazione alla ritenuta offensività delle espressioni proferite da Mohammed nei confronti di Susanna, non potendosi dubitare che costituisca lesione dell'onore e del decoro di taluno l'attribuirgli connotazioni di 'cattiveria' tali da meritargli disgrazie familiari . I supremi giudici aggiungono che è solo una mera e soggettiva opinione del pm di Firenze quella secondo cui le suddette espressioni costituirebbero soltanto una mera doglianza ed uno sgradevole anatema . Inoltre la Cassazione sottolinea che appare del tutto soggettiva l'opinione del pm di Firenze anche laddove ritiene che la reazione verbale della donna sarebbe stata da considerare sproporzionata, per eccesso, rispetto alla provocazione subita . Per quanto riguarda la configurabilità, o meno, della aggravante della finalità di discriminazione razziale, la Suprema Corte spiega che la questione non ha concreta incidenza sulle effettive ragioni del proscioglimento in quanto la sentenza di non punibilità è stata pronunciata soltanto per la sussistenza delle condizioni previste dall' articolo 599 primo e secondo comma codice procedura penale stato d' ira e reciprocità delle offese . In questo modo i giudici di piazza Cavour hanno reso definitivo il verdetto pronunciato dal gip di Firenze il 16 ottobre 2004. Invece la Procura della Suprema Corte aveva chiesto l' annullamento con rinvio della sentenza di proscioglimento, condividendo i motivi di reclamo del pm.

Cassazione - Sezione quinta penale cc - sentenza 22 febbraio-10 marzo 2006, n. 8475 Presidente Calabrese - Relatore Dubolino Ricorrente Pm in proc. Rossi Rilevato in fatto Che con l'impugnata sentenza il Gip del Tribunale di Firenze, a fronte di richiesta di emissione di decreto penale nei confronti di Rossi Susanna per il reato di ingiurie, aggravato dalla presenza di più persone e dalla finalità di discriminazione razziale, commesso nei confronti di Sahoud Mohamed Lakhdar, cui sarebbe stata rivolta dalla Rossi l'espressione negro di merda , pronunciò sentenza di proscioglimento ex articolo 129 Cpp ritenendo, previa esclusione della contestata aggravante della finalità di discriminazione, che fossero presenti entrambe le condizioni previste rispettivamente dai commi 1 e 2 dell'articolo 599 Cpp essendovi stata reciprocità di offese ed avendo altresì la Rossi agito in stato d'ira ciò sulla base di quanto risultante dalla ricostruzione della vicenda, secondo cui, essendo la Rossi ed il Sahoud colleghi di lavoro ed essendosi, il secondo, presentato come peraltro da lui preannunciato in ritardo, ne era nata una certa confusione , per cui il Sahoud si era ad un certo punto rivolto alla Rossi dicendole sei cattiva, ce l'hai con me ed augurandole del male per la sua famiglia al che la Rossi aveva ribattuto con l'espressione incriminata, preceduta, secondo uno dei testi, dalle parole il mio figliolo tu lo lasci stare che avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la locale procura della Repubblica, denunciando 1 erronea applicazione dell'articolo 3 del Dl 122/93 convertito con modificazioni in legge 205/93, per essere stata indebitamente esclusa la contestata aggravante della finalità di discriminazione razziale, resa invece evidente, ad avviso del ricorrente, dal testuale tenore dell'espressione attribuita all'imputata 2 manifesta illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza della ritorsione e della provocazione, sull'assunto, in sintesi, che, in primo luogo, le parole pronunciate dal Lakhdar nei confronti della Rossi non sarebbero state da considerare offensive, in quanto costituenti, per la prima parte, una mera doglianza e, per altra, uno sgradevole anatema , in secondo luogo, ed in relazione all'ipotizzata provocazione, dette parole non sarebbero state tali da costituire fatto ingiusto, in quanto pronunciate a seguito dei rilievi per il ritardo, verosimilmente apprezzati come vessatori , e l'espressione discriminatoria pronunciata di rimando dalla Rossi sarebbe stata da considerare comunque sproporzionata per eccesso di offensività e di afflizione Considerato in diritto Che va preliminarmente esclusa ogni rilevanza della questione circa la configurabilità o meno della contestata aggravante della finalità di discriminazione razziale, non presentando essa, nella specie, concreta incidenza sulle effettive ragioni del proscioglimento, da individuarsi, alla stregua del dispositivo dell'impugnata sentenza nonostante che il giudice di merito abbia ritenuto di pronunciarsi anche su detta aggravante , soltanto nella ritenuta sussistenza delle condizioni di cui all'articolo 599 commi 1 e 2, Cp, la cui operatività, in assenza di specifiche previsioni limitatrici, è del tutto indipendente dalla eventuale presenza di circostanze aggravanti o attenuanti che, ciò premesso, e dovendosi quindi limitare l'esame del ricorso solo al secondo dei motivi che ne sono posti a sostegno, lo stesso non appare meritevole di accoglimento, in quanto a con riguardo alla causa di non punibilità costituita dalla reciprocità delle ingiurie, appare del tutto incensurabile la ritenuta offensività delle espressioni proferite dal Lakhdar nei confronti della Rossi, alle quali costei ebbe a reagire con le altre indicate nel capo di imputazione, non potendosi dubitare che costituisca lesione dell'onore e del decoro di taluno l'attribuirgli connotazioni di cattiveria tali da meritargli disgrazie familiari ed apparendo, per converso, qualificabile come mera e soggettiva opinione del ricorrente Ufficio quella secondo cui le suddette espressioni costituirebbero, invece, soltanto una mera doglianza ed uno sgradevole anatema b quanto alla ulteriore causa di non punibilità cui ha fatto riferimento la sentenza di merito, costituita dalla provocazione a prescindere dalla sua superfluità, una volta riconosciuta l'operatività della prima , costituisce parimenti opinione del tutto soggettiva quella del ricorrente Ufficio secondo cui, diversamente da quanto ritenuto, non certo con manifesta illogicità , dal giudice di merito, sarebbe stata da escludere la connotazione dell' ingiustizia nelle parole rivolte alla Rossi dal Lakhdar sol perché dettate dal convincimento, peraltro soltanto ipotizzato, di costui circa il carattere vessatorio dei rilievi formulati dall'imputata che, per quanto risulta, era solo una sua collega di lavoro e non sua superiore a proposito del ritardo con il quale egli si era presentato al lavoro così come del tutto soggettiva appare l'opinione secondo cui la reazione verbale della donna sarebbe stata da considerare sproporzionata per eccesso rispetto alla provocazione subita. PQM La Corte rigetta il ricorso.