Stato e Giustizia secondo Papa Benedetto XVI, una riflessione nella prima enciclica del pontificato di Ratzinger

di Lucio Giacomardo

di Lucio Giacomardo* Di scritti sul concetto di giustizia, sui compiti di uno Stato nei rapporti con i cittadini, può dirsi, senza tema di smentita, che sono piene le biblioteche non solo giuridiche. Eppure le riflessioni di Papa Benedetto XVI contenute nella sua prima enciclica, non solo per l'autorevolezza della fonte, appaiono chiare, comprensibili a tutti e, pare di poter affermare, condivisibili anche da parte dei non credenti. Certo, molta acqua è passata sotto i ponti dall'esortazione del celebre giurista italiano Alberico Gentili, considerato uno dei fondatori del moderno diritto internazionale, Silete theologi in munere alieno 1 ma non vi è dubbio che, ancora oggi, per molte persone certi argomenti dovrebbero essere confinati un non meglio precisato recinto della laicità. Eppure, a ben vedere, da sempre vi è stata una riflessione forte della Chiesa sui rapporti tra morale e diritto, sull'evoluzione della legislazione al servizio del cittadino, sulla centralità della persona in tutti i sistemi di governo. Lo stesso Papa Woityla, del resto, aveva chiarito il ruolo che deve esercitare la morale, chiamata a fecondare il diritto essa può esercitare una funzione di anticipo sul diritto, nella misura in cui gli indica la direzione del giusto e del bene 2 . Lo strumento utilizzato in questa occasione, d'altronde, non lascia dubbi sull'universalità del messaggio. Com'è stato giustamente evidenziato, infatti, con il termine enciclica , ovvero lettera circolare circularis in latino e enkyklosis in greco 3 si intende un testo che viene inviato in tutto il mondo e, quindi, destinato non solo ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi ed alle persone consacrate ma, come ha specificato lo stesso Pontefice , a tutti i fedeli laici in ogni luogo del pianeta. Il tema dei rapporti tra Stato e cittadini, la centralità dell'uomo per ogni ordinamento, appare del resto molto presente nelle riflessioni del Papa già da prima che sedesse sul soglio di Pietro. L'allora cardinale Ratzinger aveva infatti osservato che gli ordinamenti e le norme legislative affonderebbero le loro radici nel vuoto se non fossero internamente animati se gli uomini non riconoscessero innanzitutto interiormente la legittimità delle pretese essenziali esercitate su di loro e non trasformassero in questo modo gli ordinamenti legislativi da meri regolamenti esteriori a fondamenta di una corretta convivenza 4 , giungendo alla conclusione, nel richiamo del concetto e dell'esistenza stessa di un diritto naturale, che la eliminazione del diritto è disprezzo dell'uomo ove non vi è diritto, non vi è libertà 5 . In una più recente occasione l'attuale Pontefice si era posto il problema di come nasca il diritto e come dev'essere strutturato perché sia veicolo di giustizia e non privilegio di coloro che hanno il potere di stabilirlo 6 , evidenziando come, in epoca moderna, si è giunti alla formulazione di un patrimonio di elementi normativi basati su valori condivisi, come dimostrato dalla dichiarazione dei diritti dell'uomo, sottratti al gioco delle varie maggioranza valori che sussistono in se stessi, che conseguono dall'essenza dell'uomo e perciò sono intangibili in rapporto a tutti i soggetti che hanno questa essenza 7 . Non deve stupire, allora, proprio alla luce dei numerosi approfondimenti sull'aspetto sociale dell'esistenza umana e sul ruolo che la Chiesa deve e può esercitare a tale proposito, molti dei quali opera proprio dell'allora cardinale Ratzinger, che la parte dell'enciclica dedicata ai temi oggetto delle presenti annotazioni cfr. in particolare paragrafi da 26 a 29 si apra con una critica al ritardo con il quale la Chiesa ha compreso i problemi della collettività. Dopo aver premesso che norma fondamentale dello Stato deve essere il perseguimento della giustizia e che lo scopo di un giusto ordine sociale è di garantire a ciascuno, nel rispetto del principio di sussidiarietà, la sua parte dei beni comuni 8 , nella lettera enciclica si evidenzia come i rappresentanti della Chiesa hanno percepito solo lentamente che il problema della giusta struttura della società si poneva in modo nuovo nella società industriale. Sempre più rilevante, allora, è parso il ruolo che nello specifico era chiamato a svolgere il magistero della Chiesa, con interventi sempre più diretti dei pontefici attraverso lo strumento delle encicliche che, come pure ricordato, a partire dalla Rerum novarum di Leone XIII sino alla Centesimus annus di Giovanni Paolo II, hanno caratterizzato la dottrina sociale della Chiesa, proprio di recente presentata in modo organico nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, redatto dal Pontificio Consiglio Iustitia et Pax. A tale proposito, non appaia superfluo sottolineare come, a confutazione di una errata interpretazione anche da parte di taluni settori appartenenti alla stessa Chiesa cattolica, la dottrina sociale della Chiesa non abbia mai avuto la pretesa - né, a dire il vero, l'intenzione - di elaborare teorie o sistemi socio -politici o, ancora , di fornire soluzioni tecniche ai problemi sociali che si presentano nei vari luoghi del mondo. Per espressa definizione di uno dei pontefici più attenti al campo sociale della realtà umana, infatti, le direttive d'azione e i giudizi contenuti nella dottrina sociale della Chiesa devono intendersi come una accurata formulazione dei risultati di una attenta riflessione sulle complesse realtà dell'esistenza dell'uomo e della società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o la difformità con le linee dell'insegnamento del Vangelo sull'uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente per orientare, quindi, il suo comportamento cristiano 9 . Ad ulteriormente chiarire il senso del richiamo alla dottrina sociale della Chiesa, nell'enciclica si affronta un tema che da sempre può considerarsi fonte di polemiche, ovvero i rapporti tra Stato e Chiesa. A tale proposito l'attuale Pontefice non poteva essere più chiaro, ricordando come alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio cfr Mt 22, 21 , cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l'autonomia delle realtà temporali. In conseguenza di questa divisione, pertanto, risulta naturale ricordare come lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace tra gli aderenti alle diverse religioni mentre la Chiesa, da parte sua, ha la sua indipendenza e vive sulla base della fede la sua forma comunitaria, che lo Stato deve rispettare. Ancor più rilevante, inoltre, appare la riflessione contenuta nell'enciclica sul ruolo della politica, a partire dalla considerazione che la giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica . Su questo tema Papa Benedetto XVI sembra richiamare tutte le sue precedenti riflessioni, in una visione di filosofia del diritto che, come è stato acutamente osservato, sembra associare l'esperienza del diritto a quella della santità, tenuto conto che l'uomo deve essere giusto, ma l'unico giusto è Dio .L'uomo deve essere santo, ma solo Dio è santo. Nella prospettiva dell'assoluto, giustizia e santità tendono a confondersi 10 . E così, infatti, nell'enciclica viene evidenziato che la politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all'interrogativo come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l'altra più radicale che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile. 11 . E'in questo ambito, pertanto, che politica e fede si toccano, nella considerazione che la fede apre nuovi orizzonti molto al di là dell'ambito proprio della ragione. Tuttavia, precisa lo stesso Pontefice, pur rivestendo un ruolo fondamentale, la dottrina sociale la Chiesa è ben lontana dall'idea di attribuirsi un potere sullo Stato assumendosi il compito, definito semplice ma da considerarsi in concreto decisamente improbo, di contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato . A questo proposito, anzi, nell'enciclica si chiarisce ulteriormente che la Chiesa non intende, imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa e l'affermazione, sia consentito sottolinearlo, sarebbe auspicabile che venisse diligentemente tenuta presente dai tanti troppi che evocano inesistenti ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche ad ogni piè sospinto. Il ruolo della Chiesa e, più in generale, della dottrina sociale viene così definitivamente chiarito, a partire dalla esplicita ammissione che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina nella consapevolezza che essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale . Dunque, sulla base di quanto sopra ricordato circa la centralità della persona in ogni ordinamento giuridico, principio ben evidenziato anche nelle parole del predecessore dell'attuale pontefice, secondo il quale la persona umana - così come essa è stata creata da Dio - è il fondamento e il fine della vita sociale a cui il diritto deve servire. Infatti, la centralità della persona umana nel diritto è espressa efficacemente dall'aforisma classico Hominum causa omne ius constitutum est. Ciò equivale a dire che il diritto è tale se e nella misura in cui pone a suo fondamento l'uomo nella sua verità 12 nell'enciclica si sottolinea come la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare . Su questo punto, forse con riferimenti più a deviazioni interne dal magistero si pensi ad esempio alla cd. teologia della liberazione , Papa Bendetto XVI traccia una netta demarcazione circa la diversità dei ruoli, specificando senza possibilità di interpretazioni difformi che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, trattandosi di un compito politico, non può far carico direttamente alla Chiesa. Ed infatti, la Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente. 13 . Così, nell'affrontare nell'ultimo dei paragrafi tra quelli dedicati al tema della giustizia i rapporti tra l'attività caritativa della Chiesa e l'impegno per la realizzazione di un giusto ordinamento dello Stato e della società, l'enciclica chiarisce definitivamente il compito dei fedeli laici , ossia di coloro che, come cittadini dello Stato, sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica. Questi soggetti, infatti, non possono abdicare alla molteplice e svariata azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune nella consapevolezza che l'attività politica degli stessi fedeli laici deve essere vissuta come carità sociale . Perfettamente aderente a questa visione, pertanto, appare il richiamo a S. Agostino, che vasta eco ha suscitato tra i media , circa il fatto che uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri . Ma a ben vedere, se l'accostamento non apparisse quasi blasfemo, a volersi riferire a certe vicende di casa nostra, ancor più aderente sembrerebbe il richiamo ad Antonello Venditti e il suo mondo di . *Avvocato -Cultore di Istituzioni di Diritto Privato Università Federico II di Napoli NOTE - cfr. A. Gentili De Jure belli, I, 12 - 1589 riportato in D'Agostino Laudatio in occasione del conferimento della laurea horis causa all'allora Cardinale Joseph Ratzinger ora in Iustitia, 2005, 3 pag.279 e ss. -cfr. Giovanni Paolo II, Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Città del Vaticano 13.1.1997 in Parole da non dimenticare , Ed.Paoline 2005, pag.45 cfr. Mastrofini Lettera inviata al mondo in Avvenire , 26 Gennaio 2006 pag.4 - cfr. J.Ratzinger Discorso al congresso sul tema , Monaco di Baviera, 24.4.1984 in www.ratzinger.it - cfr. J.Ratzinger Discorso al congresso sul tema , cit. - cfr. J.Ratzinger Dialogo con Jurgen Habermas del 19.1.2004 ora in Ratzinger -Habermas Etica, Religione e Stato liberale , Brescia 2005 - cfr. J.Ratzinger Dialogo con Jurgen Habermas del 19.1.2004, cit. cfr. Papa Benedetto XVI, Deus caritas est , parag. 26 in allegato cfr. Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 41 in www.vatican.va 10 -cfr. D'Agostino Il Diritto come problema teologico , Torino 1997, pag.10 11 - cfr. Papa Benedetto XVI, Deus caritas est , cit. in allegato 12 cfr. Giovanni Paolo II al Simposio su Evangelium vitae e diritto, n. 4 Insegnamenti XIX/1, 1996, p. 1347 13 - cfr. Papa Benedetto XVI, Deus caritas est , cit. in allegato