L'avvocatura alla prova del dopo Bersani

di Giuseppe Pesce

di Giuseppe Pesce Negli ultimi cinque mesi la politica forense è stata monopolizzata dalla discussione sulla legge Visco-Bersani, in ragione della quale, o meglio contro la quale, larghe frange dell'avvocatura, normalmente tutt'altro che coese, hanno ritrovato apparenti unità di vedute. Del tutto inutile è tornare sulle ragioni, profondamente condivise, per le quali la suddetta legge rappresenta sotto più di un profilo un approccio della politica errato nel metodo e nei contenuti al mondo delle professioni. Più interessante è invece osservare che l'improvvido intervento governativo ha finalmente consentito l'avvio di un animato e serio dibattito interno all'avvocatura che le ha consentito di liberarsi, per lo meno momentaneamente, dalla chimera della rappresentatività politica della categoria e quindi di concorrere al disegno del proprio futuro con approccio scevro da condizionamenti dettati dal vincolo di rappresentanza. È difficile negare che i contenuti del citato intervento legislativo avrebbero al più sortito gli effetti di un brodino caldo se la professione, anziché logorarsi in infinite discussioni su chi doveva rappresentare chi, si fosse fatta trovare all'appuntamento con i liberalizzatori dell'odierna compagine di governo in tutt'altra condizione, sia sotto un profilo quantitativo che qualitativo. L'indiscriminato e casuale accesso agli albi, accompagnato da un livello di preparazione generico e omniscente, ha infatti incrinato il rapporto di reciproca fiducia tra avvocato e cittadino, rapporto che invece aveva per generazioni consentito al professionista di essere riconosciuto al tempo stesso ingranaggio dei processi economici e pilastro della giurisdizione. Il rinnovamento della professione passa dunque non già tramite la sponda o il ripudio del politico di turno, quanto piuttosto nella presa di coscienza della inadeguatezza della professione sotto tale duplice profilo. In tal senso non è più pensabile che l'accesso alla professione possa avvenire tramite un percorso formativo che ancora oggi può completarsi senza controlli effettivamente pregnanti, né tanto meno che il superamento dell'esame di ammissione sia frutto del concorso di mere circostanze occasionali. Ancora meno accettabile è poi che mentre la società diviene specializzata, multidisciplinare e dinamica, l'avvocato possa indifferentemente esercitare la propria professione in modo trasversale, abbracciando tutto lo scibile giuridico. La via per garantire un futuro all'avvocatura e per assicurare al paese l'irrinunciabile apporto del ceto professionale passa dunque non solo e non tanto attraverso la modifica della Visco-Bersani, quanto semmai tramite la soluzione di tali nodi. Da quarant'anni i giovani avvocati si spendono su tali temi, prima, con felicissima intuizione dei fondatori, come associazione impegnata nella divulgazione della formazione come valore e principio fondante della professione e poi, negli ultimi dieci anni, e cioè da quando si incominciarono ad avvertire i segni del disagio, con un indirizzo associativo marcatamente politico. Non è un caso quindi che l'Aiga abbia sfrontatamente sottotitolato il dibattito del Congresso straordinario del quarantennale che si terrà a Roma il 24 e 25 novembre 2006 cambia la società, si evolve la professione [ ] e poi ancora cambia la professione, si evolve l'associazione [ ] , non tanto per tracciare un bilancio dei decenni passati, quanto semmai come auspicio e scommessa per i decenni a venire. C'è infatti la volontà e l'entusiasmo per rilanciare. C'è la convinzione che non solo il Paese necessiti dell'impegno e del contributo di un ceto intellettuale consapevole per poter trasformare le difficoltà del momento in opportunità per il futuro, ma soprattutto c'è la speranza che un deciso scatto d'orgoglio consenta di contribuire ad un effettivo ammodernamento della professione e guardare al terzo millennio con rinnovato ottimismo. * Giunta Aiga