Il ritardo nel deposito dei provvedimenti: cosa succede con il nuovo ordinamento giudiziario quando il giudice non lavora

di Luigi Di Paola

di Luigi Di Paola * La sezione disciplinare del Csm, con la sentenza depositata lo scorso 28 luglio e qui leggibile tra gli allegati, prova a rimuovere i dubbi in passato aleggianti circa la valenza disciplinare, o meno, di ritardi assai consistenti, e sul piano quantitativo e su quello temporale, nel deposito di provvedimenti, in difetto di una acclarata neghittosità del magistrato. Quei dubbi, mai dissipati chiaramente da enunciati del giudice della deontologia o di quello, di rado interpellato, di legittimità, avevano costituito, in parte, la cornice entro cui aveva nitidamente preso forma, nel settore della responsabilità disciplinare dei magistrati, il problema dei problemi. Ci si chiedeva, infatti, se fosse lecito porre dei limiti assoluti oltre i quali i ritardi nel deposito dei provvedimenti costituiscono illecito, insuscettibile di essere offuscato da ordinarie cause di giustificazione, compresa quella ravvisabile nella elevata produttività del magistrato, sovente connessa ad un cospicuo carico di lavoro. Sulla tematica generale delle cause di giustificazione si constatava che ogni esimente esplica la sua efficacia, per lo più, in un arco temporale contenuto i problemi di salute invocabili a discolpa sono di norma transeunti, imponendo la malattia grave e duratura l'astensione formalizzata dal lavoro l'eccessivo carico di lavoro di norma vive nella contingenza, i cui effetti dilatati, se non rimossi in tempi brevi da chi ha il compito, a prescindere da ogni sollecitazione, di modulare il carico in maniera egualitaria e per tutti sopportabile, possono essere alla fine evitati, in via di autotutela, dall'interessato con una fuga in sede più propizia il periodo di uditorato deve avere un termine, e l'inesperienza, con la pratica, si assottiglia di giorno in giorno. Il che equivale a dire, in buona sostanza, che il ritardo sistematico, nel corso di anni, difficilmente può beneficiare dell'alone protettivo della causa di giustificazione, almeno nella normalità dei casi, per la semplice ragione che una tale causa non è agevolmente configurabile in fatto. E si tratta qui di stabilire, qualora lo fosse si pensi all'ipotesi della grave e persistente malattia del congiunto , se essa riesca a prevalere all'infinito sull'esigenza che la funzione sia, ad un certo punto, sufficientemente esercitata onde quella difficoltà duratura costituente ostacolo all'espletamento ordinario del lavoro dovrebbe esser fronteggiata con mezzi alternativi che consentano al magistrato di provvedere, in qualche modo, alle incombenze di ufficio. A margine vi era la problematica, non meno rilevante, del ritardo macroscopico, ovvero afferente un numero limitato di provvedimenti, depositati a distanza di moltissimi anni dall'udienza conclusiva del processo. Qui l'oggettiva infrazione è, astrattamente, meno grave, involgendo interessi delle parti numericamente esigui ma paradossalmente stenta ad autogiustificarsi a mezzo dei consueti canoni, giacché è arduo stabilire il nesso di correlazione tra le ipotesi esimenti, che quando operano giocano a tutto campo, e quei particolari ritardi in altri termini perché solo quelle cinque sentenze - magari non impegnative -, e non altre, sono state depositate assai tardivamente? . Inoltre l'eclatante ritardo stenta ad eclissarsi nell'oblio, sicché il vociferare intorno ad esso, smuovendo la curiosità diffusa, dona popolarità all'evento finendo, al contempo, per scuotere il prestigio dell'ordine giudiziario. I dubbi in questione iniziavano a stemperarsi nell'ipotesi maggiormente patologica in cui le anomalie del ritardo reiterazione e consistenza temporale concorrono tra di loro, prevalendo al riguardo un giudizio orientativamente negativo ma rivedibile sulla scorta dei concreti elementi confluiti nel giudizio , adagiato implicitamente sulla massima di esperienza secondo cui a tutto vi è un limite . Ma non è stata mai fatta la necessaria chiarezza sulla questione, che riveste, come è certamente noto, un notevole peso, atteso che nella bilancia dei giudizi disciplinari le contestazioni per ritardi assorbono il grosso del totale. Sul più specifico versante che qui interessa va rammentato che, nel panorama delle aride disquisizioni, ve ne era una, in particolare, che sollecitava serie riflessioni ai fini di una innovativa impostazione del problema essa, intendendo valorizzare l'autonomia del requisito della diligenza rispetto a quello della operosità, poneva il seguente interrogativo il magistrato, pur altamente produttivo, che tuttavia accumuli ritardi eccessivi nel deposito di provvedimenti, può a sua difesa far valere la sua laboriosità pur a fronte di una dimostrata incapacità di organizzare con equilibrio il proprio lavoro? Non constano attualmente risposte esaurienti. E forse non possono essercene di plausibili. Giacché, a voler osservare disinvoltamente la realtà, organizzare con equilibrio il proprio lavoro può significare per il magistrato, in alcuni casi soprattutto qualora sia raggiunta una statistica annua ragguardevole e non sia stata dimostrata preferenza per un settore lavorativo a scapito di un altro , non decidere le cause in esubero , e riporre quell'equilibrio nel giusto dosaggio dei rinvii, quando effettivamente possibile. In sostanza, il magistrato organizzato , per evitare il rischio di aggressioni disciplinari, dovrebbe lavorare con occhio attento alle regole, per così dire, della forma e un po' meno a quelle della sostanza. Ma anche le prime, a volte, sono difficili da rispettare. Basti fare l'ipotesi del magistrato che, al fine di scansare l'ammasso dei numerosi provvedimenti da redigere, disponga rinvii anche calibrati, ma che finiscono, poi, per nuocere alla speditezza della causa. Evitata la mannaia disciplinare per un verso la si incontra per un altro. Occorrerebbe, allora, perché tutto fili quasi liscio, che, nel calderone delle innumerevoli cause, sia data prevalenza a quelle più antiche, ovvero a quelle di maggior impatto per gli interessi coinvolti e via di seguito. Su tale sinuosa materia cade oggi il pronunciato del Csm. Veniamo quindi al caso. Un giudice del lavoro viene assoggettato a procedimento disciplinare per aver depositato in ritardo ovvero oltre i 120 giorni, cosiddetti di tolleranza, dalla scadenza dei termini di legge , in un periodo pari a 6 anni, 502 sentenze. Il magistrato replica, tra l'altro, di aver complessivamente depositato, nel predetto periodo, 4.000 sentenze e di aver definito, complessivamente, quasi 10.000 procedimenti di essere stato il magistrato più produttivo della sezione di aver mantenuto i tempi di definizione dei procedimenti, nella stragrande maggioranza dei casi, al di sotto dei 18 mesi. Gli aspetti essenziali in cui si articola la linea difensiva vengono sostanzialmente riscontrati dal giudice della deontologia, il quale, ad apertura della motivazione della sentenza, non manca di stigmatizzare, peraltro, l'operato dell'organo dell'accusa, cui sostanzialmente si addebita di non aver adeguatamente assolto all'onere di allegazione documentale a supporto dell'incolpazione. La sentenza è significativa nella parte in cui opera una ricognizione, pur sintetica, del quadro giurisprudenziale sulla questione. In primo luogo è richiamato l'orientamento prevalente, di pacifica condivisione, secondo cui non è il ritardo in sé nel deposito dei provvedimenti a contrastare con i doveri funzionali del magistrato, bensì è la condotta neghittosa di cui quel ritardo costituisca effetto e manifestazione, senza possibili giustificazioni. In secondo luogo è menzionato l'indirizzo, rinvenibile in alcuni pronunciati della Suprema corte Cassazione, Sezioni unite, 1039/00 e, da ultimo, Sezioni unite, 23738/04 , secondo cui la lesione del prestigio dell'ordine giudiziario sarebbe intrinseca alla condotta del magistrato che sia incorso in ritardi che siano tali, per numero e consistenza, da superare i limiti oggettivi di ragionevolezza e giustificabilità . Orbene, stando al primo orientamento, pare potersi affermare che ogni qualvolta il magistrato, a fronte di ritardi in cui sia incorso nel deposito di provvedimenti, possa addurre e quindi dimostrare la sussistenza di cause di giustificazione, è in radice esclusa quella mancanza di operosità che consente di ritenere integrato l'illecito disciplinare onde, giustamente, la formula assolutoria da utilizzare è l'addebito non sussiste . Il secondo sembrerebbe affermare, in più, che nel caso in cui i ritardi siano numericamente elevati e di consistente durata, l'illecito disciplinare si realizza, potremmo dire, quasi automaticamente ma non perché, si badi, determinate circostanze dall'astratto valore esimente non possano avere formalmente ingresso nella linea difensiva, bensì perché, in buona sostanza, esse, pur addotte, perdono, sul piano logico, valenza giustificativa. In altri termini, quanto maggiore è l'entità e la consistenza dei ritardi, tanto minore, fino a ridursi al minimo in casi eclatanti, è la capacità scriminante delle circostanze addotte a discolpa. Le sezioni unite della Cassazione, pur nella peculiarità delle ipotesi vagliate, hanno mostrato - quando chiamate esclusivamente, a quanto consta, dal magistrato condannato in prima istanza dalla sezione disciplinare del Csm a dire la loro sulla questione - di non discostarsi dal sopra menzionato complessivo orientamento. I giudici di legittimità non hanno neppure dato la sensazione di disallinearsi dai principi acquisiti allorquando hanno sostenuto Cassazione, Sezioni unite, 13355/03 che se è ben vero che i notevoli carichi di lavoro possono costituire causa di giustificazione del ritardo nel deposito dei provvedimenti, è altrettanto vero, però, che l'efficacia scriminante di detti carichi non può non cessare quando quel ritardo finisca per assumere la valenza di un diniego di giustizia protratto per anni ed anni . Poiché la perentorietà dell'enunciato, da cui parrebbe trarsi, in base ad una lettura frettolosa, un insegnamento imperniato sulla valenza meramente oggettiva del ritardo in chiave disciplinare, vale solo a contrastare l'eventuale convincimento secondo cui l'eccessivo carico di lavoro è in grado di giustificare qualsiasi ritardo sempre e comunque. Nella vicenda concreta sottoposta all'esame del giudice di legittimità, del resto, il magistrato, nell'arco di cinque anni, aveva depositato in ritardo anche superiore ai 1000 giorni 3248 sentenze. Il Csm si muove, nell'analizzare il tema, in un'ottica per lo più lineare. Si assume, infatti, nella motivazione della sentenza, che la mancata dimostrazione della scarsa operosità del magistrato non attesta, in via assoluta, l'insussistenza dell'illecito disciplinare, poiché il limite oggettivo della ragionevolezza del ritardo e della sua giustificabilità è sempre un elemento implicito di valutazione. Con il che sembra, però, gettato, nel caso di specie, un messaggio negativo nei confronti dell'incolpato, del quale risulta dimostrata sì l'alta produttività, ma a cui sfavore si registrano numerosi ritardi di cui non è dato apprezzare, per come meglio di dirà, la consistenza . Sennonché il Csm prosegue affermando che le decisioni assolutorie che pongono l'accento su espressi fattori di giustificazione carico di lavoro complessivo, ovvero peculiari ragioni di salute personali o familiari di fatto operano un bilanciamento dei diversi elementi e, quindi, presuppongono implicitamente il concetto dei limiti di ragionevolezza e giustificabilità . Ma, in tal modo, argomentando, il giudice della deontologia non fa che riportarsi al primo orientamento ovvero quello di base sopra richiamato, il quale pone a fondamento dell'illecito il difetto di cause di giustificazione. Tuttavia, è al secondo indirizzo all'inizio menzionato che la motivazione sembra riferirsi, nel passo in cui si afferma che se così non fosse un magistrato dal significativo carico di lavoro e dalla incontestabile laboriosità potrebbe, a sua totale discrezione ovvero senza alcun criterio, ritardare il deposito di centinaia di provvedimenti a distanza di parecchi anni, senza alcuna valutazione sulla ragionevolezza e giustificabilità delle sue scelte . Il che sembra voler dire che il magistrato altamente produttivo non rimane illeso per il semplice fatto della laboriosità, ma in ragione della giustificazione che sia stata fornita della sua scelta di depositare in ritardo alcuni provvedimenti. Ciò dovrebbe postulare, però, che il ritardo nel deposito presupponga una lista di attesa che, in linea di massima, sia compilata sulla scorta del criterio cronologico e, al contempo, di quello della rilevanza della causa. Si tratta, in buona sostanza, di verificare se si sia prestata osservanza a ragionevoli criteri di priorità. Però, dalla lettura della sentenza in questione, non è dato afferrare se il magistrato, nel modulare i ritardi, si sia attenuto, nella vicenda, a tali criteri. Sembra piuttosto che il rispetto degli stessi sia stato ricavato per implicito da una combinazione di fattori. Infatti, non solo il magistrato in questione è stato, nel caso, altamente produttivo, andando oltre il quantum dal medesimo pretendibile essendo sul punto eloquente il numero annuo dei provvedimenti depositati, anche se non emerge in sentenza il rapporto tra sentenze di lavoro e di previdenza , ma è riuscito a contenere i tempi medi di definizione delle controversie in un lasso temporale davvero esiguo. Ed a tale riguardo va sottolineato che, per il sistema, stando alla materia lavoristica, è preferibile una decisione in tempi rapidi, pur motivata tardivamente, piuttosto che una motivazione nei termini ma riferita a decisione assunta dopo molti anni dall'inizio della causa. Sullo sfondo rimane il parziale contenuto dei dati concernenti i ritardi, che si apprende essere stati relativi al deposito di n. 502 sentenze, ma di cui si ignora la effettiva massima dilatazione temporale, poiché su ciò la sentenza non si sofferma con il che il problema del macroscopico ritardo è insuscettibile di essere, qui, isolatamente affrontato. Qualora volesse ritenersi che la sentenza in esame debba indurre i titolari dell'azione disciplinare ad astenersi dal promuovere, per il futuro, azioni di tal fatta, occorrerebbe allora riconoscere alla stessa una maggiore capacità dissuasiva in relazione a quei casi in cui i ritardi riscontrati siano inferiori a quelli oggetto del caso in questione, tenuto ovviamente conto della situazione particolare ad esempio il complessivo periodo entro il quale ricadono i ritardi stessi e fatte le debite proporzioni tra numero dei provvedimenti depositati nei termini e ritardi, senza trascurare la consistenza temporale di questi ultimi. Superfluo far notare che l'insegnamento ed i relativi criteri di sostegno nell'occasione abilmente esternato dal Csm, non dovrebbe esser ritoccato per il futuro, a garanzia dei potenziali incolpati appartenenti alla categoria dei ritardatari, almeno fino a quando continuerà ad esistere una tale giurisprudenza pretoria. Ma neppure le nasciture disposizioni sul nuovo ordinamento giudiziario dovrebbero mutare in senso maggiormente rigoroso la prospettiva come sopra delineata. L'articolo 3, comma 1, lettera q, dello schema di D.Lgs approvato dal Consiglio dei ministri nella seduta del 28 ottobre 2005, dispone, in materia, che costituisce illecito disciplinare nell'esercizio delle funzioni il reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all'esercizio delle funzioni si presume non grave, salvo che non sia diversamente dimostrato, il ritardo che non eccede il triplo dei termini previsti dalla legge per il compimento dell'atto . Tale previsione ricalca quasi fedelmente la previsione della legge delega diciamo quasi perché lì, tra il termine grave ed ingiustificato vi era la particella o , la cui presenza, in osservazioni passate, sempre dalle colonne di questa rivista D& G numero 31/2005 , avevamo imputato ad una lieve svista del legislatore. Accanto all'intervento correttivo ve ne è poi uno aggiuntivo, che dovrebbe fissare, a fini di certezza, il termine di tolleranza oltre il quale il ritardo è reputato grave. Il primo aspetto rilevante è che il ritardo deve essere sempre ingiustificato. Con il che si ammette, a contrario, l'operatività delle cause di giustificazione in ogni caso, con la conseguenza che anche a fronte di reiterati e macroscopici ritardi, il magistrato incolpato potrà addurre circostanze che gli hanno impedito di depositare i provvedimenti in tempi meno dilatati. Ovviamente le cause di giustificazione non potranno che coincidere, in linea di massima, con quelle tramandateci dalla giurisprudenza pretoria della sezione disciplinare del Csm. La norma, peraltro, non chiarisce se, affinché possa ritenersi integrato l'illecito, la reiterazione possa assumere rilievo autonomo rispetto alla gravità, oppure no. A voler seguire tale seconda strada la reiterazione afferente a ritardi non gravi non integrerebbe, neppure sul piano oggettivo, l'illecito. Quanto alla gravità, occorrerà stabilire se il ritardo eccede il triplo dei termini previsti dalla legge per il compimento dell'atto potendo sorgere qualche problema nei casi in cui la legge, in ipotesi, non fissi alcun termine poiché se è invece contenuto entro quei termini esso si configura irrilevante, salvo che non sia diversamente dimostrato . Un tale inciso pone due interrogativi, ad uno solo dei quali è agevole dare risposta. Pare infatti chiaro che la prova della gravità debba essere fornita dall'organo dell'accusa salvo mosse suicida del magistrato incolpato difficilmente potrà essere acquisita di ufficio dal Csm in sede di discussione, giacché, in difetto di quella prova, il magistrato non dovrebbe essere mandato a giudizio. Tale questione non sembra, ad ogni modo, presentare profili problematici. Non agevole è invece stabilire in cosa consista la gravità, e come, di conseguenza, possa essere dimostrata. Infatti l'inciso della salvezza attesta che il concetto di gravità non è legato solo alla consistenza temporale del ritardo ma può essere integrato da qualche elemento in più. Probabilmente sarà considerato grave quel ritardo che pregiudica, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso, un rilevante interesse delle parti coinvolte nel giudizio. La questione potrà esser meglio dibattuta allorquando la giurisprudenza, formalmente non più pretoria, inizierà a muovere i primi passi nel fresco panorama normativo. Si tratta infine di stabilire se un ritardo grave ingiustificato possa far scattare l'illecito. Qui, se il requisito della reiterazione non è ritenuto dissociabile da quello della gravità sempre seguendo la seconda strada di cui sopra , parimenti dovrà concludersi nel senso che quest'ultimo non può rilevare autonomamente. E allora occorrerà, tanto per iniziare, che si verifichino almeno due ritardi gravi da qui in poi potranno giocare, a discolpa, le varie cause di giustificazione. Ma cosa dire del ritardo isolato pari a cinque o più anni che si riveli ingiustificato? L'unica copertura normativa sarebbe ravvisabile nella norma di chiusura di cui alle lett. hh del citato comma primo dell'articolo 3, ai sensi della quale costituisce illecito disciplinare ogni altra rilevante violazione dei doveri di diligenza . Ma tale copertura, però, ancora non basta a far scattare l'illecito giacché ai sensi dell'articolo 2 dello schema di D.Lgs. in fase di approvazione sarà necessario che quel ritardo incida negativamente sulla credibilità, il prestigio ed il decoro del magistrato o sul prestigio dell'istituzione giudiziaria. E ciò in concreto . Ne sorge il seguente interrogativo ricade in tale ultima previsione l'ipotesi dell'avvenuta scoperta del ritardo in seguito ad ispezione ministeriale non avvenuta per ragioni varie nei tempi ordinari senza che le parti in causa abbiano mai protestato? Questa è questione che, implicando riflessioni di più ampia portata, merita, necessariamente, una puntata a parte. *Magistrato

Consiglio superiore della magistratura - Sezione disciplinare - sentenza 10 giugno-28 luglio 2005 Presidente Buccico - Pg Fraticelli Svolgimento del procedimento 1. All'esito di un'ispezione ordinaria al Tribunale di xxx eseguita dal 17 settembre al 10 dicembre 2002, il ministro della Giustizia - con nota del 4 dicembre 2003 indirizzata al Pg presso la Corte di cassazione - promuoveva azione disciplinare nei confronti del dottor xxx, al quale venivano ascritti i fatti di cui al capo di incolpazione. Il Pg procedeva alla formale comunicazione dell'iniziativa a questa sezione disciplinare con nota del 18 dicembre 2003 ed, il 28 giugno 2004, all'interrogatorio dell'incolpato. 2. Questi - nel riportarsi al contenuto di una memoria che contestualmente produceva - deduceva a sua discolpa l'elevata sua produttività, a livello più alto della sezione, la modesta percentuale dei ritardi rispetto al numero complessivo delle sentenze depositate, le numerose altre incombenze funzionali cui era stato adibito negli anni oggetto di verifica. Nella memoria in questione il dottor xxx in particolare evidenziava a che nel periodo oggetto di verifica 6 anni dal 16 settembre 1996 al 16 settembre 2002 aveva complessivamente depositato 4000 sentenze, risultando il più produttivo dei 40 magistrati della sezione, e ciò anche a voler decurtare tale dato dalle 502 sentenze oggetto di addebito b che nel medesimo periodo il numero complessivo dei procedimenti comunque dallo stesso definiti è stato pari a quasi 10.000 unità, ivi compresi i procedimenti sommari che in materia lavoristica possono essere ancora più difficoltosi di quelli da definirsi con sentenza procedure ex articolo 700 Cpp ed ex articolo 28 legge 300/70 , ovvero quelli conclusi con la conciliazione delle parti la cui definizione dipende anche dalla professionalità e dallo scrupolo del giudicante, il cui impegno conseguentemente può essere tutt'altro che marginale c che l'ispezione aveva avuto luogo quando già era stato destinato, da oltre un anno, ad altro incarico e che, anche in relazione al lungo tempo trascorso dalla fase iniziale del periodo oggetto di verifica, la possibilità di integrare e correggere come normalmente avviene in ogni ispezione i dati acquisiti dagli ispettori era rimasta impedita d che mai è stato destinatario di segnalazioni, solleciti, proteste e che anzi, anche in ragione della sua eccezionale produttività, aveva goduto della massima ed incondizionata stima da parte dei colleghi e dell'Avvocatura e che, in occasione della sua nomina a magistrato di Cassazione avvenuta con decorrenza 30 giugno 1999 , nel parere ampiamente elogiativo del Consiglio giudiziario veniva dato atto della puntualità nel deposito delle sentenze f che i tempi di definizione, dei suoi procedimenti si erano mantenuti, nella stragrande maggioranza dei casi, al di sotto dei diciotto mesi e, comunque, non avevano ma superato i due-tre anni, così mantenendosi di gran lunga al di sotto dei tempi medi di definizione dei procedimenti assegnati ad altri magistrati del medesimo ufficio, alcuni dei quali erano rimasti sottoposti a procedimento disciplinare ed assolti dalla Sezione disciplinare g che mai le sue esigenze familiari, ovvero suoi problemi di salute in particolare una grave patologica oculare e, nel giorno del 2000, una lesione muscolare avevano interferito, ovvero pregiudicato i suoi ritmi di lavoro h che, in ogni caso, la consistenza dei ritardi, così come accertati in fase ispettiva, non corrispondeva al dato reale, essendo riscontrabili per tabulas alcune evidenti incongruenze e inesattezze fra le date indicate nei prospetti predisposti dall'ispettore e quelle risultanti dal registro dei depositi, peraltro non esenti anch'essi da errori perché indicative del giorno in cui il fascicolo viene lavorato dalla cancelleria e non anche di quello di consegna da parte del magistrato i che una delle possibili e più evidenti incongruenze dei rilievi dei prospetti ispettivi era connessa alla mancata differenziazione delle sentenze non definitive da quelle definitive, atteso che a volte la data indicata quale quella della decisione è relativa alla sentenza non definitiva e quella indicata quale data di deposito alla sentenza definitiva . 3. Le giustificazioni addotte dal dott. Xxx non venivano condivise dal sostituito Pg incaricato dall'istruttoria che, con atto del 10 novembre 2004, chiedeva al Presidente della sezione disciplinare la fissazione dell'udienza per la discussione del procedimento. All'odierna udienza, l'incolpato si riportava a quanto dichiarato e dedotto nelle sue difese quindi, il Pg ed il difensore concludevano concordemente per l'adozione di una pronuncia assolutoria. Motivi della decisione 4. Ritiene la Sezione disciplinare, in accoglimento della concorde richiesta formulata dalle parti, di dover assolvere il dottor xxx dall'incolpazione ascrittagli per essere rimasto escluso l'addebito. In punto di fatto, deve preliminarmente darsi atto che la Procura generale ha acquisito al procedimento - in quanto allegati all'atto di promuovimento dell'azione a firma del ministro della Giustizia - soltanto i prospetti riepilogativi predisposti in fase ispettiva relativi al lavoro complessivamente espletato dal magistrato incolpato ed ai provvedimenti che sono stati dallo stesso depositati in ritardo ma non anche, quanto meno, lo stralcio della relazione ispettiva. A fronte di una così carente allegazione a sostengo dell'incolpazione, è stato il dottor xxx a produrre - in allegato alla sua memoria del 28 giugno 2004 - una serie di documenti e, segnatamente per quanto qui interessa , prospetti statistici relativi al lavoro espletato da tutti i magistrati della sezione di appartenenza, negli anni oggetto di verifica, nonché copia per stralcio, limitatamente alla sua posizione, del registro depositi minute negli anni 1994, 1996, 1998, 1999 e 2000, ma non anche degli altri anni oggetto di verifica a causa delle difficoltà, in considerazione del tempo trascorso, di reperire con completezza tutta la relativa documentazione, essendo stati addirittura, secondo quanto riferito dal personale di cancelleria, alcuni registri inviati al macero . Alla stregua di tale ulteriore documentazione è rimasta, tuttavia, incerta la fondatezza dei rilievi formulati dall'incolpato nella sua memoria in merito a specifiche incongruenze dei prospetti predisposti in sede ispettiva si v. supra 2 lettere c h ed i . Alla stregua di tale ulteriore documentazione è rimasta, tuttavia, incerta la fondatezza dei rilievi formulati dall'incolpato nella sua memoria in merito a specifiche incongruenze dei prospetti predisposti in sede ispettiva si v. supra 2 lettere c h ed i . Invero, la genericità di taluni rilievi la dedotta difformità dei dati risultanti dai prospetti e dal registro dei depositi delle minute avrebbe dovuto essere accompagnata da puntuali esemplificazioni , l'assoluta non intelligibilità di alcune specificazioni per quanto attiene ad esempio al 1997 il dato di 132 si riduce a poco più di 20, a 29 nel 1998, a 78 nel 1996 , l'apoditticità di alcune affermazioni si sono poi certamente verificati ulteriori disguidi, come può evincersi da un accurato esame dei registri stessi e, in particolare, dalla circostanza che in alcuni casi per procedimenti decisi alla stessa data e di contenuto simile, vi è annotata una data di deposito che differisce sensibilmente e inspiegabilmente da quella degli altri procedimenti ugualmente definiti , il carattere ipotetico di altre considerazioni inoltre, in considerazione della mole anche fisica dei fascicoli, ulteriori disguidi quale ad esempio il casuale inserimento di un fascicolo in un altro sono sempre possibili , il mancato sviluppo di alcuni argomenti in particolare quello relativo agli errori derivanti dal raffronto fra data della decisione delle sentenze non definitive e data del deposito della sentenza definitive non offrono sicuri elementi di riferimento. A fronte, dunque, per un verso di vistose carenze documentali a sostegno dell'incolpazione, cui la difesa ha contrapposto, per altro verso, rilievi degni di attenta considerazione ma non adeguatamente supportati, è rimasta incerta - ferma l'accertata sussistenza del nucleo dei fatti oggetto di contestazione ritardato deposito di alcuna centinaia di sentenze nel periodo oggetto di verifica - la fondatezza dei rilievi difensivi riguardo alla consistenza dei ritardi ed al numero dei provvedimenti complessivamente depositati in ritardo. 5. È possibile, tuttavia, superare tali oggettive incertezze - anche in considerazione della richiesta assolutoria formulata dal Pg d'udienza e dalla mancata proposizione di più penetranti accertamenti istruttori - tenuto conto degli altri elementi di giustificazione prospettati dal dottor xxx nelle sue difese. Invero, dai prospetti statistici comparati, è risultato a che il magistrato incolpato è stato, in ciascuno degli anni oggetto di valutazione ad eccezione degli anni 2000 e 2001 , fra i magistrati addetti al medesimo settore con maggiore produttività b che, in assoluto, il numero delle sentenze complessivamente depositate dallo stesso negli anni in questione si attesta a livelli estremamente elevati 695 nel 1996, 815 nel 1997, 695 nel 1998, 728 nel 1999, 779 nel 2000 , se si prescinde dagli anni 2001 e 2002 391 nel 2001 e 9 nel 2002 c che, parimenti, assai alto è il munsero dei provvedimenti sommari 456 nel 1996, 410 nel 1997, 413 nel 1998, 274 nel 2000 , sempre ad eccezione degli anni 2001 e 2002 106 nel 2001 e zero nel 2002 , ovvero di altri provvedimenti definitori 654 nel 1999, 580 nel 2000, 139 nel 2001 d che i tempi di definizione dei suoi procedimenti anche quelli contrassegnati dal ritardato deposito delle motivazioni, così come può agevolmente desumersi dal confronto fra il numero di iscrizione dei procedimenti e la data di deposito si sono mantenuti al di sotto dei tre-quattro anni e, cioè, al di sotto dei tempi di definizione di altri magistrati del medesimo ufficio, già sottoposti a procedimento disciplinare e poi assolti da questa sezione disciplinare. Dai dati in questione può dunque desumersi e ritenersi che l'odierno incolpato - se si prescinde dalla flessione registrato nell'anno 2001 che, tuttavia, non può avere un rilievo decisivo - è stato certamente fra i magistrati più laboriosi dell'ufficio di appartenenza e che i tempi medi di definizione dei procedimenti allo stesso assegnati sono stati inferiori a volte di gran lunga inferiori a quella di altri magistrati dello stesso ufficio, anch'essi sottoposti a procedimento disciplinare e poi assolti da questa Sezione con sentenza del 15 novembre 2002. 6. Ciò posto in punto di fatto, vanno richiamati gli orientamenti giurisprudenziali di questa Sezione disciplinare e delle Su civili della Corte di cassazione in materia di valutazione del ritardo nel deposito dei provvedimenti giurisdizionali. La linea prevalente è nel senso che il ritardo del magistrato nel deposito dei provvedimenti è rilevante da un punto di vista disciplinare e, quindi, sanzionabile solo quando appaia indice di negligenza e di mancanza di laboriosità poiché non è il ritardo in sé che contrasta con i doveri funzionali, ma è la condotta neghittosa di cui quel ritardo costituisca effetto e manifestazione senza possibili giustificazioni, quali ad esempio le precarie condizioni di salute o una delicata situazione familiare del magistrato, il notevole carico di lavoro, ovvero le particolari situazioni di difficoltà in cui abbia operato. Così, a mero titolo esemplificativo, è stato affermato che il ritardo nel deposito delle sentenze e dei provvedimenti giudiziali in genere, ancorché sia non saltuario, ma sistematico, non può di per sé integrare un illecito disciplinare del magistrato, occorrendo l'ulteriore requisito che il ritardo medesimo sia sintomo di mancanza di operosità, e, quindi, non trovi giustificazione in situazioni di forza maggiore, come lo stato di salute o l'entità del carico di lavoro Cassazione, Su civili, 1548/87 - Conformi - Cassazione, Su 195/01 1334/00 . Per altro verso ed in apparente contraddizione è stato, altresì, statuito che nel caso in cui i ritardi nel deposito delle sentenze siano tali, per numero e consistenza, da superare i limiti oggettivi di ragionevolezza e giustificabilità, la lesione del prestigio dell'ordine giudiziario è intrinseca alla condotta stessa del magistrato che in siffatti ritardi sia incorso Cassazione Su civili, 13013/92 - conformi Cassazione Su 1039/00 . 7. La valutazione della fattispecie relativa all'odierna incolpazione ascritta al dottor xxx va, dunque, sviluppata alla stregua dei descritti elementi di fatto e dei menzionati assunti giurisprudenziali, che sono soltanto apparentemente contraddittori. Deve infatti considerarsi che l'opera di massimazione delle decisioni, di per se tutt'altro che agevole in assoluto, risulta particolarmente ardua in una materia come quella della giurisdizione relativa alla disciplina dei magistrati che, a fronte della astratta ed evanescente formula incriminatrice di cui all'articolo 18 del Rd 511/46, ha necessariamente assunto le caratteristiche di una vera e propria giurisprudenza pretoria. Se così è, le massime in materia di sciolinare, ancor più che in altre materie, vanno costantemente lette e valutate in stretta connessione alle singole vicende esaminate, per l'intelligenza delle quali non può prescindersi da una attenta lettura della relativa motivazione. Ne discende che la massima da ultimo menzionata - che pone l'accento sul superamento per numero e consistenza con riferimento ai ritardi nel deposito delle sentenze, dei limiti oggettivi di ragionevolezza e giustificabilità - non deve essere letta come singola eccezione della giurisprudenza disciplinare ad una costante diversa linea valutativa, alla stregua della quale quando non può essere dimostrata una scarsa operosità resta, comunque e sempre, escluso il rilievo disciplinare della condotta. Perché, al contrario ed a ben vedere, deve ritenersi che il limite oggettivo della ragionevolezza del ritardo e della sua giustificabilità è sempre un elemento implicito di valutazione, per quanto possa a volte non essere esplicitato nelle massime ovvero nelle stesse motivazioni delle singole decisioni d'altra parte, le decisioni assolutorie che pongono l'accento su espressi fattori di giustificazione carico di lavoro complessivo, ovvero peculiari ragioni di salute personali o familiari di fatto operano un bilanciamento dei diversi elementi e, quindi, presuppongono implicitamente il concetto dei limiti di ragionevolezza e giustificabilità. Se così non fosse un magistrato dal significativo carico di lavoro e dalla incontestabile laboriosità potrebbe, a sua totale discrezione ovvero senza alcun criterio, ritardare il deposito di centinaia di provvedimenti a distanza di parecchi anni, senza alcuna valutazione sulla ragionevolezza e giustificabilità delle sue scelte. 8. Nel caso in esame non può che convenirsi che la documentata laboriosità del dottor xxx i tempi medi di definizione dei procedimenti allo stesso assegnati anche quelli oggetto di segnalazione per il ritardato deposito delle motivazioni , le eloquenti statistiche comparative, le condizioni di disagio operativo dell'Ufficio di appartenenza così come descritte, nella citata sentenza di questa sezione disciplinare del 15 novembre 2002 , l'encomiabile resa dell'odierno incolpato, il cui modello organizzativo ha consentito di contenere i tempi di definizione rispetto a quella di altri magistrati dell'Ufficio che sono stati sottoposti a procedimento disciplinare ed assolti da questa sezione, sono elementi che non possono che essere favorevolmente valutati in questa sede. 9. Alla stregua delle considerazioni che precedono deve, dunque, escludersi il rilievo disciplinare del comportamento ascritto al dottor xxx. PQM La Sezione disciplinare del Csm, visto l'articolo 35 del Rdl 511/46 assolve il dottor xxx dalla incolpazione contestata per essere risultati esclusi gli addebiti.