Il processo penale tra efficienza e garanzie

di Francesco Puleio

di Francesco Puleio * 1. PREMESSA Diceva Robert Kennedy il mio punto di vista sul problema del controllo delle nascite è lievemente influenzato dal fatto di essere il settimo di nove fratelli. Così le mie osservazioni sul progetto di riforma del Cpp presentato in queste giornate di studio saranno forse leggermente suggestionate dal fatto che sono nato a Catania, vi ho studiato, vi svolgo la funzione di Pm da circa venti anni che negli ultimi dodici ho avuto la sorte di occuparmi quasi esclusivamente di processi di mafia, anzi, di maxi processi. Sono un esponente del bracciantato giudiziario, della macelleria processualistica che vive e si agita nella dolente realtà delle Corti delle latitudini meridionali, impedito dalla forza brutale dei fatti ad usare non dico il fioretto, ma sinanco la sciabola, e costretto all'accetta. Non conoscevo il lavoro della Commissione per la riforma del Cpp presieduta dal prof. Dalia e solo in questi giorni ho preso visione della pregevole relazione che ha accompagnato il deposito del progetto. Ho quindi ascoltato con molta attenzione il contenuto delle interessantissime comunicazioni dei componenti la commissione. Molti sono i punti che mi hanno colpito ed in ordine ai quali vi sarebbero delle osservazioni da fare. Per evidenti ragioni di tempo, mi limito in questa sede a formulare delle brevi notazioni sparse, necessariamente disorganiche, rilevando che non desidero fare sterile esercizio di contrapposizione di tesi, ma semplicemente offrire dei dati, dai quali trarre degli spunti di riflessione magari, se mi riesce, di suscitare delle provocazioni da pratico, rivolgendomi in particolare agli studenti che vedo numerosi. 2. IL PROCESSO PENALE TRA LA NECESSITÀ DELL'EFFICIENZA E LA SEDUZIONE DELLA GARANZIA Che cos'è il processo penale? È lo strumento principe di atteggiamenti autoritari, vuoi perché funzionale all'avallo di decisioni politiche già prese altrove, vuoi perché gestito dai suoi protagonisti secondo immancabili tentazioni di potere? Se il processo penale è questo, in modo immedicabile, allora la sua intrinseca brutalità rende la garanzia un presidio contro ogni attentato ai diritti della persona. Il giurista non ha che un campo, nel quale collocarsi più garanzie ci sono, più civiltà si consegue. Se poi, per effetto delle garanzie, il processo perde efficacia, tanto meglio ne guadagna semplicemente la libertà. Ma se il processo non è questo, o se almeno non è illusorio il tentativo di farne qualcosa di diverso - cioè una risposta civile ad attacchi incivili - allora il discorso è mutilo. Se il processo si impernia su due distinte finalità, come abbiamo sentito ripetere in queste due giornate di lavori, quella della funzionalità pratica, vale a dire dell'efficienza, e quella del rispetto dei diritti del cittadino, vale a dire della garanzia, non ci si può semplicemente rallegrare che esso perda efficienza in nome dell'aumento di garanzia. Il rifiuto di una prospettiva di bilanciamento tra le esigenze dell'efficienza e quelle della garanzia genera una cultura di puro contenimento, la quale produce a sua volta compensazioni distorte della domanda di giustizia. È mia ferma convinzione che nell'ambito di un sistema processuale penale tali necessità debbano essere contemperate e che non esista un'opzione che presenti solo pregi e vantaggi a fronte di altre che presentino solo aspetti negativi, ma che tutte le soluzioni ipotizzabili risolvano in termini diversi il contrasto tra autorità e libertà, diversamente modulando la tutela della collettività ed il rispetto dei diritti del singolo. La garanzia è un limite, ed il limite va fissato in funzione del valore che si intende preservare. L'oggetto del limite è il dispiegarsi della pretesa punitiva, cioè l'esercizio dell'azione penale, valore costituzionalmente tutelato articolo 112 . Ora, il disinteresse per le concrete applicazioni delle leggi penali rappresenta un grave vizio idealistico serve a poco costruire un modello processuale e spiegare in teoria come esso dovrebbe funzionare. Le velleità teoriche hanno sempre ceduto il passo al principio di realtà, e non sembra che il codice debba essere letto come una sinistra tagliola, pronta a scattare sulle eventuali imperfezioni. Vediamo qualche esempio di dogmatismi senza nobiltà, tuttora presenti nel nostro codice ed alla risoluzione dei quali dovrebbe forse porsi mano, vale a dire delle forme di garanzia che non presidiano interessi meritevoli di tutela gli avvisi effettuati a tutti i difensori, magari modificati e sostituiti cento volte dall'imputato i severi termini apposti alle indagini preliminari, persino se l'imputato è ignoto l'elefantiaco sistema delle notificazioni il farraginoso orpello delle nullità assolute e generali l'inutilizzabilità interpretata nella maniera dilatata delle S.U. della Corte di Cassazione il ginepraio ormai inestricabile, costituito dai casi di incompatibilità del giudice la possibilità di impugnazione generalizzata, anche in caso di nessun effettivo interesse, aggiunta alla tendenza della Corte a porsi come terza istanza, anziché come giudice di legittimità. 3. IL PROCESSO ACCUSATORIO COME LUOGO DELLE GARANZIE, IL PROCESSO INQUISITORIO COME REGNO DELL'OSCURANTISMO Alla luce delle superiori premesse, non vi stupirete di sentire che non concordo, naturalmente, con molte delle cose che sono state dette, le quali, a mio modo di vedere, si collocano a troppa distanza dai fatti. Come dicevo, si è qui parlato del Cpp come espressione del necessario bilanciamento tra autorità e libertà, sottolineando che, se prevale il momento dell'autorità, diminuirà lo spazio delle garanzie, mentre se aumenta l'attenzione alla libertà, aumenteranno le garanzie. Si è soggiunto che, dopo cinquanta anni di oscurantismo, il codice del 1988 avrebbe posto, finalmente, l'accento sulla tutela dei diritti del cittadino ed il progetto non farebbe altro che ulteriormente percorrere questa nuova strada verso il trionfo della garanzia. Ma, in questa ottica, può dirsi che la strada delle garanzie non conosce capolinea. In astratto, portando alle estreme conseguenze questo principio, si potrebbero abolire le misure cautelari, o proscrivere la testimonianza ed ammettere solo la prova documentale pure nessuno si spinge a proporre queste modifiche, dovendosi graduare le riforme in relazione al fine da perseguire ed alla possibilità di realizzare lo scopo, cioè il corretto esercizio dell'azione penale. Io penso che, al di là delle infatuazioni per i modelli teorici, occorre valutare i sistemi processuali più per i risultati che producono nel loro concreto operare che per l'astratta proclamazione di principi, specie se questi poi restano sulla carta. 4. CARATTERI DEL CODICE DI RITO VIGENTE Rivolgendomi agli studenti, devo a questo punto osservare che, come è noto, il vigente codice di procedura penale italiano è tendenzialmente fondato sull'oralità e sulla formazione delle prove al dibattimento. Salve alcune, tassative eccezioni, tutto quello che il giudice può utilizzare per la sua decisione deve essersi formato dinanzi a lui, alla presenza e con il contributo di entrambe le parti processuali, accusa e difesa. Così, le dichiarazioni rese durante la fase delle indagini preliminari, dinanzi al Pm od alla polizia giudiziaria, devono essere ripetute successivamente in giudizio dinanzi al giudice, nel confronto con la parte accusata. Quod non est in dibattimento, non est in mundo, si potrebbe dire, parafrasando Cartesio. La norma di riferimento è l'articolo 111 della nostra Costituzione, che così prevede la colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base delle dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, volontariamente si sottragga all'interrogatorio della parte da lui accusata . Eccezionalmente, quando sia provata la sussistenza di una condotta illecita articolo 111 la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio e riacquistano valore probatorio le dichiarazioni rese nella fase delle indagini. Tale condotta può consistere nella minaccia o nella corruzione del teste ed impedisce di interpretare il suo silenzio come espressione di una libera scelta, consentendo, quindi, di allargare il giudizio di colpevolezza sino a ricomprendere nel suo alveo anche quelle dichiarazioni rese in assenza del contraddittorio che, proprio per effetto della condotta illecita esercitata sul teste, non vengono dallo stesso ribadite in dibattimento. Oltre questi rimedi, la legge prevede altre disposizioni, sempre di carattere eccezionale, pure volte a recuperare valore a precedenti acquisizioni. Deve infatti rilevarsi che, accanto al principio del contraddittorio, il legislatore ha collocato quelli di non dispersione delle prove e dell'accertamento della verità come finalità del processo. Esistono così, al fine dell'accertamento della verità, meccanismi di recupero delle precedenti acquisizioni che, intervenendo in situazioni in cui appare pregiudicata libera formazione della prova nel contraddittorio delle parti, tendono ad assicurare al patrimonio decisionale del processo contributi di conoscenza dei fatti di causa non più riproducibili attraverso la testimonianza dibattimentale, ovvero riproducibili solo a costi molto elevati. Ora, ve lo sareste mai aspettato, queste situazioni si verificano più frequentemente proprio nell'ambito dei processi contro la criminalità organizzata, nei quali i tentativi di inquinamento del materiale probatorio sono endemici e sistematici. 5. LE OPZIONI DI FONDO DEI DUE SISTEMI Per meglio comprendere il senso della riforma e la portata dell'impatto che essa potrebbe avere sulle nostre strutture giuridiche, appare opportuno fare un passo indietro, e porre in luce alcune caratteristiche del sistema accusatorio, rispetto a quello inquisitorio. A tale proposito va rilevato che i due riti si fondano su opzioni epistemologiche diverse un sistema procedurale completamente e coerentemente accusatorio mira ad ottenere una verità meramente procedurale e non sostanziale. Per il pragmatismo di derivazione nord - americana, da John Dewey a Rorty, che nega l'oggettività del reale, la verità è infatti l'esito di uno scontro, qualunque ne sia l'esito. In tale prospettiva il processo è sempre meno esperienza giurisdizionale, come espressione di valutazione pubblica della prova fornita da un giudice imparziale, per diventare attività di amministrazione pubblica della notizia di reato. Diversamente, secondo i principi gnoseologici di derivazione tomistica, familiari alla tradizione di pensiero giuridico latina, il processo penale è strumento conoscitivo del reale, mezzo con cui il giudice - imparziale rispetto alle parti, ma non indifferente alla scelta tra verità e menzogna - cerca faticosamente di acquisire certezze storiche e fattuali per la riaffermazione dei valori recati dalle norme di diritto sostanziale, di cui si adduca la violazionei. A tal proposito, è da dire che l'analisi degli orientamenti della Corte Costituzionaleii evidenzia che obbiettivo primario ed ineludibile del processo penale resta l'accertamento della verità, che è raggiungibile soltanto nel confronto delle diverse prospettazioni delle partiiii, ma che costituisce fondamentale valore etico per qualsiasi convivenza civile. Nel contrapporsi dialettico delle parti, ogni attore del processo ha, nel rispetto del proprio ruolo, il dovere di supplire alle carenze degli altri e cooperare per la ricerca della verità. Del resto il processo penale non è un contrasto tra parti, tra persone che litigano per difendere un interesse proprio e quindi disponibile. Neppure l'imputato può disporre della propria libertà personale, come non esiste un assoluto potere dispositivo delle parti in tema di prova nessuno può disporre del principio di verità. Al riguardo, e senza aver pretesa di esaurire il tema, può qui succintamente rilevarsi che di crisi del processo penale, impotente a far fronte, in tempi ragionevoli e con risultati apprezzabili, ad una generalizzata richiesta di giustizia, si parlava già sotto la vigenza dell'inquisitorio codice Rocco e che proprio tale condizione deficitaria costituì formidabile incentivo alla riforma del 1988. Nella costruzione del nuovo sistema si fece dunque riferimento alle esperienze di stampo accusatorio di derivazione anglo - sassone, lontane dalla nostra tradizione. Ad esse ci si ispirò senza riprenderne i presupposti di funzionalità il modello statunitense, ad esempio, rimanda ad una percentuale del 10 % circa di notizie di reato da trattare in dibattimento il resto viene definito attraverso la rinuncia all'azione penale ed i procedimenti alternativi. Peraltro è noto che in quel sistema come pure in Gran Bretagna l'azione penale non è obbligatoria il prosecutor nordamericano e britannico , disponendo dell'imputazione, può rinunciare a promuovere l'azione penale o revocarla nolli prosequi , anche attraverso l'attuazione di quel tipo di patteggiamento definito charge bargaining, secondo cui l'imputato si dichiara colpevole di uno o più reati, in cambio della promessa che non verrà esercitata l'azione penale per altri, ovvero della derubricazione della originaria contestazione. Il processo si fonda su un solo grado di giudizio di merito uno solo, perché lì giudica il popolo, ed il popolo si pronuncia una volta soltanto. Vi è un gravame a carattere eccezionale riservato alle questioni di diritto, non come da noi, tre gradi di valutazione nella fase cautelare, una valutazione endoprocessuale, due gradi e talvolta tre di giudizio nel merito ed uno di legittimità. Ciò nondimeno, nel 1988 venne realizzato un congegno processuale che affidava la propria funzionalità e le proprie speranze di successo all'avverarsi di un auspicio che trovassero larghissimo impiego nella pratica forense i riti alternativi al dibattimento, vale a dire l'articolato insieme di procedimenti speciali giudizio abbreviato, per decreto, applicazione di pena su richiesta etc. che per aspetti vari si differenziano dallo schema tipo di processo penaleiv. L'esperienza concreta ha dimostrato che tale presupposto non si è verificatov, di talché è mancato un sensibile effetto deflattivo, con conseguente collasso del sistema. Può qui succintamente darsi conto di quella che sembra essere la principale cagione fisiologica - tralasciando pertanto le non infrequenti cagioni patologiche, come l'inadeguatezza culturale degli operatori, le loro neghittosità, quando non i loro abusi - dell'infelice esito della riforma nell'ottica dell'imputato, i riti alternativi al dibattimento presuppongono, per divenire vantaggiosi, una pena certa nell'ammontare, pronta e sicura nell'irrogazione il loro sostanziale fallimento sembra dunque determinato dalla incertezza epistemologica ed esecutiva in ordine alle conseguenze del processo, vale a dire in ordine alla applicazione della pena. L'attuale dissesto, prima e più che la crisi di questo processo, è la crisi della certezza della pena, che tra amnistie, condoni, sospensioni condizionali, attenuanti di ogni tipo, semilibertà, semidetenzione, affidamento in prova al servizio sociale e quant'altro, è stata completamente ridimensionata se non annullata nei suoi scopi e presupposti, sino a diventare un mero accidente, il più delle volte dichiarato ma non praticato di qui, ma è altra questione, il rilievo distorto, improprio ed inopportuno assunto dalla custodia cautelare in carcere, sentita come unica forma di pena effettivamente scontata . Suscita perplessità dunque, a mio modo di vedere, e questa è la prima provvisoria conclusione, o provocazione, voler ripetere l'esperienza stavo per dire l'errore metodologica del 1988, e mettere mano alla riforma del Cpp senza prima modificare l'assetto del nostro diritto penale e soprattutto la fase dell'esecuzione della pena. È come voler applicare, con le intuibili, spiacevoli conseguenze, una lama affilata ad un rasoio privo di impugnatura chi ci prova di solito se ne pente. Sembra un paradosso, ma per riformare il codice di rito, bisogna prima riformare quello sostanziale. 6. IL PROCESSO ACCUSATORIO ALLA PROVA DEI PROCEDIMENTI DI CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Secondo punto. Dopo le fondamentali opere del prof. FERRAIOLI, Diritto e ragione, teoria del garantismo penale e del prof. FERRUA, Anamorfosi del processo accusatorio, la dottrina conviene ormai sulla concezione del contraddittorio come miglior metodo concepibile per la ricerca della verità. Anch'io ho cercato di leggere quei testi, che hanno segnato la storia della cultura giuridica degli ultimi anni. Belli, bellissimi. Ma, verrebbe da dire con il prof. Tranchina, talvolta essi fanno pensare all'espressione di ENNIO, quod est ante pedes nemo spectat, coeli scrutantur plagas. Anch'io penso che la conoscenza del reale può essere avvicinata meglio attraverso il confronto dialettico, ma a patto che i dialoganti siano Socrate e Fedone, entrambi desiderosi di raggiungere quel tanto di verità che si può conoscere, entrambi armati di disponibilità mentale l'uno alle ragioni dell'altro. Ma che succede se il processo riguarda interlocutori, quali soggetti appartenenti ad associazioni di tipo mafioso, che sono caratterizzate da una penetrante capacità intimidatrice e da una speculare succubanza ed omertà che permeano sia l'interno della consorteria che l'ambiente ed il territorio di influenza di essa, consentendo alla consociazione mafiosa di operare e prosperare? Tali caratteristiche, oltre a costituire l'essenza stessa del reato di cui all'articolo 416 bis, si propagano ai molteplici reati che germinano dalla consorteria le estorsioni sistematizzate, l'usura, gli omicidi, etc. , fino a spingere i loro effetti allo stesso processo penale dove, anzi, l'omertà trova la sede migliore di estrinsecazione, e nel momento di formazione e di raccolta della prova, costituendo essa l'antidoto che l'organizzazione crea per neutralizzare e rendere inoffensivi l'indagine ed il processo Leggo dalla relazione della Commissione antimafia del 24 luglio 1990, p. 9 Il processo non è un terreno neutro, ritenuto immutabile e non condizionabile è uno dei terreni nei quali si esplica la capacità di dominio dell'organizzazione criminale Il conseguimento dell'impunità costituisce non solo un obiettivo funzionale dell'organizzazione, ma una sorta di necessità strutturale per la sopravvivenza nello scontro con le altre organizzazioni, per acquistare e mantenere prestigio, per conservare i proventi e la capacità d'influenza, per rendere più saldo il vincolo tra gli associati e per impedire le defezioni . Prima delle collaborazioni con la Giustizia, era così evento raro che tali vicende non si chiudessero in istruttoria per essere rimasti ignoti gli autori del reato o, allorché si era ritenuto di poter procedere a carico di taluno, con sentenza assolutoria con formula dubitativa. Era evento raro che i procedimenti instaurati non riguardassero esclusivamente i reati fine o mezzo commessi dalle associazioni mafiose quei reati - omicidi, incendi o danneggiamenti e le estorsioni che tali ultimi fatti non occultabili lasciavano intuire, mancando altra plausibile causale - che, almeno come accadimento storico, erano innegabili ed insopprimibili. Parimenti raro era che si riuscisse ad instaurare processi per estorsioni su denunzia degli estorti e vieppiù raramente si riusciva ad impostare processi per associazione per delinquere anche dove netta era la sensazione che una molteplicità di fatti delittuosi fosse opera di consorterie mafiose - frequenti erano le ipotesi di danneggiamenti o incendi ai danni di più aziende della stessa zona, tali, quindi, da far supporre che fossero strumento di pressione per la realizzazione di estorsioni sistematizzate di omicidi a catena, tali da far pensare palesemente o a faide interne ad una stessa consorteria o a lotte tra opposte consociazioni che si contendevano il controllo di determinati territori - l'intimidazione e la conseguente omertà interna ed esterna ai sodalizi non consentivano l'acquisizione di quel minimo di elementi che potesse far impostare una seria azione penale con prospettive di positiva definizione della stessa. Ed anche oggi, si deve constatare che l'intimidazione, soprattutto esterna, ed i connessi assoggettamento ed omertà continuano a rivestire un rilievo certamente non indifferente. Le indicazioni di significato sul contesto mafioso, sulle strutture delle associazioni mafiose, sulle gerarchie, sui legami assai singolari ed ambigui con le realtà locali, in particolare con il mondo economico, imprenditoriale, amministrativo, politico, vengono da coloro che operavano all'interno delle stesse consorterie e che hanno dato un contributo determinante alle indagini solo in virtù della c.d. normativa premiale, ed in maniera particolare di quella parte di essa che ha cercato di assicurare a chi collabora con la Giustizia benefici processuali, sostanziali e penitenziari. Dall'esterno - salvo casi ancora sporadici rispetto alle vaste proporzioni del fenomeno mafioso - continuano il silenzio ed anzi, spesso, ambigue connivenze. Seconda conclusione o provocazione, dunque, se lo preferite . Il contraddittorio come strumento per la ricerca della verità deve conoscere delle eccezioni, tanto più necessarie quanto maggiori sono gli elementi di distorsione e di disturbo che possono darsi nella realtà effettuale. Così, se il rito inquisitorio consente l'acquisizione e la valutazione più rapida di tutto il materiale utile per il processo, ma comporta sovente la difficoltà per il singolo di difendersi, il rito accusatorio è attento alle esigenze di difesa del singolo, ma è costoso, complicato e patisce cospicue perdite di sapere processuale. Il punto di frizione è costituito proprio dai processi di criminalità organizzata, nei quali viene giudicato non un singolo indifeso, ma una associazione, che cerca sistematicamente di inquinare le fonti di prova. Un processo che voglia essere insieme giusto ed efficace, un processo moderno deve, io ritengo, tutelare il singolo ma non consentire l'impunità del gruppo. Ma credo altresì che sia semplicemente assurdo incriminare, a livello di diritto penale sostanziale, associazioni che si avvalgono di una loro forza di intimidazione e del vincolo di assoggettamento e di omertà che ne deriva, e poi edificare una macchina processuale indifferente a tale vincolo, e che di questo ogni processo di criminalità organizzata deve tener conto. In tale prospettiva, non mi sembra che il progetto compia significativi passi in avanti, preoccupandosi piuttosto di circondare di condivisibili cautele l'operato degli organi d'indagine e di parificare meno condivisibilmente la valenza probatoria dell'attività difensiva a quella compiuta dalla parte pubblica, senza prevedere le necessarie deroghe e correttivi alla formazione della prova in presenza degli inquinamenti di cui si parlava. 7. IL SUPERAMENTO DEL PRINCIPIO DELL'ARTICOLO 358 CPP E DELL'IDEA DEL PM QUALE ORGANO DI GIUSTIZIA Terzo punto. L'idea del Pm organo di giustizia, mi ricorda quella del cavaliere dell'ARIOSTO e dico Lodovico e non Stefania che era morto, ma continuava a cavalcare perché non sapeva di essere morto. Le parole non sono cani, ai quali puoi fischiare perché tornino indietro, le parole sono pietre. Mi inquieta che il progetto parli sempre di magistrato del Pm, anziché semplicemente di Pm. Conversando informalmente con il collega D'ANGELO, componente della commissione, che ci ha esposto ieri la bozza del progetto del codice in materia di misure cautelari, ho appreso da lui che all'espressione non dovrebbe attribuirsi particolare significato non vi sarebbe una sostanziale modifica rispetto alla situazione attuale e sarebbe infondata la previsione o forse il timore, che io gli ho candidamente espresso che con la nuova dizione, da raccordarsi con il testo del nuovo ordinamento giudiziario che radica in capo al procuratore della Repubblica il potere di esercizio dell'azione penale, si indicherebbe la volontà di superare il principio, attualmente vigente, dell'autonomia del Pm nella fase dell'udienza, per riconoscere, come esplicitamente si è già fatto con il nuovo ordinamento giudiziario per la fase delle indagini, soltanto al vertice dell'ufficio il potere decisionale nella fase dibattimentale. Se così si fosse deciso di fare, si sarebbe commesso un grave errore. Il progetto propone di eliminare la previsione delle indagini a favore dell'indagato, previste dall'attuale articolo 358 Cpp, ritenendole inutili ed in contraddizione con lo spirito accusatorio del sistema vi Io sono ancora fermamente convinto che il Pm non è una semplice parte, ma un organo di giustizia, istituzionalmente deputato - attraverso l'obbligatorio esercizio dell'azione penale - alla ricerca della verità, e quindi alla concreta attuazione dei principi di legalità e di eguaglianza. Al pari del giudice egli non fa valere interessi particolari, ma agisce esclusivamente a tutela dell'interesse generale all'osservanza della legge, con obbligo di ricercare tutti gli elementi di prova rilevanti per una giusta decisione, ivi compresi gli elementi favorevoli all'imputato ed i complementari obblighi di completezza delle indagini vii. La figura del Pm qual è delineata dal nostro sistema penale alla luce dei principi elaborati dalla Corte Costituzionale l'ordinamento giudiziario previgente, con felice espressione, dalla semantica di sapore biblico - lo definiva magistrato che veglia alla osservanza delle leggi, alla pronta e regolare amministrazione della giustizia, alla tutela dei diritti dello Stato, delle persone giuridiche e degli incapaci viii , costituisce una evoluzione del modello in vigore sotto il fascismo, che qualificava il Pm rappresentante del potere esecutivo presso l'Autorità Giudiziaria , ponendolo sotto il controllo funzionale e la dipendenza amministrativa del governoix. In quella concezione invero, stabilire quali reati vanno perseguiti, e, soprattutto, in quale modo, rientrando tra i tanti modi, diversissimi, sia le indagini attive, solerti, alacri, in fervida caccia di piste e di prove, sia l'elusione dell'incontro con esse, è compito di troppo rilievo per potersi affidare ai magistrati, essendo assai più opportuno venire gestito direttamente dal governox. Rispetto a siffatto modello, il nostro sistema rappresentava, come si disse, un perfezionamento, esplicitamente perseguito e voluto dall'Assemblea Costituentexi. La sua modifica sembra prodromica alla futura separazione delle carriere, che già figura, peraltro, nei programmi di alcune forze politiche, e della conseguente sottoposizione del Pm all'esecutivo, che costituirebbe una iattura per il bene dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non occorre infatti essere esperti giuristi per comprendere che, configurando un ordinamento giudiziario il cui giudice, sfornito di iniziativa propria, non può mettersi in moto se non lo richieda di ciò un funzionario dipendente dal potere esecutivo, si rende detto potere, in ultima analisi, arbitro della giustizia sino ad annullarla di fatto. Dire da un lato che la giustizia è indipendente dalla politica, e dall'altro lasciare al governo la facoltà di decidere in base a considerazioni politiche se la giustizia debba o non debba seguire il suo corso, affermare da una parte che la legge è eguale per tutti, e dall'altra lasciare al potere esecutivo la possibilità di farla osservare nei casi in cui non dispiaccia al partito che è al governo, è un tale controsenso che non importa spendervi su molte parole per rilevarne tutta la enormitàxii. Si mira al Pm per colpire il giudice. 8. LA MODIFICA DEL TESTO DELL'ATTUALE ARTICOLO 192 CPP Qualche accenno va fatto anche con riferimento al profilo, strategico, della valenza probatoria della chiamata in correità. Il progetto pone dei limiti alla libera valutazione della prova, ritenendo la dichiarazione del chiamante in reità inidonea a fondare, per sé sola considerata, l'affermazione di responsabilità e stabilendo che essa deve essere valutata unitamente ad elementi di prova documentale, testimoniale o reale . La chiamata di correo, viene in tal modo degradata a mero indizio, che richiede sempre come obbligatorio il riscontro obiettivo prova documentale, testimoniale, intercettazione, ecc. , superando l'attuale principio della cd. convergenza del molteplice, cioè del mutuo riscontro probatorio delle dichiarazioni. Si accetta con ciò, a mio modo di vedere, il rischio di rendere disagevoli e scarsamente efficaci le indagini in tema di crimine organizzato, sia con riferimento alla composizione dell'associazione che con riferimento ai più gravi crimini ascrivibili ai suoi adepti. Colui che è stato soggetto passivo di reati della associazione mafiosa, senza essere in qualche misura ad essa collegato o, comunque, con essa in rapporti organici o anche di contrapposizione, pur se animato dalla massima buona volontà di dire il vero e pur se capace di resistere e superare i condizionamenti di cui si diceva, nella normalità dei casi potrà deporre solo sul reato da lui subito e sulle persone che con lui sono entrate in rapporti per consumarlo, ma nulla sarà in grado di dire su coloro che stanno alle spalle di quelle persone, sugli effettivi legami esistenti tra loro e, quindi, quasi nulla potrà dire perché non li conosce sui vincoli associativi, sulla consistenza della consorteria, sui rapporti interni, sui componenti, sulle gerarchie, sulle disponibilità di armi, e così via. Al contrario, siffatto genere di informazioni - che ovviamente è il più rilevante per consentire un giudizio completo sulla configurabilità del reato di cui all'articolo 416bis Cp e sulla consistenza della consorteria - è proprio quello su cui meglio e con maggiore ampiezza potranno solitamente fornire indicazioni i soggetti di cui all'articolo 210 Cpp Ma vanificare il principio della convergenza del molteplice vuol dire soprattutto rinunciare a priori ed in modo irrevocabile a svolgere indagini nei più gravi delitti di criminalità organizzata, quali gli omicidi, e proprio con riferimento ai profili di responsabilità dei mandanti. Invero, tolte le ipotesi, statisticamente non apprezzabili, di intercettazioni che, in diretta, consentano di prendere cognizione del compimento di un delitto, le indagini sui mandanti di un omicidio saranno irrimediabilmente precluse il mandato ad uccidere, può essere riferito soltanto da chi lo ha ricevuto, e solo dalle dichiarazioni convergenti degli esecutori, adeguatamente vagliate e riscontrate, può risalirsi all'ideatore o all'organizzatore di un delitto, di solito soggetti assai più pericolosi dei semplici autori materiali. A tacer d'altro, appare poi quanto meno singolare che, dopo aver draconianamente aumentato le pene per la partecipazione ad associazione mafiosa con la recente legge 251/05, si proponga un annacquamento legislativo che di fatto inibisca l'attuale giurisprudenza sul concorso esterno nella medesima fattispecie criminosa. 9. CONCLUSIONE Se talvolta la giustizia è rappresentata con la benda sugli occhi, ciò non dipende dal fatto che debba colpire alla cieca, come la fortuna ma dalla necessità che usi la sua bilancia con imparzialità assoluta, senza lasciarsi influenzare dalle persone dei litiganti. Non diversamente, si è per passato preteso che le parti processuali nascondessero il loro volto dietro maschere e di quel simbolismo è retaggio l'uso anglosassone che i protagonisti del processo si coprano il capo con le parrucche. Le bende, le maschere, le parrucche erano una forma di comunicazione simbolica, forse ingenua, ma adatta ai tempi. Dietro i simboli c'erano valori ed ideali che sembrano perduti e che, invece, meritano d'essere recuperati e coltivati con sincerità ed amore. Mi chiedo ora se il modello che si propone con il progetto sia, per carità, senza volere, sostanzialmente quello di un processo a doppio binario, ma non nel senso paventato dal prof. Siracusano, il quale qualche anno fa parlava dell'inammissibilità concettuale di un processo per i reati di mafia diverso da quello per i reati ordinari, perché ciò avrebbe comportato la necessità di un processo per il Regno delle due Sicilie e di uno per il resto dell'Italia. Qui il pericolo è quello di un modello processuale per i ricchi ed uno per i poveri. Un processo insomma classista, nel quale chi ha tanti mezzi può difendersi, mentre chi ne è sfornito deve portar pazienza. Mentre invece nel processo deve potersi agire, senza prevenzioni ma senza titubanze, nei confronti di tutti i cittadini ed a tutela di tutti i cittadini del ricco e non solo del povero, del potente e dell'uomo comune, di colui che può manovrare e gestire a suo piacimento influenti mezzi di persuasione e di colui di cui nessuno parla. Altrimenti il pericolo è quello di una magistratura ridotta a mero gendarme della marginalità sociale, e di un controllo della legalità dimensionato al livello del piccolo spacciatore di stupefacenti o del rapinatore di periferia. Ho sentito citare, quale impulso e stimolo alla riforma, i risultati di sondaggi che vedrebbero ai minimi storici la credibilità del servizio giustizia. Si potrebbe rispondere, con una punta di polemica, se non sono questi i risultati di una martellante campagna di stampa volta proprio alla delegittimazione della giurisdizione come funzione e della magistratura come istituzione dello Stato. Ma poiché, come chi mi conosce sa bene, io sono un mansueto praticante e la polemica non mi appartiene, dico soltanto che non mi piace che un accademico citi dei sondaggi lasciamo i sondaggi agli specialisti della politica o dello spettacolo o di tutt'e due. Io sono ancora grato a chi, in queste stesse aule, mi ha insegnato che il processo è esperienza cognitiva e che l'essenza della giurisdizione sta nell'imparziale esame dei fatti e delle norme, nel saper assolvere anche quando l'opinione pubblica reclama la condanna, e saper condannare anche quando essa reclama l'assoluzione. Signori Professori, io ho finito e vi ringrazio della possibilità di parlare che mi avete offerto e di esporre, sia pure in maniera frammentaria e disorganica, il mio punto di vista su alcuni aspetti della riforma. Consentitemi tuttavia, prima di concludere, di rivolgermi direttamente ai vostri studenti. Circa cento cinquanta anni or sono, a poca distanza da questa bellissima struttura di Villa Cerami, sede oggi così fastosa e degna della nostra facoltà di giurisprudenza, presso la magnifica struttura del complesso monumentale dei Benedettini di piazza Dante, dove si trova oggi la biblioteca comunale, lavorava come bibliotecario e scriveva per lo più scriveva, per la verità , un grande catanese, Federico De Roberto. Nella sua opera della maturità, L'IMPERIO, il romanziere immagina come il narratore si rechi ad assistere ad una conferenza contro il socialismo, pronunziata dallo spregiudicato protagonista del suo romanzo, il principe Consalvo Uzeda di Francalanza l'oratore si profonde in una serie di brillanti e pertinenti osservazioni, tese a dimostrare la inopportunità e la pericolosità dell'adesione a quel sistema politico. Il brano è un autentico pezzo di bravura, dal punto di vista retorico, storico e, ovviamente, letterario. Ma, nonostante la brillantezza dell'eloquio, o forse, proprio a cagione di quella, di quell'inutile spargimento di gustose figure retoriche e di aggettivi sfavillanti sganciati da concrete argomentazioni, Consalvo non riesce a convincere il suo interlocutore ideale anzi, il narratore avverte dentro di sé un sommovimento in direzione opposta a quella propugnata dall'oratore. De Roberto chiude quel quadro famoso con una pennellata che mi è rimasta impressa da quella conferenza contro il socialismo, sentì d'essere uscito socialista . Fuor di metafora, io non spero che oggi voi da questo seminario sulla riforma del Cpp e sul rito accusatorio usciate, in seguito alle mie brevi e dimesse espressioni, inquisitori stimerei già tanto che, certo non in forza delle mie povere frasi, possiate osservare le cose senza troppe prevenzioni. Io mi limito ad esporre quello che l'esperienza mi insegna e la coscienza mi impone e lo trasmetto a voi, perché ritengo che noi tutti, per le cose più grandi di noi, abbiamo un dovere di testimonianza, un dovere di comunicare agli altri quello che accade e che da soli non possiamo modificare. i Sul punto vedi DEVOTO, Corte Cost. e principio di verità, cit. Per un diverso Cpp cit. Da notare inoltre che il rapporto tra verità giudiziale e funzione del processo è stato tradizionalmente risolto in modo antitetico già nella nostra processualistica civile alcuni CARNELUTTI, Sistema di dir.proc.civ., I, Padova 1936, p. 40 hanno visto nel processo lo strumento di pacificazione sociale, diretto a risolvere il conflitto insorto tra le parti, indifferente essendo la verità dei fatti oggetto del giudizio altri CHIOVENDA, Principi di dir.proc.civ., Napoli, 1928, p. 65 hanno configurato il processo come strumento di attuazione della legge, destinato, previa ricerca della verità dei fatti, a restaurare l'ordine giuridico violato. ii Fine primario ed ineludibile del processo penale non può che rimanere quello della ricerca della verità , in tal senso esplicitamente C.Cost. sent. n. 255/1992 vedi inoltre S.U. 6.11.1992, Martin, pubblicata in Cass.pen., 1993, p. 280, con nota di IACOVIELLO, ed in Riv.it.dir.proc.pen., con nota di MARAFIOTI C.Cost. sent. n. 111 del 1993, pubblicata in Giur.cost., con motivazione e note di SPANGHER e VALENTINI REUTER ed in Cass.pen. 1993, p. 2224, con nota di RANDAZZO ed ancora C.Cost. sentt. nn. 254/1992 179/1994 181/1994. iii Sul punto vedi C.Cost. sent. n. 111/1993, cit. S.U., 6.11.1992, Martin, cit. iv L'essenziale importanza di questi meccanismi di semplificazione del corso processuale ordinario non sfuggì al legislatore vedi l'intervento dell'on. CASINI nel corso dell'approvazione della legge delega camera dei deputati 10.7.1984 Il nuovo processo funzionerà soltanto se riusciremo a far pervenire al dibattimento soltanto una parte piccola di processi . Sul punto cfr. inoltre NANNUCCI, I riti alternativi - note critiche, in Quaderni del CSM, n. 28, p. 385. v Dai dati ricavati dal monitoraggio sul nuovo codice di procedura penale effettuato dalla Direzione generale Affari Penali del Ministero, risulta che solo poco più del 10% delle richieste di rinvio a giudizio vengono definite con il giudizio abbreviato. vi Così, la Rel. al prog. del nuovo Cpp approvato dalla Commissione di studio per la riforma in seduta plenaria il 24 maggio 2005 vii Corte costituzionale, sent. n. 88 del 1991 principio ribadito in sent. n. 111 del 1993 in proposito specifica la Corte che il principio di legalità, che rende doverosa la repressione delle condotte violatrici della legge penale, abbisogna, per la sua concretizzazione, della legalità nel procedere e questa, in un sistema come il nostro, fondato sul principio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge non può essere salvaguardata che attraverso l'obbligatorietà dell'azione penale. Realizzare la legalità nell'eguaglianza non è, però, concretamente possibile se l'organo cui l'azione è demandata dipende da altri poteri sicché di tali principi è imprescindibile requisito l'indipendenza del Pm viii Già con la sentenza n. 190 del 1970 la Corte costituzionale definiva il Pm un magistrato che non fa valere interessi particolari, ma agisce esclusivamente a tutela dell'interesse generale dell'osservanza della legge , aggiungendo in seguito sent. n. 76 del 1975 che nel concetto di giurisdizione deve intendersi compresa non solo l'attività decisoria che è peculiare e propria del giudice, ma anche l'attività di esercizio dell'azione penale, che con la prima si coordina in un rapporto di compenetrazione organica a fini di giustizia, e che l'articolo 112 appunto attribuisce al Pm . Sul punto vedi VENEZIANO, Indipendenza del Pm, segreto investigativo e protezione dei pentiti, in Cass.pen., 1996, p. 1040. ix Scriveva il ministro Grandi nella relazione al progetto di ordinamento giudiziario del 1941 che il codice Rocco aveva restaurato il potere di archiviazione diretta del Pm perché il sistema precedente mentre rafforzava il concetto di garanzia giurisdizionale, rendeva d'altra parte obbligatoria e quasi automatica l'attività iniziale del Pm e toglieva, per tal modo, ogni possibilità di sindacato, sia autonomo, sia gerarchico, sulla fondatezza delle incolpazioni e, a maggior ragione sulla convenienza e sulla opportunità dell'azione e aggiungeva che però, per poter completare quel disegno, e per poter ammettere la possibilità di deroghe di squisito ed esclusivo contenuto politico occorreva far ricorso al concetto di dipendenza gerachica dal ministro, interprete delle direttive politiche del governo . Secondo NANNUCCI, Flusso delle notizie di reato, in Quaderni del CSM, n. 7 del 1992, vanamente cercheremo nei discorsi dei politici attuali una così leale ammissione delle finalità cui tende la soggezione del Pm al ministro . Per una disamina storica dell'argomento vedi inoltre MICALI, L'indipendenza del Pm e l'esegesi dell'articolo 107 co. 4 della Costituzione, in Cass.pen., 1993, p. 1280 e CARCANO, Rapporti tra procuratore della Repubblica e sostituto designato per la trattazione del procedimento, in Cass.pen., 1993, p. 532, e dottrina ivi citata. x Tale modello si avvicina notevolmente a quello tuttora esistente in Francia, in cui lo statuto del Pm è caratterizzato dalla subordinazione gerarchica nei confronti del ministro della giustizia. Quando il Pm compie un atto del suo ufficio, questo è il solo valido davanti al giudice, ma il suo autore dovrà renderne conto al superiore gerarchico e se egli ha contraddetto ad istruzioni ricevute lo pagherà in conseguenze sulla carriera. Nessun partito vuole privarsi di un Pm ai suoi ordini, strumento essenziale per tenere sotto controllo la giustizia . In tal senso si è espresso Jean Claud NICOD, sost.proc.gen. presso la Corte d'Appello di Pau in Francia, al convegno organizzato dall'A.N.M. a Bari da 19 al 21 febbraio 1993 e dedicato ai problemi dell'ordinamento giudiziario, sul punto Cass.pen. 1993 p. 486. Vedi inoltre MICALI L'indipendenza, cit. ZAGREBELSKY, Sull'assetto interno degli uffici del Pm, in Cass.pen., 1993, p. 716 e ss. con ampie citazioni di dottrina e giurisprudenza, e, dello stesso autore, Indipendenza del Pm e obbligatorietà dell'azione penale in Pm e Accusa penale, Problemi e prospettive di riforme, a cura di CONSO, Bologna 1979, p. 12 e ss., cit. xi Per un'accurata analisi delle determinazioni del Costituente si vedano NEPPI MODONA, sub articolo 112 Cost., in Commentario della Costituzione, a cura di BRANCA, La Magistratura, t. IV articolo 111-113 , 1987, p. 43 e ss. La scelta del Costituente venne nel concreto attuata - non è vano ricordarlo - soltanto in seguito alle sollecitazioni della Corte Costituzionale, che in molteplici pronunzie prese esplicita posizione sul punto. Cfr. le sentenze citate alle note 7 ed 8 che precedono. xii In tal senso CALAMANDREI, Governo e magistratura, in Opere giuridiche, vol. II, Napoli 1966, p. 202 e ss.