Niente arresti domiciliari per il socio “ingiustificatamente” violento

In materia di misure cautelari, non può mai esistere una distinzione tra una violenza irrazionale ed arbitraria - da cui derivi una incapacità di autocontrollo tale da rendere inadeguate misure cautelari meno afflittive rispetto alla custodia in carcere - ed una violenza giustificata dall'esistenza di una controversia civilistica che, invece, consenta un giudizio di attenuazione delle esigenze cautelari.

Carcere sì, carcere no . Il Tribunale del riesame di Palermo, con ordinanza del 2 luglio 2012, accoglieva l'appello proposto dall'indagato avverso il provvedimento del GIP presso il Tribunale di Sciacca che aveva rigettato l'istanza di sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari. I reati commessi dall'indagato erano quelli di concorso in estorsione aggravata, lesioni personali e violenza privata. Ed invero, dopo avere attirato la persona offesa presso la propria abitazione con l'inganno, l'indagato lo aveva aggredito con violenza e, in tal modo, e attraverso minacce, lo aveva costretto a firmare un contratto di cessione di quota societaria a condizioni inique. Ma se la violenza è giustificata ? Ebbene, l'ordinanza impugnata, distinguendo tra una violenza ingiustificata ed arbitraria ed una razionale e giustificata, afferma, in questo secondo caso, potersi applicare una misura cautelare meno afflittiva in ragione della attenuazione delle esigenze cautelari del caso, data la sussistenza di una specifica ragione che abbia originato una controversia civilistica tra i due soggetti. La irragionevolezza di una distinzione tra violenze . Il Procuratore della Repubblica presso la Corte di Cassazione, tuttavia, proponeva ricorso deducendo erronea applicazione della legge penale e manifesta contraddittorietà della ordinanza impugnata nella parte in cui affermava non essersi trattato di una violenza irrazionale e arbitraria, ma di un tipo di violenza in qualche modo giustificato, derivante da un motivo specifico che trovava la sua origine proprio in una specifica controversia societaria già esistente tra i due. La contestazione riguardava, infatti, la incomprensibile distinzione tra una violenza arbitraria che comporterebbe la necessaria applicazione della custodia in carcere, rispetto ad una violenza razionale, che attenuerebbe le esigenze cautelari paventate, in particolar modo quella di reiterazione del reato o di reati analoghi, oltre che di inquinamento probatorio. La Cassazione dice no a una differenziazione . La Corte, però, accogliendo il ricorso del PG, ha completamente ribaltato la decisione del Tribunale del Riesame di Palermo. Ed invero, ha ritenuto che l'utilizzo della violenza non può essere mai legalmente considerato non irrazionale e non arbitrario e che, a maggior ragione, una tale affermazione non può essere mai contenuta in provvedimento giudiziario che, in qualche modo, approvi un qualunque tipo di violenza. In secondo luogo, sostengono i giudici di legittimità, non può nemmeno argomentarsi e sostenersi che un soggetto che usi violenza per dirimere una qualunque controversia civile possa ritenersi dotato di autocontrollo, nella previsione che questo possa, peraltro, essere rinnovato in casi analoghi.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 23 novembre 2012 - 24 gennaio 2013, n. 3789 Presidente Petti Relatore Fiandanese Svolgimento del procedimento Il Tribunale di Palermo, con ordinanza in data 2 luglio 2012, in accoglimento dell'appello presentato da C.P. avverso il provvedimento del 28 maggio 2012 emesso dal G.I.P. del Tribunale di Sciacca di rigetto dell'istanza di sostituzione della misura cautelare di custodia in carcere, sostituiva la detta misura con quella degli arresti domiciliari. Il C. è indagato per i reati di concorso in estorsione aggravata, lesioni personali e violenza privata ai danni di P.M. , per avere costretto quest'ultimo a firmare un atto di cessione di quota di società a responsabilità limitata a condizioni sfavorevoli. Propone ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sciacca, deducendo erronea applicazione della legge penale e contraddittorietà della motivazione dell'ordinanza impugnata nella parte in cui afferma che non si è - trattato del dispiegamento di una violenza irrazionale e arbitraria - ciò che farebbe deporre per l'inidoneità di misure meno afflittive in ragione di un giudizio di incapacità di autocontrollo dell'indagato - ma derivante da una specifica ragione che trova la sua origine proprio nella controversia societaria motivazione che sembrerebbe voler avallare l'idea che picchiare a sangue un socio, dopo averlo attirato con l'inganno presso la propria abitazione, e costringerlo a firmare un contratto a condizioni per nulla condivise ma imposte con violenza e minaccia, costituisca una violenza razionale e giustificata . Il P.M. ricorrente afferma, inoltre, che l'avvenuta composizione transattiva della questione societaria è ininfluente, poiché il pericolo di reiterazione criminosa non riguarda soltanto il medesimo reato per cui si procede, ma anche reati analoghi. Infine, lo stesso P.M. osserva che l'ordinanza impugnata ha eluso le esigenze cautelari connesse al pericolo di inquinamento probatorio poste anch'esse a fondamento dell'originaria misura cautelare. Motivi della decisione Il ricorso è fondato sotto il profilo della manifesta contraddittorietà rilevata dal P.M. ricorrente nella motivazione dell'ordinanza impugnata, la quale distingue tra una violenza irrazionale ed arbitraria , che farebbe deporre per l'inidoneità di misure meno afflittive in ragione di un giudizio di incapacità di autocontrollo dell'indagato e una violenza derivante da una specifica ragione che trova origine in una controversia civilistica, la quale, invece, consentirebbe un giudizio di attenuazione di esigenze cautelari. Deve osservarsi, in primo luogo, che l'utilizzo della violenza non può mai essere legalmente considerata non irrazionale e non arbitraria e soprattutto che tale affermazione non può essere contenuta in un provvedimento di giustizia in secondo luogo, non si ravvisa alcun argomento logico che possa sostenere l'affermazione che un soggetto il quale usi la violenza per dirimere una controversia civile possa essere accreditato di una capacità di autocontrollo con riferimento ad altri e diversi casi di controversie civili in cui possa essere coinvolto. In ragione delle suddette manifeste illogicità, l'ordinanza impugnata deve essere annullata con rinvio al Tribunale di Palermo per nuovo esame. P.Q.M. Annulla l'ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Palermo.