Così il futuro di formazione e accesso

di Giuseppe Bassu

A due settimane dalla conclusione del XVIII Congresso nazionale forense pubblichiamo di seguito per un approfondimento la relazione del consigliere del Cnf, l' avvocato Giuseppe Bassu dal tema Ancora su formazione e accesso per gli altri contributi si veda il quotidiano dello scorso 30 settembre . di Giuseppe Bassu 1 Il decreto Bersani L'argomento è stato trattato e sviscerato da tempo da tutte le componenti dell'Avvocatura istituzionale e associativa molto più interessata a trovare soluzioni ad un problema che ha certo notevole incidenza interna ma che ne ha altrettante, se non forse maggiori, esterna. Abbiamo in verità assistito a discussioni su discussioni, spesso sterili, ancor più spesso qualunquistiche purtroppo in qualche occasione portate avanti da frange dell'Avvocatura. Ma c'è ancora qualcuno che seriamente può dire che sarà la vita, o ancor meno il mercato, ad individuare i migliori e più meritevoli? C'è ancora qualcuno che seriamente può dire che i giovani possono immettersi sul mercato pubblicizzando solo il loro prezzario per l'attività che andranno a svolgere. Senza offesa per nessuno ma si sta discutendo di cose più impegnative del prezzo di un bene eguale sia esso un'aspirina o un chilo di pane o un tragitto di una corsa in auto. Si sta parlando di conoscenza, o mancanza tale, si parla di qualità minima di garanzie verso quel cittadino consumatore che ha diritto a veder tutelati i suoi diritti e non scegliere su slogan o offerte tipo prendi 3 paghi 2 che possono diventare paghi due prendi zero. E' inevitabile ed è giusto che a beni eguali corrisponda una giusta concorrenza del prezzo e che debba essere pubblicizzato quel panettiere che venda il proprio prodotto uguale, ma uguale, ad un altro ad un prezzo inferiore come all'aspirina ed alla corsa di un taxi sullo stesso tragitto con una eguale percorrenza, su una stessa vettura ecc. ecc. Ma se questo non è. Come si fa a dire che una causa è uguale ad un'altra e che una persona un professionista è uguale ad un'altro. Basta la pubblicità o il prezzo?. Se così fosse non ci sarebbe bisogno di avvocati ma neanche di giudici. Basterebbe un computer. Ma le vicende giudiziarie sono delle partite a scacchi dove solo le mosse sono uguali e le possibilità di una partita sono innumerevoli e dove, comunque, una partita è diversa dall'altra e, soprattutto, chi gioca deve conoscere almeno le mosse. In caso contrario vi sono danni, guarda caso spesso irrimediabili, verso il cittadino consumatore. Uno bravo a giocare a dama può essere un asino a scacchi. Ma perché proprio dai più giovani, sia praticanti che avvocati, sono venute le maggiori preoccupazioni sulle ultime innovative pensate governative. Perché si è trattato il cittadino-professionista-avvocato come un'aspirina o un chilo di pane. Perché non vi è stato neanche l'ascolto non la concertazione ma l'ascolto. Perché non si sono volute sentire, non ascoltare ma almeno sentire le parole dell'Avvocatura che quando sentita ha saputo spiegare e far comprendere anche alle forze di Governo vedi deliberato commissioni giustizie del Senato ed industria della Camera il proprio pensiero. L'Avvocatura, e quanto la interessa, non è un fatto economico puro ha molti problemi che devono essere affrontati ma che non fanno audience e non servono a scopo pubblicitario. L'Avvocatura ha preoccupazioni e sollecitazione che da anni, da decine d'anni, aspettano risposte, troppo difficili da dare. Sicuramente quello della formazione e dell'accesso è uno di questi. 2 Formazione ed accesso un discorso in finito Dopo quelli che ho più volte chiamato gli Stati generali di Arezzo del maggio 2003, il congresso di Palermo dell'ottobre 2003 e quello di Bari per festeggiare i 130 anni della Costituzione degli Ordini i tanti congressi e convegni organizzati sia da organi istitutizionali che dalle associazioni. Credo sia stato fatto molto. Si è discusso, approfondito ma non solo. Si è lavorato con spirito costruttivo perché il problema è sentito da tutti a vari livelli ci si è finalmente più che resi conto, li conoscevamo bene, esternati i problemi, e non certo modesti, che interessano la professione dell'avvocato dall'inizio alla fine della sua vita professionale. Non solo dunque l'iniziale allarme per formazione ed accesso. Ecco perché a Bari avevo modificato il titolo della relazione inquadrando il problema della formazione ed accesso in uno spetro più ampio. Si deve parlare di preformazione, formazione, accesso e post-formazione, ovvero università, tirocinio, esame, aggiornamento. Tutto questo è stato possibile, e sarà possibile ancor di più, proprio per la grande volontà da parte di tutti di arrivare ad un risultato unitario lavorare per il rimpossessamento di tanti valori alcuni sbiaditi dalle tante troppe distrazioni a cui siamo sottoposti. La professione forense sta cambiando, ha cambiando fisionomia tanto quasi da aver difficoltà a ricondurre nel termine avvocato un unicum infatti questo termine raccoglie ormai sotto di sé tipi di professionalità e competenze assai diversi tra loro. Rimane il fatto che tutti i soggetti che compongono la variegata categoria degli avvocati, si trovano sotto l'egida del CNF. A quest'organo, rappresentativo oramai di oltre 180.000 professionisti, spetta dunque più che in passato, in questo momento di snodo storico, la responsabilità di individuare strumenti che, da un lato, consentano l'adeguamento della professione al mutato scenario economico sociale e politico, e, dall'altro, garantiscano la formazione di professionisti di elevato profilo. Questi due scopi primari possono essere conseguiti attraverso un controllo sull'accesso ma soprattutto sulla formazione sia precedente che successiva all'iscrizione all'albo e all'esercizio della professione. È notorio che la storia degli ordini professionali è anche la storia del loro costante tentativo di controllare l'accesso alla professione, per mettersi il più possibile al riparo da contaminazioni esterne. Per via di questo atteggiamento gli ordini sono stati costantemente tacciati di chiusura e di oscurantismo, con l'accusa che dietro la maschera della selezione essi nascondessero invece una meno nobile volontà di chiusura. I controlli sull'accesso devono essere fatti e guai a chi pensa di annullare il valore legale dei titoli o di aggirare il principio costituzionale, non certo per inasprire l'accesso, ma che soprattutto si debba intervenire sul problema della formazione e dell'aggiornamento ossia sui due momenti a monte e a valle rispetto all'iscrizione all'albo. Potevano essere forse discorsi difficili da fare in altri periodi ma oggi diventerebbe assurdo e retrogrado non concorrere a risolvere non foss'altro con la proposizione di progetti che si basano su conoscenza e competenza del problema e chiedere di essere sentiti ed ascoltati su problemi che costituiscono la sopravvivenza dell'Avvocatura. L'esistenza di esami seri e rigorosi, e l'obbligo variamente articolato di aggiornamento, non devono essere visti come atto impositivo, o come una burocratizzazione delle tappe della formazione, né come uno sbarramento all'accesso della professione, o, peggio, come ulteriore ingerenza degli ordini nel reclutamento dei nuovi professionisti sarebbe anche questo un arroccarsi su posizioni non solo vecchie ma che darebbero al governatore di turno argomenti sui quali far valere la propria autorità impositiva spesso priva di conoscenza e, quindi, di competenza. Continuo a ricordare la levata di scudi all'indomani della riforma con cui ottenemmo che per gli esami di ammissione all'albo le commissioni giudicatrici fossero presiedute da un avvocato si disse che gli ordini si erano impadroniti degli esami, che questo era un modo per contingentare l'accesso alla professione, che questa riforma accentuava e anzi esasperava il carattere di casta, che gli esami da procuratore sarebbero diventati come quelli universitari, ossia per cooptazione, ed altre amenità. Ora, alla luce delle fredde statistiche, possiamo opporre semplicemente dei numeri, constatando che da quella riforma ad oggi il numero degli avvocati è aumentato di circa il 100% sui dati precedenti al 1989 passando da circa il 24% all'odierno 50% il rapporto fra il numero dei candidati e chi supera l'esame. Chiederemmo dunque ai detrattori di quella riforma se si sia verificata la tanto paventata chiusura, noi, unici tra tutte le professioni, ad avere avuto tale incremento degli iscritti. Ricordo ancora sul punto una statistica apparsa su uno dei primi giornali a tiratura nazionale, un servizio ad effetto proprio sull'accesso che insisteva, con superficiali e qualunquistiche facili argomentazioni, le critiche verso gli Ordini dove si evidenziavano come tutte le professioni si erano chiuse . Risultava in bianco, guarda caso, il dato riguardante gli avvocati. In verità non posso pensare ad un caso. Nessuno ha chiesto dati o forse bisogna pensare che dopo che sono stati raccolti non piacevano? Erano una nota stonata nel disegno dell'articolista una posizione questa che si ripete spesso quando si parla di avvocati qualunquismo e superficialità. Semmai il problema è inverso questo eccessivo liberalismo nel consentire l'accesso alla professione ha portato a questi numeri, da qualcuno, autorevole osservatore della nostra realtà considerata come una massa tumorale il ventre molle della professione. Una affluenza non salutare che porta ad una massificazione orizzontale, ha consentito che diventasse avvocato anche chi non ne conosce appieno il mestiere, chi non ne ha appreso l'arte. Sia chiaro non si parli di chiusure o limitazioni astratte. Al contrario, io ritengo che esse tutelino il diritto di aggiornarsi, il diritto di essere messi in condizioni di imparare, la possibilità meritocratica di accedere al capitale culturale di una élite. Insomma una democratica opportunità riconosciuta a chiunque che rischia ora di essere minata fin dall'origine da sciocche iniziative pseudo liberalizzanti sic . 3 Evoluzione di un ragionamento verso una nuova figura di avvocato Vi è stata una evoluzione di ragionamento. Si è passati dal concetto di accesso e formazione, che non ci apparteneva, in quanto clonato dalla magistratura che si forma nei 18 mesi di tirocinio post concorso, e quello di formazione e accesso più consono alla nostra professione per poi passare a discutere di formazione - accesso - post-formazione per chiudersi, di seguito, con la pre-formazione. Il cerchio si è chiuso e si è lavorato sulle singole tappe del nuovo avvocato. 1 preformazione università 2 formazione tirocinio 3 accesso esame 4 post-formazione aggiornamento-formazione permanente . ************** Nel quadro che avevamo indicato in occasione del convegno di Bari per i 130 anni della Costituzione degli Ordini l'Avvocatura istituzionale ha potuto incidere nei segmenti di sua competenza e dove è stata chiamata a collaborare. Nella formazione e post-formazione lavorando intensamente con il centro di formazione coordinando e spronando le scuole forensi, che sono nate e migliorano su tutto il territorio, e lavorando alla post-formazione, alla formazione permanente, di cui vi è oramai pronto il progetto operativo. 3a LA RIFORMA UNIVERSITARIA Si è anche in più occasioni detto del contributo che l'Avvocatura istituzionale ed associativa ha dato alla riforma Siliquini per l'Università. Il percorso formativo - abilitante deve essere quindi esaminato nel suo insieme e non può che partire dall'Università. A seguito dell'approvazione del D.M. 25 novembre 2005, dall'anno accademico 2006/2007 partirà la riforma della facoltà di giurisprudenza. Il modello prescelto dal legislatore è quello dell'1+2 e dell'1+4. Dopo un primo anno uguale per tutti, gli studenti sono chiamati a scegliere tra due diversi percorsi il primo è quello della c.d. laurea breve di durata triennale il secondo quelle che, sempre dopo il primo anno comune, avrà una durata di ulteriori 4 anni e condurrà alla laurea magistrale . Sembra quindi necessario chiarire che mentre la c.d. laurea breve , che dovrebbe consentire al laureato di accedere alle pubbliche amministrazioni, alle banche, alle imprese, ecc., dovrebbe essere aperta a tutti la laurea magistrale quinquennale, essendo finalizzata all'accesso alle professioni legali avvocato, magistrato e notaio , o ad altre professioni necessitanti di maggiore spessore giuridico dovrebbe essere a numero programmato . Non è una bestemmia, è una richiesta che riteniamo più che giustificata nel quadro generale nel quale si opera. Ciò consentirebbe innanzitutto di introdurre l'obbligo di frequenza e, in secondo luogo, di svolgere lezioni di tipo seminariale, con esercitazioni pratiche, in stretto contatto con i docenti ed eventuali tutor. Per quanto riguarda le professioni legali dovrebbero poi essere affiancate alle materie tradizionali della facoltà di giurisprudenza anche corsi che concernono l'ordinamento giudiziario e professionale, la deontologia, la logica e l'argomentazione giuridica, l'informatica giuridica, la conoscenza approfondita di lingue straniere, sempre con particolare attenzione all'ambito giuridico. Tutte materie indicate nella riforma Siliquini e concordate fra le varie componenti della commissione non solo, dunque, avvocati ma anche professori universitari, magistrati, notai, ministero dell'istruzione. A tal fine, per accentuare il taglio pratico e professionalizzante, oltre a prevedersi esercitazioni scritte, le Università dovrebbero avvalersi della collaborazione come professori a contratto, di avvocati, magistrati e notai e, nell'ultimo anno, potrebbero essere previsti gli stages presso gli studi professionali e gli uffici giudiziari. Questo almeno per quanto riguarda l'indirizzo professionale potrebbero poi esserci diverse altre specificazioni, sullo stesso schema, per altri indirizzi come emerso durante il recente congresso dello scorso giugno organizzato dall'AIGA tenutosi a Pisa. Ma quante università si sono attenute alle indicazioni della commissione e del percorso1+2 1+4?. Quante non solo continuano a difendere il 3+2, che portava in massa gli studenti a due momenti prima tutti alla triennale e poi tutti alla specialistica, con la specialistica spesso un doppio della triennale?. Quante facoltà hanno dato un taglio nuovo sia alla laurea triennale che alla quinquennale?. Quante hanno acceso le nuove materie o hanno cercato nuovi percorsi e nuove collaborazioni?. Quante fanno resistenza passiva preoccupate solo dalla riconquista o dalla divisione interna dei crediti ridisegnati dalla riforma?. Credo che siano documenti meritevoli di verifica e che meriti un'attenzione particolare l'Università che è l'inizio della carriera di avvocato e che pare essersi chiusa alle novità. 3 b FORMAZIONE POST-UNIVERSITARIA i La pratica Pare esserci assoluta coincidenza di opinione, fra tutte le componenti dell'Avvocatura, perchè la pratica e il tirocinio professionale presso lo studio di un avvocato siano assolutamente insostituibili perché è in tale ambito che si realizza e si completa la formazione del futuro avvocato attraverso lo studio dei casi concreti, della molteplicità delle fattispecie, nel rapporto con la clientela, coi colleghi dello studio, con le controparti ed i loro legali, con il giudice ed il pubblico ministero. Se su questo vi è accordo, bisogna poi giungere alla necessaria conclusione che ciascun avvocato possa avere un numero limitato di praticanti debba, per poter svolgere le funzioni di maestro , avere una anzianità professionale congrua e possa effettivamente insegnare il mestiere. Ma soprattutto deve esservi una maggiore ed effettiva responsabilizzazione dell'avvocato che svolge le funzioni di dominus e non vi può essere più alcuna tolleranza per pratiche fittizie, e con le firme di cortesia . E' questo un punto dolente dovuto sia all'allargamento incontrollato della base ma anche ad atteggiamenti populisti del legislatore ed effettivo lassismo della categoria con una difficoltà oggettiva per gli Ordini, che spesso non solo a volte per oggettiva impossibilità ma anche mancanza di volontà, ad effettuare controlli impopolari. I Consigli dell'Ordine devono svolgere quindi un controllo non solo formale ma effettivo e penetrante sullo svolgimento della pratica ed irrogare sanzioni, peraltro previste dal codice deontologico, non solo ai praticanti, ma soprattutto agli avvocati che non esercitano il loro diritto-dovere di dominus e maestro. ii Le scuole In parallelo con il tirocinio professionale ed a completamento dello stesso deve anche frequentarsi una scuola di formazione. Così attualmente non è in quanto la frequenza delle scuole è facoltativa va segnalato peraltro che senza scandalo alcuni Ordini ne hanno imposto l'obbligatorietà . Bisognerebbe estendere, in tempi brevissimi, le scuole forensi su tutto il territorio nazionale e naturalmente, ove non siano in grado di formarle i singoli Ordini, potrebbero operare anche su base distrettuale, ovvero nella forma di un consorzio fra ordini limitrofi. Queste scuole non devono costituirsi né come alternative né in contrasto con quelle universitaria, le più note Bassanini, che va detto sono molto variegate e scarsamente frequentate sul territorio. Infatti, nate per la magistratura, e per niente frequentate, hanno dovuto aprirsi anche verso l'avvocatura nel tentativo di acquisire numeri prima agognate poi reiette dalla stessa Università. Anche in questo caso andrebbero riviste nel complesso le scuole Universitarie, i programmi e l'effettivo apporto dell'Avvocatura. Le scuole forensi devono avere il carattere dell'assoluta serietà e, ormai superata l'inevitabile fase di rodaggio e del pur lodevole spontaneismo, adottare programmi non necessariamente identici, ma certamente uniformi, sulla base di uno schema tipo , predisposto ed approvato dal Centro Nazionale di Formazione Forense, con la previsione di successivi controlli del loro funzionamento. Per consentire una preparazione approfondita, di buon livello, sarà necessario, anche in questo caso, prevedere il numero programmato degli iscritti per ogni scuola, con verifiche secondo modalità da determinarsi , per l'accesso e successive verifiche, intermedie e finali, fondate, in primo luogo sull'accertamento di una frequenza costante e poi sul concreto apprendimento. Va riconosciuto che si è persa una grande opportunità nell'ambito della riforma Siliquini di vedere riconosciute anche le scuole forensi alla pari di quelle universitarie. Deve essere, comunque, questo non solo uno scopo ma un obiettivo per fornire un effettivo sprone sia alle scuole che a quei praticanti che vogliono essere avvocati e non averne solo il titolo. Un nodo da risolvere sarà quello dell'accreditamento che deve essere eguale per tutti sia per le scuole forensi di nuova costituzione sia, perché no, per quelle universitarie. Infatti non si sta certo effettuando una verifica sull'Università ma sulle scuole universitarie, che non sono la stessa cosa alcune di queste, infatti, funzionano egregiamente soprattutto guarda caso dove meglio si sono amalgamate le compagini universitarie con quelle magistrali e dell'avvocatura sviluppando anche a nuove sinergie organizzative e quelle forensi. Non bastano alcune scuole alcune delle quali storiche e va notato che non sempre quelle collocate nei grandi centri efficienti con organici e programmi ad alto livello in e su tutto il territorio. Si deve raggiungere un livello che non distingua latitudine e longitudine, come per tutti gli interventi pre e post accesso che interessano gli avvocati e dunque l'Avvocatura. Sia chiaro omogeneizzazione di programmi e scuole non certo standardizzazione perché non può certamente affidarsi al falso egualitarismo troppo spesso cercato per salvare i mediocri. Dobbiamo vincere la sfida, la grande sfida che ci ha visto disattenti, distratti e quindi perdenti sull'accesso del 1989 ed ancora disattenti sui problemi che ci hanno spesso scavalcato. Non possiamo perdere ancora questa occasione. Il tempo che abbiamo in attesa dell'auspicata riforma lo dobbiamo dedicare alle scuole, alle nostre, migliorandole in spessore e qualità iii Ancora sulla pratica evoluzione di una necessità La pratica deve, lo abbiamo detto, essere un momento essenziale e qualificante dell'accesso alla professione. Può essere interessante ripercorrere brevemente, con uno sguardo rivolto all'indietro, la storia dell'avvocatura italiana dal 1874 ad oggi tralasciando, per ovvie ragioni di tempo, la pur interessante questione dell'assetto preunitario , per trarne esempi e spunti di riflessione. Lo avevamo fatto a Bari ma forse merita un accenno anche in questa sede. La disciplina delle attività forensi è stata introdotta con la legge 8 giugno 1874 n. 1938, alla quale è seguito il regolamento di attuazione r.d. 27 luglio 1874 n. 2012. E' questa, e deve essere evidenziato per qualsiasi tipo di ragionamento o discussione si voglia fare, la prima legge, in assoluto sulle professioni in Italia anche precedente a quella che interessava i notai che è di un anno successiva. La legge, costituita da 67 articoli, prevedeva la distinzione tra le professioni di avvocato e procuratore, le incompatibilità, nonché gli specifici diritti e doveri ed è interessante rilevare come avverso i provvedimenti disciplinari presi dai Consigli era possibile un ricorso alla Corte di Appello. Alla legge del 1874 seguiva quella del 25 marzo 1926 n. 453, con il conseguente regolamento approvato con r.d. 26 agosto 1926 n. 1683, che constava di 73 articoli che manteneva la distinzione fra avvocati e procuratori prevedeva la necessità di un esame di Stato creava un albo speciale per gli avvocati avanti la Corte di Cassazione istituiva il Consiglio superiore forense richiedendo per la prima volta che per l'iscrizione all'albo fosse necessaria la presenza di una condotta specchiatissima ed illibata . La legge n. 453 ebbe poca vita e scarsa attuazione pratica a causa delle profonde modifiche subite dall'ordinamento statuale nel periodo, tanto che con legge 3 aprile 1926 n. 563 veniva istituito il sindacato unico obbligatorio e con il r.d., 22 novembre 1926 n. 2580 venivano soppressi i Consigli degli Ordini sostituiti con speciali commissioni reali. Si arriva così al r.d.l., 27 novembre 1933 n. 1578, convertito in legge il successivo 22 gennaio 1934 n. 36 e successive modifiche ed integrazioni che costituisce di fatto la nostra legge professionale forense. Veniva inoltre approvato con r.d. 22 gennaio 1934 n. 37 il regolamento di attuazione. Deve peraltro rilevarsi come inevitabilmente l'organizzazione della professione subisce l'influenza del sistema politico del periodo basti pensare che i compiti e le funzioni oggi spettanti ai Consigli dell'Ordine era allora previsto che venissero svolti da parte del direttorio dei sindacati forensi. Deve essere evidenziato che durante i quasi 60 anni che dividono la legge del 1874 da quella del 1933 si erano rese necessarie modifiche dovute in parte ai mutati rapporti politici e sociali ma importante fu il ruolo dei congressi forensi che si sono susseguiti nel periodo Torino 1989 Palermo 1903 Napoli 1913 Palermo 1913 dove vennero dibattuti argomenti che ritornano usuali autonomia della classe forense, limitazione del numero degli iscritti, incompatibilità, onorari. Solo con il d.lgs.lgt. 23 novembre 1944 n. 369 venivano meno le associazioni sindacali e con d.lgs.lgt. 23 novembre 1944 n. 382 venivano dettate le norme per la ricostruzione ed il funzionamento degli ordini e collegi professionali. E' dunque la legge del 1933, con le opportune modifiche dettate dal tempo e dai cambiamenti istituzionali intervenuti, la nostra legge professionale forense che con la legge 24 febbraio 1997 n. 27 ha soppresso l'albo dei procuratori ed ha imposto l'iscrizione d'ufficio dei procuratori nell'albo degli avvocati. Va solo riferito che fin dal 1949 si sono susseguite proposte per la riforma dell'ordinamento professionale, ben oltre 50, oramai da tempo ritenuta da tutti improcrastinabile per adeguare la professione a realtà diverse non ultime quelle del contesto europeo nel quale oramai operiamo. Possiamo dire che gli schemi normativi alternatisi nel corso di oltre un secolo, poggiavano su premesse che forse ora sono cambiate lo stretto rapporto, personale e professionale del praticante con l'avvocato. Il modello della bottega con il dominus che accudisce il proprio allievo in modo paternalistico è ormai lontano. Fino agli anni Ottanta il panorama degli studi legali era composto, prevalentemente, da strutture in cui vi erano un avvocato, un praticante e una segretaria. Il dominus presenziava solo alle udienze cruciali, mentre la maggior parte del lavoro lo svolgeva in studio, rispondendo alle telefonate e alla corrispondenza, ricevendo i clienti, studiando su codici e pubblicazioni, scrivendo le memorie del caso. Nelle grandi law firmrs, ma anche negli studi più tradizionali, nei quali comunque si registra una forte propensione all'associazione tra professionisti, vi è la suddivisione dello studio in compartimenti, la spersonalizzazione del rapporto con il cliente, un'organizzazione ferrea dei rapporti interni. Una prima conclusione rispetto a queste riflessioni può essere l'evidenza che oggi il tirocinio, quando effettuato secondo i canoni, dà meno garanzie che in passato di una preparazione effettiva e di reale indirizzo nella professione. Una seconda considerazione potrebbe essere quella circa la necessità di potenziare i canali della formazione collaterale. Ed ecco che si è affaciata prepotentemente la necessità delle scuole già note come Bassanini e diciamo pure indirizzate essenzialmente all'accesso in magistratura con una predominanza del mondo universitario e con una impostazione prettamente teorica. Numerosi sono stati gli interventi normativi in tema di scuole di specializzazione delle professioni legali. Ne abbiamo contati in quattro anni ben 15. Ciò dimostra da un lato l'interesse sul punto da parte di tutti e dall'altro il voler aggiustare il tiro nel corso dei lavori. Si è dovuto riconoscere, tutti consenzienti, come le scuole universitarie non abbiano dato i risultati sperati, che a tutt'oggi non riescono ancora a coprire il numero dei posti a concorso anche se va detto che la forbice nel tempo si è ristretta non poco soprattutto grazie ai nuovi benefit concessi. Si è dovuto dare anche atto della presenza nel territorio, come già fatto cenno in precedenza, di numerose scuole forensi della necessità di dare al praticante avvocato una formazione organizzata da rendere nel tempo come obbligatoria da parificare la possibilità di accesso a queste scuole per rendere tale percorso simile fra le due scuole. Sono queste tra le altre alcune delle osservazioni delle associazioni dei giovani, sia essi praticanti che specializzandi, ascoltati dalla Commissione Siliquini che hanno dimostrato grande interesse per una formazione sempre migliore per chi vuole essere avvocato e non certo per chi vuole il solo titolo di avvocato. Le scuole, sia chiaro, servono non per il solo superamento dell'esame, a quello ci pensano quelle tipo cepu ed affiliati, ma per la formazione dell'avvocato che è quello che a noi interessa. Quella integrazione di saperi che è sempre più difficile raggiungere con la vecchia pratica tradizionale schiacciata dai numeri e dai ritmi. Credo si possano peraltro indicare dei punti condivisi. - istituzione delle scuole forensi e parificazione con quelle universitarie - compiti ed accreditamento che deve essere eguale per entrambe le scuole - accesso, controlli ed esame finale eguali per entrambe le scuole - tirocinio di due anni svolto in modo integrato alle attività di approfondimento teorico attraverso l'iscrizione alla pratica professionale presso un avvocato - accreditamento eguale con criteri definiti dal MIUR di concerto con il Ministero della Giustizia sentito il CNF - possibilità di convenzione tra più soggetti università e ordini professionali. Certo non è proponibile, come prospettato da qualcuno, nè il passaggio automatico degli specializzati all'albo nè l'azzeramento delle prove scritte per limitare l'esame alla sola prova orale. E'inutile ricordare peraltro come una formazione dalle scuole possa e debba essere sempre una integrazione della pratica nello studio dove il rapporto fra avvocato e praticante va rafforzato con quei correttivi che sono sempre più convergenti. Dobbiamo essere consapevoli che i primi protagonisti e garanti della serietà, effettività e della efficacia del tirocinio sono gli avvocati, che ne devono sentire - indipendentemente dalla tipizzazione di uno specifico illecito disciplinare - l'essenzialità per l'intera comunità forense ed in questa utilità collettiva - e perciò, pur se meno sensibilmente, individuale - si deve trovare il motivo di reagire ad un rilassamento etico tanto diffuso quanto ingiustificabile. In tal senso occorre insistere nel sottolineare i doveri dell'avvocato verso il praticante, ma soprattutto il divieto dei comportamenti, purtroppo estesi, di adibire il praticante a mansioni non formative, ripetitive o - peggio - di mera segreteria. Attenzione dunque all'equo compenso che oltre che previsto deontologicamente è un diritto - dovere fra dominus e allievo praticante che non deve essere percepito come controprestazione divenendo l'alibi per pretendere dall'altra parte l'adempimento di obbligazioni del tutto estranee alla pratica. L'impianto del d. P.R. 101/1990 può essere mantenuto costituendo una base di partenza semmai forse semplificato nelle formalità. Ma siamo sempre in attesa della norma primaria che rivisiti la professione di avvocato e quindi anche quella del praticante. Dovranno affermarsi l'eguaglianza dei criteri di incompatibilità dall'Avvocato al praticante la necessità di una anzianità di iscrizione del dominus dagli odierni ridicoli due anni ad almeno 6-8 il limite nel numero dei praticanti vigilati da ogni avvocato con controlli non di stile da parte dei COA territoriali un serio aumento delle udienze e degli atti da seguire, anche questi tanto esigui nell'attualità da essere di fatto inesistenti. iiii Il patrocinio provvisorio Una riflessione sul patrocinio provvisorio. Per quanto concerne il patrocinio provvisorio, deve essere rivista l'attuale normativa che conduce all'assurdo della situazione sanzionatoria dalla recente sentenza 28 gennaio 2005 n. 1725, delle Sez. Unite della Cassazione. Potrebbe costituire ragionevole soluzione la proposta avanzata dal CNF, con il progetto del settembre 2003, e seguita dai più che si sono soffermati sul punto, in cui si prevede che il praticante possa esercitare la professione solo su espressa delega e sotto il controllo e la responsabilità dell'avvocato presso il quale svolge il tirocinio, limitatamente alle materie e competenze devolute al giudice di pace e, comunque, per un periodo limitato. E' noto infatti come l'attuale abilitazione crei fasce marginali di professionisti, in possesso e distratte spesso da clientela propria, o protesi alla ricerca della stessa, con aspettative tali da rendere sempre più difficile nel tempo, per età ed entità d'investimenti effettuati, l'abbandono anche nei casi - non rari - di ripetuti insuccessi nell'abilitazione. In tal senso, la riduzione, da qualcuno paventata, a quattro degli anni di abilitazione non è sufficientemente coraggiosa. La facoltà di patrocinio è ora intesa come esclusivamente funzionale alla pratica e quindi deve essere commisurata alla durata ordinaria della stessa, al massimo maggiorata di un anno per tenere conto di possibili inciampi nel percorso formativo, ma sempre coordinata dal dominus e sotto la sua vigilante responsabilità 4 L'esame di abilitazione Al termine di un percorso universitario serio o professionalizzante già a numero programmato e di una pratica altrettanto serie ed effettiva anch'essa con numero programmato per l'ammissione alla scuola forense e di altrettanto serie e precise verifiche periodiche, l'esame di abilitazione dovrebbe costituire solo il termine di un percorso ed una verifica finale e potrebbe in quest'ottica, essere certamente snellito per chi ha superato le scuole, anche forse con due prove scritte ed un successivo approfondito colloquio orale lasciando immutato l'impianto per chi non ha superato il placet delle scuole e questo sintanto che le scuole non andranno a regime. Sino a quel momento, quindi, bisogna pensare ad un periodo transitorio, bisognerebbe pensare in maniera seria a rendere obbligatoria la frequenza delle scuole. Se questo principio si incastra con il numero programmato della laurea magistrale si potrebbe realizzare il sogno attuale di avere giovani preparati e motivati con università e scuole ben protese ad essere effettivamente propedeutiche per una seria professione ed in ogni caso professionalizzanti effettivamente verso sistemi nuovi. Appare importante non consentire più l'uso dei codici annotati, che, secondo quanto concordemente riferito da tutti coloro che hanno svolto la funzione di esaminatori, livellano i compiti scritti tramutandoli da prove di diritto in prove di italiano, impedendo valutazioni di chi abbia effettive capacità, essendo ora gli esaminandi più che altro concentrati sull'individuazione delle sentenze che dovrebbero condurre alla soluzione del problema giuridico posto più che al ragionamento giuridico stesso. La prova d'esame dovrebbe, invece, vertere su temi di ampio respiro e verificare se il candidato sia in grado di ragionare ed esprimersi in termini giuridici. La conoscenza del codice deontologico e dell'ordinamento professionale e giudiziario dovrebbero, infine, costituire parte essenziale dell'esame orale e non, come è attualmente, una mera appendice, senza effettivo valore al fine del superamento della prova e ciò naturalmente presume l'insegnamento sia nelle scuole che alle università della materia che non è esclusiva dell'Avvocatura interessandosi, comunque, di principi comuni a tutti. Qualsiasi sia il nuovo esame dovrà essere diverso dall'attuale, dovrà essere possibilmente unico in tutto il territorio o comunque riuscire a dare compattezza ed unicità alle prove con eventuali filtri anche informatici per renderlo effettivo e meno aleatorio e non essere la tanto vituperata roulette attuale certo modificata dal decreto Castelli, sul c.d. turismo d'esame, rimasto l'inizio di un percorso interrotto subito, inteso dunque dai più come portatore di intenti punitivi e non l'auspicato inizio di un serio ragionamento sull'accesso. 5 Una recente indagine Una recente indagine svolta dalla camera civile di Parma, lungi, per ammissione della stessa, dal voler essere un'indagine esaustiva, offre spunti di riflessione. La totalità delle risposte ha dichiarato di ritenere l'attuale esame di abilitazione scarsamente 48% o assolutamente 52% non idoneo, ai fini della verifica delle capacità dell'esaminando al futuro svolgimento della professione. Per quanto concerne il numero degli avvocati iscritti agli albi, il 92% lo ritiene eccessivo o assolutamente eccessivo e solo l'8% adeguato l'aumento annuo di 15.000 avvocati sul territorio nazionale è poi considerato ragionevole solo dall'8%, eccessivo dal 20%, insostenibile dal 72% l'88% ritiene che l'attuale trend di aumento annuo sia incompatibile con il mantenimento di una buona preparazione professionale e di un buon livello deontologico, concetti questi ripresi, chissà perché poi, con grande risonanza se dichiarati come avvenuto nei giorni scorsi da un autorevole membro togato del CSM. Quasi il 70% condivide la necessità di introdurre per l'accesso alla professione, il numero programmato e l'85% è favorevole acchè il primo numero programmato debba essere previsto per l'accesso alla nuova laurea magistrale in giurisprudenza. Per quanto concerne le scuole, l'80% è favorevole a renderne obbligatoria la frequenza mentre vi è una situazione di quasi parità fra quanti si sono dichiarati favorevoli ad introdurre un secondo numero programmato per l'accesso a tale scuole 52% e quanti si sono dichiari contrari 48% . In relazione alla pratica il 96% ritiene assolutamente necessario il tirocinio presso lo studio del dominus e che lo stesso possa essere solo integrato o parzialmente sostituito con corsi o scuole forensi. La totalità conviene che l'attuale tirocinio debba essere rivisto che debba essere maggiormente regolamentato e che ai Consigli dell'Ordine debbano essere attribuiti maggiori poteri e doveri di accertamento e controllo, per verificarne l'effettivo esercizio. Il 92% ritiene condivisibile la proposta del CNF che, al fine di garantire l'effettività della pratica, sia previsto un numero massimo di 2 praticanti per ogni avvocato e, pressoché analoga percentuale, ritiene che, per la proficuità della pratica, il dominus debba avere un'anzianità di almeno 8 anni di iscrizione all'albo. I dati, anche se con i limiti anzidetti, corrispondono alle conclusioni a cui pervengono gli incontri, convegni e congressi maturati nell'ultimo periodo. Oramai va riconosciuto che i principi sono condivisi dalla totalità e vi sono solo leggere diversità di attuazione di questi principi che non intaccano la volontà da parte di tutti, e soprattutto da parte dei tanti giovani che vogliono essere avvocati e non avere un sempre più squalificato certificato di abilitazione per allungare un curriculum da esibire all'ennesimo call center. Un argomento delicato è certamente quello del compenso al praticante. E' noto che l'attuale codice deontologico prevede, all'art. 26, canone I , che L'avvocato deve fornire al praticante un adeguato ambiente di lavoro, riconoscendo allo stesso dopo un periodo iniziale, un compenso proporzionato all'apporto professionale ricevuto . Il Comitato dell'Unione Nazionale delle Camere Civili, non senza qualche perplessità è giunto alla conclusione che la retribuzione snaturi la pratica perché, a fronte di doveri di accoglienza, di insegnamento e di vigilanza da parte del dominus , non è dato comprendere per quale motivo il praticante dovrebbe essere anche retribuito. A menocchè come purtroppo spesso avviene il praticante non sia utilizzato impropriamente, per svolgere funzioni paraimpiegatizie a minor costo, o di bassa manovalanza , anziché svolgere un'effettiva pratica. D'altra parte con l'obbligo di una retribuzione a favore dei praticanti, si è facili profeti nel prevedere che possa essere fonte di un vasto e disdicevole contenzioso, sia in ordine all'an che al quantum come anticipato precedentemente deve far riflettere la recentissima sentenza n. 2904/2006 della Cassazione che - sia pure, nella fattispecie, in riferimento ai consulenti del lavoro - ha stabilito che, una volta che l'aspirante professionista ha conseguito l'attestato dell'ordine di compiuta pratica, lo stesso deve essere non solo retribuito ma considerato, a tutti gli effetti, un dipendente con rapporto di lavoro subordinato . Una tale soluzione si ritorcerebbe probabilmente nei confronti degli aspiranti praticanti, perché sarebbe per loro molto più difficile reperire studi che siano disponibili ad accoglierli. Va anche detto che si limiterebbero le situazioni di insipienza da parte di falsi dominus e situazioni di sudditanza e sfruttamento. E' questo un punto dove dobbiamo dimostrare equilibrio e responsabilità prima che i fatti ancor più ci superino e ci scavalchino magari per decreto legge. Si possono ipotizzare soluzioni diverse che passano dalla borsa di studio ad una cassa comune alla quale potranno partecipare istituzioni, associazioni ed altri ma, comunque, il punto va affrontato, risolto. Subito. 6 Concludendo Le linee sono, dunque, chiare. Noi su accesso e formazione abbiamo parlato in questi anni ci siamo confrontati ed oramai forse è l'argomento che trova più coesione, più idee comuni. Anche su questo punto va detto che non si sono avuti gli auspicati e concordati documenti per un ultimo confronto nella ipotesi di coordinamento affidata al CNF. Si è dunque dovuto far riferimento a - progetto CNF presentato a Palermo nel 2003 - progetto OUA presentato a Catania - progetto dell'Ordine di Roma - progetto Donella 4.9.06 - progetto Mantini - progetto Laurini - progetto del Comitato Unitario Professioni. Si sono, inoltre, verificate nel corso degli anni le idee portate avanti dalle maggiori sigle associative e gli atti dei tanti convegni o congressi sull'argomento organizzati da OUA AIGA ASTAF Unione Camere Penali Unione Camere Civili Associazione Nazionale Forense ANPA e tanti altri Si è, anche, considerato il contributo importante predisposto per il Congresso presentato da parte della Fondazione Forense Bolognese pervenuto il 19 settembre. I punti comuni sono convergenti ed è utile riprendere il documento approvato il 20 febbraio 2006 a Parma in un incontro organizzato dall'Unione Camere Civili. a Documento sulla formazione e l'accesso approvato al termine di convegno tenuto dall'Unione Nazionale delle Camere Civili tenutosi a Parma il 20 febbraio 2006 Gli avvocati italiani, riuniti in Parma per iniziativa dell'Unione Nazionale delle Camere Civili, al fine di definire i punti essenziali per un'efficace ed indifferibile riforma dell'accesso della professione, nell'ambito della riforma dell'ordinamento professionale forense - preso atto dei precedenti pronunciamenti sul tema, ed in particolare dei più recenti, assunti al Congresso di Palermo del 2003, alla Conferenza Nazionale dell'Avvocatura di Napoli, aprile 2005, al Congresso Nazionale Forense di Milano del novembre 2005 - preso altresì atto delle deliberazioni delle Associazioni Forensi - preso atto dell'articolato di riforma predisposto dal Consiglio Nazionale Forense nell'anno 2003 e delle modifiche ed integrazioni allo stesso recentemente apposte dall'Organismo Unitario dell'Avvocatura sulla scorta dei documenti richiamati - preso atto infine della relazione introduttiva e dell'articolato dibattito odierno. Ribadiscono 1 la necessità di un forte recupero e riaffermazione della deontologia professionale, impegnandosi a promuovere le più opportune iniziative in tal senso 2 l'inadeguatezza dell'attuale percorso di accesso e di verifica finale, che non garantisce l'effettiva preparazione tecnico-professionale 3 l'ineludibilità di garantire che l'esercizio della delicata funzione di rango costituzionale della difesa sia affidata soggetti di professionalità e capacità tecniche, certe, verificate e costantemente aggiornate 4 la necessità che i percorsi di formazione del difensore vedano l'intervento economico dello Stato e degli Enti territoriali, anche con la previsione di incentivi e agevolazioni sul piano fiscale 5 la necessità, altresì, di prevedere che alla iscrizione all'Albo professionale debba corrispondere la contestuale iscrizione alla Cassa di Previdenza Forense confermano quale elementi cardine della riforma dell'accesso alla professione forense i seguenti I fase universitaria - maggiore interazione e raccordo del mondo forense con le facoltà di giurisprudenza - previsione di un numero programmato per l'accesso al quadriennio della laurea magistrale II formazione post-laurea obbligatoria - valorizzazione delle scuole forensi e frequenza obbligatoria delle stesse - in via subordinata prevedere che il primo anno possa essere svolto anche presso le SPL Bassanini, sempre con un secondo anno presso le scuole forensi - preselezione attitudinale orientativa per l'accesso alle scuole - verifiche periodiche semestrali che siano condizione per il prosieguo del percorso - esame finale sdrammatizzato e punto culminante di un percorso di reale verifica - finanziamento delle scuole forensi anche a carico pubblico - coinvolgimento pieno nei percorsi di formazione delle Associazioni forensi e riconoscimento della loro autonomia a riguardo, nel rispetto del principio della pluralità dell'offerta formativa III tirocinio - pratica forense ineliminabile, di durata biennale, da svolgersi con modalità che consentano la frequenza della scuola - rafforzamento, anche sotto il profilo deontologico, dell'obbligo del dominus di rendersi effettivo trasmettitore del sapere e della identità professionale, sotto il profilo dell'apprendimento specialistico e casistico e sotto il profilo deontologico - esclusività della pratica e definizione delle incompatibilità numero massimo di praticanti per ciascuno studio 2 - dominus con adeguata esperienza professionale - attività sostitutiva e sotto la responsabilità del dominus - limite di durata al certificato di compiuta pratica - equo compenso del tirocinante, da prevedersi anche mediante ricorso a finanziamenti pubblici e con la previsione di incentivi e agevolazioni fiscali per il dominus . Conseguentemente, impegnano le rappresentanze istituzionali e politiche e associative, a procedere senza ritardo ed in costante sinergia, al perfezionamento degli articolati di riforma prodotti, al fine di rappresentare urgentemente alle future forze politiche di governo la piattaforma riformatrice condivisa dagli Avvocati italiani. b per concludere Riuscirà la legislatura a partorire il progetto? Sinora tutti speravano, oggi in molti temiamo. Sarà il ministro competente e di riferimento a presentare un progetto ed avrà la forza di portarlo avanti o vi saranno altri progetti di forze economiche di parte che si interesseranno del cittadino consumatore illudendolo di risparmi economici virtuali senza interessarsi delle perdite sociali effettive? La sfida è lì ferma. Noi dobbiamo essere della partita non con urla o strepiti comunque tardivi ma con propositi e forza di convincimento. Vogliamo ragionare, spiegare, essere ascoltati e chi spera che il tempo riesca a farci desistere dalle nostre convinzioni sbaglia essendo convinti e documentati come le difese che svolgiamo non sono solo per il cittadino avvocato, il cittadino professionista ma anche e soprattutto per il cittadino consumatore. Non vogliamo fratture esiste solo il diritto del cittadino contro il potere dello Stato o di chi ha il potere dello Stato e decide di sentire un cittadino si ed uno no. Allora si che urleremo ancora più forte sulle violazioni dei principi a difesa del cittadino. Di tutti i cittadini.