Confidenze ""scabrose"" al giornalista: corretto sospendere il poliziotto

Un agente che aveva denunciato di aver subito molestie sessuali da un'ispettricefece finire la vicenda non ancora accertata sui giornali. I giudici amministrativi confermano la legittimità della sospensione disciplinare

Sospensione disciplinare per sei mesi. È questo il provvedimento con il quale il Capo della polizia aveva sanzionato un agente scelto che aveva riferito ad un giornalista di vicende svoltesi all'interno del suo Ufficio di appartenenza . Le confidenze, di natura per così dire scabrosa, avevano sortito l'effetto - del tutto ovvio - di far apparire sulla stampa alcuni articoli relativi alle vicende riferite. All'epoca - e mentre pendeva un relativo procedimento - l'agente aveva raccontato di essere stato oggetto di molestie sessuali da parte di una superiore gerarchica per l'esattezza un'ispettrice, nei confronti della quale anche altri agenti avevano mosso simili accuse e che, a causa dei suoi rifiuti, la donna aveva tenuto nei suoi confronti atteggiamenti di tipo vessatorio. Contro il provvedimento disciplinare l'agente aveva proposto ricorso, ora giunto a conclusione. La sezione prima ter del Tar Lazio con la sentenza qui leggibile come documento correlato ha ritenuto il ricorso infondato e, quindi, meritevole di rigetto. Le doglianze del ricorrente - che deduceva nell'atto impugnato eccesso di potere sotto diversi profili - sono state ritenute improponibili. In primo luogo i giudici hanno ricordato come debba valere la più ampia discrezionalità dell'Amministrazione nella valutazione di fatti suscettibili di dar luogo a responsabilità disciplinari dei dipendenti di polizia, ferma restando una sindacabilità in sede di giurisdizione generale di legittimità esclusivamente sotto il profilo del travisamento dei fatti, dell'errore sui presupposti e della manifesta illogicità. Tutte fattispecie estranee all'atto controverso. Il ricorrente, annotano inoltre i giudici romani, non ha fornito la benchè minima prova dell'asserito sviamento di potere . Mentre non sussistono dubbi che non vi fosse alcuna giustificazione al comportamento tenuto dall'agente, che aveva diffuso notizie su circostanze ancora al vaglio degli inquirenti e quindi coperte dal segreto istruttorio ed è evidente che alla luce di tale circostanza l'organo decidente ha inflitto una sanzione meno grave rispetto a quella che si poteva ipotizzare. m.c.m.

Tar Lazio - Sezione prima ter - sentenza 9 febbraio18 aprile 2006, n. 2762 Presidente Tosti - Relatore De Bernardi Ricorrente Silvestro Fatto e diritto Deducendo eccesso di potere sotto svariati profili e violazione del genericamente indicato Dpr 737/81, l'agente scelto Giuseppe Silvestro ha impugnato - con contestuale richiesta di tutela cautelare non concessa, per la riconosciuta insussistenza dei prescritti presupposti, nella competente sede camerale - il provvedimento n. 333-D/80668 dell'8 novembre 1999, con cui il Capo della Polizia lo ha sospeso disciplinarmente dal servizio per la durata di sei mesi. All'esito della discussione svoltasi nella pubblica udienza del 9 febbraio 2006, il Collegio - trattenuto il relativo ricorso in decisione - ne constata la sostanziale infondatezza. A confutazione delle tesi attoree, occorre innanzitutto premettere - che l'interessato stesso riconosce espressamente di aver riferito ad un giornalista di vicende svoltesi all'interno del suo Ufficio di appartenenza - che tali vicende, riguardanti una situazione dai risvolti a dir poco scabrosi, avevano originato la presentazione di un esposto all'Ago informata delle inopportune attenzioni sessuali di cui il ricorrente sarebbe stato fatto oggetto da parte di un suo superiore gerarchico di sesso femminile. Che, a seguito dei rifiuti oppostigli, avrebbe - per di più - tenuto nei suoi confronti un atteggiamento di tipo vessatorio . Ora si può senz'altro convenire sul fatto - che la propalazione di simili notizie - che si trovavano ancora al vaglio delle Autorità inquirenti ed erano, quindi, coperte dal segreto istruttorio - non era giustificata da alcuna valida ragione - che, per effetto di essa, l'immagine dell'Amministrazione della Ps è uscita - agli occhi dell'opinione pubblica - gravemente offuscata. Ciò posto si osserva - che i fatti suscettibili di dar luogo a responsabilità disciplinari dei dipendenti di polizia non sono, né potrebbero esser, specificamente indicati da norme di legge o di regolamento comprensive, inevitabilmente, di diverse ipotesi - che è pertanto l'Amministrazione procedente, in sede di adozione dei relativi provvedimenti, a dover stabilire il rapporto intercorrente tra l'infrazione ed il fatto che assume appunto rilievo disciplinare - che, in tale operazione valutativa sindacabile, in sede di giurisdizione generale di legittimità, solo sotto il profilo del travisamento dei fatti, dell'errore sui presupposti e della manifesta illogicità , all'Amministrazione stessa cfr., ex multis , CdS, Sezione sesta, 67/1998 Cga 189/97 non può che esser riconosciuta la più ampia discrezionalità. Si osserva, altresì - che il Silvestro non ha fornito la benché minima prova dell'asserito sviamento di potere e, premesso che la presunta molestatrice non sembra aver avuto alcun ruolo nell'avvio - o nello svolgimento - del processo de quo , non si comprende davvero quale interesse - diverso da quello protetto dalla norma attributiva del potere concretamente esercitato - la p.a. avrebbe voluto raggiungere mediante l'adozione di un provvedimento del genere considerato - che il fatto storico oggetto di contestazione è comunque lo stesso per il quale il soggetto in questione è poi stato sanzionato. Non è chi non veda a quest'ultimo proposito, come l'organo decidente alla luce di quanto emerso nel corso dell'istruttoria e valutate le difese dell'inquisito abbia semplicemente derubricato le accuse mosse al Silvestro in modo da poter addivenire, a seguito della sussunzione di tale fatto nell'ambito di una diversa previsione normativa, all'inflizione di una sanzione meno grave rispetto a quella originariamente ipotizzata. Per le suesposte assorbenti considerazioni, il ricorso in esame deve ritenersi - appunto - infondato e, per ciò stesso, meritevole di reiezione. Si ravvisano, peraltro, giustificati motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio. PQM Il Tar Lazio rigetta il ricorso indicato in epigrafe, compensa tra le parti le spese del giudizio.