Gli accertamenti basati su parametri sono illegittimi, nel Dpcm manca il parere del Consiglio di Stato

di Benito Fuoco

di Benito Fuoco Gli accertamenti basati sui parametri sono nulli perché illegittimi. Con queste conclusioni, la sezione 4 della Commissione tributaria regionale del Lazio, nella sentenza 36/2006 depositata il 31 luglio e qui leggibile tra gli allegati, ribaltando completamente la decisione dei giudici provinciali che avevano invece ritenuto che le motivazioni eccepite dal ricorrente fossero generiche e senza la produzione di prove concrete, ha definitivamente accolto il ricorso. IL FATTO Il contribuente aveva impugnato l'accertamento ricevuto dall'Agenzia delle entrate di Roma 6, con cui il Fisco intendeva rettificare i redditi Iva, Irpef ed Irap dichiarati dal contribuente nell'anno 1998. L'Ufficio aveva basato la rettifica sulla determinazione presuntiva dei redditi applicando i parametri, mentre, obiettava il contribuente, in mancanza di altre prove gravi, precise e concordanti, l'utilizzo dei parametri era illegittimo il contribuente aveva inoltre eccepito la nullità dell'accertamento perché basato su l'utilizzo di uno strumento privo dei requisiti di legge. LA SENTENZA La Commissione regionale, nelle motivazioni della sentenza, ha osservato come sia il Dpcm 29 gennaio 1996 istitutivo dei parametri, sia il Dpcm 27 marzo 1997 che lo ha modificato, siano stati emanati in assenza del preventivo parere del Consiglio di Stato, comportando in tal modo una illegittimità sostanziale dei provvedimenti così emanati il citato parere non acquisito, è stato previsto dall'articolo 17 della Legge 400/88, ed è necessario per tutti gli atti di natura regolamentare. La sentenza dei giudici regionali capitolini, si pone autorevolmente tra le Commissioni di merito che sino ad oggi hanno ritenuto di disapplicare la procedura di accertamento che utilizza tali parametri prestabiliti la disposizione che consente ai giudici tributari di disapplicare il regolamento, è contenuta nell'articolo 7 comma 5 del D.Lgs 546/92. La giurisprudenza di merito in molte occasioni si è espressa per la non applicazione dei parametri tra cui, gia in precedenza la stessa sezione quarta della Ctr del Lazio nella sentenza 11/20006 depositata l'8 marzo inoltre, la stessa Commissione tributaria regionale del Lazio sezione 18 sentenza 9/2006 la Commissione tributaria regionale della Puglia sentenza 42/2005 la Commissione tributaria regionale della Toscana sezione 9 sentenza 78/2005 la Commissione tributaria regionale della Lombardia sentenza 10/2005. ULTERIORI OSSERVAZIONI Una menzione particolare circa la ipotizzata irregolarità del regolamento privo del parere del Consiglio di Stato la ritroviamo anche nella giurisprudenza della Suprema Corte di cassazione civile 1972/00 i regolamenti sono espressione di potestà normativa attribuita alla amministrazione secondaria rispetto alla potestà legislativa e, disciplinano in astratto tipi di rapporti giuridici mediante una regolazione attuativa ed integrativa della legge . Questo principio espresso dalla Suprema corte in cui la stessa Corte riferisce anche ad una sentenza resa a Sezioni unite, 10124/94 dimostra inequivocabilmente che i regolamenti ministeriali, per essere ritenuti legittimi, necessitano del parere del Consiglio di Stato esigendo, nel contempo, la preventiva comunicazione al Presidente del Consiglio dei ministri. Per risolvere il contrasto giurisdizionale esistente tra le varie Commissioni tributarie di merito, sarebbe utile l'intervento della Cassazione, che quale garante dell'ordinamento giurisdizionale, potrebbe assicurare una necessaria uniformità di giudizio.

Commissione tributaria regionale di Roma - Sezione quarta - sentenza 19 gennaio-31 luglio 2006, n. 36 Presidente Fancelli - Relatore Belloni Ricorrente D'Orazi Con avviso di accertamento Rch7000076, anno d'imposta 1998, l'Ufficio delle entrate di Roma 6 richiedeva al signor D'Orazio Paolo il pagamento di lire 7.055.000 ai fini Irpep, Ssn e Contributo sanitario per l'Europa anno 1998 oltre agli interessi e sanzioni dovuti poiché i ricavi ed i compensi dichiarati risultavano inferiori a quelli determinati sulla base dei parametri previsti dal Dpcm 29 gennaio 1996. Il contribuente con ricorso presentato il 3 dicembre 2001 alla Ctp di Roma, eccepiva la nullità dell'avviso di accertamento in quanto basato esclusivamente sulla determinazione presuntiva dei redditi con l'applicazione dei parametri previsti dal Dpcm del 29 gennaio 1996 senza alcun riscontro concreto con la realtà. L'operato dell'Ufficio va disatteso, prosegue il contribuente, in quanto lo stesso non aveva dato alcuna prova concreta della pretesa fiscale. La Ctp ha respinto il ricorso perché le eccezioni sollevate dal contribuente sono state generiche e vaghe senza produzione alcuna di prove concrete a sostegno del proprio assunto. La sentenza viene appellata dal contribuente che la ritiene non sufficientemente motivata. Nel merito, precisa che, l'ufficio finanziario, nell'applicare i coefficienti o degli altri elementi, deve valutarne la loro adattabilità e congruità con riferimento alla specifica situazione esaminata, posto che il risultato del procedimento induttivo è pur sempre una presunzione, che deve avere tutti i requisiti di gravità, precisione e concordanza che le conferiscono la forza di prova cosicché, deve ritenersi illegittimo il procedimento induttivo della descritta specie che manchi di precisione, concordanza e gravità . Questa commissiOne ritiene l'appello del contribuente meritevole di accoglimento. Ai fini dell'accertamento basato sui parametri per la determinazione dei ricavi, compensi e volume di affari, il Dpcm 29 gennaio 1996 al pari del Dpcm 27 marzo 1997, che lo ha modificato è stato emanato sulla base dell'articolo 3 commi 184 e 186, della legge 549/95, che ne ha previsto l'approvazione con decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del ministero delle Finanze, ma stante la sua natura di fonte normativa di secondo grado soggiace alla disciplina procedimentale dettata dai commi 3 e 4 della legge 400/88, che fra l'altro ne chiede l'adozione previo parere del Consiglio di Stato pertanto, il Dpcm 29 gennaio 1996 va ritenuto illegittimo perché assunto in palese violazione dell'articolo 17, comma 4, della legge 400/88 non essendo stato mai acquisito il prescritto parere del Consiglio di Stato, per cui lo stesso va disapplicato con conseguente travolgimento dell'avviso di rettifica fondato su di esso. In materia trattata, si reputa giusto compensare le spese di giudizio. PQM La commissione accoglie l'appello e compensa le spese.