Legge Pinto: per calcolare l'eccessiva durata non si può ""vivisezionare"" il processo

Sbaglia la Corte d'appello che per un giudizio durato 13 anni ne riconosce solo 3 ritagliati singoli singoli segmenti. Il caso di un avvocato di Torino arrestato nell'83 e assolto nel '96

Nessuna parcellizzazione del processo, ma esame globale dello stesso per il calcolo della sua eventuale eccessiva durata. Il monito arriva direttamente dalla Cassazione ed è rivolto a tutte le Corti d'appello che, di fronte alla richiesta di equa riparazione presentata dal cittadino che ha dovuto sopportare le lungaggini processuali, per calcolare l'irragionevole durata della controversia circoscrivono lo sguardo al solo arco temporale di un segmento o parte di una fase processuale. Con la sentenza 17838/05 la prima sezione civile di Piazza Cavour ha, infatti, accolto il ricorso di un avvocato milanese che si era visto riconoscere dalla Corte territoriale meneghina l'indennizzo ex legge Pinto solo per aver aspettato tre anni in più rispetto alla ragionevole durata, mentre in realtà il processo aveva oltrepassato i sei. Sulla base di un loro precedente del 2004, i Supremi giudici hanno, infatti, affermato che pur essendo possibile individuare degli standard di durata media ragionevole per ogni fase del processo bisogna, anche sulla scorta della giurisprudenza di Strasburgo, avere riguardo all'intero svolgimento del processo, dovendosi addivenire ad una valutazione sintetica e complessiva di esso, alla maniera in cui si è concretamente articolato per gradi e fasi appunto . In altre parole, si devono sommare globalmente tutte le durate atteso che queste ineriscono all'unico processo da considerare . Per la Cassazione, quindi, la Corte d'appello di Milano ha sbagliato quando, dopo aver verificato che il procedimento a carico del ricorrente, nei vari gradi di giudizio, si era svolto per un tempo complessivo superiore a sei anni in tutto era durato tredici , ha poi limitato il superamento di quel limite a soli tre pensando di ristringere la irragionevole durata della controversia solo ad alcuni ritagli temporali, riguardanti segmenti o parti di fasi processuali, senza compiere il necessario complessivo giudizio relativo all'entità dell'eccedenza di durata rispetto a quella ritenuta congrua . Per questi motivi la causa è rinviata per un nuovo esame ad altra sezione della Corte territoriale resistente.

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 4 luglio-7 settembre 2005, n. 17838 Presidente Morelli - relatore Genovese Pm Ciccolo - parzialmente conforme - ricorrente Guidi - controricorrente ministero della Giustizia Svolgimento del processo 1. L'avvocato Massimo Guidi, arrestato il 22 settembre 1983 e detenuto sino al 7 ottobre 1983, veniva sospeso dall'esercizio della professione dal 28 novembre 1983 al 28 ottobre 1985, dal consiglio dell'ordine degli avvocati di Torino e poi reintegrato, con provvedimento del 27 novembre 1985. Il procedimento penale a suo carico, passato attraverso le fasi dell'istruzione sommaria e formale, dopo il rinvio a giudizio, percorreva tutti e tre i gradi di cognizione e, a seguito di rinvio da parte della Cassazione alla Corte d'Appello di Torino, veniva definito, con l'assoluzione dell'imputato, per mezzo della sentenza depositata il 4 ottobre 1996, divenuta irrevocabile il 9 novembre 1996. 2. Il predetto avvocato Guidi ricorreva avanti alla Corte d'Appello di Milano, che accoglieva in parte la domanda di equa riparazione per la irragionevole durata e stabiliva che, dei cinque anni di intervallo intercorso tra la conclusione dell'istruttoria formale e il decreto di citazione a giudizio, solo tre costituissero durata non ragionevole, ai sensi dell'articolo 2, comma 3, lett. a , della legge 89/2001. La decisione riconosceva l'esistenza di un danno patrimoniale e provvedeva ad indennizzarlo equitativamente nella misura di 15.000 Euro, mentre valutava in euro 5.000 la somma spettategli per il danno morale tenuto conto del turbamento e dei fastidi di natura emotiva derivatigli dall'eccessiva durata del processo . 3. Avverso tale decreto hanno proposto ricorso per cassazione, l'avvocato Guidi, in via principale, e il ministero della Giustizia, in via incidentale ricorsi affidati a due mezzi, il primo, e ad un unico motivo, il secondo. Avverso il primo ricorso, resiste il ministero con controricorso. Motivi della decisione 1.1. Con il primo motivo di ricorso con il quale ai lamenta l'omessa od insufficiente e contraddittoria motivazione l'Avv. Guidi deduce la mancanza di motivazione del provvedimento impugnato in ordine all'apprezzamento di ragionevolezza di una parte del periodo di tempo due anni intercorsi tra la conclusione dell'istruttoria formale ed il decreto di citazione a giudizio e la mancata considerazione del periodo di cinque anni trascorsi tra l'inizio dell'istruttoria e la sua conclusione. 1.2. Con il secondo motivo con il quale si lamenta la violazione e falsa applicazione di norme di diritto lo stesso ricorrente deduce la violazione dell'articolo 2 della legge 89/2001, in relazione all'articolo 6, par.1, della Convenzione per i diritti dell'uomo,atteso che la Corte territoriale non avrebbe computato, nella irragionevole durata del procedimento che l'ha interessato, anche gli ulteriori sette anni, intercorsi nel periodo dal 1982 al 1992, data di conclusione del giudizio. 2. Con l'unico motivo di ricorso incidentale con il quale si lamenta la violazione e falsa applicazione dell'articolo 2 della legge 89/2001 e dell'articolo 2697 Cc nonché l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all'articolo 360, comma 1, nn. 3 e 5 Cpc , il ministero della Giustizia deduce l'erroneità del decreto impugnato per avere indennizzato un danno patrimoniale senza che dì esso fosse stata data la prova in ordine all'an ed al quantum. Un danno di tal tipo andava provato, non presunto la prova avrebbe dovuto consistere nell'incidenza causale del protrarsi del giudizio oltre il ragionevole rispetto alla diminuzione di introiti della propria professione. Inoltre, anche il danno morale avrebbe dovuto formare oggetto di prova, dovendosi escludere valutazioni di tipo presuntivo o indiziarie. 3. I ricorsi, che muovono tutti doglianze nei riguardi della stessa pronuncia, devono essere riuniti e trattati congiuntamente, seguendo l'ordine della loro proposizione. 4. Il ricorso principale, contiene due motivi che possono essere unificati, poiché hanno un solo filo conduttore. Con essi, infatti, si chiede una diversa perimetrazione della ragionevole durata del procedimento penale de quo e si critica sia la motivazione svolta nel provvedimento impugnato, con riferimento a diverse fasi e gradi del giudizio presupposto, sia i principi giuridici che, quella valutazione giudiziale di ragionevolezza dei tempi processuali, devono ispirare . 4.1. La censura coglie nel segno. Questa Corte ha già stabilito cfr. la sentenza 3134/04 che, ai sensi della legge 89/2001, pur essendo possibile individuare degli standard di durata media ragionevole per ogni fase del processo, quando quest'ultimo si sia articolato in vari gradi e fasi, così come accade nell'ipotesi in cui il giudizio si svolga in primo grado, in appello, in cassazione ed eventualmente in sede di rinvio , agli effetti dell'apprezzamento del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, occorre secondo quanto già enunciato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo - avere riguardo all'intero svolgimento del processo medesimo, dovendosi addivenire ad una valutazione sintetica e complessiva del processo, alla maniera in cui si è concretamente articolato per gradi e fasi appunto , così da sommare globalmente tutte le durate, atteso che queste ineriscono all'unico processo da considerare, secondo quanto induce a ritenere il fatto che, a norma dell'articolo 4 della citata legge. 4.2. Alla luce di questo principio, la Corte a quo ha errato quando, avendo constatato che il procedimento a carico del ricorrente, nei vari gradi di giudizio, si è svolto per un tempo complessivo superiore a sei anni precisamente tredici anni , ha poi contraddittoriamente limitato il superamento di quel limite a soli tre pensando, in violazione del principio giuridico da ultimo cennato, di ristringere la irragionevole durata della controversia solo ad alcuni ritagli temporali, riguardanti segmenti o parti di fasi processuali, senza compiere il necessario complessivo giudizio relativo all'entità dell'eccedenza di durata rispetto a quella ritenuta congrua. L'avere il giudice della fase di merito accolto la domanda proposta nei limiti anzidetti, con il ricordato ragionamento, contraddittorio nella motivazione ed erroneo nell'applicazione dei principi giuridici elaborati da questa Corte e da quella di Strasburgo, rende necessario un nuovo esame della controversia e, in particolare, della misura di durata irragionevole del processo svoltosi a carico del ricorrente, per un tempo complessivo di circa tredici anni. Il decreto impugnato, pertanto, va cassato in parte qua, e la causa rinviata alla Corte d'appello di Torino, in altra composizione, perché, alla luce dei principi sopra enunciati, provveda a delimitare il periodo di non ragionevole durata del processo penale svoltosi a carico dell'avv. Guidi, e, conseguentemente a riesaminare la quantificazione dell'indennizzo allo stesso liquidato. 5. Infatti, il ricorso incidentale del ministero, tendente a eliminare le statuizioni di condanna anche nell'an, è infondato e deve essere respinto, sia nella parte in cui si muove censure alla sussistenza del danno morale sia in quella in cui si contesta l'esistenza del danno patrimoniale. 5.1. Con riguardo al primo, infatti, questa corte ha ormai più volte affermato da ultimo con la sentenza 6714/05 che in tema di irragionevole durata del processo civile se, ai sensi della legge 89/2001, il danno non patrimoniale, pur configurandosi come una conseguenza normale della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all'articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, non è né automatico né necessario - sicché devo escludersi la configurabilità di un tale danno in re ipsa ossia di un danno automaticamente e necessariamente insito nell'accertamento della violazione - tuttavia, una volta accertata e determinata l'entità della violazione relativa alla durata ragionevole del processo, il giudice deve ritenere tale danno esistente, sempre che l'altra parte non dimostri che sussistono, nel caso concreto, circostanze particolari, le quali facciano positivamente escludere che tale pregiudizio sia stato subito dal ricorrente. Infatti, la corretta lettura della norma di legge interna, deve essere conforme alla giurisprudenza degli organi della Convenzione europea di Strasburgo, alla stregua della quale il danno non patrimoniale, conseguente alla durata non ragionevole del processo, una volta che sia stata dimostrata la violazione dell'articolo 6 della Convenzione, viene normalmente liquidato senza necessità che la sua sussistenza sia provata, sia pure in via presuntiva. 5.2. Con riguardo al secondo, la Corte territoriale ha, sia pure sinteticamente, motivato in ordine all'esistenza del danno patrimoniale conseguente alla irragionevole durata del processo a carico del ricorrente. 6. In conseguenza dell'accoglimento del ricorso principale, quindi, il giudice del rinvio, una volta stabilito l'eccesso di durata complessiva del procedimento penale de quo, dovrà provvedere ad urla nuova liquidazione sia del danno patrimoniale sia di quello morale, conseguenti alla parte eccedente la durata ragionevole della procedura. A tale proposito, sia pure con riguardo al solo danno non patrimoniale, trova applicazione il principio enunciato da Cassazione, sentenza 8568/05 in base al quale il giudice nazionale deve conformarsi alle liquidazioni effettuate in casi similari dalla Corte CEDU, la quale con decisioni recentemente adottate a carico dell'Italia il 10 novembre 2004 ha individuato nell'importo compreso fra euro 1.000 ed euro 1.500 per anno la base di partenza per la quantificazione di tale indennizzo. La precettività, per il giudice nazionale, di tale indirizzo non concerne tuttavia anche il profilo relativo al moltiplicatore di detta base di calcolo mentre, infatti, per la CEDU l'importo come sopra quantif cato va moltiplicato per ogni anno di durata del procedimento e non per ogni amo di ritardo , per il giudice nazionale è, sul punto, vincolante il terzo comma, lettera a , dell'articolo 2 della legge 89/2001, ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile al periodo eccedente il termine ragionevole. Detta diversità di calcolo, peraltro, non tocca la complessiva attitudine della citata legge 89/2001 ad assicurare l'obiettivo di un serio ristoro per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, e, dunque, non autorizza dubbi sulla compatibilit di tale norma con gli impegni internazionale assunti dalla Repubblica italiana mediante la ratifica della Convenzione europea e con il pieno riconoscimento, anche a livello costituzionale, del canone di cui all'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione medesima articolo 111, comma 2, Costituzione, nel tento fissato dalla legge costituzionale 2/1999 . Ma, anche con riguardo al danno patrimoniale, f erma la determinazione discrezionale del giudice di merito nella liquidazione dell'indennizzo, ai sensi dell'articolo 2056 richiamato dall'articolo 2, comma 3, della legge Pinto 89/2001 , 1223, 1226 e 1227 Cc, la sua entità va commisurata solo con riferimento al periodo dì tempo eccedente il termine ragionevole di durata del processo. 7. Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese di questa fase. PQM Riunisce ì ricorsi, accoglie quello principale, rigetta quello incidentale, cassa il decreto impugnato e rinvia la causa, anche per le spese di questa fase, alla Corte d'Appello dì Torino, in diversa composizione.