Quando le risposte sono nette e inequivocabili

di Luca Saldarelli

di Luca Saldarelli* Non è facile sintetizzare quello che è successo alla Conferenza di Venezia del giugno scorso, organizzata dal Triveneto in vista del Congresso di Roma, convocato per settembre prossimo, sia perché il significato e lo scopo della conferenza non sono stati compresi appieno, sia perché la vasta partecipazione ha reso palese il disagio di gran parte dell'avvocatura, nelle sue componenti istituzionali ed associative, e la voglia di mantenere un polo aggregativo e rappresentativo ormai tradizionalmente conosciuto e praticato da tutti. In effetti, si era chiamati a discutere, in termini di perfetta libertà e senza alcun condizionamento, della attualità del Congresso nazionale forense e dei suoi organi rappresentativi, messa in discussione in varie sedi, istituzionali e non. Però, per comprendere la portata della conferenza di Venezia che, pur senza concludersi con specifiche mozioni o ordini del giorno, ha dato risposte nette e non suscettibili di equivoco, è necessario fare un passo indietro per rintracciare, anche nella memoria collettiva, le ragioni che indussero l'Avvocatura tutta, sia associata che istituzionale, a definire il Congresso nazionale forense quale unica e sola rappresentanza politica generale dell'Avvocatura stessa, dopo un lungo e travagliato percorso, iniziato nella conferenza di Rimini dell' '80 e sintetizzato nel grido corale che concluse quella assemblea un avvocato, un voto . Pochi ricorderanno quale fosse il panorama di quell'epoca una Avvocatura ingessata nelle sue istituzioni, incapace di assumere soggettività politica, pungolata da alcune associazioni che volevano far politica e ne rivendicavano la rappresentanza, almeno parziale, la Fesapi, oggi divenuta Associazione nazionale forense, particolarmente attiva nell'assumere tale iniziativa. Gli appuntamenti assembleari si susseguivano, sempre più frequenti e puntuali si giunse alla seconda conferenza di Rimini, nei primi anni '90, che disegnò una specie di organismo rappresentativo composto da istituzioni e associazioni, finché si arrivò al Congresso di Roma del '93, nel corso del quale venne portato all'attenzione dei delegati in termini di chiarezza il tema della rappresentanza politica dell'avvocatura. Nel frattempo, erano falliti tutti i tentativi di creare una consulta generale delle associazioni forensi, sempre più numerose e variamente presenti ed articolate sul territorio lo scoglio delle rivalità anche personali, degli interessi di bottega, delle poltrone - anche se di potere non ve ne era, tantomeno da spartire - si rivelò insuperabile. Solo sporadicamente e per singoli argomenti, si realizzarono confluenze provvisorie in generale ogni associazione badava sempre di più a crearsi uno spazio ed una visibilità propria. Nacque allora l'idea, dopo l'appuntamento romano, di utilizzare il Congresso, nella sua complessa e tradizionale struttura, considerato da sempre la massima assise dell'Avvocatura italiana, anche se chiamato Congresso nazionale giuridico forense, quale organo rappresentativo dell'avvocatura italiana, in quanto diretta emanazione degli ordini territoriali e composto dai delegati eletti per metà dalle assemblee di ogni ordine e per metà designati dai rispettivi Consigli. In effetti, a ben vedere, già all'epoca era uno strano organo, di derivazione istituzionale ma non istituzionalizzato, di fatto permanente ma rigenerato, siccome fenice, ad ogni congresso, sulle ceneri del precedente. In ogni caso, nel corso degli anni, a cominciare dal congresso di Ancona a metà degli anni '80, l'assise era diventata sempre meno giuridica e sempre più forense, dedicata cioè a trattare gli aspetti propri della professione, nell'ambito più generale della crisi della giustizia, e non più temi giuridici, magari anche interessanti, ma sempre più riservati a conferenze e tavole rotonde tematiche. Non a caso, una delle relazioni del congresso di Roma aveva come titolo Il Pianeta Giustizia . Si giunse, così, subito dopo quel congresso, alla Conferenza straordinaria di Venezia, del 1994, evento che ha assunto nell'immaginario collettivo di categoria i contorni del mito. Cosa successe a Venezia nei giorni dell'appuntamento alla Fondazione Cini dovrebbe essere patrimonio conoscitivo della categoria niente di più e niente di meno della attribuzione della rappresentanza politica dell'avvocatura al Congresso Nazionale Forense, elevato così al rango di parlamentino dell'avvocatura italiana, in quanto eletto dalla base, e cioè nella assemblea di ogni singolo ordine territoriale, e proporzionalmente ad essa. Fu una scelta condivisa da tutti, anche se di fatto necessitata, in quanto all'epoca il Consiglio nazionale forense si trovava in una situazione di sostanziale paralisi, anche istituzionale, incapace comunque, anche se ne avesse avuto i poteri, di svolgere una qualunque iniziativa di carattere politico, costretto nei suoi limiti istituzionali dall'essere organo giurisdizionale e consultivo del ministero, per di più designato con criteri propri e su base distrettuale e, come tale, privo del requisito della effettiva rappresentatività. In quei giorni, l'ipotesi alternativa era quella di dividere proprio il Cnf in due sezioni, quella giurisdizionale e quella politica, riconoscendo a quest'ultima la rappresentanza della categoria il progetto, in se forse condivisibile, si presentò subito inattuabile, in quanto sarebbe stata necessaria una legge ad hoc - e nessuno era disposto a dare una legge agli avvocati per farli diventare anche soggetto politico - e si sarebbe inevitabilmente persa la riserva giurisdizionale speciale. Di più, sarebbe stato anche necessario adottare un sistema elettivo di primo grado, secondo criteri di effettiva democrazia e rappresentatività. Per questo fu giocoforza digerire quella proposta, semplice e rivoluzionaria al tempo stesso, che attribuiva ad un qualcosa di esistente e di efficiente da circa 50 anni, riconosciuto dall'intera categoria, sia a livello istituzionale che associativo, come la massima assise, cioè il Congresso nazionale, i compiti e le funzioni dell'altra metà del Cnf, cioè della sezione politica, la cui inattuabilità parve subito irrimediabile. Da quella decisione assembleare, condivisa, nacque il Congresso nazionale forense, che così perse l'appellativo di Giuridico, rappresentativo dell'Avvocatura italiana, composto dai delegati eletti a suffragio universale, da ogni ordine territoriale,e dai presidenti di ogni singolo ordine, e nacquero gli organi intermedi, per così dire attuativi dei deliberati congressuali, vale a dire l'assemblea e quello che poi verrà chiamato Oua, organismo unitario dell'avvocatura. Certamente le cose avrebbero potuto andare anche meglio se ad esempio si fossero evitate le incompatibilità che di fatto hanno indebolito gli organi esecutivi del Congresso, e se, da parte di alcuni maggiorenti, istituzionali ed associativi, si fosse prestata leale collaborazione al rafforzamento del neonato organismo o se solo ci si fosse astenuti da una costante opera di vero e proprio sabotaggio. Ma nonostante questo, il Congresso è non solo sopravvissuto ma, mano a mano, è divenuto sempre più importante per la categoria, almeno per quella avveduta e responsabile pattuglia di cirenei che da sempre si occupa delle cose della professione e alla quale, alla fin fine, viene da tutti riconosciuto l'impegno. E' sopravvissuto anche l'Oua, nonostante i ripetuti e a volte inconsulti attacchi, basati sulla sola critica di non fare abbastanza, di non essere sufficientemente conosciuto e radicato nella categoria, di non aver ottenuto nulla. Può anche essere che ciò sia vero ci sarebbe, però, da chiedersi che cosa nel frattempo hanno fatto gli organismi antagonisti o alternativi e se hanno ottenuto qualcosa. Non si può attribuire all'incapacità dell'Oua ciò che invece deriva da situazioni oggettive, da scelte politiche generali, dalla evidente e costante ostilità di molte forze e di grandi centri di potere nei confronti di una professione che, seppure mortificata in tutti i suoi aspetti, resta incoercibile e libera, e come tale pericolosa. Ma non è d'uopo parlare dell'Oua, che è e resta una giunta esecutiva, un organo di attuazione delle scelte della categoria nell'ambito congressuale, una struttura comunque modificabile e adattabile alle esigenze mutate, ma indispensabile se solo si voglia dare un reale significato politico alle scelte del Congresso. Il vero argomento è e resta il Congresso quale è e quale dovrebbe diventare nella sua logica ed auspicabile evoluzione, o quale vorrebbero che fosse tutti coloro che mal sopportano un parlamentino democraticamente eletto che, inevitabilmente, ne limita l'individualismo o l'autoreferenzialità, e cioè tornare ad essere una sorta di appuntamento culturale nel quale si parli, anche se a scadenze fisse, di problemi giuridici ed anche, ma non più di tanto e per gentile concessione, di quelli della categoria o del Piante Giustizia, purché non si prenda alcuna decisione, riservata questa magari all'organo istituzionale o alle varie associazioni, più o meno estemporaneamente nate e variamente rappresentative. È un disegno che non considera lo scorrere del tempo e il mutare delle situazioni, che vorrebbe cristallizzare il tutto, riconducendo ogni decisione e iniziativa ad un pur commendevole aeropago, del tutto distaccato dalla tumultuosa realtà della base dell'avvocatura, e come tale ontologicamente incapace di comprenderla e di comprenderne le esigenze. Tra poco gli avvocati italiani saranno duecentomila, quanto un capoluogo di medie dimensioni, e tra qualche anno forse saranno trecentomila una crescita esponenziale, un fenomeno che non interessa solo il nostro paese, anche se gli altri membri della comunità europea, hanno saputo, meglio di noi, governarlo, forse perché le loro condizioni di partenza erano migliori. Quindi un vero e proprio fenomeno sociale che invano lo si combatterebbe e ancor più invano lo si demonizzerebbe. Perché , allora, non affrontare il problema partendo da una corretta analisi socio economica, cercando di individuarne i pregi, le risorse, anche quelle nascoste, e nel contempo attenuarne i difetti più vistosi? Perché non apprestare gli strumenti necessari ad assicurare una accettabile crescita culturale e professionale, e perciò anche economica, soprattutto dei giovani che sempre più difficilmente trovano ruolo e collocazione? Perché non cominciare a responsabilizzare l'intera categoria, coinvolgendola nella complessiva gestione della politica professionale, ascoltandone prima di tutto la voce, i bisogni, le aspettative? La progressiva trasformazione del ceto, e prima di tutto delle modalità di esercizio della stessa professione forense, da considerare sempre più un servizio e sempre meno una attività imprenditoriale, con buona pace degli interessi di una parte, anche cospicua, dell'avvocatura europea, vale a dire quella di common law, e ciò per la qualificata funzione ad essa demandata nel sistema latino, la tutela dei diritti e la difesa dei cittadini, imporrebbe una seria riflessione, ad ampio raggio, ma prima di tutto la individuazione della sede deputata per questa riflessione, che non si concludesse con un approfondito ma anche sterile dibattito ma piuttosto con decisioni, vincolanti ciò implica la immediata apertura a nuovi e più coinvolgenti sistemi di rappresentanza, anche se ciò dovesse avere come prezzo una seria delimitazione degli ambiti e delle competenze degli organi istituzionali. Del resto, la sopravvivenza del sistema ordinistico, ancora di grande attualità anche se in profonda crisi di identità e di efficienza, è affidata esclusivamente alla capacità delle istituzioni forensi di assolvere sempre di più alle funzioni pubbliche loro demandate , tanto da diventare, ammesso che già non lo fossero, organi solo pubblici , per nulla inquinati da comportamenti o da atteggiamenti di difesa corporativa o anche solo di rivendicazione politica. Ma allora, è lecito chiederselo, perché ogni volta si deve scoprire l'acqua calda? il ceto forense, seppure dopo un percorso faticoso, è riuscito a dotarsi di un sistema equilibrato di governo della categoria e di rappresentanza politica, attingendo dalla stessa base, ma qualificandone diversamente i compiti e le funzioni. Certo, ci sono voluti molti appuntamenti, alcuni più produttivi di altri, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti il famoso preambolo , nel quale tutte le componenti dell'avvocatura si sono riconosciute da Venezia in poi, e che è la premessa, anzi la solenne promessa, allo statuto del congresso, è non solo attuale ma anticipatorio, in quanto abilitato nella sua formulazione a governare il cambiamento, ad affrontare una stagione difficile, speriamo comunque di riforme, per l'intera avvocatura e per tutto il Pianeta Giustizia. C'è solo da chiedersi se tutti coloro che ne parlano hanno effettivamente letto quel preambolo la risposta, purtroppo, è ovvia, essendo ormai inveterata abitudine di una categoria, a volte arrogante,anche nei suoi vertici, parlare di cose poco conosciute. Ma allora bisogna farlo conoscere, assieme al grande patrimonio di idealità che ha marcato il percorso da Venezia in poi, contrassegnando i momenti assembleari più significativi. Una cosa è certa i cambiamenti sono bene accetti, anzi sono necessari, purché migliorativi, ma dal Congresso, inteso non già come l'occasionale o periodico convegno di alcuni avvocati di buona volontà, ma piuttosto e solo quale unica rappresentanza politica generale dell'avvocatura, in quanto espressione degli ordini territoriali, e quindi delle stesse istituzioni forensi, democraticamente elette secondo criteri proporzionali, non si torna indietro. * Componente del Consiglio nazionale forense