Si paga l'Iva sull'uso del bene pubblico soggetto a concessione?

No secondo la commissione tributaria ma il ricorso delle Finanze finisce alla Corte di Giustizia

di Francesco Antonio Genovese * La corte di cassazione, con l'ordinanza correlata, ha chiesto alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee se costituisca una ipotesi di locazione di beni immobili, esente da IVA, secondo la previsione dell'art. 13, parte B, lett. B , della sesta direttiva 77/338/CEE, il conferimento ad un soggetto, attraverso l'emanazione di un atto amministrativo, come avviene nella concessione di beni demaniali, disciplinata dal diritto nazionale, anziché con un contratto, del diritto di usare, in modo anche esclusivo, un bene pubblico, senza prestazione di servizi, di carattere prevalente su quello di consentire l'uso del bene, per un periodo determinato e dietro corrispettivo d'importo assai inferiore al valore del bene, conferimento posto in essere su domanda dell'interessato, da un ente pubblico che esercita una impresa nella specie, un Consorzio Autonomo di un Porto nazionale . Con il ricorso dell'Amministrazione finanziaria era stata posta sul tappeto una questione riguardante la legittimità della sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva respinto l'appello del locale Ufficio Iva, in ordine ad una sentenza di primo grado della Commissione Provinciale con cui era stato esclusa l'assoggettabilità all'imposta sul valore aggiunto dei provvedimenti di concessione del demanio marittimo da parte del Consorzio in favore di privati. La questione presuppone un chiarimento di ordine fattuale, concettuale e normativo Sotto il primo profilo fattuale la pronuncia precisa che a il Consorzio esercitava, pacificamente, l'attività d'impresa b lo stesso ente, era titolare della potestà pubblica di dare in concessione il demanio marittimo portuale, ai privati richiedenti c nella specie la controversia riguardava la assoggettabilità ad Iva della concessione del suolo demaniale in favore di alcuni privati. Sotto il profilo concettuale, l'ordinanza ha cura di distinguere la concessione di bene demaniale dalla locazione, affermando che a ai sensi dell'art. 36 e ss cod. navigazione, il diritto del concessionario consiste nell'uso anche non esclusivo del bene dietro un corrispettivo, di norma assai inferiore al suo valore e per una durata stabilita b l'ente concedente non è tenuto ad alcuna prestazione di servizi, che abbia carattere preminente rispetto a quello di consentire l'utilizzo del bene c il diritto a favore del concessionario avrebbe un contenuto simile a quello del conduttore, anche se di minore rilevanza economica d il valore aggiunto generato dall'atto di concessione avrebbe limitato contenuto. Sotto il terzo profilo quello normativo la pronuncia chiarisce che, per il principio dell'alternatività tra l'Iva e l'imposta di registro, stabilito nell'art. 40 del TU sull'imposta di registro n. 131 del 1986 , se si applica l'Iva l'altra imposta si riduce alla tassa fissa se non si applica l'Iva, quella di registro andrebbe applicata in via proporzionale. A questo riguardo, il quadro normativo si caratterizzerebbe per la presenza di queste due fonti normative 1 l'art. 10, n. 8 d.P.R. n. 633 del 1972 la legge IVA , che prevede a seguito delle modificazioni introdotte dall'art. 35-bis DL n. 69 del 1989, conv. nella L. n. 154 del 1989 l'esenzione dalla cifra sugli affari per le locazioni non finanziarie, ma non contempla tra i casi di esenzione la concessione 2 l'art. 5, prima parte, n. 2, Tariffa allegata al TU sull'imposta di registro, di cui al d.P.R. n. 131 del 1986, che assoggetta all'imposta proporzionale del 2% le concessioni su beni demaniali, distinguendole da locazioni e affitti di immobili. Avanti alla Corte di cassazione, perciò, si era posta l'alternativa tra l'applicabilità dell'Iva e l'imposta proporzionale di registro. Essa non è stata risolta perché la Cassazione ha voluto interrogare la Corte del Lussemburgo sulla esatta portata della sesta direttiva CEE sulla cifra di affari, trovando nelle pronunce del Giudice comunitario la mancanza di una soluzione chiara ed univoca. In realtà la Cassazione, volendo, avrebbe potuto dar subito corso al principio applicativo dell'Iva se solo avesse voluto seguire i suoi stessi precedenti, come quello n. 10097 del 2001. Secondo tale ultimo arresto, infatti, innanzitutto, sul piano soggettivo, il Consorzio autonomo del porto di Genova , in relazione allo svolgimento prevalente di attribuzioni di carattere imprenditoriale, comprese quelle di gestione della stazione marittima e portuale è un ente pubblico economico. Esso, secondo la disciplina del R.D. 16 gennaio 1936, numero , e successive modificazioni, opererebbe, rispetto alla gestione dei beni del demanio di cui si rende consegnatario, non in nome e per conto dello Stato che rimarrebbe titolare della proprietà , ma in proprio, in quanto amministra tali beni con autonome valutazioni e decisioni, individuando i soggetti ai quali sia opportuno trasmetterne il godimento, fissando i compensi, riscuotendoli ed impiegandoli in finalità istituzionali. Ne deriverebbe che i rapporti tra il Consorzio e gli utilizzatori del demanio portuale, pur non toccando l'appartenenza dei beni stessi allo Stato, non sarebbero riconducibili nello schema della concessione pubblicistica di diritto di uso esclusivo su immobili demaniali, perché si collegherebbe ad atti di pertinenza soltanto del Consorzio, in veste di consegnatario e gestore, e che esprimerebbero un momento tipico delle sue incombenze imprenditoriali. Tanto premesso sul piano soggettivo e in qualche modo in tal senso convergeva anche la sentenza n. 4857 del 1998, secondo cui un ente pubblico -nella specie il Consorzio Autonomo del Porto di Napoli - concessionario di beni demaniali non è tenuto al pagamento dell'ILOR sul reddito dei fabbricati avuti in concessione, atteso che il presupposto della tassazione di tale reddito è costituito, ai sensi dell'art. 32, primo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973 n. 597, dal possesso a titolo di proprietà, usufrutto o altro diritto reale, di costruzioni o porzioni di costruzioni stabili, di qualsiasi specie e destinazione esistenti sul suolo o nel sottosuolo o assicurate stabilmente alla terra, suscettibili di reddito autonomo, ed in tale tassativa elencazione non è consentito inserire il concessionario di beni demaniali, che può essere semmai assimilato all'inquilino o a colui che goda di un comodato la soluzione applicativa dell'Iva non sarebbe altro che una conseguenza necessaria. Secondo il citato precedente, infatti, gli artt. 3 secondo comma e 4 secondo comma n. 2 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, assoggettano all'IVA le prestazioni di servizi dietro corrispettivo effettuate nell'esercizio dell'impresa, in esse includendo le concessioni di beni in locazione, affitto, noleggio e simili, anche se poste in essere da enti pubblici nell'esercizio esclusivo o principale d'attività commerciale. I rapporti che si costituiscono fra il Consorzio autonomo del porto di Genova ora Autorità del porto di Genova e gli operatori portuali, e che hanno ad oggetto la cessione dall'uno agli altri, dietro pagamento di un canone, del diritto di utilizzazione dei beni del demanio marittimo di cui il Consorzio medesimo è consegnatario ai sensi dell'art. 3 secondo comma della legge 20 dicembre 1967 n. 1251, ricadono nelle citate disposizioni del decreto istitutivo dell'IVA, essendo il passaggio del godimento dell'area, dell'edificio o dell'impianto portuale atto inerente all'esercizio d'impresa, equiparabile alla locazione, come tale soggetto all'IVA correlata all'entità del corrispettivo . Ma v'è di più, secondo la Cassazione del 2001, quella soluzione non si porrebbe in conflitto con le regole dell'ordinamento comunitario, tenendosi conto che l'art. 4 della Direttiva del Consiglio della Comunità n. 388 del 1977 sottrarrebbe all'applicazione dell'IVA solo le operazioni effettuate da soggetti pubblici nell'esercizio di funzioni di tipo autoritativo, non imprenditoriale, e troverebbe poi indiretta conferma nell'art. 1 del D.Lgs. 28 febbraio 1992, n. 263, il quale istituendo dal 1 gennaio 1993, a carico del concessionario di bene demaniale, un'imposta del cinque per cento sull'ammontare dei canoni annuali, si riferirebbe ai canoni dovuti allo Stato, alle aziende autonome statali, alle regioni, alle province ed ai Comuni, e, quindi lascerebbe fuori dal proprio ambito di applicazione i rapporti con enti pubblici economici implicanti prestazioni di servizi a titolo oneroso sia pure inerenti a beni demaniali . Non molto diversa era stata anche la soluzione data dalla stessa cassazione nella sentenza n. 6281 del 1992, secondo cui l'atto di concessione di beni del demanio marittimo, stipulato dall'Ente autonomo del porto di Trieste nell'ambito delle attribuzioni e dei poteri ad esso conferiti dalla legge istitutiva 9 luglio 1967 n. 589 e dal d. P.R. 2 ottobre n. 714, è soggetto all'imposta sul valore aggiunto, in quanto atto compiuto nell'esercizio dell'impresa gestita dall'ente pubblico economico e inteso all'impiego produttivo di un bene di cui l'ente ha la disponibilità e l'amministrazione ad esso si applica, pertanto, l'imposta di registro in misura fissa, a norma dell'art. 38 del d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 634. Ci si pone allora il quesito sul significato di tale pregiudiziale comunitaria. E' chiaro che la Corte è giunta a dubitare della coerenza di tale giurisprudenza con l'ordinamento comunitario, visto che - se solo avesse voluto - avrebbe potuto seguire la linea già tracciata dai suoi stessi precedenti. Tuttavia le tracce del dubbio di coerenza, che la stessa ordinanza ha cura di richiamare, non sono tali da lasciar prevedere una risposta diversa da parte della Corte di Giustizia. Sarebbe ben strano che la materia delle concessioni demaniali, che pure incidono sulla concorrenza degli operatori nazionali e comunitari, nel settore - si capisce - dei traffici mercantili e marittimi, dei servizi ad essi connessi e collegati, sfuggisse alle previsioni della cifra d'affari. Una recente sentenza del Consiglio di Stato che non risulta essere stata presa in considerazione dalla Corte , la n. 1868 del 2004, ha stabilito, sulla premessa che i porti appartengono al demanio necessario dello Stato art. 822, comma 1, del c.c. , che sono illegittimi i provvedimenti con i quali si impedisce ad un'impresa l'ingresso nel mercato del traghettamento dei mezzi gommati ed il suo accesso all'uso di una infrastruttura essenziale pubblica, qual'è un porto, con violazione della normativa - l. 10 ottobre 1990, n. 287 Norme per la tutela della concorrenza e del mercato , art. 2 del d.P.R. 8 luglio 1998, n. 277 Regolamento recante norme di attuazione della direttiva 91/440/CEE relativa allo sviluppo delle ferrovie comunitarie , secondo cui il gestore dell'infrastruttura deve consentire l'uso della stessa a coloro che ne fanno richiesta, e art. 41 della cost. - e dei principi, anche comunitari, in tema di tutela della concorrenza, di libertà del diritto di impresa e di libera prestazione dei servizi all'interno della Comunità. Se, dunque, il bene primario della concorrenza emerge anche dalle attività che presuppongono le concessioni di beni demaniali marittimi non si comprende perché l'alternativa tra Iva e Registro non debba risolversi a favore della prima, che è propriamente la cifra sugli affari e che è funzionale alla tassazione dei passaggi della ricchezza creata dal valore aggiunto. * Magistrato

Corte di Cassazione - sezione tributaria - ordinanza 13 gennaio-29 marzo 2006, n. 7291 Presidente Favara - estensore Altieri Ministero della Finanze contro Co.Ge.P. Srl