Il ministro della Giustizia per la Grazia si rimette alla clemenza della Corte

Il Guardasigilli non si costituisce nel giudizio per il conflitto di attribuzione sollevato dalla Presidenza della Repubblica

La Corte decida liberamente nella sua saggezza. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli non si costituisce in giudizio nel conflitto di attribuzione sollevato davanti alla Corte costituzionale dal presidente della Repubblica sul potere di concessione della grazia. La notizia è arrivata con una nota del ministero con la quale il Guardasigilli sostiene di aver sempre inteso l'iniziativa del Presidente della Repubblica di sollevare conflitto tra poteri dello Stato non come uno scontro tra istituzioni, bensì come la volontà di chiarire una volta per tutte la questione sul potere della grazia. Costituirsi in giudizio - ha affermato Castelli - avrebbe significato che, da parte mia, vi sarebbe la volontà di difendere il potere di veto del Guardasigilli, dando un'interpretazione restrittiva dell'articolo 89 della Costituzione. Ciò non è. Io desidero semplicemente che sia chiaro, una volta per tutte, se prevale l'articolo 87, che concede il potere di Grazia al presidente della Repubblica, oppure no . Una decisione che sarebbe stata presa in accordo con il Presidente del Consiglio e che risolve anche il problema del ruolo svolto dall'Avvocatura dello Stato. Nel caso in cui la grazia non dovesse essere considerata dalla Corte costituzionale un potere duale ma solo nella mani del Capo dello Stato - ha aggiunto il ministro della Giustizia - la firma del ministro diverrebbe un atto puramente formale che lo libererebbe da quella responsabilità dell'atto richiamata dall'articolo 89 . Castelli ha poi ricordato come la Lega presentò a suo tempo un emendamento al disegno di legge di Riforma costituzionale che risolveva il problema attribuendo al solo presidente il potere di grazia. Esso - ha fatto notare Castelli - è stato bocciato incomprensibilmente, dagli stessi che oggi vorrebbero costringermi a firmare . Ma un'altra ragione che avrebbe condotto il Guardasigilli a non costituirsi in giudizio il termine ultimo scadeva ieri è che Castelli non avrebbe mai interpretato l'iniziativa del Capo dello Stato come uno scontro tra istituzioni . La decisione di ieri, quindi, ha spiegato ancora Castelli, va proprio nel senso di sgombrare il campo da questo dubbio e anche da parte del Governo non vi è alcuna volontà di scontro o di far prevalere questa o quella tesi. Definisca la Corte, nella sua saggezza, l'esatta interpretazione della Costituzione. Spero - ha concluso Castelli - che anche tutti i costituzionalisti dell'ultima ora, che nei mesi passati ci hanno deliziato con i loro proclami, la smettano di propinarci le loro verità rivelate e accettino il verdetto della Corte . Il ministro ha tenuto a precisare che la rinuncia è stato un atto di grande cortesia istituzionale e di rispetto verso il Quirinale . Lo scontro era stato sollevato da Ciampi per la grazia ad Ovidio Bompressi, condannato per l'omicidio dell'ispettore Calabresi e pertanto legata a doppio filo con quella di Adriano Sofri, condannato per lo stesso delitto ai quali il ministro della Giustizia ha sempre negato la misura di clemenza. Sofri che attualmente è ancora ricoverato in serie condizioni all'ospedale di Pisa dopo il delicato intervento allo stomaco, ha ottenuto sei mesi di sospensione della pena proprio per ragioni di salute. E proprio dopo la grave malattia dell'ex leader di Lotta continua, si era riaperta la questione della grazia che, dopo alcuni giorni di indugi, il Guardasigilli continuava a negare per coerenza con i propri principi. Una decisione, quella di Castelli, che ha incontrato addirittura il dissenso di Umberto Bossi, leader della Lega, partito del ministro. Ora la decisione di Castelli, potrebbe facilitare il lavoro della Consulta che potrebbe arrivare a sentenza anche prima della fine della legislatura e prima dei sei mesi di sospensione decisa dal Gip di Pisa. A quel punto, se la Consulta dovesse decidere per la grazia a Sofri e Bompressi, la misura non dovrà essere controfirmata dal ministro della Giustizia e Castelli continuerebbe ad essere coerente con quanto da sempre affermato. In caso contrario, se fosse necessaria la controfirma del ministro, la scelta tornerebbe nella penna del ministro. p.a.