Il Grande fratello ci ascolta: no agli abusi. Salviamo i principi del giusto processo. A Roma una tavola rotonda

di Roberto Martinelli

di Roberto Martinelli* Il faccia a faccia è fissato per martedì 4 luglio. Ministro e giornalisti, magistrati e avvocati, e Garante della privacy in veste di arbitro-censore, siederanno tutti attorno a un tavolo. A discutere di uso e abuso di intercettazioni telefoniche, rispetto delle regole, tutela della persona e libertà di espressione. Temi antichi, dibattuti più volte, ma sempre di attualità ogni volta che una inchiesta giudiziaria riporta alla ribalta il conflitto di interessi che regna sovrano tra operatori del diritto e addetti all'informazione. Dopo Bancopoli e Calciopoli le vicende di Casa Savoia e dintorni hanno gettato altra benzina sul fuoco delle polemiche. Ed è sorto il dubbio che nelle tre inchieste giudiziarie la discovery delle carte processuali da parte dei media sia stata abilmente pilotata da registi occulti che avevano interesse a divulgare i contenuti di centinaia e centinaia di conversazioni private, alcune compromettenti, altre piccanti, altre ancora destinate a gettare schizzi di fango e a far rumore nel mondo della politica. I verbali, o meglio i brogliacci delle ultime telefonate, hanno fatto il giro di giornali e telegiornali e anche la stampa estera si è interessata a loro forse perché riguardavano l'anziano rampollo dell'ex casa regnante del nostro Paese. Pagine e pagine di quotidiani hanno fornito all'opinione pubblica lo spaccato di un teatrino squallido e desolante animato da attori assai poco credibili e coinvolti in presunti episodi di corruzione per istallare macchinette mangiasoldi e strani volteggi di shampiste e prostitute. Ma tutti, chi più e chi meno, hanno potuto constatare che i verbali contengono solo in minima parte elementi sui quali è possibile formulare ipotesi di reato. Come nel caso di Bancopoli, i verbali del caso Savoia sono stati ricavati dai provvedimenti di custodia cautelare, eccessivamente voluminosi, nei quali i magistrati hanno trascritto i contenuti delle intercettazioni, elevandoli, come fosse oro colato, a vere e proprie prove di colpevolezza degli indagati. Tutto il contorno si è trasformato in maleodoranti spruzzi di veleno che ha coinvolto persone assolutamente estranee al procedimento penale e che, tuttavia, i media hanno fatto a gara a coinvolgere nel gossip-gate. Preso atto di ciò, politica e giornalismo si sono impegnati a cercare insieme una soluzione. Il Guardasigilli ha tentato la via di un decreto legge per dettare in tutta fretta nuove regole, ma alla fine ha dovuto fare macchina indietro. E ha messo in cantiere un disegno di legge che, in tema di intercettazioni telefoniche, dovrebbe evitare gli abusi che vengono commessi nell'uso dello strumento di indagine più invasivo della vita privata e della libertà del cittadino. La proposta andrà ad affiancare le altre che da tempo aspettano di essere esaminate. È auspicabile però che nel rivedere la materia il legislatore, senza limitare i poteri della pubblica accusa, faccia in modo che l'ascolto non solo telefonico di conversazioni private non venga considerato un mezzo di prova nel senso letterale del termine ma costituisca lo spunto per approfondire l'indagine nella ricerca della verità. Il ruolo dei professionisti dell'informazione. I giornalisti hanno annunciato di voler promuovere un vero e proprio codice di comportamento e il presidente dell'Ordine Lorenzo Del Boca ne parlerà con tutti gli addetti ai lavori per stabilire le diverse competenze sugli organismi che dovranno garantirne l'applicazione. Ma il Garante della privacy, Francesco Pizzetti, ha bruciato tutti sul tempo e in forza delle norme già esistenti ha deciso di avvalersi dei poteri che la legge gli riconosce e ha invitato editori e giornalisti a conformarsi al codice deontologico dei dati personali. Il che vuol dire che si possono pubblicare solo notizie non coperte dal segreto investigativo, essenziali per garantire il diritto all'informazione, nel rispetto della dignità della persona, della sua sfera sessuale e tali da non coinvolgere congiunti o altri soggetti non interessati ai fatti oggetto di indagine. Come dire che se il magistrato non ritiene di eliminare dalla trascrizione dei verbali questi dati, dovrà farlo il giornalista. Il Garante ha anche sollecitato il Consiglio superiore della magistratura a controllare l'uso dei dati personali raccolti con le intercettazioni telefoniche e ad ambientali. Ed ha invitato il legislatore ad intervenire in questa materia prevedendo maggiori poteri sanzionatori a chi deve far rispettare la privacy del cittadino. Basterà questa presa di posizione a cambiare le cose? È un fatto che da troppi anni interi brani di intercettazioni ambientali e/o telefoniche, raccolti e trascritti da impianti di ascolto privati, ai quali la Cassazione ha recentemente riconosciuto piena legittimazione, vengono fatti propri dagli uffici del pubblico ministero e usati come fonte di prova nelle richieste di custodia cautelare. Tutto è cominciato con la nascita dei maxiprocessi e da allora è stato imboccato il tunnel senza ritorno del più rigido sistema inquisitorio che vige oggi in Europa. Fu allora che i fascicoli processuali cominciarono a gonfiarsi oltre misura e le tecnologie più avanzate fecero il resto. Lo spionaggio via filo e quello ambientale diventarono lo strumento principe dell'indagine. I gestori telefonici furono bombardati ogni anno da centinaia di migliaia di richieste ma i tradizionali centri di ascolto di polizia, carabinieri e guardia di finanza non furono in grado di far fronte alle pretese dei magistrati. Si cominciò così ad utilizzare gli impianti appartenenti a privati i quali fiutarono l'affare del secolo e, forse in buona fede forse no, fecero in modo di moltiplicare, come il miracolo dei pani e dei pesci, il più odioso e invasivo mezzo di inquisizione e di controllo della vita privata. Non solo dell'indagato, ma soprattutto del terzo incolpevole che, tirato per i capelli, finisce sempre per essere coinvolto in cose che non lo riguardano, ma il cui nome resta comunque infangato. Il fatto che ad ascoltare non sia un poliziotto o un carabiniere scelto dal magistrato e da questo delegato ad approfondire determinati aspetti dell'indagine può spiegare tante cose. Anche l'ascolto, la registrazione e la trascrizione di telefonate che nulla hanno a che vedere con le indagini ma che diventano gossip giudiziario che per la fonte da cui proviene getta sulla gente schizzi di fango difficile da eliminare. Si è detto più volte che una volta trascritte, le conversazioni telefoniche non diventano oggetto di studio né tanto meno costituiscono spunto di indagine. Così come vengono trascritti dagli uomini del grande fratello , i brogliacci delle intercettazioni ambientali e/o telefoniche assurgono a mezzo di prova, diventano patrimonio della pubblica accusa e finiscono, senza alcuna verifica sui loro contenuti reali, nelle richieste di misure cautelari. Per essere poi riciclati spesso acriticamente dai giudici delle indagini preliminari che, essendo all'oscuro dell'andamento delle indagini, non hanno materialmente la possibilità di valutarne l'affidabilità. L'ingresso della telematica nella realtà giudiziaria ha poi dato vita al fenomeno della duplicazione dei file tra un ufficio e l'altro. La facilità con la quale si può memorizzarli e poi masterizzarli su compact disk e quindi trasferirli da un atto della pubblica accusa a quello del giudice modificando solo il carattere, ha provocato la vorticosa moltiplicazione delle pagine processuali. Forse è anche per questo motivo che un'ordinanza di custodia cautelare che un tempo constava di sette o otto pagine dattiloscritte, oggi supera le duemila nel caso dell'inchiesta di Potenza o le quattromila in altra indagine di qualche anno prima. Per arrivare alle novemila dell'ordinanza di rinvio a giudizio del processo Andreotti. Tutto questo non provoca solo l'inevitabile fuga di notizie ma costituisce un modo surrettizio per violare la terzietà del giudice sancita dal principio del giusto processo . Quella che appare una discovery legittima, presentata come strumento destinato a garantire il diritto difesa, finisce per avere l'effetto contrario. Infatti serve solo a suggestionare il giudicante portando a sua conoscenza presunte prove che tali non solo perché non raccolte nel contraddittorio delle parti. Senza contare che la mancata cancellazione delle intercettazioni che non riguardano l'inchiesta in corso finisce per crocefiggere degli innocenti sull'altare di un diritto all'informazione che troppe volte viene invocato a sproposito. Interrogativi inquietanti. Il conclave del 4 luglio che vedrà attorno a un tavolo i quattro soggetti interessati dovrà rispondere a quello che appare il primo e il più inquietante degli interrogativi il diritto all'informazione del cittadino deve cedere di fronte al segreto investigativo o deve prevalere quando sono in gioco interessi generali che toccano milioni di cittadini? È una domanda alla quale è davvero difficile rispondere. Tutti hanno sottolineato l'estrema delicatezza di questo argomento e, chi più chi meno, hanno finito per ammettere che pubblicare tutto senza rispettare alcune regole fondamentali può portare a una distorsione dello scopo di informare. Per quanto riguarda la magistratura è giusto ricordare che nel nostro ordinamento sono parecchi i reati per i quali si possono disporre intercettazioni. Ma spesso accade che quando la legge non lo consente si usa il grimaldello della contestazione dell'associazione per delinquere, un reato che apre tutte quelle porte che altrimenti resterebbero chiuse. Anche per questa ragione occorre ripensare le norme sull'utilizzazione delle intercettazioni imponendo al Pm di distruggere subito quelle parti che non ritiene rilevanti ai fini di giustizia. Riuscirà il Parlamento ad affrontare e risolvere una così complessa problematica? Di certo non servirebbe a nulla prendersela con giornalisti ed editori prevedendo pene più severe nei loro confronti. Sarebbe assai più utile riflettere sul perché viene effettuato un così gran numero di intercettazioni telefoniche rispetto a quelle che vengono disposte in Francia, in Germania, in Gran Bretagna. E valutare se uno strumento di indagine tanto invasivo non debba essere affidato ad un organo collegiale che dia maggiori garanzie di terzietà. Al fine, soprattutto, di controllare la regolarità dei metodi di intercettazione e di ascolto dal momento che queste operazioni sono affidate ad impianti che fanno capo ad agenzie e istituti privati. *Responsabile Giustizia dell'Ordine nazionale dei giornalisti