Niente retrodatazione per le ordinanze cautelari di procedimenti uffici giudiziari diversi

di Francesco Puleio

di Francesco Puleio * La decisione in commento affronta, alla luce delle elaborazioni più recenti della Corte Costituzionale sentenza 24 ottobre 2005, n. 408, in D& G, n. 1/2006, p. 51, con nota di CAFIERO DE RAHO e delle S.U. della Cassazione sentenza 22 marzo 2005, n. 21957, Rahulia, in D& G, n. 27/2005, p. 58, con nota di MACCHIA , la controversa problematica interpretativa concernente, ex articolo 297 comma 3 Cpp, i presupposti per ammettere la retrodatazione degli effetti delle misure cautelari nell'ipotesi di fatti diversi colpiti da distinti provvedimenti coercitivi. 1. Il caso fatti diversi, non connessi e di competenza di distinte sedi giudiziarie. Nel caso sottoposto all'attenzione della Corte d'assise di Catania, l'imputato era stato già sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere con ordinanza emessa dal G.i.p. presso il Tribunale di Roma in data 19.9.2000, eseguita il 28.9.2000, con riferimento alla contestazione di due rapine, commesse la prima a Ciampino il 31.3.1998 e la seconda a Roma il 15.5.1998 in seguito, allo stesso soggetto, con ordinanza emessa dal G.i.p. presso il Tribunale di Catania in data 14.6.2003, era stata applicata la medesima misura con riferimento ad un delitto di omicidio pluriaggravato ed ai connessi reati in materia di armi, commessi in provincia di Catania in data 28.12.1994. La difesa chiedeva la scarcerazione per decorrenza dei termini di fase previa retrodatazione dell'ordinanza più recente sul presupposto che i fatti oggetto della seconda ordinanza risultavano consumati in epoca precedente all'emissione della prima, erano stati contestati nell'ambito dell'attività riconducibile al medesimo sodalizio di tipo mafioso ed erano desumibili dagli atti prima della data del rinvio a giudizio per i fatti oggetto della prima ordinanza. Alla luce delle ultime elaborazioni giurisprudenziali, per la Corte d'assise è stata decisiva, ai fini dell'esclusione della possibilità di operare la retrodatazione, non la mancanza della connessione qualificata tra i fatti diversi ai quali era stata applicata la medesima misura cautelare, non più richiesta, dopo la citata sentenza Rahulia, laddove sussista la desumibilità dagli atti al momento dell'emissione della prima ordinanza degli elementi che hanno giustificato le successive né la circostanza che si vertesse nell'ambito di procedimenti diversi, pacificamente non ostativa dopo S.U., 25 giugno 1997, Atene in Cass.pen. 1997, p. 3000 , bensì l'elemento valutativo che si trattasse di fatti diversi non connessi, oggetto di procedimenti diversi, pendenti sin dall'origine davanti ad autorità giudiziarie diverse, competenti in relazione al luogo di consumazione dei reati. La pronuncia si inserisce così nel non sempre agevole processo di puntualizzazione della previsione di cui all'articolo 297 comma 3 Cpp delimitando i presupposti di applicazione dell'istituto del divieto di contestazione a catena, la decisione si impernia sulla tradizionale lettura soggettivistica già formatasi nella vigenza dell'articolo 271 del Cpp 1930 secondo cui la regola della retrodatazione sia da applicare ogni qual volta si riscontri un preordinato, consapevole, indebito prolungamento della custodia cautelare determinato da una dolosa risoluzione, da un artificioso ritardo o da una colpevole inerzia. 2. La modifica legislativa. Com'è noto, l'istituto del divieto di contestazione a catena trova il suo precedente storico nell'articolo 271 Cpp 1930 più volte modificato, sino alla legge 532/82 , il quale affermava che, quando con mandati successivi fosse contestato lo stesso reato, ancorché diversamente circostanziato o qualificato, la custodia dovesse essere computata alla data di esecuzione del primo provvedimento. La previsione venne ben presto ampliata, dapprima, per effetto dell'interpretazione giurisprudenziale, alla contestazione di fatti diversi già configurabili al momento del primo provvedimento e, successivamente, in seguito alla modifica introdotta con legge 384/84, anche all'ipotesi di concorso formale di reati ex articolo 81 comma 1 Cpp. Il nuovo codice riprodusse la disposizione in parola, comprendendovi altresì i casi di aberratio delicti e di aberratio ictus plurilesiva. Infine, con la legge 332/95, si stabilì un'ulteriore dilatazione dell'ambito oggettivo della norma, estendendola ai fatti diversi, purché qualificatamente connessi a quelli oggetto della prima ordinanza e commessi anteriormente alla data di emissione della misura. Nel testo vigente, dispone così l'articolo 297 comma 3 Cpp che se nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze che dispongono la medesima misura per uno stesso fatto , ovvero per fatti diversi commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza in relazione ai quali sussiste connessione ai sensi dell'articolo 12 comma 1 lettere b e c , limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri, i termini decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza e sono commisurati alla imputazione più grave. La disposizione non si applica relativamente alle ordinanze per fatti non desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto con il quale sussiste connessione a norma del presente comma. Come si accennava, secondo la più recente giurisprudenza SU 22 marzo 2005, Rahulia, cit., che ha ribaltato il principio fissato da SU 25 giugno 1997, Atene, cit. , la superiore previsione comporta che, in caso di pluralità di ordinanze disposte per fatti commessi antecedentemente all'emissione del primo provvedimento, legati da connessione qualificata a quello per cui fu emessa la prima di esse, la decorrenza dei termini di custodia cautelare va retrodatata indipendentemente dalla circostanza che tali fatti siano desumibili dagli atti al momento dell'emissione della prima ordinanza, mentre, se si tratta di fatti diversi non legati dal vincolo stabilito nella norma citata, la retrodatazione opera solo quando gli indizi per essi sono desumibili dagli atti al momento dell'emissione della prima ordinanza. 3. L'elemento discriminante la connessione qualificata. L'istituto in questione concerne dunque le ipotesi in cui i diversi provvedimenti custodiali riguardino lo stesso fatto, ancorché diversamente circostanziato o qualificato ovvero quando riguardino fatti formalmente diversi, i quali però siano tra loro collegabili per effetto delle regole di cui all'articolo 81 comma 1, 81 comma 2 e 61 n. 2 Cp richiamate dalla predetta disposizione . Pur nella sua oscura formulazione la dottrina ha parlato di prosa contorta , GREVI, Cass.pen. 1995, p. 3102, e di lambiccatissima previsione , CORDERO, Procedura penale, 1998, Giuffré, p. 512 , la ratio della norma è sempre apparsa individuabile agli interpreti nella necessità di evitare che, con la emissione nell'ambito dello stesso procedimento, in tempi diversi, di più ordinanze di custodia cautelare nei confronti di uno stesso imputato e con il conseguente decorrere di autonomi termini di custodia cautelare, si possa eludere la disciplina in materia dettata dal legislatore, con l'incontrollato protrarsi della custodia cautelare. La disciplina per i fatti connessi. Trattandosi di contestazioni afferenti a fatti diversi, per l'applicazione della norma, ove si ritenga che sussista la connessione qualificata tra le imputazioni, è così necessario 1 che il fatto contestato con l'ordinanza emessa successivamente sia avvenuto prima della emissione del primo provvedimento restrittivo e tale precisazione, fin troppo ovvia, non potendosi addebitare al giudice anche il non aver poteri divinatori per non aver emesso il provvedimento anche per un fatto - reato ancora da verificarsi, appare tuttavia opportuna attesa la già evidenziata non felice formulazione della norma 2 che non sia stato disposto il rinvio a giudizio per i reati oggetto della prima misura cautelare. Ricorrendo le evenienze sopra descritte, il meccanismo della retrodatazione opera infatti ex lege e l'eventuale separazione dei procedimenti non deve avere effetti negativi per l'imputato quando non sia imposta da ragioni obiettive. I reati tra i quali esiste connessione sono destinati ad essere riuniti nello stesso procedimento e la decorrenza delle relative misure cautelari è regolata dalla prima parte del terzo comma dell'articolo 297 Cpp così, quando nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze cautelari per fatti diversi in relazione ai quali esiste una connessione qualificata, opera la retrodatazione prevista dall'articolo 297, comma 3, Cpp anche rispetto ai fatti oggetto di un diverso procedimento, pur se questi non erano desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio per il fatto o i fatti oggetto della prima ordinanza. E quella per i fatti non connessi. Diversamente, nell'ipotesi di fatti non connessi, la retrodatazione opera invece se gli stessi sono desumibili dagli atti prima che si disponga il rinvio a giudizio per il fatto contestato con la prima ordinanza requisito questo che si spiega perché soltanto ove fosse stato possibile emettere già prima il provvedimento per fatti invece contestati solo in un secondo momento può configurarsi una sostanziale elusione dei principi della custodia cautelare In tal senso v. Corte Costituzionale, sentenza 408/05, cit. SU, 22 marzo 2005, Rahulia, cit. . 4. La portata del principio di retrodatazione. Ciò posto, va rilevato che nella fattispecie si trattava di fatti diversi delle rapine commesse nel territorio di Roma e un omicidio commesso in provincia di Catania né peraltro si poteva affermare che ricorresse connessione, ai sensi dell'articolo 12 Cpp, tra i delitti contestati all'imputato nell'ambito del procedimento celebrato innanzi al tribunale di Roma e quello di cui al procedimento all'esame della Corte d'assise di Catania, sussistendo soltanto, quale elemento accomunante, l'inserimento dell'imputato in un sodalizio di tipo mafioso indistintamente inteso alla commissione di delitti contro la persona ed il patrimonio. Tra le incriminazioni non sussisteva concorso formale di reati, né poteva dirsi che l'un fatto fosse stato commesso per eseguire l'altro. Seguendo la prevalente giurisprudenza Sezione prima, 12 novembre 1996, Rotolo, in C.E.D. Cassazione 206344 , la Corte ha invero correttamente escluso che si trattasse di imputazioni commesse nell'esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in quanto non sussistevano elementi tali da far ritenere la configurabilità della continuazione tra i reati che formavano oggetto delle due contestazioni. In particolare, non si poteva affermare che, nel momento in cui si era perfezionata la condotta contestata all'indagato innanzi alla Corte di assise di Catania, costui avesse previsto e deliberato la commissione degli episodi criminosi di rapina in relazione ai quali si era già proceduto innanzi al Tribunale di Roma, essendo evidente che il generico programma di partecipazione ad associazione, se non risulti essersi concretizzato nella progettazione ab origine di una serie di illeciti già concepiti nelle loro caratteristiche essenziali, è inidoneo a dar vita al disegno criminoso richiesto dall'articolo 81 cpv. Cp Sezione prima, 4 luglio 2003, De Matteis, in C.E.D. Cassazione 225069 Sezione prima, 21 novembre 2002, Messina, in C.E.D. Cass. n. 222536 Sezione quinta, 25 gennaio 2000, Battaglia, in C.E.D. Cass. n. 216498 . In proposito si insegna tradizionalmente e ci sembra con buon fondamento che il rapporto di connessione di cui all'articolo 297, comma 3, Cpp non può ravvisarsi in linea di principio tra i reati riconducibili al programma di azione criminale di un'associazione di tipo mafioso ed il delitto associativo da un lato, sarebbe errato sostenere che i singoli episodi in cui il programma si manifesta sono stati commessi per eseguire il reato associativo, perché questo, a seguito dell'accordo degli associati, è già di per sé perfetto ed operante, con o senza la consumazione dei delitti in parola dall'altro, il reato associativo sorge per attuare un programma criminoso aperto e globale e non un singolo o singoli reati, sicché l'accordo trascende i suoi momenti esecutivi e non può dirsi immediatamente diretto ad eseguire proprio quel reato o quei reati nella loro storicità In tal senso, Sezione sesta, 1 luglio 1999, Novella, in C.E.D. Cassazione 214928 per l'impostazione della fattispecie in termini di quaestio facti, anziché di incompatibilità strutturale, cfr. Sezione sesta, 2 marzo 2004, Drago, in C.E.D. Cassazione, 228874 . Già sotto il profilo ontologico, pertanto, non risultava affatto dimostrata, con riferimento ai delitti contestati, l'identità del disegno criminoso, e ciò a meno di non voler - del tutto arbitrariamente - considerare frutto di un identico disegno criminoso qualsivoglia delitto posto in essere da un associato nel corso della sua attività criminale, quasi che lo stesso fosse, per il solo fatto di far parte di una organizzazione criminale, privo di autonoma volizione e determinazione, ovvero che attraverso la partecipazione all'associazione lo stesso fruisca di un bonus che gli consente di delinquere spaziando in tutti i settori del codice penale, senza che nei suoi confronti possa, dopo la prima cattura, di fatto applicarsi alcuna misura coercitiva. Nei fatti contestati nelle due ordinanze cautelari non poteva ravvisarsi dunque alcun vincolo di continuazione o teleologico, trattandosi di reati ontologicamente diversi, consumati in località distanti tra loro ed a notevole distanza temporale, in relazione ai quali procedevano sin dall'inizio distinte autorità giudiziarie. 5.La soluzione prescelta. Peraltro, non va sottaciuto che una diversa interpretazione, estensiva dell'ambito di applicazione della previsione di cui si ragiona anche alle ipotesi di procedimenti pendenti innanzi ad uffici di procura distinti, determinerebbe lo snaturamento della ratio dell'istituto, che non potrebbe più dirsi finalizzato ad escludere ogni possibilità in capo agli organi titolari del potere cautelare di scegliere il momento a partire dal quale possono essere fatti decorrere i termini custodiali in caso di pluralità di titoli e di fatti reato cui essi si riferiscono In tal senso, Corte Costituzionale, sentenza 408/05, cit. . Invero, l'attuale sistema della legge prevede, all'articolo 371 bis Cpp e soltanto per i delitti di criminalità organizzata di tipo mafioso, ex articolo 51 comma 3 bis Cpp, la possibilità di operare tra i diversi uffici interessati il collegamento investigativo non anche quella di raccordare i tempi di applicazione delle misure cautelari al fine di evitarne lo scaglionamento con il rischio di dover fare riferimento, per la individuazione del termine della custodia, a una decorrenza anteriore alla emissione del provvedimento e relativa ad un procedimento diverso, spesso sconosciuto all'autorità che adotta il provvedimento successiva e, in ogni caso, sottratto alle sue possibilità operative. Sembra pertanto doversi concludere che la disciplina in materia di contestazioni a catena non possa essere applicata oltre le ipotesi in cui, sin dall'inizio, doveva essere iscritto un unico procedimento, poiché in tal caso l'organo procedente conosce ed è in grado di valutare unitariamente le notizie di reato oggetto degli eventuali procedimenti separati e deve impedirsi che la separazione possa essere utilizzata per eludere il divieto di artificioso frazionamento dei provvedimenti custodiali onde protrarne la durata. * MAGISTRATO ?? ?? ?? ?? 4

Corte di assise di Catania - Sezione prima - ordinanza 18 gennaio 2006 Presidente - Estensore Ciancio con ordinanza del Gip del Tribunale di Roma del 19 settembre 2000, eseguita il 28 settembre 2000, al F.F. fu applicata la custodia cautelare in carcere per due rapine commesse, rispettivamente, il 31 marzo 1998 a Ciampino e il 15 maggio 1998 a Roma, contestandosi l'aggravante di cui all'articolo 7 Dl 151/91 per avere operato nel contesto di una organizzazione criminale di stampo mafioso proc. n. 5534/99 P.M. 9777/99 Gip si legge nella suddetta ordinanza che gli indizi di colpevolezza erano desunti dalle dichiarazioni auto ed etero accusatorie del collaboratore di giustizia R.F. rese il 14 luglio e il 30 settembre 1998 il difensore ha prodotto sia i verbali degli interrogatori assunti in tali date dal Pm del Tribunale di Roma nell'ambito di un procedimento iscritto al n. 10371/98 R, nei quali si legge che il collaborante parlò dei numerosi reati commessi durante la sua militanza nel clan mafioso catanese facente capo a Salvatore Cappello, tra cui le rapine commesse nel Lazio e un omicidio commesso a Calatabiano nel 1994 in correità con F.F.- esplicitamente menzionato - ed altri, sia il verbale dell'interrogatorio del R. assunto il 17 luglio 1998 dal P.M. del Tribunale di Catania, nell'ambito di un procedimento iscritto al 4118/98 R.G.N.R., nel quale pure si leggono le rivelazioni sull'omicidio commesso a Calatabiano nel 1994 assieme a F.F. e ad altri complici con ordinanza del Gip del Tribunale di Catania del 14 giugno 2003 proc. n. 5330/01 N.R. e 2933/03 Gip al F.F. fu applicata la custodia cautelare in carcere per l'omicidio di Franco Vincenzo e reati strumentali, commessi a Calatabiano il 28 dicembre 1994 in correità con L. S., L. R. e R.F., contestandosi altresì l'aggravante di cui all'articolo 7 Dl 151/91, per essersi i predetti avvalsi delle condizioni di assoggettamento e di omertà tipiche dell'associazione di tipo mafioso denominata clan Cintorino, operante in Calatabiano e alleata all'associazione di tipo mafioso denominata clan Cappello, operante in Catania e provincia, di cui il F.F. e altri correi facevano parte si legge in quest'ultima ordinanza che gli indizi di colpevolezza erano desunti dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia M. A. rese il 25 marzo e il 17 luglio 1999, del collaboratore di giustizia R.F. rese il 17 luglio 1998, il 22 ottobre 1998 e il 6 novembre 2000 e del collaboratore di giustizia C. A. rese l'11 ottobre 1995, il 9 febbraio 1996 e l'11 settembre 1996. Su tali premesse il difensore sostiene che deve trovare applicazione l'articolo 297 comma 3 Cpp, secondo cui, quando nei confronti di un imputato sono emesse più ordinanze che dispongono la medesima misura per fatti diversi, ma tutti commessi anteriormente alla emissione della prima ordinanza e tra di loro connessi ai sensi dell'articolo 12, comma 1, lettera b - per concorso formale o per vincolo di continuazione - o lettera c - per nesso teleologico - , i termini decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima ordinanza e sono commisurati all'imputazione più grave tanto più, tenendo conto adesso della sentenza della Corte Costituzionale del 24 ottobre - 3 novembre 2005, con cui è stata dichiarata l'illegittimità di tale norma, nella parte in cui non si applica anche a fatti diversi non connessi, quando risulti che gli elementi per emettere la nuova ordinanza erano già desumibili dagli atti al momento della emissione della precedente ordinanza. L'istanza è infondata e va rigettata. Non vi è dubbio che nella specie manca uno dei presupposti voluti dalla norma citata per l'operatività del divieto delle contestazioni a catena e cioè l'esistenza di una connessione qualificata tra i fatti diversi per i quali era stata applicata la medesima misura cautelare infatti, seppure commessi durante una ininterrotta militanza in una associazione mafiosa e per i fini di questa, l'omicidio avvenuto a Calatabiano nel 1994 e le rapine consumate nel Lazio nel 1998 non possono considerarsi reati connessi ai sensi dell'articolo 12, comma 1, lettera b Cpp, e cioè quali plurime azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso in una associazione mafiosa, come quella in considerazione, essenzialmente organizzata al fine di realizzare proventi illeciti mediante quelle azioni che tipicamente lo consentono quali le rapine, le estorsioni e il controllo di attività economiche, il ricorso all'omicidio è una eventualità che certamente viene messa in conto e viene accettata, ma solo come mezzo al fine e non come fine, esso stesso, dell'associazione sicché non può dirsi che l'omicidio commesso in ambito associativo sia, unitamente alle rapine, esecuzione di un unico originario disegno criminoso, tanto più che nella specie i motivi dell'omicidio sono stati del tutto occasionali per gli aderenti al clan catanese Cappello, richiesti dal clan Cintorino di Calatabiano di fornire aiuto per l'esecuzione del delitto in detta località vedi Cassazione 495/00, ric. Battaglia . Tanto meno esiste tra i fatti il nesso teleologico l'omicidio commesso per eseguire le rapine . Vero è che è stato controverso in giurisprudenza se, al di là del tenore letterale della norma, essa sia applicabile anche quando tra i fatti diversi non sono riscontrabili le ipotesi di connessione qualificata che essa richiama Per la tesi negativa, vedi Sezione prima, 25 ottobre 1996, Bono, in C.E.D. Cassazione n. 206193 Sezione prima, 20 giugno 1997, Lentini, in C.E.D. Cassazione n. 208334 Sezione prima, 12 luglio 1999, Stanganelli, in C.E.D. Cassazione n. 214091 Sezione prima, 4 marzo 1999, Ascione, in C.E.D. Cassazione n. 213500 per la tesi affermativa vedi Sezione sesta, 29 aprile 1996, Martini, in C.E.D. Cassazione n. 205891 Sezione sesta, 21 marzo 1997, Ametrano, in C.E.D. Cassazione n. 208891 Sezione quinta, 16 aprile 2003, Rotella, in C.E.D. Cassazione n. 224987 Sezione sesta, 29 gennaio 1999, Mongiovì, in C.E.D. Cassazione n. 214050 . A dirimere il contrasto sono intervenute le Sezioni Unite con la sentenza 21957/05 che hanno aderito alla tesi affermativa, riscontrando che per i fatti diversi non connessi ricorre l'eadem ratio che ispira la norma e ribadendo quindi che nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare per fatti diversi, tra i quali non sussiste la connessione prevista dall'articolo 297, comma 3, Cpp, i termini delle misure disposte con le ordinanze successive decorrono dal giorno in cui è stata eseguita o notificata la prima, se al momento dell'emissione di questa erano desumibili dagli atti gli elementi che hanno giustificato le ordinanze successive . Si è pronunciata anche la Corte Costituzionale con la sentenza 408/05, la quale, sul presupposto che il principio di diritto affermato dalle sezioni unite nella sentenza di pochi mesi prima non costituiva diritto vivente , tanto che era stato contraddetto da altra sentenza intervenuta nell'ambito del procedimento in cui era stata proposta la questione di legittimità costituzionale sottoposta al suo esame, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 297, comma 3, Cpp, nella parte in cui non si applica anche a fatti diversi non connessi , quando risulti che gli elementi per emettere la nuova ordinanza erano già desumibili dagli atti al momento della emissione della precedente ordinanza. Eliminando il presupposto della connessione, la sopravvenuta sentenza della Corte Costituzionale ha evidentemente ampliato l'operatività del divieto della contestazione a catena, che nella specie sembrerebbe a prima vista applicabile, nella sussistenza degli altri presupposti richiesti dalla norma in esame l'omicidio era stato commesso anteriormente alla emissione della prima ordinanza del Gip del Tribunale di Roma i fatti relativi all'omicidio erano desumibili dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia prima della emissione della suddetta ordinanza salvo le ultime dichiarazioni di R.F. del 6 novembre 2000 che però erano semplicemente confermative di quelle già rese in precedenza né può certo sostenersi che in base a tali dichiarazioni quei fatti non erano apprezzabili in tutta la loro valenza probatoria in modo da integrare i gravi indizi di colpevolezza richiesti per l'applicazione della misura cautelare nell'ordinanza del Gip del Tribunale di Catania è detto, al contrario, che gli indizi di colpevolezza a carico del F.F. per l'omicidio Franco erano essenzialmente costituiti proprio e solo da dette dichiarazioni che peraltro sono rimaste anche in prosieguo le uniche e sole fonti di prova, come risulta dagli atti del procedimento penale svoltosi in primo grado dinanzi alla prima sezione della Corte di assise di Catania e conclusosi con la sentenza del 13 ottobre 2005 con cui il F.F. è stato condannato per l'omicidio Franco alla pena dell'ergastolo . In particolare, risulta inconferente il rilievo del P.M., secondo cui quelle dichiarazioni da sole non erano sufficienti ma era stato necessario attenderne i riscontri forniti dalla polizia giudiziaria con la comunicazione di notizia di reato del 21 dicembre 1999 anche quest'ultima data è, infatti, antecedente alla emissione della ordinanza di custodia cautelare del Gip del Tribunale di Roma il P.M. in realtà, per inferire la desumibilità dei fatti da atti successivi all'emissione della prima ordinanza di custodia cautelare, assume a termine di riferimento, anziché, come è necessario fare, l'ordinanza 19 settembre 2000 del Gip del Tribunale di Roma che ha applicato la prima misura cautelare, una precedente ordinanza dello stesso Gip del Tribunale di Roma del 21 novembre 1998 richiamata in nota nella stessa ordinanza 19 settembre 2000, relativa ad altro procedimento penale scaturito dalle dichiarazioni del R.e avente ad oggetto una rapina nell'ufficio postale di Cisterna di Latina . In realtà però la norma invocata non è applicabile nella specie, perché le due ordinanze di custodia cautelare sono state emesse in procedimenti diversi, dal Gip di Roma e dal Gip di Catania. Vero è che in giurisprudenza è stata oggetto di soluzioni contrastanti la questione se il divieto delle contestazioni a catena trovi applicazione soltanto quando si verta nell'ambito di un unico procedimento oppure anche quando si tratti di procedimenti diversi vedi tra le sentenze che richiedono l'unicità del procedimento, Sezione I, 3 luglio 1996, Esposito, in C.E.D. Cassazione n. 205319 Sezione prima, 3 maggio 1996, Manuele, in C.E.D. Cassazione n. 204929 Sezione quinta, n. 3662, 15 luglio 1996, Cuzzola Sezione prima, 12 novembre 1996, Rotolo, in C.E.D. Cassazione n. 206344 Sezione prima, 18 marzo 1997, Schettini, in C.E.D. Cassazione n. 207428. Vedi tra le sentenze che ritengono applicabile la norma anche quando le ordinanze cautelari intervengono in procedimenti diversi, Sezione sesta, 13 gennaio 1997, De Fusco, in C.E.D. Cassazione n. 207160 Sezione quinta, 28 gennaio 1997, Foria, in C.E.D. Cassazione n. 207910 Sezione quinta, 23 maggio 1997, Burgio, in C.E.D. Cassazione n. 208243 Sezione prima, 22 maggio 1997, Caliò, in C.E.D. Cassazione n. 208252 Sezione quinta, 14 marzo 1996, Cuneo, in C.E.D. Cassazione n. 204853 . Ed è vero che quest'ultimo indirizzo ha ricevuto l'avallo di S.U., 25 giugno 1997, Atene, in C.E.D. Cassazione n. 208167, secondo cui il divieto della cosiddetta contestazione a catena di cui al terzo comma dell'articolo 297 Cpp trova applicazione in tutte le situazioni cautelari riferibili allo stesso fatto o a fatti diversi tra cui sussista connessione ai sensi dell'articolo 12, comma primo, lett. b e c , stesso codice, limitatamente ai casi di reati commessi per eseguire gli altri, a nulla rilevando che esse emergano nell'ambito di un unico procedimento o di più procedimenti, pendenti dinanzi allo stesso giudice, e quindi innanzi ad esso cumulabili, ovvero a diversi giudici, e quindi cumulabili nella sede giudiziaria da individuare a norma degli articoli 13, 15 e 16 Cpp. Tale divieto si applica a condizione che siano desumibili dagli atti, entro i limiti temporali rispettivamente previsti dal primo e dal secondo periodo del citato articolo 297, terzo comma, per le diverse situazioni in essi previste, tutti gli elementi apprezzabili come presupposti per l'emissione delle successive ordinanze cautelari i cui effetti sono da retrodatare, non essendo sufficiente, ai fini della sua operatività, la mera notizia del fatto-reato. Nell'enunciare il principio di cui in massima, la S.C. ha affermato che le difficoltà operative che la sua applicazione può comportare in caso di pluralità di procedimenti, specie se pendenti dinanzi a distinte autorità giudiziarie, devono essere superate facendo ricorso alla disciplina sul cumulo dei procedimenti dinanzi al giudice individuabile a norma degli articoli 13 e seguenti Cpp, anche mediante il contributo della difesa il cui accesso agli atti nel procedimento de libertate , soprattutto dopo la sentenza 192/97 della Corte costituzionale, non incontra più limitazioni . Tutte le sentenze sull'argomento postulano però sempre che si tratti di procedimenti diversi relativi a fatti connessi. Adesso che si ammette che la norma possa trovare applicazione anche in caso di plurime ordinanze coercitive emesse per fatti diversi non connessi, si tratta di verificare se ciò è ammissibile anche quando i fatti diversi non connessi siano oggetto di procedimenti diversi, quando, cioè, come nella specie, le indagini siano condotte da organi del P.M. aventi diversa competenza territoriale in relazione al luogo di consumazione dei reati. La risposta non può essere che negativa, in base a quella che è la ratio e la finalità del divieto delle contestazioni a catena. Il divieto mira a neutralizzare la malizia del P.M. che, pur avendo già acquisito elementi indiziari di tale gravità per fatti diversi addebitabili alla stessa persona da potere contestarli unitariamente richiedendo in unica volta la misura coercitiva, si prefigga di eludere la disciplina dei termini massimi di custodia cautelare relativi alla fase delle indagini preliminari e diluisca le richieste di misura cautelare in tempi diversi e cadenzati in modo che, quando stia per scadere il termine relativo ad una prima misura, possa ricominciare a decorrere quello relativo alla misura omologa nel frattempo ottenuta per il reato ulteriore e diverso. Di regola per riuscire in questo intento il P.M. si troverà costretto a procedere separatamente per il nuovo reato, avvalendosi della facoltà concessagli dagli articoli 130 e 130 bis disp. att. Cpp L'articolo 297, comma 3, Cpp è perciò strutturato in modo da ostacolare l'abusivo ricorso alla separazione dei procedimenti a carico della stessa persona, quando è dettato da quella malizia. E malgrado una struttura sintattica contorta, a causa della quale è stato ripetutamente frainteso, risulta, per chi ne intenda la reale portata, assolutamente coerente con lo scopo perseguito. In particolare non è affatto vero, come è stato detto, che nel suo primo periodo stabilisca, per l'operatività della retrodatazione, che i fatti diversi per i quali viene reiterata la stessa misura devono essere desumibili dagli atti già al momento della emissione della prima ordinanza coercitiva e che il secondo periodo riguardi altra fattispecie per la quale è stabilito invece che i fatti diversi e ulteriori devono essere desumibili dagli atti prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto di più remota contestazione. Il primo e il secondo periodo dell'articolo 297, comma 3 Cpp riguardano una fattispecie unitaria e vanno letti sincronicamente, nel senso che i plurimi fatti diversi ascrivibili ad uno stesso indagato gli devono essere contestati e il conseguente provvedimento coercitivo gli deve essere applicato unitariamente e non frazionatamente nel tempo, tranne il caso che i fatti diversi e ulteriori rispetto a quelli per i quali è stata emessa la prima misura siano desumili dagli atti dopo il rinvio a giudizio disposto per i fatti già contestati. Non si richiede, cioè, che la desumibilità dagli atti esista già al momento della emissione della prima misura se essa sopravviene dopo e fino a quando viene disposto il rinvio a giudizio, resta fermo l'obbligo del P.M. di non frazionare i procedimenti e di non differire le sue iniziative di ordine cautelare ad un momento successivo al rinvio a giudizio e quindi nell'ambito di un nuovo procedimento. Tutto questo resta fermo per i fatti connessi che vengano a conoscenza del P.M. nella consistenza probatoria necessaria e sufficiente per l'ottenimento della misura cautelare prima del rinvio a giudizio disposto per il fatto originariamente contestato. E, se si tratta di fatti connessi, la stesso meccanismo si applica anche se i fatti per i quali si è già ottenuta la prima misura e i fatti ulteriori formino oggetto di indagini in sedi giudiziarie diverse da parte di organi del P.M. aventi diversa competenza territoriale. Questo perché, quando i fatti sono connessi, vi è il mezzo per riunire i procedimenti in una unica sede, competente per territorio ai sensi degli articoli 13, 15 e 16 Cpp E in tali casi al P.M. malizioso si può sempre muovere l'addebito di non essersi attivato per ottenere la riunione. Addebito che, invece, non gli si può muovere quando i fatti per i quali si indaga separatamente in sedi giudiziarie diverse non sono connessi e non c'è quindi nessuna possibilità di riunione. Se per i fatti non connessi i procedimenti devono iniziare e proseguire separatamente in sedi giudiziarie diverse senza alcuna reciproca interferenza, viene meno la condizione essenziale da cui sia le S. U. della Cassazione con la sentenza 21957/05, sia la Corte Costituzionale con la sentenza 408/2005 fanno dipendere, nel caso di fatti non connessi, l'operatività del divieto delle contestazioni a catena e, cioè, la condizione che al momento della emissione della prima ordinanza di misura cautelare erano desumibili dagli atti gli elementi di prova posti a base dei provvedimenti successivi. Il presupposto indefettibile è che l'organo del P.M. della seconda misura sia quello stesso della prima. Perché non si può muovere alcun addebito al P.M. della seconda misura se nulla sapeva o, che è lo stesso, se nulla era tenuto a sapere in ordine alla emissione della prima misura. PQM rigetta l'istanza e manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all'articolo 94, comma 1 ter disp. att. Cpp