Deve decidere il giudice anche sul ""super 41 bis"". Il caso del trasferimento dei detenuti nelle aree riservate

di Luca Enrico Blasi

di Luca Enrico Blasi* Deve necessariamente essere sottoposto ad un vaglio giurisdizionale il provvedimento amministrativo che dispone il trasferimento di un detenuto da un circuito penitenziario ad un altro, quando tale assegnazione possa comportare la possibile lesione dei diritti soggettivi del detenuto stesso. È quanto ha stabilito il magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia con le ordinanze 165/05 e 189/05 - integralmente leggibili tra i documenti allegati - attraverso le quali sono state accolte le doglianze di due detenuti assegnati al circuito della cosiddetta area riservata Osservando le su citate ordinanze emerge a chiare lettere una situazione particolare, infatti, all'interno in prevalenza del circuito del 41bis vi è anche un sotto circuito, poco conosciuto, ove i minimi diritti trattamentali dei detenuti, sottoposti al regime di sospensione delle normali regole di trattamento, vengono ulteriormente limitati. Si tratta della cosiddetta area riservata cui l'amministrazione penitenziaria fa ricorso tramite il coordinato disposto degli articoli 14, 42 Ordinamento penitenziario e 32 reg. esec. Tale area è costituita da apposite sezioni nel 2002 erano sei in tutta Italia ove vengono collocati detenuti eccellenti, sulla base d'esigenze cautelari particolarmente gravi. L'articolo 32 del regolamento di esecuzione del 2002, infatti, stabilisce il collocamento in sezioni dove sia più agevole adottare cautele per quei detenuti che abbiano un comportamento tale da richiedere particolari attenzioni anche per la tutela dei compagni da possibili aggressioni. Da un esame letterale della norma si evince che la possibilità di collocare detenuti pericolosi in aree riservate ha una finalità di sicurezza intramuraria meramente eventuale. Il pericolo di aggressioni o sopraffazioni ad altri detenuti è, infatti, solo una possibilità contraddistinta dalla congiunzione anche espressamente indicata dalla norma, congiunzione che cataloga l'esigenza di sicurezza interna più come eccezione che come regola. L'uso più frequente della collocazione dei detenuti all'area riservata è basato sulla caratura criminale del detenuto. Nel 2002 i detenuti in tale sottocircuito erano, infatti, diciassette, per lo più capi di famiglie mafiose. L'esiguo numero di detenuti in tali sezioni fa sì che non siano approntati, nei confronti degli stessi, programmi trattamentali degni di tal nome, infatti, anche le cosiddette attività di socialità con altri detenuti non possono essere attuate, atteso che essi, a volte, si trovano in sezione con un solo compagno con il quale dovrebbero svolgere le attività sociali. Per tale categoria di reclusi, che si potrebbero definire come estremamente pericolosi, la funzione neutralizzatrice della pena assume una valenza assoluta, concretandosi nell'eliminazione della finalità rieducativa già gravemente compromessa dal regime di cui all'articolo 41bis comma 2 Op. Il fatto che la collocazione del detenuto alla sezione riservata sia una prerogativa dell'amministrazione penitenziaria, ha fatto sì che si elidesse un controllo giurisdizionale sul provvedimento di assegnazione del detenuto al circuito de quo, infatti, la Cassazione ha sancito l'insindacabilità della magistratura di sorveglianza dei provvedimenti attraverso i quali l'amministrazione penitenziaria opera trasferimenti intramurari, allocando un detenuto in una determinata sezione. Il Supremo collegio ha, infatti, stabilito che il magistrato di sorveglianza non ha competenza in materia di trasferimenti intramurari, quando l'allocazione del detenuto in una specifica sezione non comporti un'immotivata compromissione dei diritti soggettivi dei detenuti. La Cassazione, infatti, con la sentenza del 623/04, ha escluso la competenza del magistrato di sorveglianza con riferimento all'allocazione nel circuito differenziato E.I.V., in quanto ha appurato che l'inserimento di un detenuto in tale circuito non comporta alcuna limitazione sotto il profilo dell'accesso alle opportunità trattamentali riconosciute dall'ordinamento penitenziario. In particolare nel caso sottoposto all'esame del Supremo collegio, i giudici hanno rilevato che il provvedimento amministrativo di assegnazione del detenuto al circuito E.I.V. lungi dal limitare la partecipazione del detenuto ad attività trattamentali, ha solo stabilito per ragioni di opportunità specificamente indicate, la prescrizione di determinate cautele dettate, si badi bene, non solo per la particolare pericolosità del detenuto ma anche per evitare atti di autolesionismo o contatti con detenuti considerati non affidabili . Tuttavia, proprio prendendo spunto dalla sentenza citata, e prendendo atto della grave compromissione del precetto costituzionale di cui all'articolo 27, comma 3, Costituzione, si è tracciata una via verso la reclamabilità del provvedimento amministrativo di allocazione del detenuto all'area riservata. La citata sentenza, infatti, nell'escludere l'interferenza del magistrato di sorveglianza in provvedimenti amministrativi di tal specie, ha espressamente delimitato tale esclusione solo all'ipotesi in cui provvedimenti amministrativi di collocamento in sezioni non comportino un'immotivata compressione dei diritti del detenuto, lasciando spazio alla reclamabilità del provvedimento ogni qual volta tali diritti vengano lesi. Un avallo a tale teoria si può riscontrare nella sentenza della Corte costituzionale 26/99, dalla quale si evince la possibilità di reclamo alla magistratura di sorveglianza ogni qual volta si sia in presenza di un atto dell'amministrazione penitenziaria che violi i diritti soggettivi, costituzionalmente garantiti, del detenuto. Nella sentenza, infatti, si legge che l'idea che la restrizione della libertà personale possa comportare conseguenzialmente il disconoscimento delle posizioni soggettive attraverso un generalizzato assoggettamento all'organizzazione penitenziaria è estranea al vigente ordinamento costituzionale, il quale si basa sul primato della persona umana e dei suoi diritti. I diritti inviolabili dell'uomo, il riconoscimento e la garanzia dei quali l'articolo 2 della Costituzione pone tra i principi fondamentali dell'ordine giuridico, trovano nella condizione di coloro i quali sono sottoposti a una restrizione della libertà personale i limiti ad essa inerenti, connessi alle finalità che sono proprie di tale restrizione, ma che non sono affatto annullati da tale condizione. La restrizione della libertà personale secondo la Costituzione vigente non comporta affatto una capitis deminutio di fronte alla discrezionalità dell'autorità preposta alla sua esecuzione sentenza 114/79 . Richiamando l'articolo 27, terzo comma, della Costituzione, la Consulta chiarisce che tali statuizioni di principio, nel concreto operare dell'ordinamento, si traducono non soltanto in norme e direttive obbligatorie rivolte all'organizzazione e all'azione delle istituzioni penitenziarie ma anche in diritti di quanti si trovino in esse ristretti. Cosicché l'esecuzione della pena e la rieducazione che ne è finalità - nel rispetto delle irrinunciabili esigenze di ordine e disciplina - non possono mai consistere in trattamenti penitenziari che comportino condizioni incompatibili col riconoscimento della soggettività di quanti si trovano nella restrizione della loro libertà. La dignità della persona art. 3, primo comma, della Costituzione anche in questo caso - anzi soprattutto in questo caso, il cui dato distintivo è la precarietà degli individui, derivante dalla mancanza di libertà, in condizioni di ambiente per loro natura destinate a separare dalla società civile - è dalla Costituzione protetta attraverso il bagaglio degli inviolabili diritti dell'uomo che anche il detenuto porta con sé lungo tutto il corso dell'esecuzione penale, conformemente, del resto, all'impronta generale che l'articolo 1, primo comma, della legge 354/75 ha inteso dare all'intera disciplina dell'ordinamento penitenziario. Al riconoscimento della titolarità di diritti non può non accompagnarsi il riconoscimento del potere di farli valere innanzi a un giudice in un procedimento di natura giurisdizionale. Il principio di assolutezza, inviolabilità e universalità della tutela giurisdizionale dei diritti esclude, infatti, che possano esservi posizioni giuridiche di diritto sostanziale senza che vi sia una giurisdizione innanzi alla quale esse possano essere fatte valere sentenza 212/97 . L'azione in giudizio per la difesa dei propri diritti, d'altronde, è essa stessa il contenuto di un diritto, protetto dagli articoli 24 e 113 della Costituzione e da annoverarsi tra quelli inviolabili, riconducibili all'articolo 2 della Costituzione sentenza 98/1965 e caratterizzanti lo stato democratico di diritto sentenza 18/1982 un diritto che non si lascia ridurre alla mera possibilità di proporre istanze o sollecitazioni, fosse anche ad autorità appartenenti all'ordine giudiziario, destinate a una trattazione fuori delle garanzie procedimentali minime costituzionalmente dovute, quali la possibilità del contraddittorio, la stabilità della decisione e l'impugnabilità con ricorso per cassazione. A questi orientamenti fondamentali, che rappresentano un rovesciamento di prospettiva rispetto alle concezioni vigenti nel sistema giuridico precostituzionale, l'ordinamento penitenziario - materia di legge, alla stregua dell'articolo 13 della Costituzione - deve conformarsi. È quindi evidente, tornando al tema della c.d. area riservata , che il provvedimento dell'amministrazione penitenziaria che attua il collocamento del detenuto in tale sezione, debba essere di volta in volta vagliato attraverso un procedimento giurisdizionale al fine di accertare la potenziale lesione dei diritti del detenuto, quali ad esempio, nel caso dell'area riservata, la violazione del diritto a una, seppur minima, attività trattamentale. Sulla base di quanto sopra citato la magistratura di sorveglianza ed in particolar modo l'organo monocratico della stessa, si è avvalsa della possibilità di interferire giurisdizionalmente sugli atti amministrativi di assegnazione dei detenuti all'area riservata. D'altronde la competenza del magistrato di sorveglianza è ricavabile, oltre che dalla citata sentenza costituzionale, anche da alcune decisioni della Cassazione, secondo le quali, non vi è dubbio che, contro gli atti dell'amministrazione penitenziaria lesivi dei diritti dei detenuti la tutela giurisdizionale si realizza attraverso l'ordinario modello procedimentale del reclamo al magistrato di sorveglianza, che decide mediante ordinanza ricorribile per cassazione Cass., sez. I, 2023/02, Su, 25079/03, sez. I, 623/04 . L'esistenza ed il mantenimento di circuiti quali quello del 41bis e dell'area riservata è la dimostrazione che, sempre più, lo Stato adopera la fase esecutiva della pena come strumento di contrasto alla criminalità organizzata. All'interno dell'ordinamento italiano si è ormai constatato da diversi anni l'esistenza di un doppio binario penitenziario che presiede la fase esecutiva della pena, costituito da un binario comune caratterizzato da premialità e funzione rieducativa e da un binario dove si tende all'impedimento della recidiva non attraverso la risocializzazione del reo, bensì attraverso la neutralizzazione dello stesso, principio, quest'ultimo, che caratterizza ciò che in dottrina viene definita come accezione negativa della funzione special preventiva della pena. A dimostrazione di ciò basti costatare la presenza, all'interno dell'ordito normativo, di disposizioni quali l'articolo 4bis legge 354/75 che disciplina la non applicabilità delle misure alternative alla detenzione ai condannati per reati legati al mondo della criminalità organizzata, l'articolo 41bis comma 2 Op che disciplina la sospensione delle normali regole di trattamento sempre per i condannati di cui al primo comma, primo periodo, del citato articolo 4bis ed infine la cosiddetta area riservata , la quale costituisce un aggravamento, in termini pratici, delle condizioni di vita carceraria destinata, nei fatti, a criminali cosi detti eccellenti . Tuttavia mentre per l'applicazione ministeriale del regime di cui all'articolo 41bis, comma 2, Op, dopo la non previsione nell'originaria formulazione del '92, è, oggi, previsto il controllo giurisdizionale da parte del tribunale di sorveglianza, così non è per ciò che concerne il collocamento del detenuto all'area riservata. Le decisioni del magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, segnano pertanto un punto di svolta in materia di tutela giurisdizionale dei diritti del detenuto, stabilendo, in linea di principio, la reclamabilità di qualsivoglia provvedimento amministrativo, potenzialmente lesivo di tali diritti. Emerge tuttavia un paradosso L'accoglimento del reclamo comporta la trasmissione del provvedimento all'amministrazione penitenziaria con l'invito a ristabilire le condizioni detentive precedenti. Tali dettami della magistratura di sorveglianza, tuttavia, vengono spesso elusi, atteso che l'Amministrazione penitenziaria non da repentinamente attuazione all'ordinanza. Sarebbe pertanto auspicabile un intervento legislativo che consentisse, al magistrato di sorveglianza, la possibilità di annullare direttamente il provvedimento amministrativo ogni qual volta questo venga ritenuto lesivo dei diritti del detenuto. *Avvocato

Ufficio di sorveglianza di Reggio Emilia - ordinanza 7 luglio 2005, n. 189 Magistrato Gattuso Osserva Nel reclamo avanzato in data 13 giugno 2005 il detenuto lamenta l'impossibilità di effettuare le attività di socializzazione previste dall'Ordinamento Penitenziario essendo stato ristretto nella sezione denominata Area Riservata ove sarebbe escluso dalla fruizione di socialità con altri detenuti. Il detenuto lamenta che tale esclusione dalle attività in comune ha avuto inizio l'11 giugno 2005 e pertanto si protrae ormai per un periodo continuativo di circa un mese. Dalla lettura della memoria difensiva presentata il 6.7.2005 si evince che da allora gli sarebbe consentita la fruizione di socialità ed attività trattamentali soltanto in compagnia dell'unico altro detenuto ristretto nella sezione A.R. . Il medesimo ha rilevato dunque di non essere posto attualmente nelle condizioni di partecipare alle attività trattamentali, ricreative e risocializzative neppure nei limiti di cui al trattamento differenziato cui risulta essere pure sottoposto ai sensi dell'articolo 41bis legge 304/75 in merito a tale trattamento il detenuto ha peraltro avanzato reclamo avanti al Tribunale di Sorveglianza di Bologna che con recente ordinanza ha confermato il decreto ministeriale, rigettando il reclamo . Il detenuto ha quindi chiesto l'intervento del magistrato di sorveglianza in relazione al dedotto inasprimento delle condizioni di vita ed alla lesione di diritti soggettivi riconosciuti dall'ordinamento penitenziario asseritamente conseguente al suo inserimento nella cosiddetta Area Riservata . La situazione del reclamante è analoga alla condizione di altro detenuto che ha formato oggetto di reclamo e di valutazione positiva con ordinanza 165/05 del 24 amggio 2005 di accoglimento della domanda di ripristino della condizione detentiva preesistente. Devono pertanto richiamarsi le considerazioni ivi svolte in ordine alla competenza del magistrato di sorveglianza nella materia de qua. Si deve osservare infatti come non possa dubitarsi della competenza del Magistrato di Sorveglianza in materia attinente al diritto soggettivo alla partecipazione al trattamento ed alla fruizione di momenti di socialità con altri soggetti ristretti, che ha riconoscimento nell'ordinamento penitenziario ed ha altresì rilevanza costituzionale. È opportuno menzionare al riguardo la nota giurisprudenza della Corte costituzionale, che richiamati gli articoli 69, 35 legge 354/75 ha affermato essere il giudice di sorveglianza giudice dei diritti soggettivi dei detenuti e degli internati, rimandando al magistrato di sorveglianza la ricognizione nell'ordinamento giuridico degli strumenti giuridici funzionali allo svolgimento di tale funzione di vigilanza Corte costituzionale, sentenza 26/1999 . L'articolo 69 della legge 304/75 al primo comma espressamente prevede che il magistrato di sorveglianza vigila sull'organizzazione degli istituti e al secondo comma detta che il magistrato di sorveglianza esercita altresì la vigilanza diretta ad assicurare che l'esecuzione della custodia degli imputati sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti . Il comma 5 del medesimo articolo dispone che il magistrato di sorveglianza impartisce inoltre nel corso del trattamento disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati . L'articolo 35 della stessa Legge conferisce ai detenuti e agli internati il diritto di reclamo al magistrato di sorveglianza. Di recente la Corte di cassazione ha in più occasioni ribadito la competenza del magistrato di sorveglianza in materia di diritti soggettivi, specificando quale strumento processuale debba essere utilizzato. In particolare il Supremo collegio ha sottolineato che non v'è dubbio che alla luce di un consolidato orientamento giurisprudenziale Cassazione Sezione prima, 2023/02, rv 221623 Su, 2079/03, rv. 224603 e 224604 in materia relativa ai colloqui e alle conversazioni telefoniche contro gli atti dell'Amministrazione Penitenziaria lesivi dei diritti dei detenuti la tutela giurisdizionale si realizza attraverso l'ordinario modello procedimentale delineato dagli articoli 14ter Ord. Penit. e 678 Cpp, che prevede il reclamo al magistrato di sorveglianza, che decide mediante ordinanza ricorribile per cassazione sentenza 623/04 . Poiché nella specie la materia è sicuramente attinente a dedotta lesione di diritti soggettivi, pare dunque che lo strumento del reclamo cosiddetto. generico all'Ufficio di Sorveglianza ai sensi del menzionato articolo 35 354/75 sia, allo stato della normativa vigente, confacente, con applicazione della procedura delineata dagli articoli 14ter 354/75, 678 Cpp. Tale modulo procedimentale è stato attivato nel presente giudizio con regolare notifica al reclamante ed al Pm. Comunicazione è stata data anche alla direzione dell'Istituto Penitenziario, acquisendo memorie trasmesse a chiarimento dei fatti. Il Supremo collegio, con la sentenza 623/04, sopra citata, ha espressamente statuito che il magistrato di sorveglianza non ha competenza in materia di trasferimenti intramurari quando l'allocazione del detenuto in una specifica sezione non comporti un'immotivata compromissione dei diritti soggettivi dei detenuti e se ne deve pertanto desumere a contrario la competenza quando si verifichi tale ipotesi. La Corte, infatti, con la decisione citata ha escluso la competenza del magistrato di sorveglianza con riferimento all'allocazione nel circuito differenziato cosiddetto E.I.V. in quanto ha appurato che l'inserimento del detenuto nel circuito E.I.V. non comporta alcuna limitazione sotto il profilo dell'accesso alle opportunità trattamentali riconosciute dall'ordinamento penitenziario . Inoltre, la Corte di cassazione nel caso esaminato ha rilevato che il suddetto provvedimento lungi dal limitare la partecipazione del detenuto ad attività trattamentali ha solo stabilito per ragioni di opportunità specificamente indicate, la prescrizione di determinate cautele dettate, si badi bene, non solo per la particolare pericolosità del ricorrente ma anche per evitare atti di autolesionismo o contatti con detenuti considerati non affidabili . Nel caso considerato dalla Corte di cassazione, dunque, il provvedimento amministrativo è risultato adeguatamente motivato in ordine alle finalità di prevenzione perseguite con l'inserimento del detenuto nel circuito E.I.V Si deve pertanto procedere nel caso di specie all'esame delle condizioni detentive conseguenti al provvedimento che ha disposto l'inserimento del reclamante nella sezione A.R. , al fine di verificare se le stesse comportino limitazioni alla partecipazione del detenuto alle opportunità trattamentali riconosciute dall'ordinamento penitenziario e si deve altresì verificare se l'eventuale compressione di diritti soggettivi sia motivata da finalità di prevenzione o di altra natura. Oggetto dell'odierna valutazione non è dunque la legittimità di un qualsiasi provvedimento dell'Amministrazione Penitenziaria che disponga il trasferimento in una sezione in luogo di un'altra, materia nella quale sussiste la competenza esclusiva dell'Autorità amministrativa essendo rimessa alla discrezionalità della medesima, ma, secondo l'insegnamento del Supremo collegio, la legittimità dei riflessi che tale allocazione ha nel caso di specie sull'effettivo esercizio dei diritti soggettivi di cui il detenuto è titolare. Ciò posto, procedendo all'esame delle effettive conseguenze del provvedimento amministrativo reclamato ed alle sue ripercussioni sul concreto esercizio dei diritti soggettivi del detenuto, dalla lettura delle informazioni richieste da questa Autorità Giudiziaria all'Istituto Penitenziario di Parma risulta che il detenuto reclamante fruisce quotidianamente di socializzazione e l'ora d'aria unitamente al detenuto S. e al suo imminente rientro anche col detenuto C.F. v. relazione del 24 giugno 2005 . Il detenuto C.F. risulta allo stato assegnato provvisoriamente presso la consorella di Pisa per motivi sanitari e ad espiate cure farà rientro in sede . Dunque, allo stato e sino al rientro del detenuto C.F., il reclamante è completamente isolato dal resto dei detenuti ristretti nella Casa di Reclusione di Parma, salvo che il solo detenuto S Questo Ufficio di Sorveglianza negli ultimi anni ha già manifestato in più occasioni, con alcune segnalazioni al Ministero trasmesse ai sensi dell'articolo 69 comma 1 354/75, tutte le perplessità in merito all'inserimento di alcuni detenuti nella cosiddetta Area Riservata , sezione penitenziaria ove non può revocarsi in dubbio che le condizioni di detenzione risultano gravemente compromesse dalla presenza di un numero così limitato di detenuti con cui condividere i momenti di socialità. L'allocazione nella cosiddetta Area Riservata comporta la possibilità di comunicazione con un solo altro detenuto. Tale condizione viene disposta senza indicazione di alcun termine e potrebbe dunque protrarsi anche per tutta la pena da espiare nel caso del reclamante, in ipotesi di conferma della sentenza di condanna, l'ergastolo . Pare a questo giudice che non possa porsi in dubbio che tale misura, che non è espressamente prevista dalla legge 304/75, appaia icto oculi di dubbia compatibilità con i noti dettati costituzionali in materia di trattamento penitenziario ed in particolare con i principi di umanità del trattamento e della finalità rieducativa della pena. L'Ordinamento Penitenziario prevede infatti fattispecie tassativamente elencate in cui è possibile escludere un detenuto dalle attività in comune articolo 33 legge 304/75, articoli 73, 77 Dpr 230/00 e non può seriamente dubitarsi che la possibilità di comunicazione con un solo altro detenuto, quando si protragga per diversi mesi e soprattutto sia stata disposta senza indicazione di alcun termine, incida pesantemente sull'esercizio di diritti soggettivi e sull'attuazione dei principi dettati dalla legge 304/75, aventi rilevanza costituzionale, che specificano le modalità di esecuzione della custodia cautelare in carcere, che garantiscono umanità nel trattamento penitenziario e che dispongono che l'esecuzione della pena abbia finalità risocializzanti e rieducative. Questo Ufficio di Sorveglianza ha richiesto con nota del 23 giugno 2005 copia del provvedimento amministrativo che ha disposto l'inserimento del detenuto nella cosiddetta. Area Riservata, al fine di valutarne le motivazioni. Tale provvedimento non è stato però trasmesso dall'Amministrazione poiché, come è stato già verificato da questo giudice in occasione del reclamo valutato nel maggio u.s., l'inserimento dei detenuti in tale Area Riservata non viene con specifico provvedimento scritto e motivato. La Direzione ha comunque trasmesso una nota, redatta il 24 giugno 2005, nella quale vengono enunciati i motivi dell'atto amministrativo. Dalla menzionata nota della direzione dell'Istituto Penitenziario del 24 giugno si evince che il motivo di tale trasferimento è da ricondurre alla necessità di dividere i momenti di socialità con il detenuto S. . Dalla lettura di tale nota deve dunque desumersi, come già verificato nel caso sopra menzionato che ha formato oggetto di reclamo accolto nel maggio u.s., che l'allocazione del reclamante nella cosiddetta Area Riservata non consegue a comportamenti del detenuto, ad una valutazione della sua particolare pericolosità o ad altre ragioni di sicurezza ed ordine interni che lo concernono, ma esclusivamente alla necessità di garantire all'altro detenuto ivi allocato S. la presenza di almeno un compagno di detenzione. Se il C. non fosse stato trasferito in tale sezione, cioè, il detenuto S. sarebbe rimasto, in seguito al trasferimento del detenuto C.F. nella Casa Circondariale di Pisa per motivi sanitari, in una situazione di perdurante assoluto isolamento, sicuramente illegittima. Ritiene questo giudice che la nota trasmessa dalla Direzione della Casa di Reclusione di Parma nel descrivere l'iter logico che ha condotto alla decisione, come già accaduto in occasione del precedente reclamo del maggio u.s., diano sufficienti elementi per addivenire ad una valutazione. Come detto, questo Ufficio di Sorveglianza ha già ritenuto in passato che l'inserimento senza il suo consenso di un detenuto in una sezione ove risulta essere ristretto un solo altro detenuto, per un lungo periodo di tempo e senza che sia indicato alcun termine, fosse difficilmente compatibile con il principio costituzionale dell'umanità del trattamento penitenziario e nel corso degli ultimi anni ne ha fatta in più occasioni segnalazione al Ministero in particolare al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Ufficio detenuti e trattamento ai sensi dell'articolo 69 comma 1 legge 304/75. Deve rilevarsi come le sopra menzionate segnalazioni al Ministero fossero comunque tutte riferite a detenuti segnalati per l'elevatissima ed eccezionale pericolosità sociale, desumibile dalla straordinaria gravità e natura dei delitti commessi e dal ruolo verticistico assunto al massimo livello nell'ambito di associazioni a delinquere di stampo mafioso di particolarissima rilevanza. Nel caso di specie la situazione è affatto dissimile, poiché è invece carente nelle note dell'Amministrazione ogni riferimento ad esigenze di prevenzione, atteso che come detto dalle note della direzione della Casa di Reclusione di Parma si comprende che il motivo che ha indotto l'Amministrazione a decidere l'allocazione del reclamante nella cosiddetta Area Riservata è da ricondurre esclusivamente alla necessità di fornire un compagno di detenzione all'altro detenuto. A prescindere da un definitivo giudizio sulla compatibilità della stessa previsione della cosiddetta Area Riservata con i principi costituzionali richiamati, che non forma oggetto dell'odierna decisione, deve rilevarsi come l'inserimento di un detenuto in tale area comporti senz'altro una grave compromissione delle condizioni di vita detentiva con menomazione del diritto soggettivo del detenuto a partecipare al trattamento rieducativo seppure nei limiti consentiti dall'articolo 41bis II comma 354/75 , del diritto a condurre vita di relazione seppure nei limiti conseguenti allo stato detentivo e con effetti per il suo stesso stato di salute psico-fisica in particolare con il protrarsi sine die di tale regime detentivo . L'adozione di un provvedimento amministrativo che comporta, senza il consenso dell'interessato, tali effetti necessita di adeguata motivazione. I motivi devono essere necessariamente riferibili al detenuto senza che il detenuto sia fatto strumento di finalità di amministrazione penitenziaria che prescindono da ogni valutazione della sua situazione personale, della meritevolezza del suo comportamento, del giudizio sul suo percorso detentivo, delle finalità trattamentali che deve assumere la pena nei suoi confronti. Non può non rilevarsi che la Carta Costituzionale ponendo la persona umana ed i suoi diritti inviolabili al centro del sistema giuridico, postula un principio che informa l'intero ordinamento giuridico e che esclude che la persona, ancorché ristretta, sia piegata a mero strumento di finalità amministrative, senza alcun particolare riguardo alla specifica valutazione della sua soggettività. Il provvedimento della direzione che ha disposto il trasferimento del reclamante nella sezione denominata Area Riservata , a prescindere da ogni valutazione della legittimità o meno della cosiddetta Area Riservata , è da ritenersi illegittimo nella specie per carenza di motivazione. Deve essere infine osservato che allo stato non è dato comprendere se nelle intenzioni dell'Amministrazione il detenuto sarebbe stato comunque ritrasferito nella sezione di provenienza al momento del rientro del C.F. dalla Casa Circondariale di Pisa, o se invece si è inteso inserire tre detenuti insieme nella sezione A.S Tale elemento non può essere conosciuto e fatto oggetto di giudizio del magistrato di sorveglianza proprio a causa della mancanza di uno specifico provvedimento amministrativo che contenga una motivazione e l'eventuale indicazione di un termine. Né può comunque ritenersi che l'eventuale futuro rientro nella sezione A.S. del detenuto C.F. o valga di per sé ad elidere i gravi dubbi di legittimità del provvedimento amministrativo. Le gravi limitazioni al trattamento ed alla vita di relazione che si sono osservate sino ad oggi permarrebbero infatti pressoché immutate anche in ipotesi di inserimento continuativo di tre, anziché due, detenuti in condizione di totale isolamento dal resto dell'Istituto Penitenziario. Esse appaiono incompatibili con il quadro normativo attuale, in mancanza di specifiche disposizioni che prevedano tale misura, di consenso del detenuto, di un provvedimento motivato sulle specifiche condizioni della persona, di un termine. Inoltre, come dimostra il caso di specie, una condizione identica a quella già esaminata nell'ordinanza del 24 maggio 2005 e nuovamente osservata nell'attualità delle condizioni detentive del reclamante di fatto si riproduce ogni qualvolta uno dei tre detenuti sia provvisoriamente assegnato per una qualsiasi ragione ad altro Istituto Penitenziario. Deve essere segnalata, con disposizione del magistrato di sorveglianza emessa ai sensi dell'articolo 69 V comma ultima parte della legge 304/75 disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati la necessità per l'Amministrazione di provvedere con tempestività all'emanazione dei provvedimenti conseguenti, con ripristino delle pregresse condizioni detentive. PQM Visti gli articoli 69 comma 5 legge 354/75, e articoli 5, 37 e 39, Dpr 230/00, accoglie il reclamo presentato da C Dispone ai sensi dell'articolo 69 comma 5 ultima parte della legge 304/75 disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati la trasmissione del provvedimento al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed alla direzione della Casa di Reclusione di Parma per quanto di competenza in ordine all'emanazione dei provvedimenti conseguenti, con ripristino delle pregresse condizioni detentive.

Ufficio di sorveglianza di Reggio Emilia - ordinanza 26 maggio 2005, n. 165 Magistrato di sorveglianza Gattuso Osserva Nell'esposto avanzato in data 23 marzo 2005 reiterato in sede di colloquio con il magistrato di sorveglianza svolto in data 18 aprile 2005 ai sensi dell'articolo 75 Dpr 230/00 , il detenuto lamenta l'impossibilità di effettuare le attività di socializzazione previste dall'Ordinamento Penitenziario essendo stato ristretto nella sezione denominata Area Riservata ove, insieme ad un solo altro detenuto, è completamente isolato dal resto dell'Istituto Penitenziario. Il detenuto lamenta che tale esclusione dalle attività in comune ha avuto inizio il 5 marzo 2005 e pertanto si protrae ormai per un periodo continuativo di oltre due mesi e riferisce che da allora gli sarebbe consentito soltanto di fruire dell'ora d'aria e di una saletta dove sono collocate alcune attrezzature da palestra ma ove può recarsi soltanto da solo o in compagnia dell'altro detenuto ristretto nella sezione A.R. . Il medesimo ha rilevato dunque di non essere posto attualmente nelle condizioni di partecipare alle attività trattamentali, ricreative e risocializzative neppure nei limiti di cui al trattamento differenziato cui risulta essere pure sottoposto ai sensi dell'articolo 41bis legge 304/75 in merito a tale trattamento il detenuto ha peraltro avanzato reclamo avanti al Tribunale di Sorveglianza di Bologna che in data 12 aprile 2005 ha confermato il decreto ministeriale, rigettando il reclamo salvo che per alcune residuali disposizioni in materia di colloqui con i familiari . Il detenuto ha quindi chiesto l'intervento del magistrato di sorveglianza in relazione al dedotto inasprimento delle condizioni di vita ed alla lesione di diritti soggettivi riconosciuti dall'ordinamento penitenziario asseritamente conseguente al suo inserimento nella cosiddetta Area Riservata . Il detenuto risulta attualmente ristretto in forza di più ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse nell'ambito di diversi procedimenti penali a suo carico in un caso è stato già condannato con sentenza, non passata in giudicato, alla pena dell'ergastolo , ma nella specie non risultano provvedimenti giurisdizionali che determinino modalità particolari di esecuzione della custodia cautelare in carcere. Si deve osservare preliminarmente come non possa dubitarsi della competenza del Magistrato di Sorveglianza in materia attinente al diritto soggettivo alla partecipazione al trattamento ed alla fruizione di momenti di socialità con altri soggetti ristretti, che ha riconoscimento nell'ordinamento penitenziario ed ha altresì rilevanza costituzionale. È opportuno menzionare al riguardo la nota giurisprudenza della Corte costituzionale, che richiamati gli articoli 69, 35 legge 354/75 ha affermato essere il giudice di sorveglianza giudice dei diritti soggettivi dei detenuti e degli internati, rimandando al magistrato di sorveglianza la ricognizione nell'ordinamento giuridico degli strumenti giuridici funzionali allo svolgimento di tale funzione di vigilanza Corte costituzionale, sentenza 26/1999 . L'articolo 69 della legge 304/75 al primo comma espressamente prevede che il magistrato di sorveglianza vigila sull'organizzazione degli istituti e al secondo comma detta che il magistrato di sorveglianza esercita altresì la vigilanza diretta ad assicurare che l'esecuzione della custodia degli imputati sia attuata in conformità delle leggi e dei regolamenti . Il comma 5 del medesimo articolo dispone che il magistrato di sorveglianza impartisce inoltre nel corso del trattamento disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati . L'articolo 35 della stessa Legge conferisce ai detenuti e agli internati il diritto di reclamo al magistrato di sorveglianza. Di recente la Corte di cassazione ha in più occasioni ribadito la competenza del magistrato di sorveglianza in materia di diritti soggettivi, specificando quale strumento processuale debba essere utilizzato. In particolare il Supremo collegio ha sottolineato che non v'è dubbio che alla luce di un consolidato orientamento giurisprudenziale Cassazione Sez. prima, 2023/02, rv 221623 Su, 25079/03, rv. 224603 e 224604 in materia relativa ai colloqui e alle conversazioni telefoniche contro gli atti dell'Amministrazione Penitenziaria lesivi dei diritti dei detenuti la tutela giurisdizionale si realizza attraverso l'ordinario modello procedimentale delineato dagli articoli 14ter Ord. Penit. e 678 Cpp, che prevede il reclamo al magistrato di sorveglianza, che decide mediante ordinanza ricorribile per cassazione sentenza 623/04 . Poiché nella specie la materia è sicuramente attinente a dedotta lesione di diritti soggettivi, pare dunque che lo strumento del reclamo cosiddetto. generico all'Ufficio di Sorveglianza ai sensi del menzionato articolo 35 legge 354/75 sia, allo stato della normativa vigente, confacente, con applicazione della procedura delineata dagli articoli 14ter legge 354/75, 678 Cpp. Tale modulo procedimentale è stato attivato nel presente giudizio con regolare notifica al reclamante ed al Pm. Comunicazione è stata data anche alla direzione dell'Istituto Penitenziario, acquisendo memorie trasmesse a chiarimento dei fatti. Il Supremo collegio, con la sentenza 623/04, sopra citata, ha espressamente statuito che il magistrato di sorveglianza non ha competenza in materia di trasferimenti intramurari quando l'allocazione del detenuto in una specifica sezione non comporti un'immotivata compromissione dei diritti soggettivi dei detenuti e se ne deve pertanto desumere a contrario la competenza quando si verifichi tale ipotesi. La Corte, infatti, con la decisione citata ha escluso la competenza del magistrato di sorveglianza con riferimento all'allocazione nel circuito differenziato cosiddetto E.I.V. in quanto ha appurato che l'inserimento del detenuto nel circuito E.I.V. non comporta alcuna limitazione sotto il profilo dell'accesso alle opportunità trattamentali riconosciute dall'ordinamento penitenziario . Inoltre, la Corte di cassazione nel caso esaminato ha rilevato che il suddetto provvedimento lungi dal limitare la partecipazione del detenuto ad attività trattamentali ha solo stabilito per ragioni di opportunità specificamente indicate, la prescrizione di determinate cautele dettate, si badi bene, non solo per la particolare pericolosità del ricorrente ma anche per evitare atti di autolesonismo o contatti con detenuti considerati non affidabili . Nel caso considerato dalla Corte di cassazione, dunque, il provvedimento amministrativo è risultato adeguatamente motivato in ordine alle finalità di prevenzione perseguite con l'inserimento del detenuto nel circuito E.I.V Si deve pertanto procedere nel caso di specie all'esame delle condizioni detentive conseguenti al provvedimento che ha disposto l'inserimento del reclamante nella sezione A.R. , al fine di verificare se le stesse comportino limitazioni alla partecipazione del detenuto alle opportunità trattamentali riconosciute dall'ordinamento penitenziario e si deve altresì verificare se l'eventuale compressione di diritti soggettivi sia motivata da finalità di prevenzione o di altra natura. Oggetto dell'odierna valutazione non è dunque la legittimità di un qualsiasi provvedimento dell'Amministrazione Penitenziaria che disponga il trasferimento in una sezione in luogo di un'altra, materia nella quale sussiste la competenza esclusiva dell'Autorità amministrativa essendo rimessa alla discrezionalità della medesima, ma, secondo l'insegnamento del Supremo collegio, la legittimità dei riflessi che tale allocazione ha nel caso di specie sull'effettivo esercizio dei diritti soggettivi di cui il detenuto è titolare. Ciò posto, procedendo all'esame delle effettive conseguenze del provvedimento amministrativo reclamato ed alle sue ripercussioni sul concreto esercizio dei diritti soggettivi del detenuto, dalla lettura delle informazioni richieste da questa Autorità Giudiziaria all'Istituto Penitenziario di Parma risulta che al detenuto reclamante ed all'altro soggetto ivi ristretto nella sezione vengono garantite tutte le attività in comune e di socializzazione previste come i passeggi, la saletta ricreativa, provvista di tutto il materiale consentito, nonché della palestra. Essi inoltre possono assistere alla Santa Messa v. relazione del 7 maggio 2005 . Essendo stato quindi richiesto specificamente con nota di questa Autorità giudiziaria del 26 aprile 2005 di dettagliare i nominativi di tutti i detenuti con i quali è consentito al reclamante di svolgere tali attività in comune, la relazione citata chiarisce che il G. quotidianamente effettua le attività con il detenuto V. . Dunque, con il solo detenuto V. . Questo Ufficio di Sorveglianza negli ultimi anni ha già manifestato in più occasioni, con alcune segnalazioni al Ministero trasmesse ai sensi dell'articolo 69 comma 1 legge 354/75, tutte le perplessità in merito all'inserimento di alcuni detenuti nella cosiddetta Area Riservata , sezione penitenziaria ove non può revocarsi in dubbio che le condizioni di detenzione risultano gravemente compromesse dalla presenza di un numero così limitato di detenuti con cui condividere i momenti di socialità. L'allocazione nella cosiddetta Area Riservata comporta la possibilità di comunicazione con un solo altro detenuto. Tale condizione viene disposta senza indicazione di alcun termine e potrebbe dunque protrarsi anche per tutta la pena da espiare nel caso del reclamante, in ipotesi di conferma della sentenza di condanna, l'ergastolo . Pare a questo giudice che non possa porsi in dubbio che tale misura, che non è espressamente prevista dalla legge 304/75, appaia icto oculi di dubbia compatibilità con i noti dettati costituzionali in materia di trattamento penitenziario ed in particolare con i principi di umanità del trattamento e della finalità rieducativa della pena. L'Ordinamento Penitenziario prevede infatti fattispecie tassativamente elencate in cui è possibile escludere un detenuto dalle attività in comune articolo 33 legge 304/75, articoli 73, 77 Dpr 230/00 e non può seriamente dubitarsi che la possibilità di comunicazione con un solo altro detenuto, quando si protragga per diversi mesi e soprattutto sia stata disposta senza indicazione di alcun termine, incida pesantemente sull'esercizio di diritti soggettivi e sull'attuazione dei principi dettati dalla legge 304/75, aventi rilevanza costituzionale, che specificano le modalità di esecuzione della custodia cautelare in carcere, che garantiscono umanità nel trattamento penitenziario e che dispongono che l'esecuzione della pena abbia finalità risocializzanti e rieducative. Nel presente procedimento, questo Ufficio di Sorveglianza, al fine di verificare con riguardo alla specifica posizione del G. la legittimità del provvedimento amministrativo incidente sui diritti soggettivi del detenuto, ha inoltrato richiesta di acquisizione del provvedimento con lo scopo di valutarne la motivazione e verificarne le finalità di prevenzione o altro . La direzione dell'Istituto Penitenziario parmense, con nota in data 24 marzo 2005, ha comunicato che il detenuto è stato trasferito presso la cosiddetta Area Riservata su disposizione ministeriale emessa in data 4 marzo 2005. Questa Autorità Giudiziaria ha quindi richiesto in data 26 aprile 2005 ai sensi dell'articolo 5 Dpr 230/00 l'acquisizione di tale provvedimento ministeriale, che è stato trasmesso dal Direttore Generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria con nota del 12 maggio 2005. Da tale provvedimento ministeriale del 4.3.2005 si evince però esclusivamente che nulla osta da parte della Direzione Generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria a quanto comunicato dalla direzione dell'Istituto Penitenziario di Parma. Non essendo stato dunque trasmesso uno specifico provvedimento, pare che al fine di ricostruire comunque le motivazioni dell'atto amministrativo sia d'uopo procedere all'esame delle note della stessa direzione di Parma del 24 marzo 2005, del 22 aprile 2005 e del 7 maggio 2005 inviate nel corso dell'istruttoria, che chiariscono i motivi del trasferimento. Dalla lettura della nota del 22 aprile si evince che il motivo di tale trasferimento è da ricondurre alla necessità di individuare un detenuto in questo caso il G. da parte di questa Direzione che potesse garantire i momenti di socialità e aggregazione del detenuto V., sottoposto all'A.R. . Dalla nota del 12 maggio si rileva in particolare che il detenuto G. è stato individuato perché non proveniente dalla stessa area criminale del V. e perché presenta caratteristiche di non particolare pericolosità criminale dato quest'ultimo che pare peraltro di dubbia compatibilità con quanto evidenziato invece nel decreto ministeriale che lo sottopone al trattamento differenziato ex articolo 41bis legge 304/75 . Dalla nota del 24 marzo infine si evince che tale misura è stata adottata a seguito del trasferimento in altra sede del detenuto C. Antonio per revoca del 41bis per effetto di ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna dell'8 marzo 2005. Dalla lettura di tali note deve dunque desumersi che l'allocazione del reclamante nella cosiddetta Area Riservata non consegue a comportamenti del detenuto, ad una valutazione della sua particolare pericolosità o ad altre ragioni di sicurezza ed ordine interni che lo concernono, ma esclusivamente alla necessità di garantire all'altro detenuto ivi allocato V. la presenza di almeno un compagno di detenzione. Se il G. non fosse stato trasferito in tale sezione, cioè, il detenuto V. sarebbe rimasto, in seguito al trasferimento di altro detenuto avvenuto agli inizi di marzo, in una situazione di perdurante assoluto isolamento, sicuramente illegittima. Ritiene questo giudice che le note trasmesse dalla Direzione della Casa di Reclusione di Parma nel descrivere l'iter logico che ha condotto alla decisione diano sufficienti elementi per addivenire ad una valutazione. Come detto, questo Ufficio di Sorveglianza ha già ritenuto in passato che l'inserimento senza il suo consenso di un detenuto in una sezione ove risulta essere ristretto un solo altro detenuto, per un lungo periodo di tempo e senza che sia indicato alcun termine, fosse difficilmente compatibile con il principio costituzionale dell'umanità del trattamento penitenziario e nel corso degli ultimi anni ne ha fatta in più occasioni segnalazione al Ministero in particolare al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Ufficio detenuti e trattamento ai sensi dell'articolo 69 comma 1 legge 304/75. Deve rilevarsi come le sopra menzionate segnalazioni al Ministero fossero comunque tutte riferite a detenuti segnalati per l'elevatissima ed eccezionale pericolosità sociale, desumibile dalla straordinaria gravità e natura dei delitti commessi e dal ruolo verticistico assunto al massimo livello nell'ambito di associazioni a delinquere di stampo mafioso di particolarissima rilevanza. Nel caso di specie la situazione è affatto dissimile, poiché è invece carente nelle note dell'Amministrazione ogni riferimento ad esigenze di prevenzione, atteso che come detto dalle note della direzione della Casa di Reclusione di Parma si comprende che il motivo che ha indotto l'Amministrazione a decidere l'allocazione del reclamante nella cosiddetta Area Riservata è da ricondurre esclusivamente alla necessità di fornire un compagno di detenzione all'altro detenuto, e l'unico motivo che ha indotto l'Amministrazione a scegliere il G. è la sua appartenenza ad area criminale diversa da quella dell'altro detenuto. A prescindere da un definitivo giudizio sulla compatibilità della stessa previsione della cosiddetta Area Riservata con i principi costituzionali richiamati, che non forma oggetto dell'odierna decisione, deve rilevarsi come l'inserimento di un detenuto in tale area comporti senz'altro una grave compromissione delle condizioni di vita detentiva con menomazione del diritto soggettivo del detenuto a partecipare al trattamento rieducativo seppure nei limiti consentiti dall'articolo 41bis comma 2 legge 354/75 , del diritto a condurre vita di relazione seppure nei limiti conseguenti allo stato detentivo e con effetti per il suo stesso stato di salute psico-fisica in particolare con il protrarsi sine die di tale regime detentivo . L'adozione di un provvedimento amministrativo che comporta, senza il consenso dell'interessato, tali effetti necessita di adeguata motivazione. I motivi devono essere necessariamente riferibili al detenuto senza che il detenuto sia fatto strumento di finalità di amministrazione penitenziaria che prescindono da ogni valutazione della sua situazione personale, della meritevolezza del suo comportamento, del giudizio sul suo percorso detentivo, delle finalità trattamentali che deve assumere la pena nei suoi confronti. Non può non rilevarsi che la Carta Costituzionale ponendo la persona umana ed i suoi diritti inviolabili al centro del sistema giuridico, postula un principio che informa l'intero ordinamento giuridico e che esclude che la persona, ancorché ristretta, sia piegata a mero strumento di finalità amministrative, senza alcun particolare riguardo alla specifica valutazione della sua soggettività. Il provvedimento della direzione che ha disposto il trasferimento del reclamante nella sezione denominata Area Riservata , a prescindere da ogni valutazione della legittimità o meno della cosiddetta Area Riservata , è da ritenersi illegittimo nella specie per carenza di motivazione. Deve essere segnalata, con disposizione del magistrato di sorveglianza emessa ai sensi dell'articolo 69 comma 5 ultima parte della legge 304/75 disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati la necessità per l'Amministrazione di provvedere con tempestività all'emanazione dei provvedimenti conseguenti, con ripristino delle pregresse condizioni detentive. PQM visti gli articoli 69 comma 5 Legge 354/75, e articoli 5, 37 e 39, Dpr 230/00, accoglie il reclamo presentato da G Dispone ai sensi dell'articolo 69 comma 5 ultima parte della legge 304/75 disposizioni dirette ad eliminare eventuali violazioni dei diritti dei condannati la trasmissione del provvedimento al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed alla direzione della Casa di Reclusione di Parma per quanto di competenza in ordine all'emanazione dei provvedimenti conseguenti, con ripristino delle pregresse condizioni detentive.