La riforma copernicana del diritto fallimentare

di Biancamaria Sparano

La riforma del fallimento è stata approvata in via definitiva dal Consiglio dei ministri di giovedì 22 dicembre 2005 vedi tra gli arretrati del 23 dicembre . Pubblicata sulla Gazzetta ufficiale di lunedì scorso DLgs 5/2006, in GU n. 12 del 16 gennaio 2006, supplemento ordinario n. 13 entrerà in vigore il 16 luglio prossimo. Di seguito anticipiamo il contributo di Biancamaria Sparano che sarà pubblicato, assieme a quello di Valentina Infante, su D& G n. 4 del 28 gennaio prossimo. di Biancamaria Sparano* Una rivoluzione copernicana, così è stata definita dal ministro della Giustizia Roberto Castelli, la riforma del fallimento, approvata dal Consiglio dei ministri del 22 dicembre scorso e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale di lunedì scorso, 16 gennaio D.Lgs 5/2006, in GU n. 12 del 16 gennaio, supplemento ordinario numero . La riforma è attesa da tempo immemore, risalendo la normativa sino ad ora vigente al 1942, Rd 267/42, Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa . Le difficoltà incontrate nel varo della riforma, trattandosi di materia che incide sul vivo dell'economia, sono state plurime. Il senso della riforma, prima facie, è quello di spostare l'attenzione al fallito o al fallendo che, si spera, possa evitare la procedura concorsuale e al comitato dei creditori, i veri interessati al recupero dei propri crediti. Si tratta sempre di un provvedimento nell'ottica deflativa della giustizia civile, tendente a spostare quindi il baricentro della gestione dai giudici alla parte, in un'ottica anche di privatizzazione della gestione degli interessi economici delle parti. La speranza è che la nuova normativa possa agevolare la rapidità della procedura e la conservazione dell'azienda e non la dispersione e liquidazione dei singoli beni, non valorizzando l'insieme, costituito proprio dall'azienda. Il tentativo, come detto dal sottosegretario dell'Economia Michele Vietti è quello di sradicare, da un ristretto mondo di addetti ai lavori, la gestione delle crisi di impresa. Purtroppo tale obiettivo si sovrappone alla lungaggine delle procedure attuali, non volute dal legislatore del 1942, ma purtroppo innescatesi, sia per il rilevante numero di procedure concorsuali aperte in tutti i Tribunali di Italia sia, soprattutto, per l'eccessiva lunghezza dei giudizi civili, tesi alla tutela del fallimento, che finiscono nel ricadere nel calderone della giustizia civile italiana. Si pensi che, nel nostro studio, è arrivato un riparto di un fallimento dichiarato nel 1977 e solo ora il curatore è riuscito a ripartire piccoli importi, ormai quando non c'è più nemmeno il ricordo, la memoria storica, di quella domanda di ammissione al passivo del 1977. Il dato allegato alla Relazione sull'Amministrazione della Giustizia nell'anno 2004, del Procuratore Generale della Repubblica presso la Cassazione, Francesco Favara, è effettivamente più che sconfortante. Le procedure fallimentari dich. di fallimento pendenti a luglio 2002 risultano essere 115.623 sopravvenute, cioè dichiarate dal luglio 2002 al giugno 2003, 10.478 esaurite nello stesso periodo 13.270 dal luglio 2003 sono restate pendenti 111.606 procedure, quindi la percentuale di diminuzione è stata del -3,5% ne sono sopravvenute 11.083, con una variazione percentuale del 5,8%, ne sono state esaurite 13.538, con variazione del 2,0%, ne restano pendenti al 30 giugno 2004 109.151, la variazione migliorativa è stata solo del -2,2%. Questo vuol dire che lavorano attualmente, in Italia, almeno 109.151 avvocati, dottori o ragionieri commercialisti che sono curatori di ciascuna procedura, un buon numero di coadiutori, per aiutare la gestione di procedure complesse, un buon numero di legali che le tutelano. Un numero almeno equivalente di domande di ammissione al passivo e noi sappiamo che fallimenti in cui si insinua un solo creditore sono rarissimi. Giudici delegati, personale di Cancelleria, commessi che gestiscono questo ammasso, anche cartaceo immaginiamo i 109.151 faldoni sparsi nei tribunali di Italia ed immaginiamo anche i 109.151 falliti, composti da ditte individuali, società, di persone e di capitali, su cui ormai non pesa più neanche il grave disvalore sociale dato dalla dichiarazione di fallimento. Vorrei anche che si pensasse al raro, occasionale, forse ingenuo creditore non italiano, forse comunitario, difficilmente statunitense, qualche volta ormai cinese che ha avuto rapporti commerciali con la ditta ormai fallita e che sa con certezza che difficilmente potrà recuperare quanto da lui vantato. A tutti questi soggetti è destinata la riforma. * Avvocato