Diffamazione ""condominiale"" se l'amministratore deride i morosi

Integra il reato la lettera inviata a tutti che si trasforma in un attacco personale

Anche una missiva inviata agli inquilini di uno stabile può essere lesiva della reputazione altrui. Ed integrare, quindi, il reato diffamazione. È quanto emerge dalla sentenza 282/06 della quinta sezione penale della Cassazione, depositata il 10 gennaio e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati. In particolare, la Suprema corte ha ravvisato il delitto di diffamazione nel comportamento dell'amministratore di un condominio che, in una lettera, aveva informato i condomini della morosità di uno di essi, definendolo un anarcoide che intralcia e fomenta e mantiene comportamento scorretto . In altre parole, secondo i giudici di legittimità, le critiche mosse nei confronti di quest'ultimo avevano trasmodato in un attacco personale, nel dileggio e nel discredito della persona . Le frasi offensive avevano di fatto superato il limite della continenza e non potevano trovare alcuna giustificazione nella situazione di stasi che si era venuta a creare in riferimento alla spesa dell'impianto elettrico del condominio, a causa dell'inquilino moroso. La Cassazione ha condannato l'amministratore al pagamento delle spese processuali ed a quelle di parte civile.

Cassazione - Sezione quinta penale - sentenza 23 novembre 2005-10 gennaio 2006, n. 282 Motivi della decisione Il Tribunale di Lanciano assolveva Olimea Elio dal reato di diffamazione con ampia formula liberatoria. Sul gravame del Pm e della parte civile, la Corte di appello dell'Aquila condannava l'imputato alla pena della multa, nonché al risarcimento del danno. I giudici di merito hanno accertato che l'Olimea, quale amministratore, inviò ai condomini una lettera, comunicando il mancato versamento della quota dovuta per l'adeguamento dell'impianto elettrico da parte di Tritapepe Luigi, definito come anarcoide che intralcia e fomenta e mantiene comportamento scorretto . Ricorre il difensore, lamentando il disconoscimento dell'esimente di cui all'articolo 51 Cp, dal momento che la censura formulata è stata contenuta nei limiti funzionali alla critica. La doglianza non può essere condivisa. La Corte di merito ha ineccepibilmente chiarito che il condomino Tritapepe non si limitò a rifiutare il versamento dovuto, ma a condizionarlo, in maniera ragionevole, all'ultimazione dei lavori ed all'esposizione in bacheca della fattura della ditta esecutrice che le espressioni contenute nella missiva diffusa con l'invio ai condomini dello stabile valicano il limite della continenza, concretando un attacco virulento e denigratorio contro la persona del querelante. Le frasi offensive della reputazione non trovano giustificazione di sorta nella situazione determinatasi in riferimento alla spesa che il condomino doveva affrontare per il rifacimento dell'impianto elettrico, risultando le stesse ultronee ed esorbitanti rispetto allo scopo prospettato dal ricorrente. La decisione impugnata appare conforme ai principi di diritto elaborati in materia da questa Corte. Quanto all'invocato diritto di critica, va ribadito che se le valutazioni soggettive, nelle quali esso si estrinseca, mal si conciliano col parametro della verità, occorre pur sempre che questa sia rispettata in ordine ai dati fattuali sui quali la critica si esercita. Orbene, la Corte aquilana ha precisato che il querelante non aveva opposto rifiuto immotivato alla richiesta dell'amministrazione, dicendosi disponibile al pagamento della quota a determinate condizioni. In ogni caso, com'è noto, la critica, anche aspra, non deve trasmodare in un attacco personale, nel dileggio e nel discredito della persona. Costituisce ius receptum il principio secondo il quale la valutazione della valenza lesiva delle espressioni adoperati rientra nel potere del giudice di merito ei si sottrae al sindacato di questo Corte, se congruamente motivata, come nella specie. Il ricorso va rigettato, con la condanna del ricorrente alle spese processuali, nonché a quelle sostenute dalla parte civile, liquidate in complessivi euro 1260. PQM Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento, nonché di quelle di parte civile, che liquida in complessivi euro 1260.