Bloccata la vettura per rapinare l’automobilista: evidente la violenza sulla persona

Confermata la visione già adottata dai giudici in primo e in secondo grado si può qualificare il fatto come rapina aggravata, con lapalissiano ricorso alla violenza pur senza contatto fisico. Perché l’extrema ratio di lanciare lo scooter dinanzi alla vettura, per poter agevolmente rapinare l’automobilista, costituisce una coartazione della libertà psichica.

Scooter piazzato all’improvviso davanti all’automobile in corsa. Chiaro lo scopo obbligare il conducente a fermare, anche in maniera rischiosa, la vettura, rendendolo così un obiettivo semplice. Passaggio successivo è portare a termine il colpo, ossia la rapina. Che, però, una volta beccati i responsabili, viene qualificata, in ambito giudiziario, in maniera rigida si tratta di rapina aggravata, in cui è evidente l’uso della violenza Cassazione, sentenza n. 1176, Seconda sezione Penale, depositata oggi . Nessun contatto . E proprio il richiamo all’impiego della violenza è il nodo gordiano della battaglia nelle aule di giustizia. Perché, per i giudici, sia in primo che in secondo grado, la ricostruzione dei fatti, ossia della rapina, è chiarissima è evidente il ricorso alla violenza nei confronti dell’automobilista una donna a cui era stata sottratta la borsa solo grazie all’ escamotage di bloccare la vettura ponendole davanti lo scooter . Ma, secondo il legale di uno dei due responsabili, la qualificazione giuridica della vicenda è erronea difatti, non vi è stata, viene affermato nel ricorso proposto in Cassazione, alcuna violenza sulla persona . Evidente la linea difensiva nessun contatto fisico con la persona rapinata, quindi nessuna violenza. Violenza metaforica. In premessa, comunque, i giudici, riandando all’episodio incriminato, evidenziano la dinamica dei fatti i due rapinatori si erano impossessati della borsa della donna che marciava alla guida della sua autovettura, essendosi gettati dinanzi alle ruote dell’autovettura con il proprio ciclomotore per costringerla ad arrestare la marcia con manovra di urgenza . Lettura semplice, almeno in apparenza la condotta dei rapinatori non si è estrinsecata in una violenza fisica posta in essere direttamente nei confronti della derubata . Pur tuttavia, la questione va approfondita Perché il concetto di violenza può ricomprendere, evidenziano i giudici, anche qualsiasi atto o fatto che si risolva comunque nella coartazione della libertà fisica o psichica del soggetto passivo, che viene così indotto, contro la sua volontà, a fare, tollerare o omettere qualche cosa indipendentemente dall’esercizio su di lui di un vero e proprio costringi mento fisico . Passando dalla teoria alla pratica, la condotta addebitata ai due rapinatori, ossia frapporre un ostacolo all’autonomia psico-fisica della vittima, alla sua libertà di locomozione, per indurla ad arrestare la marcia e scendere dall’autovettura, onde mettersi in condizioni tali da propiziare la sottrazione della refurtiva, altrimenti impossibile , costituisce una forma di coartazione della libertà del soggetto passivo . Per dirla ancor più chiaramente, si configura, sottolineano i giudici in chiusura confermando la pronunzia emessa in Appello , l’ elemento materiale della violenza alla persona .

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 11 ottobre 2012 10 gennaio 2013, n. 1176 Presidente Cosentino Relatore Beltrani Ritenuto in fatto Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Catania ha confermato, quanto all’affermazione di responsabilità, la sentenza emessa in data 2 luglio 2010 dal locale Tribunale del Minori, che aveva dichiarato l’imputato colpevole del reato di rapina aggravata in concorso ed unione con soggetto maggiorenne separatamente giudicato, e con altro soggetto rimasto non identificato per effetto del riconoscimento delle attenuanti generiche, ritenute, unitamente all’attenuante della minore età, prevalenti sulle aggravanti concorrenti, la Corte ha modificato il trattamento sanzionatorio in termini più favorevoli all’imputato. Ha proposto distinti ricorsi per cassazione l’imputato, deducendo personalmente erronea applicazione degli artt. 110 e 628, commi 1 e 3, c.p., 133 c.p., 62-bis c.p. e 65 c.p., con carenza e contraddittorietà della motivazione lamentando che le circostanze attenuanti, pur ritenute prevalenti, non siano state valorizzate quoad poenem nella loro massima possibile estensione , nonché ricorso avv. travisamento del fatto e/o erronea applicazione della legge penale lamentando l’insufficienza del riconoscimento operato dalla p.o. ai fini dell’affermazione di responsabilità dell’imputato, e l’erroneità della qualificazione giuridica dei fatti in ipotesi accertati, in difetto di violenza sulla persona , e chiedendo conclusivamente l’annullamento dell’impugnata sentenza con tutte le conseguenze di legge. All’odierna udienza pubblica, le partì presenti hanno concluso come da epigrafe, e questa Corte Suprema ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in udienza. Considerato in diritto I ricorsi sono in parte inammissibili perché assolutamente privi di specificità in tutte le loro articolazioni e del tutto assertivi, in parte infondati. 1. In particolare, il motivo inerente all’entità della riduzione di pena per le circostanze attenuanti prevalenti è in parte inammissibile per genericità non essendo stato indicato l’elemento o gli elementi non valutati o mal valutati dalla Corte d’appello, che avrebbero dovuto comportare l’irrogazione di una pena ancor più ridotta , in parte infondato, poiché nel corpo della motivazione della sentenza impugnata è comunque evocato il parametro della gravità del fatto, che, se valutato in relazione alle complessive risultanze, ha logicamente comportato la conclusiva statuizione in ordine alla determinazione della pena ritenuta di giustizia, peraltro entro limiti prossimi al minimo consentito, con valutazione di merito non illogica né Irragionevole, e pertanto non censurabile in questa sede. 2. Del tutto inammissibile per estrema genericità è il motivo inerente all’affermazione di responsabilità peraltro sorretta da una motivazione che valorizza le dichiarazioni della p.o. - ritenute esaurienti, attendibili e non inficiate da alcunché, contrariamente a quanto affermato, in parte con riferimenti storici erronei, dal ricorrente - da ritenersi adeguata, logica, non contraddittoria e pertanto esente da vizi rilevabili in questa sede cfr. f. 2 dell’impugnata sentenza . 3. Il terzo motivo, inerente alla qualificazione giuridica del fatto accertato è infondato. Risulta accertato in fatto che i soggetti agenti si erano impossessati della borsa della p.o., che marciava alla guida della sua autovettura, essendosi gettati dinanzi alle ruote dell’autovettura con il proprio ciclomotore, per costringerla ad arrestare la marcia con manovra di urgenza. Ciò premesso, deve rilevarsi che, se è vero che detta condotta non si è estrinsecata in una violenza fisica posta in essere direttamente nei confronti della derubata, non può tuttavia ritenersi come al contrario afferma il ricorrente che essa non possa ugualmente configurare gli estremi della violenza richiesta dalla norma incriminatrice de qua ai fini della sussistenza della rapina, perché il concetto di violenza rilevante ex art. art. 628 c.p. non va inteso soltanto nel senso ristretto di esplicazione di un’energia fisica direttamente sulla persona del derubato , ovvero come violenza fisica , consistente nella coazione materiale dinamicamente esercitata sulla persona offesa, da parte dell’agente o del concorrente, allo scopo di assicurarsi il possesso della cosa sottratta ovvero di procurare a sé o ad altri l’impunità . Esso ricomprende, infatti, qualsiasi atto o fatto posto in essere dall’agente che si risolva comunque nella coartazione della libertà fisica o psichica del soggetto passivo che viene così indotto, contro la sua volontà, a fare, tollerare o omettere qualche cosa indipendentemente dall’esercizio su di lui di un vero e proprio costringimento fisico . Ricorre, pertanto, la violenza idonea a configurare la rapina contestata al ricorrente, pur se in ipotesi non vi sia stato alcun contatto fisico con la vittima, né si sia verificata l’estrinsecazione di un’energia fisica rivolta direttamente a coartarne la libertà personale, poiché, ai fini della consumazione del delitto in esame, è sufficiente che sia stato frapposto un ostacolo all’autonomia psico-fisica della stessa vittima, alla sua libertà di locomozione, per indurla ad arrestare la marcia e scendere dall’autovettura onde mettersi in condizioni tali da propiziare la sottrazione della refurtiva, altrimenti - con le medesime modalità - impossibile. Detta condotta, se non strumentale ad assicurare il possesso della cosa sottratta e/o l’impunità, potrebbe integrare gli estremi dal delitto ex art. 610 c.p., costituendo comunque una forma di coartazione della libertà psichica del soggetto passivo alla cui tutela è essenzialmente preordinata la relativa fattispecie penale, salvo che per il dato specifico non ricorre una diversa e speciale ipotesi di reato, come è avvenuto nel caso in esame. In conclusione, va sul punto affermato il seguente principio di diritto in tema di rapina, configura l’elemento materiale della violenza alla persona il frapporre un ostacolo alla libertà dl locomozione della vittima, che marci alla guida di un veicolo nella specie, autovettura , onde costringerla ad arrestare la marcia per derubarla , A detto principio si è, correttamente, attenuta la Corte d’appello nel qualificare i fatti accertati per cui il ricorso va rigettato. P.Q.M. rigetta il ricorso. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d. lgs. n. 196/03, in quanto imposto dalla legge.