Imi-Sir, nessun rimborso per la vedova Rovelli

Legittima la trattenuta sugli interessi del megarisarcimento, ritenuti moratori e non compensativi

Caso Imi-Sir nessun rimborso dal fisco a Primarosa Battistella, la vedova dell'industriale petrolchimico Nino Rovelli. Lo stabilisce la sentenza 48/36/06 della commissione tributaria regionale di Roma qui integralmente leggibile fra i documenti correlati . Sostituto d'imposta. Nel '94, scrivono i giudici, l'Istituto mobiliare italiano ha legittimamente operato come sostituto d'imposta una ritenuta alla fonte del 15 per cento sugli interessi legali dovuti alla signora Battistella - per un importo di 64,2 miliardi delle vecchie lire su un totale di 430 miliardi - e relativi ai danni da liquidare a Rovelli il patròn della Sir era morto nel '90 lasciando la moglie come erede testamentaria universale . L'Imi, infatti, era stato condannato sedici anni fa dalla corte d'appello di Roma a risarcire Rovelli e la Find srl per un inadempimento contrattuale relativo alla mancata corresponsione del corrispettivo di cessione del gruppo Sir-Rumianca un importo fissato a 500 miliardi di vecchie lire i 232,3 miliardi del patrimonio netto del gruppo rivalutato in ragione della svalutazione monetaria , cui vanno aggiunti altri 28,4 miliardi di lire per il mancato adempimento degli obblighi di manleva delle fideiussioni prestate presso le banche. Gli interessi percepiti dalla signora Battistella in veste di erede del famoso industriale, osservano ora i giudici tributari, hanno natura moratoria e non compensativa come invece sosteneva la contribuente si possono assoggettare, dunque, alla ritenuta fiscale. Incroci a rischio. Va ricordato, fra l'altro, che la sentenza 4809/90 emessa dalla corte d'appello di Roma sul caso Rovelli è un tassello di un complicato mosaico giudiziario l'affare Imi-Sir, infatti, è uno dei casi più intricati degli ultimi anni con l'ex ministro della Difesa Cesare Previti che oggi è accusato di essersi attivato per aggiustare la causa in favore degli eredi di Rovelli con l'aiuto di un gruppo di magistrati e avvocati romani come Renato Squillante, Vittorio Metta, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora. È stata fissata a mercoledì 19 aprile la maxi-udienza nella quale la sesta sezione penale della Cassazione dovrà decidere se confermare o meno la condanna per corruzione in atti giudiziari nei confronti del parlamentare Previti la sentenza costituzionale 451/05, fra l'altro, ha annullato alcune delle ordinanze dei processi Imi-Sir e Sme, accogliendo solo in parte i due conflitti di attribuzione sollevati dalla Camera dei deputati e respingendo la richiesta di annullare le sentenze cfr. fra gli arretrati l'edizione del 12 dicembre 2005 e il numero 3/2006 del settimanale D& G con un commento di Giovanni Esposito Fariello . Braccio di ferro. Per comprendere fino in fondo la storia, si legge nella sentenza 48/36/06, occorre fare un passo indietro. La vicenda giudiziaria comincia l'11 marzo 1982 quando Rovelli cita davanti al tribunale di Roma l'Istituto mobiliare italiano per non avere onorato una convenzione del 1979 che aveva come obiettivo il risanamento del suo gruppo chimico Sir-Rumianca. Il numero uno della Società Italiana Resine negli anni Sessanta aveva avuto successo con l'attività petrolchimica impiantata in Sardegna arrivando a ingaggiare un braccio di ferro con un gigante del settore, la Montedison di Eugenio Cefis una sfida drammaticamente perduta, perché il gruppo Rovelli nel '79 aveva accumulato un debito di 3.500 miliardi di lire dell'epoca. Ecco, allora, che arriva la provvidenziale ciambella di salvataggio da un pool di banche pubbliche con il piano proposto dall'Imi ai sensi della legge 787/78 Disposizioni per agevolare il risanamento finanziario delle imprese . La vedova e l'interesse. La controversia fra l'ingegnere e l'Istituto mobiliare italiano si trascina per anni nelle aule giudiziarie capitoline nel 1986 il tribunale condanna l'Imi al risarcimento dei danni subiti da Rovelli. Nell'autunno del 1990 la corte d'appello conferma la sentenza di primo grado e pochi giorni dopo, il 30 dicembre, Rovelli muore a Zurigo lasciando il campo alla vedova e ai quattro figli in ballo c'è una richiesta di risarcimento che, compresi gli interessi, era arrivata a circa 800 miliardi. La causa approda in Cassazione e dopo vicende controverse si conclude il 14 luglio 1993 con una sentenza che dà ancora una volta ragione agli eredi dell'industriale. A gennaio del 1994 l'Imi liquida le spettanze ai familiari dell'ingegnere per una cifra totale di 980,3 miliardi in seguito si aprirà il filone giudiziario che riguarda Previti, con le accuse di aver aggiustato il processo . Primarosa Battistella, però, non ci sta a pagare le imposte sugli interessi legali maturati sul risarcimento danni ottenuto per ordine dei giudici presenta un'istanza di rimborso al fisco e, di fronte al silenzio-rifiuto dell'Amministrazione, ricorre alla commissione tributaria provinciale di Roma. L'ufficio non si costituisce e i giudici accolgono la tesi della signora Rovelli sostenendo che si trattava di interessi di natura compensativa percepiti da una persona fisica ed escludono l'applicazione dell'articolo 56 del testo unico delle imposte sui redditi. Stavolta è l'Agenzia delle entrate a presentare il ricorso, ma la commissione regionale dichiara inammissibile l'appello dell'ufficio per violazione del divieto dello ius novorum vale a dire le norme che rispondono all'esigenza di evitare un indebito ampliamento del thema decidendum nel processo di seconda istanza . La sentenza, impugnata per cassazione dalle Entrate, è annullata la Suprema corte rinvia la questione a un'altra sezione della commissione tributaria regionale di Roma. Reddito d'impresa. Perché i giudici della trentaseiesima sezione hanno deciso per la legittimità della ritenuta effettuata dall'Imi? La natura degli interessi percepiti, riflettono i giudici, va valutata in base alla funzione economica svolta. La giurisprudenza della Cassazione chiarisce la differenza fra interessi compensativi e moratori i primi non costituiscono nuova ricchezza perché hanno la funzione di riequilibrare in termini monetari un patrimonio i secondi, invece, sono gli interessi maturati su di un credito da risarcimento del mancato guadagno e costituiscono un reddito della stessa categoria di quelli da cui derivano i crediti su cui sono maturati. Nel caso della signora Battistella, osservano i giudici, gli interessi maturati sulle somme relative al risarcimento del danno svolgono una funzione di indennizzo del lucro cessante e dunque sono imponibili. I giudici, inoltre, ricordano che l'Imi aveva staccato l'assegno intestato alla vedova Rovelli riferendosi alla signora in veste di erede dell'ingegnere il quale agiva - si legge nella sentenza - in qualità di imprenditore commerciale . Insomma gli interessi, oltre ad avere natura moratoria, concorrevano a formare reddito d'impresa in base all'articolo 56 Dpr 917/86, nel testo vigente all'epoca . Era legittima, dunque, la ritenuta alla fonte applicata dall'Imi. Dario Ferrara

Commissione tributaria regionale di Roma - Sezione trentaseiesima - sentenza 15-27 marzo 2006, n. 48 Presidente e relatore Pugliese Ricorrente Agenzia Entrate Ufficio Roma 8 - Controricorrente Battistella Fatto Con la sentenza 4809/90, della Corte di appello di Roma, l'Imi Istituto mobiliare italiano era stato condannato a pagare - all'ing. Nino Rovelli deceduto in Zurigo il 30 dicembre 1990 ed alla Find Srl, in rapporto tra loro solidale, a titolo di risarcimento danni per inadempimento contrattuale, consistenti nella mancata corresponsione del corrispettivo di cessione del gruppo Sir Rumianca, l'importo di lire 500 miliardi, pari al valore patrimoniale netto del gruppo, valutato in lire 232, 3 miliardi, rivalutato in ragione dell'intervenuta svalutazione monetaria - all'ing. Nino Rovelli, a titolo di risarcimento del danno dallo stesso subito per il mancato adempimento, da parte dell'istituto, degli obblighi di manleva delle fideiussioni che lo stesso ing. Rovelli aveva prestato a favore delle banche, nell'interesse del gruppo Sir Rumianca, l'importo di lire 28.485 miliardi, pari all'esborso di lire 21,1 miliardi dallo stesso sostenuto, rivalutato in ragione dell'intervenuta svalutazione monetaria, per eliminare le conseguenze pregiudizievoli derivatigli dall'inadempimento dell'Imi. A seguito del decesso dell'ing. Rovelli, verificatosi in Zurigo il 30 dicembre 1990, l'Imi, in ottemperanza alla predetta sentenza, con la quale era stato altresì condannato a corrispondere gli interessi legali sui danni liquidati, determinava in lire 430.579.876.605 l'importo dei predetti interessi e li corrispondeva alla vedova dello stesso, sig.ra Primarosa Battistella, nella sua qualità di erede testamentaria universale, al netto di una ritenuta alla fonte del 15% - pari a lire 64.214.961.000 - versta all'Erario in data 15 febbraio 1994. La signora Battistella, ritenuto che gli interessi in parola non fossero assoggettabili a tassazione in quanto interessi compensativi, propose istanza per ottenere il rimborso della ritenuta applicata dall'Imi in qualità di sostituto d'imposta. Con ricorso notificato in data 8 aprile 1995 alla Direzione regionale delle entrate, sezione staccata di Roma, la signora Battistella Primarosa nata a Milano il 16 novembre 1933, residente in Lugano, Via Amadio n. 1, rappresentata dal prof. Mario Are, e presso lo studio dello stesso in Roma, Via XXIV Maggio 46, selettivamente domiciliata, giusta procura speciale rilasciata in data 25 febbraio 1994 per atti Notaro Venerio Quadri di Lugano, impugnava il silenzio rifiuto maturatosi sulla sua istanza volta ad ottenere, in via principale, il rimborso della ritenuta alla fonte di lire 64.214.960.905 trattenutagli dall'Imi. Sosteneva la ricorrente che, a seguito delle modifiche introdotte dalla legge 557/93 all'articolo 6 ed all'articolo 41 comma 1 lettera h del Tuir gli interessi dalla stessa percepiti, stante la loro natura compensativa, non erano assoggettabili ad imposta e chiedeva, quindi, che in accoglimento del suo ricorso, venisse disposto il rimborso in suo favore della ritenuta indebitamente operata dall'Imi. L'ufficio non si costituiva in giudizio. Con la sentenza 141/27/02 la Commissione tributaria provinciale di Roma, Sezione 37, riconosciuta la natura compensativa degli interessi percepiti dalla ricorrente, e ritenendo peraltro che nella fattispecie, trattandosi di interessi percepiti da persona fisica, non potesse trovare applicazione il disposto di cui all'articolo 56 del Tuir, accoglieva il ricorso. Avverso la predetta sentenza proponeva appello l'Agenzia delle entrate di Roma, Ufficio n. 6. Sosteneva l'Ufficio appellante che la classificazione tecnico-civilistica degli interessi non era utilizzabile in ambito tributario ai fini dell'identificazione degli interessi compensativi in quanto implicava vere e proprie contraddizioni con la stessa normativa di settore e che in ambito tributario, pertanto, dovevano ritenersi compensativi gli interessi aventi la funzione di reintegrare le perdite patrimoniali e non già quelli che, avendo, come nella fattispecie in esame, la natura contributiva per l'uso temporaneo di un capitale altrui, dovevano classificarsi come moratori e come tali imponibili. Lamentava inoltre l'appellante che i primi giudici avevano escluso tutti i problemi interpretativi relativi alla effettiva natura degli interessi tassati sul presupposto che gli introiti conseguiti dalla ricorrente non erano stati dalla stessa conseguiti in qualità di imprenditrice, ma, a titolo di risarcimento danni in qualità di persona fisica, così riducendo la controversia ad una situazione completamente estranea al rapporto d'imposta, senza tenere conto che la ricorrente è succeduta nell'esazione del credito corrisposto dall'Imi quale erede universale testamentaria dell'ing. Rovelli, il quale è l'attore principale del procedimento e che allo stesso andava riferita la debenza della ritenuta applicata. La contribuente si costituiva con controdeduzioni eccependo in via preliminare l'inammissibilità dell'impugnazione per carenza di poteri e vizio di sottoscrizione nonché, in via subordinata, per l'esistenza di una nuova domanda eccedente la materia del contendere. Con contestuale appello incidentale la contribuente censurava la sentenza impugnata per non avere delibato la sua domanda volta ad ottenere il riconoscimento degli interessi legali sulla somma chiesta a rimborso e ne chiedeva quindi la liquidazione. Con la sentenza 118/35/02 del 9 dicembre 2002 la Commissione adita dichiarava l'inammissibilità dell'appello dell'Ufficio per violazione del divieto dello jus novorum e rigettava l'appello incidentale della contribuente. La predetta sentenza d'appello veniva impugnata con ricorso per cassazione dell'Agenzia delle entrate, Ufficio di Roma 6, rappresentata ex lege dall'Avvocatura dello Stato con due motivi. Col primo motivo veniva denunciata violazione e falsa applicazione dell'articolo 57 del D.Lgs 546/92 per avere i giudici della Commissione regionale dichiarato inammissibile l'appello proposto dall'Ufficio. Con il secondo motivo veniva denunciata la violazione e la falsa applicazione degli articoli 6 e 41 comma 1 lettera h del Dpr 1917/86, nel testo modificato dall'articolo 1 comma 1 lettera a e c del Dl 557/93, convertito nella legge 133/94, e difetto di motivazione su un punto decisivo della controversia. La sig.ra Battistella si costituiva in giudizio chiedendo la inammissibilità del ricorso o, in subordinare, il rigetto dello stesso. La Corte di cassazione con la sentenza 2610/04 del 24 settembre 2003 - 11 febbraio 2004 decideva di annullare la sentenza impugnata con riferimento al primo motivo del ricorso, restando assorbito il secondo, e rinviava anche per le spese ad altra sezione della Commissione tributaria regionale per il Lazio. A seguito della predetta sentenza di rinvio la contribuente propone ricorso per riassunzione chiedendo la conferma della decisione di primo grado, con declaratoria di non assoggettabilità a ritenuta fiscale degli interessi per cui è causa e con ordine all'amministrazione finanziaria di rimborso a favore della stessa della somma di lire 64.214.960.000, oltre interessi. L'Agenzia delle entrate, nel costituirsi in giudizio, si riporta alla propria posizione di ricorrente in appello ribadendo le motivazioni già prospettate in ordine alla natura ed assoggettabilità a ritenuta degli interessi liquidati dall'Imi. Con successive memorie l'Ufficio ad integrazione delle sue eccezioni prospettate nell'atto d'appello sostiene che gli interessi corrisposti dall'Imi andavano comunque assoggettati a ritenuta, a prescindere dalla loro natura, ai sensi dell'articolo 26, ultimo comma, secondo periodo, in quanto la contribuente all'atto del pagamento risultava residente all'estero e priva di stabile organizzazione in Italia. Va preliminarmente rilevato che l'eccezione formulata dall'Ufficio nelle sue memorie, stante la sua novità rispetto al ricorso d'appello dallo stesso proposto, non può essere ammessa. Motivi della decisione L'appello dell'Ufficio è fondato. Ritiene infatti questo Collegio che, ai fini della corretta applicazione delle disposizioni del diritto tributario, e segnatamente di quelle che riguardano l'imponibilità ai fini delle imposte dirette, la natura degli interessi vada valutata avendo riguardo alla funzione economica dagli stessi assolta. In tal senso, vale evidenziare innanzitutto, che, come dedotto dall'Ufficio, le categorie giuridiche elaborate dalla dottrina civilistica sugli interessi compensativi sono inidonee ad essere trasposte tout court nell'ambito del diritto tributario, stante in primo luogo il significato polisenso con cui la locuzione di interessi compensativi viene utilizzata dalla stessa dottrina civilistica e, in secondo luogo, la pluralità ed eterogeneità di fattispecie che, civilisticamente appartenenti alla categoria degli interessi compensativi fiscalmente costituiscono invece fenomeni aventi natura reddituale e come tali imponibili. Con riferimento specifico agli interessi da risarcimento del danno, va rilevato poi che il confine tra la nozione di interessi compensativi e quella di interessi moratori è alquanto labile, tanto da spingere la giurisprudenza tributaria ad elaborare un'autonoma nozione di interessi compensativi , privi di rilevanza reddituale, e di interessi moratori , rilevanti ai fini delle imposte sui redditi, alle condizioni di cui all'attuale articolo 6 del Dpr 917/86 - peraltro applicabile, ratione temporis, anche alla fattispecie in esame. In tal senso, torna utile richiamare il consolidato orientamento della giurisprudenza tributaria a partire dalla sentenza della Cassazione, 761/59, in giur. civ., 1959,I, 603, e successivamente con Cassazione, Sezione prima civile, 7091/90 5/1972 3023/67 ecc. secondo il quale - sono interessi compensativi quelli che non costituiscono nuova ricchezza, avendo la funzione di riequilibrare in termini monetari il valore di un patrimonio - sono invece interessi moratori, costituenti redditi della stessa categoria di quelli da cui derivano i crediti su cui sono maturati, gli interessi liquidati su un credito da risarcimento del mancato guadagno. Oltre a ciò, data la specifica attinenza con la fattispecie di cui si discute, appare opportuno richiamare la distinzione, da ultimo ribadita dalla Cassazione civile, Sezione terza, 8214/04, secondo la quale l'articolo 1223 del Cc va interpretato nel senso che, se il denaro costituisce prestazione accessoria equivalente al mancato o tardivo adempimento di una prestazione diversa dal denaro, per mantenere il rapporto di equivalenza tra tale danno, valutato al momento in cui si è prodotto, e il risarcimento, liquidato al momento della decisione, è necessario che il giudice rapporti il potere di acquisto dalla moneta al valore esistente al momento della liquidazione finale di merito mentre, una volta così attuata la restituito in integrum occorre valutare il danno derivato al creditore per non avere potuto disporre tempestivamente dell'equivalente risarcitorio lucro cessante utilizzando criteri equitativi, tra cui il saggio di interesse, applicato periodicamente sulle somme rivalutate nel tempo. Alla luce di quanto precede, ritiene pertanto codesto Collegio che, con riferimento alla fattispecie per cui è causa, la funzione di restituito in integrum sia da ravvisare nel risarcimento del danno, rivalutato in ragione dell'intervenuta svalutazione monetaria, fino alla data della relativa liquidazione mentre gli interessi legali maturati sulle somme da risarcimento del danno svolgano più propriamente una funzione di risarcimento del lucro cessante, e siano pertanto imponibili, come sopra indicato, alle condizioni di cui all'articolo 6 del Dpr 917/86. Va peraltro tenuto in considerazione che gli interessi in questione e, più in generale, la somma da risarcimento del danno sono stati corrisposti alla ricorrente, in quanto unica erede universale testamentaria dell'ing. Rovelli, il quale, secondo l'ufficio non contraddetto, sul punto, dalla signora Battistella nelle sue controdeduzioni , agiva in qualità di imprenditore commerciale, qualità, peraltro, che ictu oculi emerge anche dal contesto economico nel quale si inserisce la controversia originaria con l'Imi. Si ricorda infatti che, come specificato nella sentenza della Corte d'appello, l'atto di citazione dell'11 marzo 1982, con il quale l'ing. Nino Rovelli convenne in giudizio l'Istituto mobiliare italiano Imi , trae origine da un inadempimento dell'Imi, nell'ambito di una convenzione di cui erano parte anche l'ing. Rovelli e l'allora Find Spa, in rapporto tra loro solidale, avente la finalità di agevolare l'attuazione di un piano di risanamento predisposto dallo stesso Imi ai sensi della legge 787/78, recante Disposizioni per agevolare il risanamento finanziario delle imprese . Alla luce di quanto precede diventa pertanto dirimente il disposto dell'articolo 56 comma 3 del Dpr 917/86, nel testo vigente ratione temporis, a norma del quale gli interessi, anche se diversi da quelli indicati alle lettere a b e h del comma 1 dell'articolo 41, concorrono a formare il reddito ndr d'impresa per l'ammontare maturato nell'esercizio . Gli interessi per cui è causa, quindi, devono ritenersi imponibili, oltre che per la loro natura moratoria, anche perché concorrono a formare reddito d'impresa e devono pertanto ritenersi assoggettabili, contrariamente a quanto ritenuto dai primi giudizi, alla ritenuta di cui all'articolo 26 del Dpr 600/73. Concorrono nondimeno equi motivi per disporre la compensazione di tutti i gradi del giudizio, compreso quello di legittimata. PQM Decidendo in sede di rinvio, in esecuzione della sentenza 2610/04 del 24 settembre 2003 della Corte di cassazione, accoglie l'appello dell'Ufficio ed, in totale riforma della decisione di primo grado, dichiara illegittima la richiesta di rimborso avanzata dalla contribuente. Spese compensate.