Ruoli amministrativi, direttivi e dirigenziali: l'evoluzione (e le ombre) dell'amministrazione penitenziaria

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * L'A. è stato un funzionario direttivo dell'Amministrazione Penitenziaria dal 1 febbraio 1967 al 31 gennaio 2005, conseguendo la promozione ad Ispettore Generale del Ruolo ad Esaurimento nell'anno 1984. Con il 1 febbraio 2005 tale ruolo ha cessato di esistere per essere stato l'A. l'ultimo funzionario presente in esso. Non è mai asceso l'A. ai ruoli dirigenziali, ma non ne è rammaricato, affatto. Non potendo essere la maglia rosa perché il sistema non era ispirato al merito, era preferibile essere la maglia nera. Ma non per impegno, che non ha mai fatto difetto, solo per 'carriera', che non è stata mai perseguita. Il fatto di non essere inserito in un meccanismo di potere costituiva, tuttavia, un vantaggio, quello di essere fuori della mischia ed in un osservatorio privilegiato. In tale lasso di tempo l'A. ha diretto numerosi ed importanti istituti penitenziari, mettendo in funzione due nuove carceri Busto Arsizio nel 1984, Pavia nel 1992 e rimettendo in funzione Lecco, chiuso per un quadriennio per ristrutturazioni compito disimpegnato in 45 giorni, per poi accedere alla pensione, direttamente . Quindi, chi scrive ha vissuto tutte le stagioni dell'Amministrazione penitenziaria, non da protagonista né da spettatore passivo, ma da osservatore attivo che ha fatto o almeno ha cercato di fare tutto il proprio dovere fino in fondo ed anche oltre, dibattendosi fra mille difficoltà e pericoli, compreso il famigerato ed un po' dimenticato 'decennio degli anni di piombo'. Come già sostenuto in altro lavoro, lo spartiacque del Pubblico Impiego va individuato nell'anno 1972, in cui fu varata la norma delegata, istituiva dei ruoli dirigenziali. Gli attuali vertici amministrativi dell'Amministrazione Penitenziaria sono entrati in servizio quasi tutti dopo il 1972, sopravvive del periodo precedente solo un Dirigente Generale-Provveditore Regionale, che è prossimo al pensionamento per limi di età 67 anni . Una norma transitoria della legge istitutiva della dirigenza consentiva, anzi stimolava i funzionari direttivi apicali di tutto il pubblico impiego ad andare in pensione con un 'bonus' di 7 anni di maggiorazione dell'anzianità di servizio, ai fini della pensione e della buonuscita, ed altre migliorie. Nell'A.P. vi fu una vera ecatombe, che provocò l'uscita di scena della maggior parte dei funzionari direttivi apicali, o che lo sarebbero divenuti in un lasso, previsto dalla normativa in argomento. Andarono via quasi tutti. È paradossale, ma chi varò quella riforma siede ancora in Senato, alla bella età di 87 anni. Ciò costituì un danno, un 'vulnus' irrecuperabile, perché un'intera generazione di funzionari direttivi scomparve d'incanto, senza alcuna transizione, consegnando il testimone alle nuove generazioni, fra le quali l'A. che è uscito di scena il 1 febbraio 2005 era uno dei più giovani, con appena sei anni di servizio e purtuttavia dirigeva già un istituto di pena una casa di reclusione fin dal gennaio 1970. L'attuale Vice Capo del Dipartimento non era ancora in servizio nel 1972. Quale era la natura del danno provocato da queste modifiche ordinamentali ? È presto detto non fu consentita la formazione sul campo delle generazioni assunte dopo il 1972, mediate la trasmissione ed il perpetuarsi delle esperienze fatte ed accumulate dai direttori più anziani. Questa formazione era all'epoca, soprattutto, pratica. I corsi di formazione presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, che si tenevano a Caserta, della durata di tre mesi, non venivano quasi mai fatti l'A. non lo ha frequentato perchè non istituito per i vincitori di quel concorso. In tal caso il danno fu duplice, perchè non consentì di acquisire questo punteggio. Il direttore titolare, dotato di grande esperienza, insegnava al giovane vice-direttore il mestiere, con la pratica, assegnandolo ai vari settori dell'amministrazione di un carcere. L'A. fece appena in tempo ad avere un modello, inimitabile, nell'Ispettore Distrettuale dell'epoca, che reggeva due regioni, Toscana ed Umbria e che il 30 giugno 1973 fu collocato in pensione, obbligato a ciò dalla prospettiva dello 'scivolo' di sette anni più sopra menzionato, cui non era ragionevole resistere. Era stato il più giovane Ispettore Distrettuale dell'epoca, conseguendo il grado di Ispettore Generale ad appena 54 anni Era divenuto Ispettore Generale mediante ben due concorsi di sbarramento, con prove scritte ed orali, poi cancellate dall'ordinamento degli impiegati civili dello Stato con la riforma del 1970. Merita che se ne citi il nome il dr. Leo De Santis. Queste due date il 1970 ed il 1972 sono le due date più nefaste, almeno per l'Amministrazione Penitenziaria, quelle in cui scomparvero le promozioni vere per merito concorsi per esami, scritti ed orali, per posti definiti messi a concorso e presero campo le promozioni facili, quelle in cui, sempre per posti definiti messi a concorso, si utilizzavano il criterio dello scrutinio per merito comparativo e a quello per merito assoluto anzianità di servizio . Non esisteva sistema peggiore, accedettero ai ruoli dirigenziali anche non laureati già in servizio. Solo in epoca recente tale accesso è stato inibito oggi entrano nei ruoli dirigenziali solo funzionari e concorrenti in possesso di specifiche lauree. Rari sono stati i concorsi veri, quelli classici con esami scritti ed orali per l'accesso alla funzione di Primo Dirigente, mentre prendeva piede il sistema del corso-concorso, articolato con uno scrutinio per titoli per l'accesso ai posti messi a concorso e la frequenza del successivo corso di formazione, che si teneva presso l'Istituto Superiore dell'Amministrazione Penitenziaria, per quella amministrazione. Naturalmente, la critica riguarda il comportamento del legislatore, non l'amministrazione che ha applicato quella legislazione, anche se è legittimo pensare che ne fosse l'ispiratrice. L'A. non ha mai presentato istanza e partecipato a corsi-concorsi né a concorsi, anche perché il lavoro di direttore per chi lo vuole fare per davvero era, oggi è ancor più e fin troppo impegnativo e perché nei corsi-concorso la differenza era data, prevalentemente, dai titoli per pubblicazione di lavori come il presente e per gli incarichi di missione. Dove trovava il tempo di scrivere un direttore, specie egli anni del terrorismo? Ma non solo. I titoli acquisiti duravano un decennio, dopodichè non erano più utilizzabili ed il funzionario che non produceva lavori pubblicati e non era più inviato in missione, fatalmente ed inesorabilmente indietreggiava negli scrutini successivi, era conseguentemente emarginato, soprattutto con riguardo all'accesso alla dirigenza, in incarichi direttivi in istituti medio - piccoli. Dopo il decennio degli anni di piombo 1972/1982 , la classe direttiva penitenziaria era sempre più formata da funzionari inesperti, brillavano soprattutto coloro i quali erano allocati, per virtù propria od altrui, in nicchie prive di rischi professionali e al riparo da attentati. Non solo. Iniziava il deprecabile fenomeno della deresponsabilizzazione la c.d. fuga dalle responsabilità dei ruoli direttivi, del rifiuto di adottare decisioni che comportavano responsabilità, pur essendo le stesse di natura istituzionale. Si sono registrati casi di funzionari direttivi che, con 13-14 anni di servizio alle spalle, ancora non erano direttori titolari e nemmeno reggenti della direzione di un carcere. Massima ed esasperata era l'attenzione a non correre rischi di nessun genere, per non compromettere la 'carriera', un termine che l'A., nel contenuto che gli è dato oggi, disprezza profondamente. È stato dato di registrare carriere fulminee, di Primi Dirigenti transitati direttamente alla funzione di Dirigente Generale, senza passare per la funzione intermedia di Dirigente Superiore. Particolarmente drammatica, in termini di acquisizione di professionalità - fatte salve rare e luminose eccezioni -, era la situazione dei direttori degli istituti penitenziari 'monstrum', quelli giganteschi per strutture e/o per capienza. Lì si è trattato di esercitare capacità ed abilità funambolesche, una specie di carosello motociclistico ad ostacoli, in cui vince chi ha l'abilità di non far cadere nessun birillo e di farlo nel più breve tempo possibile. Particolare abilità si dispiegava nella frequentazione di televisioni locali e, talvolta, nazionali. Molte sono le carriere motivate dal trionfo dell'effimero. Di recente confidava un Provveditore Regionale che suoi direttori di istituto, con dieci e più anni di servizio, erano per lui un vero problema e l'interessato a sua volta era in servizio dalla fine degli anni '70. Tutto quanto precede si viene affermando perché, a giudizio di chi scrive, il male dei ruoli direttivo e dirigenziale dell'Amministrazione penitenziaria ma si ritiene che anche altre amministrazioni abbiano patito e patiscono ancora oggi lo stesso problema sia la diretta conseguenza di una legislazione dissennata, che ha azzerato il merito lasciando il posto all'ingresso del più sfrenato carrierismo. La conseguenza, inevitabile, è lo scadimento, generalizzato, della professionalità e la diminuzione dell'impegno professionale ai minimi storici, fenomeno che fino ad ieri era nascosto dietro la cortina fumogena del sovraffollamento delle carceri e della impossibilità di dare corso ad un qualsivoglia, pur minimo, trattamento penitenziario, impegno che la stragrande maggioranza dei direttori delega all'educatore, by-passando disinvoltamente la norma che fa carico al direttore la responsabilità di presiedere il gruppo di Osservazione e Trattamento. Un dato, efficace, viene dal confronto fra i detenuti ammessi al lavoro all'esterno in un carcere piccolo come quello della Casa Circondariale di Lodi, che con una presenza complessiva di detenuti che non raggiungeva le 80 unità, delle quali la metà in esecuzione di pena detentiva definitivamente irrogata, che è arrivata ad avere fino a dieci detenuti al lavoro all'esterno su quaranta un quarto delle presenze , contro le pochissime unità di istituti con 300, 400, 800, 2.000 detenuti meno di dieci unità. Il dato è significativo, perché l'ammissione al lavoro all'esterno è una misura trattamentale diversa dalle misure alternative alla detenzione, che sono altra cosa e sono adottate mediate un procedimento giurisdizionale di concessione. Si cita, uno per tutti, la semilibertà concessa ad Angelo Izzo, che uccide ancora, questa volta due donne, madre e figlia. La vicenda è nota, com'è noto il rimpallo di responsabilità fra autorità amministrativa e magistratura di sorveglianza. Anche l'A. se ne è occupato Diritto & Giustizi@ - 4.5.2005 . Nel caso del lavoro all'esterno si tratta di una modalità di effettuazione del lavoro dei detenuti, un provvedimento amministrativo adottato dal direttore del carcere, operativo solo dopo il controllo del magistrato di sorveglianza. Si comprende, quindi, la riluttanza dei direttori, a adottare questo provvedimento sono direttamente responsabili, in prima persona. Bene, tutti questi guasti hanno radici ed origine antiche, si è già detto in precedenza. Qual è, quale dovrebbe essere ed in realtà non lo è la funzione del direttore del carcere è un argomento già trattato dall'A., si può rintracciarlo agevolmente Diritto & Giustizi@ - 5.10.2005 . Quali sono i compiti degli Uffici dell'Esecuzione Penale Esterna, che sono rimasti a secco, senza più affidati e pochissimi semiliberi, lo si può leggere agevolmente in un articolo dell'A., fra gli arretrati Diritto & Giustizi@ - 7.9.2006 . Le connotazioni dell'ammissione al lavoro all'esterno sono leggibili anch'esse in un articolo dell'A., fra gli arretrati Diritto & Giustizi@ - 25.10.2005 . L'A. si è occupato, in vari articoli della legge di riforma della dirigenza penitenziaria, la c.d. legge Meduri , per la cui eventuale lettura trattandosi di numerosi interventi si rinvia ad una ricerca sul motore di Diritto & Giustizi@ - sezione giornaliera, impostando le generalità dell'A. stesso. Si citano questi riferimenti, perché si vuole evidenziare che, ancora una volta, il legislatore, questa tornata del centro-destra, è ricorso alle promozioni indiscriminate, questa volta mediante cooptazione , con ciò incrementando il fenomeno che si è tentato, si spera con successo, di descrivere la totale assenza, sia pure in regime transitorio, del merito, di criteri certi di selezione, la preponderanza assoluta della discrezionalità dell'Amministrazione Penitenziaria. Adesso, con l'indulto ormai a regime e con la scarcerazione di circa 25.000 detenuti, è tempo di riordino, di riassetto, di attuazione delle norme dell'Ordinamento Penitenziari in ordine alla classificazione dei detenuti negli istituti e fra i vari istituti di ogni Provveditorato. È caduto ogni impedimento. Non c'è più alibi di sorta. o mente che scrivesti, qui si parrà la tua nobilitate Dante Alighieri, Inferno, canto II . *Ispettore generale dell'amministrazione penitenziaria