Vigilanza privata, attenzione all'eccesso di concorrenza

Accolto il ricorso del ministero dell'Interno e ribaltata la sentenza del Tar Sardegna. Nel rilascio delle licenze la valutazione della Prefettura resta discrezionale

Vigilanza privata, la Prefettura può negare la licenza in base alla popolazione residente nella zona interessata, alla rilevanza delle attività economiche esercitate, al livello di criminalità, all'efficienza delle strutture preposte all'ordine pubblico, ma non solo. Nel concedere o meno l'autorizzazione la Pa deve valutare anche il numero e la qualità degli istituti di vigilanza già esistenti. A chiarirlo è stata la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 3433/06 depositata lo scorso 7 giugno e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha accolto il ricorso proposto dal ministero dell'Interno che si era visto annullare dal Tar Sardegna il provvedimento con cui aveva negato la licenza a un istituto di vigilanza. Del resto, i giudici di piazza Capo di Ferro hanno spiegato la Pa valuta discrezionalmente ogni aspetto concernente i servizi forniti da un'impresa privata che desidera inserirsi nel mercato della vigilanza privata Per questo la Prefettura rilascia le proprie autorizzazioni con estrema oculatezza e solo nei casi di riscontrata impossibilità di adempimento di alcune delicatissime funzioni inerenti alla sicurezza. Occorre, infatti - hanno continuato i consiglieri di Stato - evitare possibili interferenze nel campo dell'ordine e della sicurezza pubblica, per ragioni attinenti alla protezione di beni preponderanti, come la vita, l'incolumità, la fede pubblica e il patrimonio . Infine, ha concluso il Consiglio di Stato, bisogna anche evitare un eccesso di concorrenza, che sarebbe dannoso sotto il profilo del depauperamento del livello delle prestazioni fornite. Competizione portata all'eccesso finirebbe, tuttavia, per indurre le aziende a offrire servizi di qualità non adeguata pur di non perdere quote di mercato. cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione sesta - decisione 7 febbraio-7 giugno 2006, n. 3433 Presidente Schinaia - Estensore Scola Ricorrente ministero dell'Interno Fatto La società attuale appellante impugnava, con un primo ricorso al Tar Sardegna, i due provvedimenti con i quali il Prefetto di Nuoro aveva respinto la sua richiesta di autorizzazione all'esercizio dell'attività di vigilanza privata nel territorio di cinque Comuni della Provincia il Tribunale adìto li annullava con sentenza n. 1005/2003. Il Prefetto in conformità al giudicato così formatosi riprendeva poi l'esame del medesimo procedimento, soffermandosi, in particolare, sull'idoneità organizzativa, tecnica, gestionale e finanziaria della società istante ritenendola carente, il medesimo respingeva nuovamente la domanda con provvedimento n. 1058/2004, anch'esso poi impugnato dinanzi allo stesso Tribunale amministrativo per violazione dell'articolo 97, Costituzione, e degli articoli 1, 2, 3 e 6 lettera b , legge 241/90 in rapporto a carenze mai prima rilevate in sede istruttoria vizio di motivazione e contraddittorietà violazione del principio di affidamento ed ipotizzabile devianza dagli scopi societari statutari. La Pa intimata si costituiva e resisteva al gravame, che il Tar accoglieva per carenza istruttoria, illogicità e vizio di motivazione con sentenza prontamente impugnata dall'Amministrazione soccombente in prime cure per la ritenuta violazione delle norme sopra richiamate e dei criteri caratterizzanti il rilascio della discussa autorizzazione, nonchè eccesso di potere, erroneamente essendosi ritenuta l'attività di vigilanza esonerabile da un pregnante controllo prefettizio preventivo. La società appellata si costituiva in giudizio e resisteva al gravame, richiamando i propri argomenti difensivi già articolati in primo grado. All'esito della pubblica udienza di discussione la vertenza passava in decisione. Diritto L'appello è fondato e va accolto, dovendosi disattendere la pronuncia dei primi giudici, che hanno inopinatamente ritenuto di condividere il gravame di primo grado, con una sentenza che il Collegio d'appello ritiene passibile delle dedotte censure di merito, essendo palese che la sentenza concernente il tipo di attività esercitato è stata fatta oggetto di precise doglianze, tutte condivisibili cfr. appello del Ministero, pag. 3-7 previo loro esame congiunto, per la palese interconnessione che le contraddistingue. Deve ricordarsi che l'attività svolta dalla Polizia amministrativa si estrinseca necessariamente in una preventiva valutazione di ogni aspetto concernente i servizi eventualmente forniti da un'impresa privata che desideri inserirsi nel mercato, appagando un'esigenza di quest'ultimo. Si tratta, dunque, di situazioni soggettive inevitabilmente sottoposte ad un apprezzamento discrezionale dell'amministrazione dell'Interno, tanto più se si tratta del settore della vigilanza privata disciplinato dagli articoli 133-141, Rd 3/1931 , che costituisce una palese eccezione al principio secondo il quale la protezione di persone e beni risulta di stretta competenza dei Corpi di Polizia in tali ipotesi è ovvio che l'apparato della Polizia amministrativa rilasci le proprie autorizzazioni con estrema oculatezza e solo nei casi di riscontrata impossibilità di adempimento di dette delicatissime funzioni. Occorre, infatti, evitare possibili interferenze nel campo dell'ordine e della pubblica sicurezza, per ragioni attinenti alla protezione di beni preponderanti, come la vita, l'incolumità, la fede pubblica ed il patrimonio. Quanto sopra impone pure di evitare un eccesso di concorrenza, che sarebbe dannoso sotto il profilo di un possibile depauperamento del livello delle prestazioni fornite, in quanto capace di indurre le aziende in competizione fra loro ad offrire servizi di non adeguata qualità pur di non perdere quote di mercato. Giustamente, pertanto, la Pa procedente valuta elementi come la popolazione residente nella zona interessata, la rilevanza delle attività economiche ivi esercitate, il livello della criminalità, l'efficienza degli apparati preposti all'ordine ad alla pubblica sicurezza, nonché il numero e la qualità degli istituti di vigilanza già esistenti argomento, quest'ultimo, che ha destato la maggiore attenzione della competente Prefettura nel primo provvedimento di diniego, poi seguito dal secondo, maggiormente attento agli aspetti organizzativi, finanziari e tecnico-operativi del servizio offerto dalla società richiedente la licenza in esame, al fine di formulare una prognosi sulla potenziale capacità tecnica dell'azienda aspirante. Né, d'altra parte, potrebbe sottrarsi all'amministrazione procedente la facoltà di richiedere discrezionalmente ulteriore documentazione idonea a porre in evidenza con maggiore precisione le caratteristiche positive o negative del soggetto interessato, il che costituisce, anzi, un naturale sviluppo dell'istruttoria e della motivazione eventualmente risultate inadeguate in prima battuta, come appare essersi verificato nella specie, in rapporto all'annullamento del primo provvedimento prefettizio di cui sopra annullamento divenuto definitivo per non essere stato gravato mediante alcuna impugnazione . Le osservazioni che precedono risultano, poi, particolarmente attendibili in relazione all'attività di vigilanza, la quale come si è detto viene sottoposta al vaglio del ministero dell'Interno, proprio in quanto preposto alla sicurezza della cittadinanza ed alla protezione dei beni di cui si è fatto cenno in precedenza Conclusivamente, l'appello dev'essere accolto, annullandosi l'impugnata sentenza e respingendosi il ricorso di prima istanza, mentre le spese del doppio grado di giudizio possono integralmente compensarsi per giusti motivi tra le parti in causa, tenuto anche conto delle alterne vicende processuali. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione sesta, - accoglie l'appello - annulla l'impugnata sentenza - respinge il ricorso di prima istanza - compensa tutte le spese del doppio grado di giudizio. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 2 N.R.G. 4742/2005 FF