""Sporco negro"" non è odio razziale ma semplice antipatia

Non configura l'aggravante qualsiasi espressione che contrasta con un ideale di perfetta integrazione

Per la Cassazione l'espressione sporco negro - pronunciata da un italiano mentre aggredisce persone di colore alle quali provoca serie lesioni - non denota, di per sè, l'intento discriminatorio e razzista di chi la pronuncia perchè potrebbe anche essere una meno grave manifestazione di generica antipatia, insofferenza o rifiuto per chi appartiene a una razza diversa. In pratica - dice la sentenza 44295/05 della Cassazione annullando con rinvio, nei confronti di un giovane triestino, la condanna per ingiuria aggravata dai motivi di odio razziale - la nozione di discriminazione non può essere intesa come riferibile a qualsivoglia condotta che sia o possa apparire contrastante con un ideale di assoluta e perfetta integrazione, non solo dei diritti ma anche nella pratica dei rapporti quotidiani, fra soggetti di diversa razza, etnia, nazionalità o religione . Perchè si configuri la vera discriminazione - dicono gli ermellini ricalcando la Convenzione di New York sui diritti dell'uomo del 1966 - occorre che ci sia restrizione o preferenza basata sulla razza, che abbia lo scopo di distruggere o compromettere il godimento in condizioni di parità dei diritti e delle libertà fondamentali . Dunque, per la Cassazione dire sporco negro può essere una semplice ingiuria, come tale perseguibile solo a querela di parte e non d'ufficio come avviene per i reati aggravati. Sulla base di questa distinzione tra insulti razzisti pronunciati per suscitare odio nei confronti di chi è diverso e insulti razzisti pronunciati per generica antipatia - provata per chi è diverso - la Suprema corte ha accolto il ricorso di Davide P. 25 anni condannato sia in primo che in secondo grado dal Tribunale e dalla Corte d'appello di Trieste per rissa aggravata, lesioni volontarie aggravate e ingiurie aggravate. Insieme ad altri, Davide P. aveva aggredito alcune ragazze colombiane dicendo sporche negre, cosa fanno queste negre qua . Ad avviso dei giudici di merito queste parole configuravano l'ingiuria aggravata in quanto l'obiettivo era la specifica indicazione dell'etnia di appartenenza delle ragazze e la loro condizione di emigrate di colore che le privava del diritto di rimanere in Italia e la frase adoperata denota chiaramente che l'aggressione fu motivata da intolleranza e risentimento razziale . Tanto che l'espressione negre - scriveva la Corte d'appello - veniva ripetuta due volte evidenziando il reale pensiero degli aggressori, mosso da finalità razziale e/o odio etnico . Questa motivazione non ha convinto la quinta sezione penale della Cassazione che - accogliendo la tesi avanzata dall'avvocato Businello, difensore dell'imputato - ha annullato la parte della condanna emessa in appello lo scorso gennaio relativa all'ingiuria aggravata, pari a 15 giorni di reclusione l'ammontare totale della pena per rissa e lesioni non è riportata in sentenza . Adesso spetterà, nuovamente, alla Corte d'appello di Trieste valutare la portata delle frase incriminata tenendo presente che, per la Cassazione, l'aggravante dell'ingiuria razziale scatta solo se le parole sono potenzialmente idonee a suscitare in altri il riprovevole sentimento dell'odio o a dare luogo, in futuro o nell'immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori per ragioni di razza, etnia, nazionalità o religione . Non si può infatti qualificare sic e simpliciter - conclude Piazza Cavour - come odio, qualsiasi sentimento o manifestazione di generica antipatia, insofferenza o rifiuto solo perchè riconducibili a motivazioni per quanto censurabili esse possano essere ritenute attinenti alla razza, all'etnia, o alla religione . In conclusione la condanna per ingiuria aggravata scatta solo se si è in presenza di vero odio negli altri casi la frase sporco negro non ha niente di razzista, si tratta di un insulto come un altro. Pronunciato così, per antipatia.

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 17 novembre-5 dicembre 2005, n. 44295 Presidente Calabrese - Relatore Dubolino Pg Giulanella - ricorrente Paoletich Rilevato in fatto - che con l'impugnata sentenza, in conferma di quella di primo grado pronunciata dal tribunale di Trieste il 5 dicembre 200 1, Paoletich Davide venne ritenuto responsabile di rissa aggravata articolo 588, comma 2, Cp , lesioni volontarie aggravate articoli 582, 585, 576 n. 1 e 61 n. 2 Cp ed ingiurie aggravate articoli 594 Cp e 3, comma 1, del Dl 122/93 convertito con modifiche in legge 205/93 - che, per quanto riguarda il reato di ingiurie aggravate, esso era consistito, secondo l'accusa, nell'avere l'imputato proferito all'indirizzo di alcune straniere di origine colombiana espressioni quali sporche negre , cosa fanno queste negre qua il che, ad avviso della corte d'appello, dava luogo alla configurabilità della contestata aggravante giacché - si afferma - l'obiettivo era la specifica indicazione dell'etnia di appartenenza delle ragazze e la loro condizione di emigrate di colore che le privava del diritto di rimanere in Italia e la frase adoperata denota chiaramente che l'aggressione fu motivata da intolleranza e risentimento razziale concetto, questo ribadito con l'ulteriore affermazione che il reiterato uso dell'espressione negre aveva evidenziato il reale pensiero degli aggressori, mosso da finalità di odio razziale e/o etnico - che avverso la sentenza d'appello ha proposto ricorso per cassazione la difesa del Paoletich, denunciando violazione e falsa applicazione dell'articolo 3 del Dl 122/93 sull'assunto, in sintesi, che la corte di merito avrebbe apoditticamente ritenuto la sussistenza della contestata aggravante del reato di ingiuria che altrimenti sarebbe stato non perseguibile per difetto di querela , senza verificare se l'imputato avesse realmente agito al fine di indurre altri a comportamenti discriminatori basati sull'odio razziale, come, in realtà, sarebbe richiesto per la configurabilità di detta aggravante. Considerato in diritto - che l'articolo 3, comma 1, del Dl 122/93, convertito con modifiche in legge 205/93, nel prevedere come circostanza aggravante, per quanto qui rileva, quella che il fatto sia stato commesso per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso , mostra chiaramente come il legislatore abbia in questo caso attribuito rilevanza all'odio non in quanto semplice movente dell'azione ma appunto in quanto costituente finalità esterna della medesima, posta in rapporto di equivalenza con quella della discriminazione, giacché, altrimenti, avrebbe adoperato l'espressione motivi , indicativa non delle finalità ma delle pulsioni interne dell'agente, cosi come appare, ad esempio, nella formulazione dell'articolo 61 n. 1 Cp, e, addirittura, in quella dell'articolo 3, comma 1, lettera b , della legge 654/75, quale riformulato proprio dall'articolo 1 dello stesso Dl 122/93, in cui si prevede come reato quello di chi commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi differenziazione, quest'ultima, che non può certo ritenersi, per il rispetto dovuto al legislatore, come derivante dal caso, per cui non può, l'interprete, non trarne le dovute conseguenze, nell'osservanza del primo e fondamentale dei criteri ermeneutici quello basato sul significato proprio delle parole dettati dall'articolo 12, comma 1, delle preleggi - che, pertanto, ai fini della configurabilità dell'aggravante in questione, non può considerarsi sufficiente che l'odio etnico, nazionale, razziale o religioso sia stato, più o meno riconoscibilmente, il sentimento che ha ispirato dall'interno l'azione delittuosa, occorrendo invece che questa, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto nel quale si colloca, si presenti come intenzionalmente diretta e almeno potenzialmente idonea a rendere percepibile all'esterno ed a suscitare in altri il suddetto, riprovevole sentimento o comunque a dar luogo, in futuro o nell'immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori per ragioni di razza, nazionalità, etnia o religione principio, questo, da considerarsi tanto più valido in quanto, anche con riferimento al reato di cui al citato articolo 3, comma 1, lettera b della legge 654/75, questa Corte, Sezione terza penale, in un passaggio motivazionale della sentenza 7421/02, Orrù ed altri, ha puntualizza che, ai fini della verifica circa la sussistenza o meno di detto reato, occorre che il giudice valuti la condotta posta in essere dall'agente nel suo contenuto non solo oggettivo, ma anche soggettivo, cercando di enucleare la finalità ispiratrice della condotta medesima - che, oltre a ciò, occorre altresì tener presente che l'espressione odio , adoperata dal legislatore, ha un suo ben preciso significato, indicativo di un sentimento estremo di avversione implicante il desiderio del maggior male possibile per chi ne forma oggetto ragion per cui non può, l'interprete, qualificare sic et simpliciter come odio qualsiasi sentimento o manifestazione di generica antipatia, insofferenza o rifiuto, sol perché riconducibile a motivazioni per quanto censurabili esse possano essere ritenute , attinenti alla razza, alla nazionalità, all'etnia o alla religione, dovendo invece verificare, sulla base di elementi per quanto possibile obiettivi, se si sia o meno in presenza di vero e proprio odio nel senso dianzi indicato - che, infine, anche per quanto riguarda la nozione di discriminazione , essa, al fini che qui interessano, non può essere intesa come riferibile a qualsivoglia condotta che sia o possa apparire contrastante con un ideale di assoluta e perfetta integrazione, non solo nei diritti ma anche nella pratica dei rapporti quotidiani, fra soggetti di diversa razza, etnia, nazionalità o religione, ma deve essere tratta esclusivamente dalla definizione che si rinviene nell'articolo 1 della Convenzione di New York del 7 marzo 1966, resa esecutiva in Italia con la legge 654/75, secondo cui nel testo italiano , l'espressione discriminazione razziale sta ad indicare ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine etnica, che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica definizione, questa, che risulta poi ripresa, pressoché alla lettera, dall'articolo 43 comma 1 del Tu sull'immigrazione emanato con D.Lgs 286/98 e successive modifiche, il quale fa ad essa seguire, al comma 2, una serie di esemplificazioni che alla stessa definizione comunque si attagliano, senza in alcun modo modificarne il contenuto - che, nella specie, non può dirsi che ai suddetti principi si sia ispirato il giudice di merito, avendo esso ritenuto, come si rileva dal passo motivazionale sopra riportato in narrativa, che bastasse a rendere configurabile l'aggravante in questione il solo fatto che l' aggressione termine già poco confacente alla natura del reato di ingiurie, cui la detta aggravante si riferiva , fosse stata motivata da intolleranza e risentimento razziale , per quindi apoditticamente affermare che l'uso dispregiativo del termine negre , accompagnato da altri epiteti ingiuriosi , avrebbe rivelato il reale pensiero degli aggressori, mosso da finalità di odio razziale e/o etnico , laddove si sarebbe dovuto invece dimostrare, alla stregua dei sopra illustrati criteri di interpretazione della norma, come e perché non il pensiero , ma la condotta ingiuriosa addebitata all'imputato fosse da ritenere consapevolmente finalizzata e almeno potenzialmente idonea a rendere percepibile e suscitare in altri proprio quel sentimento di odio e non altri di diversa natura o intensità quali la semplice avversione, l'antipatia, il disprezzo e simili , ovvero a dar luogo al concreto pericolo di immediati o futuri comportamenti discriminatori basati sulla differenza di razza e specificamente riconducibili alla surriportata definizione normativa di discriminazione - che, pertanto, l'impugnata sentenza non può che essere annullata, nel capo oggetto di ricorso, con rinvio, per nuovo esame, ad altra sezione della corte d'appello di Trieste la quale, in assoluta libertà di valutazione degli elementi di fatto acquisiti o che ritenesse di dover acquisire, dovrà tuttavia attenersi ai principi di diritto dianzi illustrati PQM La Corte annulla la sentenza impugnata limitatamente al reato di ingiuria, in relazione alla contestata aggravante, con rinvio ad altra sezione della corte d'appello di Trieste per nuovo esame.