Se il pedone cade a causa di una buca larga ben 50 cm, la colpa è solo sua

L’ente pubblico non è responsabile se dimostra che l’utente poteva percepire o prevedere l’anomalia con l’ordinaria diligenza nel caso di specie, il dissesto del manto stradale è stato ritenuto di estensione tale da essere assolutamente visibile e da non poter sfuggire all’attenzione dei pedoni.

Lo ha confermato la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 6811/13, depositata il 19 marzo. Il caso. Una donna cita in giudizio il Comune di Alcamo chiedendo il risarcimento dei danni subiti a seguito di una caduta determinata dalla cattiva manutenzione del manto stradale la sua domanda, tuttavia, viene rigettata in entrambi i gradi di merito e pertanto la soccombente decide di ricorrere per cassazione. Non applicabile l’art. 2051 c.c. Con un primo motivo di ricorso la donna lamenta che sia stato erroneamente ritenuto insussistente un pericolo occulto, in ragione delle dimensioni della buca circa 50 cm di diametro e 10 cm di profondità e della sua perfetta visibilità in ogni caso, nelle azioni ex art. 2051 c.c. danno cagionato da cose in custodia , l’infortunato deve limitarsi a provare la sussistenza dell’evento dannoso e il suo nesso di causalità con la cosa in custodia. Gli Ermellini rilevano anzitutto che l’insussistenza dei presupposti per la tutela ex art. 2051 c.c., affermata in primo grado, non ha costituito oggetto di impugnazione e pertanto la relativa statuizione è ormai coperta dal giudicato. per l’impossibilità di custodire effettivamente il bene. Quanto alla pretesa risarcitoria, la giurisprudenza della S.C. ha affermato che, qualora la PA sia impossibilitata a custodire effettivamente il bene, stante la notevole estensione dello stesso e le modalità d’uso da parte dei terzi, non si applica la disciplina dell’art. 2051 c.c., ma la regola generale dell’art. 2043 c.c La buca poteva essere vista dai pedoni. Il danneggiato, pertanto, dovrà provare l’anomalia del bene, mentre spetterà alla PA dimostrare eventuali fatti impeditivi della propria responsabilità, come la possibilità che l’utente potesse percepire o prevedere l’anomalia in questione con l’ordinaria diligenza secondo i giudici di legittimità, nel caso di specie, la Corte territoriale ha correttamente ritenuto che il dissesto del manto stradale fosse di estensione tale da essere assolutamente visibile e da non poter sfuggire all’attenzione dei pedoni con l’uso dell’ordinaria diligenza e un minimo di attenzione. Per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile 3, ordinanza 6 febbraio 19 marzo 2013, n. 6811 Presidente Finocchiaro Relatore Amendola Svolgimento del processo e motivi della decisione È stata depositata in cancelleria la seguente relazione, regolarmente comunicata al P.G. e notificata ai difensori delle parti. Il relatore, cons. Adelaide Amendola esaminati gli atti, osserva 1. Con citazione notificata il 17 ottobre 2002 P.F. convenne in giudizio, innanzi al Tribunale di Trapani, il Comune di Alcamo, chiedendo di essere risarcita dei danni subiti a seguito di una caduta determinata dalla cattiva manutenzione del manto stradale. Resistette l'Ente. 2. Con sentenza dell'8 febbraio 2006 il giudice adito rigettò la domanda. Il decidente, esclusa la sussistenza dei presupposti per l'operatività del disposto dell'art. 2051 cod. civ., negò anche che il Comune potesse ritenersi responsabile in base alle regola generale del neminem laedere di cui all'art. 2043 cod. civ Proposto dal soccombente gravame, la Corte d'appello di Palermo, in data 17 maggio 2010, lo ha respinto. Per la cassazione di detta pronuncia ricorre a questa Corte P.F. , formulando due motivi. Resiste con controricorso il Comune di Alcamo. 3. Il ricorso è soggetto, in ragione della data della sentenza impugnata, successiva al 4 luglio 2009, alla disciplina dettata dall'art. 360 bis, inserito dall'art. 47, comma 1, lett. a della legge 18 giugno 2009, n. 69. Esso può pertanto essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 cod. proc. civ. per esservi rigettato. Queste le ragioni. 4. Con il primo motivo di ricorso l'impugnante denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio. Oggetto delle critiche è la ritenuta insussistenza di un pericolo occulto, in ragione delle dimensioni della buca e della sua perfetta visibilità. Tale valutazione, a giudizio dell'esponente, sarebbe in contrasto con i principi giuridici che presidiano la materia e con il contesto fattuale di riferimento, considerato che l'indicato diametro di circa 50 cm. del fossato era frutto della supposizione di un teste. In ogni caso, aggiunge, nelle azioni di danno ex art. 2051 cod. civ. l'infortunato deve limitarsi a provare la sussistenza dell'evento dannoso e il suo nesso di causalità con la cosa in custodia. 5. Le esposte censure sono per certi aspetti inammissibili, per altri infondate. Dall'iter argomentativo della sentenza impugnata emerge invero, in maniera incontrovertibile, che la decisione del giudice di prime cure relativa alla insussistenza dei presupposti per l'attivazione della tutela di cui all'art. 2051 cod. civ. non fu oggetto di impugnazione, di talché la negativa valutazione espressa al riguardo dal Tribunale deve ritenersi ormai coperta da giudicato. Conferma tale rilievo anzitutto un dato testuale, e cioè l'assenza di qualsivoglia riferimento all'art. 2051 cod. civ., nelle conclusioni dell'appellante riportate nella sentenza impugnata, conclusioni nelle quali viene per contro espressamente richiamato il disposto dell'art. 2043 cod. civ A ciò aggiungasi che l'attenzione della Corte territoriale risulta incentrata esclusivamente sulla qualificabilità in termini di insidia della buca nella quale rovinò l'attrice, nozione che, appartenendo all'area concettuale del precetto di cui all'art. 2043 cod. civ., convalida la circoscrizione del dialogo processuale in appello alla sola, dedotta violazione del principio generale del neminem laedere. 5. Deriva da tanto che i confusi richiami dell'impugnante alla disciplina della responsabilità del custode della quale il giudice di merito avrebbe fatto malgoverno sono inammissibili in quanto volti a censurare una statuizione ormai passata in giudicato. 6. Prive di pregio sono invece le critiche alla ritenuta insussistenza dei presupposti per l'accoglimento della domanda risarcitoria, anche alla stregua dei parametri di cui all'art. 2043 cod. civ Non è qui in discussione il principio, ripetutamente affermato da questa Corte con riferimento alla responsabilità per danni da beni di proprietà della Pubblica amministrazione, che, qualora non sia applicabile la disciplina dettata dall'art. 2051 cod. civ., in quanto sia accertata in concreto l'impossibilità dell'effettiva custodia del bene, a causa della notevole estensione dello stesso e delle modalità di uso da parte di terzi, l'ente pubblico risponde dei pregiudizi subiti dall'utente, secondo la regola generale dell'art. 2043 cod. civ Né si dubita più che siffatta norma non limita affatto la responsabilità della P.A. per comportamento colposo alle sole ipotesi di esistenza di un'insidia o di un trabocchetto, di talché, secondo i principi che governano l'illecito aquiliano, graverà sul danneggiato l'onere della prova dell'anomalia del bene - che va considerata fatto di per sé idoneo, in linea di principio, a configurare il comportamento colposo della P.A., - mentre spetterà a questa dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l'utente si sia trovato di percepire o prevedere con l'ordinaria diligenza la suddetta anomalia o l'impossibilità di rimuovere, adottando tutte le misure idonee, la situazione di pericolo confr. Cass. 6 luglio 2006, n. 15383 . 7. Sta però di fatto che le argomentazioni con le quali il giudice di merito ha affermato che il dissesto del manto stradale era di estensione tale da essere assolutamente visibile, e da non poter sfuggire all'attenzione dei pedoni con l'uso dell'ordinaria diligenza, sono congrue ed esaustive. La Corte ha invero evidenziato che dalle deposizioni dei testi escussi era emerso che la buca aveva circa 50 centimetri di diametro e dieci di profondità, il che la rendeva perfettamente evitabile con un minimo di attenzione. In realtà le critiche svolte in ricorso si appuntano contro una valutazione di stretto merito, come tale insindacabile in sede di legittimità confr. Cass. civ. 14 gennaio 2000, n. 366 . 8. Pure infondato è il secondo motivo erroneamente rubricato come terzo , con il quale l'impugnante, lamentando violazione di legge e vizi motivazionali, chiede che le spese del giudizio siano almeno compensate. E invero, a prescindere dai profili di inammissibilità delle censure, derivanti dalla mancata indicazione dell'errore di diritto in cui sarebbe incorso il decidente nonché delle lacune e delle contraddizioni dell'impianto argomentativo della sentenza impugnata, non v'ha dubbio che la Corte territoriale abbia condannato l'appellante nella corretta applicazione del principio della soccombenza . Il collegio condivide le argomentazioni e le conclusioni della relazione, che non sono in alcun modo infirmate dalle deduzioni svolte nella memoria di parte ricorrente. Il ricorso è respinto. L'impugnante rifonderà alla controparte vittoriosa le spese del giudizio, nella misura di cui al dispositivo. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in complessivi Euro 2.500,00 di cui Euro 200,00 per esborsi , oltre IVA e CPA, come per legge.