La qualità del Made in Italy è garanzia anche geografica

Non basta che disegni e tessuti siano italiani. Confermato il reato per vestiti provenienti dalla Moldavia. Interpretazione restrittiva in nome della Finanziaria 2004

Più garanzie per il Made in Italy , soprattutto se si tratta di capi d'abbigliamento. La tutela penale della buona fede del consumatore, per la Cassazione, deve estendersi anche al luogo geografico di produzione del bene. Parametro da considerare determinante quando si parla di un settore, quello del tessile, in cui l'Italia detiene una leadership riconosciuta a livello mondiale. Così la pensa la terza sezione penale di piazza Cavour nella sentenza 2648/06 - depositata il 20 gennaio e qui integralmente leggibile tra i documenti correlati - con cui ha respinto il ricorso di un'azienda italiana, importatrice di vestiti sportivi dalla Moldavia, contro il sequestro probatorio di alcuni capi disposto dal pubblico ministero. Secondo la tesi dell'imprenditore italiano, fatta valere davanti alla Suprema corte, la qualità del prodotto non può dipendere dalla sola provenienza geografica egli, infatti, si era rivolto all'estero solo per la lavorazione del prodotto, al fine di risparmiare sul costo del lavoro, ma sia il disegno dei capi che il tessuto erano italiani. Ma la Cassazione è stata di diverso avviso e con il verdetto in esame ha ridisegnato la portata della tutela penale anche alla luce delle novità intervenute in materia con la Finanziaria del 2004 e con la legge sulla competitività. È vero, dicono gli ermellini , che in un recente passato l'espressione origine o provenienza del prodotto è stata interpretata in relazione al soggetto cui si deve far risalire la responsabilità giuridica e produttiva e che pertanto garantisce la qualità del prodotto, ma il concetto geografico ha ripreso vigore con la Finanziaria 2004. La manovra economica, infatti, ha chiamato la disciplina europea a far da guida nella tutela anche penale del consumatore, non solo per i prodotti industriali e per il settore alimentare. A ciò la Cassazione ha aggiunto che, nel caso di specie, decisiva è stata la circostanza che le maestranze impiegate nella lavorazione non erano italiane. Infatti, i giudici della terza penale hanno elaborato il seguente principio di diritto Integra il reato di vendita di prodotti industriali con segni mendaci articolo 517 Cp la commercializzazione di beni del settore dell'abbigliamento con la dicitura Italy , che pur essendo prodotti da una ditta italiana su disegno e tessuto italiani, siano stati confezionati all'estero da maestranze non italiane, in quanto in questo particolare settore l'Italia gode di un prestigio internazionale, fondato anche sulla particolare specializzazione delle maestranze impiegate, e pertanto il sottacere tale dato fattuale o il fornire fallaci indicazioni ha l'intento di conferire al prodotto una maggiore affidabilità promuovendone l'acquisto sull'argomento si legga anche la sentenza 34103/05, pubblicata negli arretrati del 27 ottobre 2005 . .

Cassazione - Sezione terza penale cc - sentenza 9 novembre 2005-20 gennaio 2006, n. 2648 Presidente Lupo - Relatore Mancini Pg Di Popolo Fatto e diritto Con ordinanza del 5 maggio 2005 il Tribunale di Trieste respingeva la richiesta di riesame avanzata nell'interesse di G. R., indagato per il delitto di cui agli articoli 56 e 517 Cp, nei confronti del decreto di sequestro probatorio adottato dal Pm avente ad oggetto alcuni capi di abbigliamento importati dalla Moldavia ad opera della Tasci Srl della quale il predetto era legale rappresentante. Conseguentemente confermava il decreto. Il sequestro aveva colpito capi di abbigliamento provenienti da quel paese sui quali era tuttavia apposta la targhetta designed & produced by Tasci Srl Rovereto Italy , ritenuta idonea a trarre in inganno il consumatore circa l'origine e provenienza del prodotto. Nella richiesta di riesame la difesa aveva fatto presente che all'estero, per i noti motivi concernenti il risparmio sul costo della mano d'opera, veniva effettuata solo la lavorazione del prodotto che però doveva essere conforme ai campioni presentati dal cliente, cioè a dire la ditta dell'indagato, che forniva anche la materia prima per la lavorazione. Aveva ricordato che l'articolo 517 del Cp nel riferirsi all'origine e provenienza del prodotto non adotta un concetto di tipo geografico e che l'entrata in vigore dell'articolo 4 comma 49 della legge 350/03 finanziaria del 2004 n on aveva inciso su tale concetto. Nella sua articolata risposta il Tribunale premette che a differenza degli articoli 473 e 474 del Cp, che sono preposti alla tutela del marchio, il successivo articolo 517 si propone invece la tutela dell'ordine economico e quindi sia del produttore, che deve essere protetto dalla concorrenza sleale, sia del consumatore che non deve essere sorpreso nella sua buona fede da segni o diciture mendaci di qualsiasi tipo apposte sul prodotto. Dopodiché osserva come non sempre il fenomeno della delocalizzazione della produzione possa considerarsi neutro rispetto alla qualità del prodotto e quindi alla tutela della buona fede del consumatore. In particolare ciò non avviene, nel ragionamento del tribunale, nel caso di prodotto per i quali il livello professionale della manodopera ha una importanza preponderante. Ed in tale categoria il tribunale include i prodotti in questione dopo avere ricordato che a tutela normativa è accordata anche al consumatore di media diligenza e perfino a quello di non particolare diligenza ed altresì che per alcuni prodotti, come per esempio l'abbigliamento italiano, il luogo di provenienza è destinato ad ingenerare nel consumatore una particolare affidabilità. Peraltro, osserva il tribunale, tale realtà non necessariamente è di ostacolo alla delocalizzazione di segmenti della produzione come è dimostrato da grandi marchi commercializzati in tutto il mondo con la indicazione del luogo di produzione e la conseguente possibilità offerta al consumatore di acquistare o meno il bene anche se materialmente fabbricato in luogo diverso dalla sede dell'impresa responsabile del processo produttivo. In questo contesto il tribunale ricorda come la novità introdotta dall'articolo 4 comma 49 della legge 350/03 non possa considerarsi irrilevante dal momento che esso chiarisce che per la classificazione di prodotti o merci come originari dell'Italia debba farsi riferimento alla normativa europea sull'origine, aggiungendo che per quest'ultima - regolamento Cee del 12 ottobre 1992 n. 291392, che istituisce un codice doganale comunitario, articolo 24 - la merce è originaria del paese in cui è avvenuta l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale. A mezzo del proprio difensore propone ricorso per cassazione l'indagato proponendo le seguenti osservazioni principali - la lavorazione in una fabbrica italiana non garantisce la presenza di operai particolarmente specializzati e neppure la presenza di tutti operai italiani - la qualità del prodotto, secondo quanto sempre affermato dalla Corte di cassazione, non può dipendere dalla sua provenienza geografica - la finanziaria del 2004 non può riguardare capi di abbigliamento sportivo di serie quale quelli in questione - la tesi del tribunale, osserva il ricorrente, finisce con l'appannare la centralità dell'imprenditore italiano cui deve invece far capo la responsabilità del prodotto. Tanto premesso in fatto, si osserva in diritto il ricorso è infondato e deve essere respinto. Il tribunale premette di condividere l'indirizzo di questo Supremo collegio, affermatosi fin dalla sentenza 2500/99, Thun in forza del quale l'articolo 517 con le espressioni origine o provenienza dell'opera dell'ingegno e del prodotto industriale si riferisce in realtà non al luogo geografico di produzione bensì al soggetto cui deve farsi risalire la responsabilità giuridica e produttiva del bene e che pertanto garantisce la qualità del prodotto nello stesso senso Cassazione, Sezione terza, 3352/05 13712/05 34103/05 . Ricorda tuttavia come il concetto geografico riprenda quota allorché si tratti di prodotti alimentari ma soprattutto evidenzia come la legge finanziaria del 2004 abbia riproposto il tema in termini nuovi rispetto al consolidato orientamento di questa Corte di cassazione appena indicato. Questa legge infatti all'articolo 4 comma 49 si riferisce in primo luogo a tutti i prodotti e dunque non solo a quelli industriali. Inoltre nell'estendere ulteriormente o, come altri ritiene, nel precisare la portata dell'articolo 517 - che, da un punto di vista strettamente letterale, prende in considerazione le sole condotte del porre in vendita o mettere altrimenti in circolazione - includendovi l' importazione ed esportazione a fini di commercializzazione ovvero la commercializzazione di prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza o di origine e nel proporsi la tutela della indicazione made in Italy , richiama la normativa europea sull'origine dei prodotti. Ebbene, in base a questa normativa, come in precedenza già rilevato richiamando l'articolo 24 del regolamento Cee 291392 del 1992, per luogo di origine del prodotto deve intendersi quello dell'ultima trasformazione. Occorre peraltro evidenziare, sempre seguendo la linea del ragionamento del tribunale, che anche nel successivo articolo 61 della predetta finanziaria, dove è prevista l'organizzazione di una particolare tutela per le merci prodotte integralmente sul territorio italiano, è ancora richiamata la normativa comunitaria. Il problema è di stabilire se quest'ultima abbia un campo di applicazione limitato al settore doganale oppure se abbia prodotto una modificazione all'interno della struttura dell'articolo 517 del Cp quale risultante della consolidata interpretazione datane dal giudice di legittimità. Il Tribunale inclina per la seconda interpretazione ma, come all'inizio si è ricordato, non intende discostarsi dalla interpretazione che questa Corte ha dato costantemente di tale norma e del concetto in esso enunciato di origine o provenienza del prodotto. Non può esimersi tuttavia, il Tribunale, dal sottolineare - ed è questo il nucleo centrale del suo ragionamento, sotteso alla decisione adottata - la particolarità del settore merceologico di cui nella specie si tratta. Nota infatti come nel settore dell'abbigliamento l'Italia goda di una riconosciuta leadership in campo mondiale, dovuta anche alla particolare specializzazione delle maestranze impiegate nel settore. Deriva da ciò che a tutto concedere, pur considerando che il disegno ed il tessuto sono italiani, resta pur sempre il fatto che la lavorazione del prodotto è avvenuta all'estero ad opera di un'azienda avente personalità giuridica diversa dalla Srl Tasci ma soprattutto ad opera di maestranze che non hanno la stessa tradizione di quelle italiane in questo settore specifico. E questa circostanza era taciuta nell'etichetta apposta sui capi di abbigliamento sequestrati dalla Dogana, la quale lasciava anzi intendere che la produzione fosse avvenuta in Italia. Non altrimenti infatti, poteva essere interpretato il produced by Tasci Srl Rovereto Italy ad opera di un consumatore di media diligenza che poteva avere, per le ragioni appena enunciate, un legittimo interesse ad acquistare un prodotto che fosse stato anche materialmente lavorato in Italia. Trattasi - si vuole sottolineare - di un interesse oltre che legittimo anche concreto, che si colloca oltre la categoria di interessi - questi sì di più complicata tutelabiltià - ispirati da ragioni meramente ideologiche quali la volontà di favorire l'impiego della manodopera nazionale o il rifiuto di acquistare beni prodotti in paesi dove non è sufficientemente tutelato il lavoro minorile - e la sua concretezza si evince a contrariis dal fatto che proprio in casi come questo - di settori merceologici particolarmente apprezzati in campo mondiale - il produttore fornisce maliziosamente al consumatore avere se non addirittura fallaci indicazioni con l'intento taciuto ma evidente di conferire al prodotto una maggiore affidabilità promuovendone in definitiva l'acquisto. La normativa che disciplina la materia è indubbiamente in movimento alla ricerca di un punto di equilibrio fra fenomeni diversi e virtualmente contrastanti quali la globalizzazione, la necessità di sostenere la capacità concorrenziale delle imprese nazionali ricorrendo alla delocalizzazione della produzione ma anche quella di apprestare una efficace tutela di un consumatore sempre più esigente. In questo quadro si inserisce il Dl 35/2005 convertito nella legge 80/2005, la cosiddetta legge sulla competitività, anch'essa potenzialmente idonea a mettere in crisi il concetto di luogo di origine o provenienza quale elaborato dalla giurisprudenza di questa Corte. Nel suo articolo 12 si escludono infatti dai benefici di cui alla legge 100/90, al D.Lgs 143/98 ed alla legge 273/02 le imprese che non prevedono il mantenimento in Italia anche di una parte sostanziale delle attività produttive. Si tratta di un altro sia pure modesto segnale in direzione della rilevanza del luogo della materiale produzione del bene, anche se nascente da preoccupazioni di natura diversa da quelle di cui si è sinora trattato. Peraltro, come già si è osservato, nell'impugnata ordinanza l'orientamento in subjecta materia di questa Suprema corte non è disatteso, ragione per cui non potrebbe comunque ravvisarsi in essa alcuna violazione di legge che, allorché si tratta di misura cautelari speciali, è il solo vizio deducibile con il ricorso per cassazione non essendo per contro deducibile il vizio motivazionale articolo 325 comma 1 Cpp . Restando nel solco di tale orientamento, che prevede come in taluni casi il luogo di produzione debba comunque essere indicato, l'ordinanza stessa - lungi dall'essere priva di motivazione o affetta da motivazione solo apparente e dunque in contrasto con il precetto sancito a pena di nullità di cui all'articolo 125 comma 3 Cpp - dà contezza del proprio convincimento, che nella specie cioè, per la particolare importanza che assumeva nel processo produttivo la qualità della manodopera e per essere comunque l'autore della materiale produzione soggetto economico formalmente diverso la società moldava Csm Uniform Srl dall'azienda di cui l'indagato era legale rappresentante, la tutela della buona fede del consumatore richiedesse l'indicazione del luogo di produzione che invece non risultava dall'etichetta apposta sui capi di abbigliamento. Il rigetto del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. PQM La Corte suprema di cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.