Il «criterio di mia nonna» legittimato dalla Cassazione: l’esistenza del rimprovero giustifica la sua fondatezza

Quasi tutti ci siamo cresciuti molti si sono rassegnati, altri si sono battuti, e continuano a farlo, per dimostrare che non sempre l’adulto che ci aveva rimproverato, poteva vantare ragioni valide e sufficienti a farlo. Potevano esistere, ed erano comprensibili, errori di percezione, di rilevazione o di interpretazione che, se considerati, liberi da ogni pregiudizio, potevano dimostrare la nostra totale o parziale estraneità ai fatti contestateci.Ma la logica delle nonne , o almeno della mia, era inflessibile se sono venuti da te e non da me, avranno avuto le loro buone e fondate ragioni .

Così il pre-giudizio causato dall’esistenza del rimprovero, della contestazione, finiva col governare ed imprimere un indelebile segno sul giudizio che doveva ancora essere celebrato, riducendo sensibilmente fino a renderli inesistenti nel concreto, gli spazi di difesa cui credevamo di avere giusto e fondato diritto . L’esistenza del rimprovero diveniva alfa ed omega del giudizio di responsabilità da emettersi, ergendosi a tautologico ed autoreferenziale paradigma di giudizio. Un corto circuito virtuoso , figlio del senso ad educare al principio di autorità ed autorevolezza cui si improntavano i principi morali delle nostre nonne, ma che, se applicato ai canoni ermeneutici delle regole di giudizio penale, rischia di generare percorsi destinati a generare inattese e spiacevoli conseguenze. Il criterio della nonna e il corto circuito probatorio. Applicato al caso in esame, il criterio della nonna ha l’effetto di produrre un corto circuito probatorio, dove gli indizi e le valutazioni si confondono, traendo legittimazione e sostanza non l’una dall’altra attraverso una corretta ed oggettiva loro lettura, ma dalla constatazione della loro semplice esistenza, degradando il ragionamento logico giuridico a inaccettabile tautologia. Il caso . La vicenda, arcinota, riguarda l’omicidio della giovane Sarah Scazzi, e segnatamente il filone inerente l’occultamento del cadavere della vittima, contestato in concorso fra loro allo zio della vittima, al fratello ed al nipote di questi. Emesso provvedimento cautelare nei confronti degli in allora indagati ed oggi imputati, veniva proposto ricorso e, successivamente adita la Corte di cassazione che, annullava con rinvio il provvedimento reso dal Tribunale del riesame territorialmente competente. In sede di giudizio di riesame il pubblico ministero presentava e proponeva al giudizio del giudice del rinvio nuovi e sopravvenuti elementi che venivano posti e ritenuti validi e sufficienti, in uno al decreto che disponeva il giudizio nei confronti dei ricorrenti, a giustificare la misura richiesta dalla procura procedente. Contro il provvedimento reso dal Tribunale del riesame, quale giudice del rinvio, proponevano ricorso gli ormai imputati, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’utilizzo da parte del giudice del rinvio di elementi successivamente emersi rispetto alla pronuncia resa dalla Corte di Cassazione, nonché della valutazione in chiave indiziaria dell’intervenuto decreto che dispone il giudizio nei confronti dei ricorrenti. La Corte ha respinto i ricorsi proposti. La questione degli indizi successivi . La pronuncia in commento non detta principi di straordinaria novità. Essa si pone nell’alveo, da tempo formato dalla Giurisprudenza di legittimità, ai sensi del quale la pubblica accusa ha il potere diritto di utilizzare anche gli indizi successivamente emersi ai fini di sostenere la richiesta di misura cautelare negata od annullata. Anzi, viene ribadito il diritto del pubblico ministero di disporre del corredo indiziario raccolto intervenendo così direttamente e pesantemente sull’ampiezza della comunicazione delle fonti e delle scaturigini e degli indizi da effettuarsi. Ovviamente a questa geometria variabile della discovery corrisponde il diritto dovere del giudice adito di utilizzare solo e soltanto gli elementi fornitegli dalle parti. La scelta del pubblico ministero, circa l’ampiezza della quantità e della qualità del materiale raccolto nella fase delle indagini dalla accusa e la conseguente possibilità della difesa e del giudice di conoscere integralmente gli elementi a disposizione dell’accusa non appare, propriamente in linea con un procedimento che impone all’accusa anche la raccolta di elementi a favore dell’indagato, la cui esistenza negli atti, magari anche in forma embrionale o non attentamente valutata dall’accusa, appare nascosta, seppur involontariamente, alle possibilità di miglior utilizzo da parte della difesa che, invece, è vocata alla ricerca ed alla valorizzazione di elementi la cui raccolta,nella fase delle indagini preliminari, spesso o solamente è possibile a cura della pubblica accusa. Le scaturigini che esistono in atti, o che negli atti giacciono dimenticate o non coltivate, e che sono o potrebbero essere, in una fase delicatissima e capace di incidere pesantemente sul diritto costituzionalmente garantito, di Libertà, utilissime a fornire spiegazioni alternative, divengono, in virtù della lettura della norma fornita dalla Cassazione, destinate ad essere sottratte al patrimonio conoscitivo della difesa. Con ciò violando quantomeno lo spirito del codice e fornendo ben più del destro a quanti sostengono da tempo che ben sarebbe più conforme alla norma Costituzionale ed allo spirito del codice, liberare l’accusa ed il giudice da quell’inutile orpello costituito dall’obbligo per l’accusa di ricercare prove anche a favore dell’indagato. Forse, così, diverrebbe più evidente, a tutti ed in primis anche al Giudice, lo spirito di parte che innegabilmente, e almeno per ciò che mi riguarda, correttamente anima ormai i rappresentanti della pubblica accusa. E, se parte divenisse anche quella pubblica , allora, forse, più semplice sarebbe trasformare in definitivamente avversariale il procedimento penale italiano, che, certo, sarebbe più semplicemente qualificabile e percepibile da tutti quale confronto dialettico fra parti portatrici di leciti e contrapposti interessi. Diversamente, ovvero nell’attuale situazione la discovery completa, ovvero la totale possibilità per la difesa di esercitare il diritto a difendersi contro provando viene inspiegabilmente ed in accettabilmente posticipato ad una fase nella quale è ben possibile che l’indagato abbia subito enorme ed irrimediabile pregiudizio, prima ancora che giuridico umano, costituito dalla inflizione di una pena anticipata rispetto alla pronuncia del giudizio di colpevolezza. Con la conseguenza, ovvia, di rendere vero e proprio arbitro delle sorti non solo del procedimento ma dell’esistenza dell’indagato un soggetto che l’ordinamento non ha voluto dotato di siffatto potere ma che, anzi, ha tentato di depotenziare in punto a capacità di disporre della libertà personale dei soggetti sottoposti a procedimento penale Il valore indiziario del decreto che dispone il giudizio . Ancor più delicato appare il profilo relativo alla possibilità di utilizzazione del decreto che dispone il giudizio quale indice o indizio sopravvenuto della colpevolezza dell’indagato e quindi della necessità di applicare nei confronti del medesimo misure cautelari. Ora pare che l’equiparazione della funzione del decreto che dispone il giudizio a quella di indie di colpevolezza sia quantomeno una forzatura delle valutazioni ex lege richieste e consentite al Giudice dell’udienza preliminare. Giudice che, come è noto, è chiamato ad esercitare un vaglio circa l’inesistenza di ragioni atte a sostenere l’accusa o all’impossibilità di produrre in giudizio elementi sufficienti e capaci di provare la tesi accusatoria ma mai ad esprimere un giudizio di colpevolezza che è demandato, dalla legge ed anche ai sensi delle convenzioni internazionali, prima fra tutte la CEDU, proprio al giudice del dibattimento. Diversamente opinando, così come la Corte di Cassazione pare fare nel caso di specie e come purtroppo la consolidata Giurisprudenza di legittimità fa, si giungerebbe a ritenere il decreto che dispone il giudizio quale primus inter pares degli indizi capaci di essere valutati ai fini di determinare la colpevolezza dell’indagato. Ovvero col costruire sul pre giudizio un dibattimento costruito e formato, almeno nelle intenzioni del legislatore del 1989, per consentire un giudizio figlio e nato dal e nel confronto dialettico di tesi contrapposte. Trasformare il decreto che dispone il giudizio in indizio di colpevolezza, poiché questa è la lettura che dell’atto fornisce la giurisprudenza di cui si discute, crea indubitabilmente un corto circuito dell’intero sistema che snatura completamente funzione ed utilità dell’udienza preliminare che finisce con il divenire orizzonte non già del vaglio di sostenibilità o fondatezza dell’accusa così come doveva essere nelle intenzioni del sognante legislatore del 1989 ma addirittura delle esistenza di indizi così forti e precisi dall’essere veri e propri indici di colpevolezza valutabili anche nella fase della cautela. Ovvero in quella fase in cui la spinta garantista, che dovrebbe essere patrimonio comune e condiviso in tema di compressione del diritto di libertà, già ex se, subisce la maggiore compressione accettabile. Con ogni conseguenza del caso in tema di tutela del diritto alla Libertà individuale. Con il rischio, potenziale, di dover ripercorrere tristi tratti di storia e cronaca giudiziaria.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 novembre 2012 - 14 marzo 2013, n. 11973 Presidente Zecca Relatore Guardiano Fatto e diritto Con ordinanza pronunciata il 12.4.2012 il tribunale del riesame di Taranto confermava, sotto il profilo dei gravi indizi di colpevolezza, l'ordinanza con cui in data 22.2.2011 il giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Taranto aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di M.C. e C.C. , all'epoca indagati ed attualmente imputati del delitto di cui agli artt. 110 e 411, c.p., in relazione all'occultamento del cadavere di S S. . Il tribunale del riesame interveniva in sede di annullamento con rinvio a seguito della sentenza con cui la Corte di Cassazione, in data 21.9.2011, aveva annullato la precedente ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Taranto, in data 10.3.2011, aveva confermato il menzionato titolo cautelare, per non avere i giudici di merito adeguatamente preso in considerazione, in violazione dell'art. 292, co. 2, e bis , c.p.p., le giustificazioni addotte dalla difesa degli imputati, sulla base della documentazione da essi prodotta nel corso dell'udienza camerale di discussione, con particolare riferimento a due circostanze 1 la contestata possibilità per M.C. , fratello di quel M.M. che si è accollato l'intera responsabilità del delitto di cui si discute, dichiarando di avere agito da solo, di raggiungere il luogo in cui si è proceduto alla sottrazione del cadavere, situato in contrada omissis , in tempo utile per partecipare alle relative operazioni in ausilio del germano, stante la distanza, pari a circa 18 chilometri, intercorrente tra la suddetta contrada e l'abitazione del M.C. , ubicata in , percorribile, come dimostrato attraverso la perizia stragiudiziale di parte, in circa 30 minuti, per cui, collocata temporalmente l'esecuzione del delitto da parte di M.M. in un periodo di tempo compreso tra le 14.55 e le 15.45, al lordo dei 15 minuti che gli sono occorsi per muoversi tra e contrada , ed individuata nelle ore 15.09, quando si era conclusa la conversazione telefonica tra quest'ultimo ed il fratello, che secondo l'impostazione accusatoria aveva ad oggetto una richiesta di aiuto del secondo al primo, l'ora di partenza del M.C. dalla sua abitazione, se ne deduceva, ad avviso dell'imputato, che egli sarebbe giunto sul luogo del delitto alle ore 15.39, vale a dire alcuni minuti dopo che il M.M. se ne era allontanato, posto che quest'ultimo alle ore 15.45 si trovava sicuramente in , luogo raggiungibile dalla contrada in circa 7 minuti e mezzo, quindi ad operazioni di occultamento del cadavere della S. già concluse 2 la dimostrazione che la strada da percorrere per raggiungere contrada , lungo la quale sorge l'abitazione del C.C. , che, secondo l'assunto accusatorio, sarebbe stato prelevato dallo zio M.M. con la propria autovettura senza essere preventivamente avvisato per telefono come il coimputato M.C. , stante la vicinanza della sua abitazione al luogo in cui venne occultato il cadavere della S. , non è l'unica, esistendo un tragitto più breve, che non passa dall'abitazione del C. , per cui tale abitazione non doveva necessariamente essere incrociata dal M.M. nel suo tragitto verso contrada . La Corte di Cassazione, inoltre, evidenziava anche come non potesse attribuirsi rilievo, al fine di disattendere le richiamate osservazioni difensive, alla circostanza che, nel corso di una conversazione intercettata in ambientale tra il M.C. e la moglie il omissis , quest'ultimo avesse dichiarato che il nipote C. aveva aiutato lo zio M.M. ad occultare il cadavere della S. nella cisterna, in quanto sul punto esiste un contrasto interpretativo tra gli stessi giudici di merito il giudice per le indagini preliminari, infatti, avrebbe svalutato tale dato attribuendo l'affermazione del M. ad una notizia di cronaca giudiziaria da lui appresa e riferita alla moglie posto che proprio il omissis il C. venne riconvocato dagli inquirenti per essere nuovamente ascoltato sul fatto per cui si procede, mentre il tribunale del riesame desume da tale conversazione la dimostrazione che il M.C. abbia partecipato, unitamente al fratello ed al C. alla sottrazione del cadavere, trattandosi, in definitiva di un particolare che egli poteva conoscere solo per conoscenza diretta. Va peraltro aggiunto che la stessa Corte di Cassazione dichiarava inammissibile il ricorso proposto dal pubblico ministero nei confronti della medesima ordinanza del tribunale del riesame che aveva annullato il titolo genetico in relazione all'unica esigenza cautelare individuata dall'autorità giudiziaria procedente quella di inquinamento probatorio per cui attualmente viene in discussione il solo dei gravi indizi di colpevolezza. Orbene il tribunale del riesame di Taranto nell'ordinanza oggetto dell'odierno ricorso compie una ricostruzione analitica di tutti gli elementi raccolti nel corso delle indagini a carico degli indagati, che, per brevità si omette, specificando, tuttavia, al tempo stesso, che il giudizio che gli compete quale giudice del rinvio sia limitato solo al profilo oggetto dell'annullamento, vale a dire l'omessa considerazione degli elementi a discarico in precedenza indicati che, ad avviso del Supremo Collegio, se fondati e non smentiti da elementi di maggiore forza, avrebbero giustificato un serio dubbio sul concorso materiale dei ricorrenti nella sottrazione del cadavere della S. , perché nessuna censura è stata formulata dalla Corte di Cassazione sulla congruità del materiale indiziario già raccolto nella fase delle indagini. E tale valutazione, ad avviso dei giudici del riesame, va compiuta alla luce dei nuovi elementi nel frattempo sopravvenuti, rappresentati dall'intervenuto rinvio a giudizio dei ricorrenti per il reato de quo innanzi alla corte di assise di Taranto dalle deposizioni rese nel corso dell'istruttoria dibattimentale che si è svolta innanzi alla suddetta corte di assise dai testi B.G. e R.A. dalla relazione di servizio del luogotenente dei CC. B. del omissis , contenente il calcolo della distanza tra l'abitazione di M.C. e quella del C. pari a 16,04 km e del relativo tempo di percorrenza 18 minuti , con indicazione delle strade percorse dall'annotazione di servizio del omissis a firma degli ufficiali di polizia giudiziaria Me.Pi. e B.B. , con allegati estratti di mappa estrapolati tramite il programma google earth , contenenti coordinate geografiche nonché misurazioni chilometriche e temporali relative al tratto di strada interpoderale non asfaltata compreso tra la strada provinciale n. in direzione ed il pozzo sito in località in cui è stato rinvenuto il cadavere della S. , da cui si evince che la distanza tra i predetti luoghi è pari ad 1,05 km., percorsi dagli operanti in 4 minuti ad una velocità media di 15,7 km./h, elementi tutti prodotti nel corso dell'udienza camerale del 12.4.2012 ed acquisiti dal tribunale del riesame nonostante l'opposizione dei difensori. Orbene sulla base di tali elementi il tribunale del riesame riteneva di potere confermare l'ordinanza cautelare impugnata sotto il profilo dei gravi indizi di colpevolezza, in quanto 1 l'intervenuto rinvio a giudizio all'esito dell'udienza preliminare, pur non facendo venir meno il potere dovere del tribunale del riesame di valutare l'adeguatezza del quadro indiziario, rappresenta comunque un elemento significativo di cui tener conto, perché rafforza il quadro cautelare indiziario a carico dei ricorrenti 2 le indagini successivamente svolte dalla procura della Repubblica, i cui esiti sono stati in parte riferiti dal teste B. ed in parte riportati nella relazione di servizio del 14.3.2012, hanno evidenziato come il tempo necessario a percorrere il tragitto dall'abitazione del M.C. alla località contrada fosse pari non a 30 minuti ma a 23 minuti, che, ad avviso del tribunale potevano essere ridotti ad ulteriori 18 minuti se il M. avesse mantenuto un'andatura di 60 km./h., in quanto è del tutto plausibile ritenere che quest'ultimo, in considerazione della impellente richiesta di aiuto ricevuta dal fratello e delle particolari condizioni di tempo e di luogo il tutto è avvenuto infatti in un primo pomeriggio di fine agosto su strade interne notoriamente poco trafficate in quella zona abbia viaggiato ad una velocità superiore a quella mantenuta dal luogotenente B. che ha condotto il proprio automezzo ad un'andatura rispettosa dei limiti di velocità ovvero di poco superiore ad essi . In tal modo egli sarebbe potuto giungere sul luogo del delitto in tempo utile quanto meno per partecipare alla parte finale delle complesse operazioni di occultamento del cadavere, che, come descritte dallo stesso M.M. , sulla base della ricostruzione effettuata dalle forze dell'ordine, avrebbero richiesto per lo meno un'ora e cinque minuti e non 50 minuti come affermato da quest'ultimo, e, quindi, non possono essere state compiute da solo dal M.M. , la cui presenza in è stata accertata alle ore 14.45 e, successivamente, ad occultamento concluso, alle ore 15.45. Quanto al C. il tribunale del riesame evidenzia che, pur non essendo il percorso che passa dall'abitazione di quest'ultimo quello più breve per raggiungere il luogo del delitto dall'abitazione del M.M. , tuttavia la scelta di tale tragitto da parte di quest'ultimo gli avrebbe consentito di giungere presso il pozzo dove avrebbe occultato il cadavere della S. in 17 minuti, anziché in 15 minuti, perdendo, quindi, appena 2 minuti, per cui si sarebbe trattato di una scelta assolutamente plausibile e razionale in quanto la contenuta perdita di tempo sarebbe stata compensata dall'aiuto ricevuto dal nipote, che gli avrebbe consentito di disfarsi del cadavere in un tempo notevolmente più breve di quello necessario. Inoltre proprio perché, come riferito dal teste R. , a differenza dello zio M.C. , il C. non conosceva l'ubicazione del pozzo, il M.M. aveva avuto la necessità di prelevarlo personalmente senza poterlo avvisare telefonicamente come aveva fatto con il fratello. Quanto poi al rilievo difensivo, secondo cui se il M.M. avesse seguito il tragitto che passava dall'abitazione del nipote, non solo avrebbe seguito un percorso più lungo, ma sarebbe giunto prima davanti al pozzo e poi dinanzi ad un albero di fico laddove egli, nel corso dell'interrogatorio reso il 7.10.2010 ha affermato di essere passato prima davanti all'albero di fico per poi giungere al pozzo e ritornando sulla strada omissis non avrebbe incontrato uliveti, come dichiarato, ma vigneti, osserva il tribunale da un lato che esso si fonda sull'assunto che il M.M. sia attendibile, laddove la sua inattendibilità è stata dimostrata proprio da quanto dichiarato in ordine all'avere agito da solo, affermazione fatta proprio allo scopo di sottrarre i suoi familiari coinvolti nella vicenda alle indagini, dall'altro che è ipotizzabile che egli al ritorno abbia seguito un'altra strada e che, in considerazione anche della fretta di fare rientro ad , sia stato il fratello ad accompagnare il C. nella sua abitazione, ipotesi avvalorata dalla circostanza che lo stesso M.M. ha dichiarato di avere bruciato i vestiti e lo zainetto della nipote in un uliveto a contrada nel fare ritorno ad . Il Tribunale infine, valorizzava anche il contenuto della conversazione intercettata tra il M.C. e la moglie di cui si è detto, osservando che la interpretazione originariamente fornitane dal tribunale del riesame di Taranto andava condivisa in quanto, da un lato maggiormente aderente agli elementi indiziari raccolti a carico degli imputati, dall'altro nessuna prova è stata fornita sulla fonte alternativa della notizia rivelata alla moglie, tenuto conto che in quel periodo nessuna indagine era in corso su C.C. e sullo stesso M. e non era emerso alcun coinvolgimento del primo o del secondo nell'occultamento del cadavere. Hanno proposto ricorso gli imputati a mezzo dei rispettivi difensori articolando plurimi e distinti motivi di impugnazione. Il C. lamenta il vizio della mancanza, della contraddittorietà, della manifesta illogicità della motivazione e del travisamento e della mancata considerazione delle fonti di prova, eccependo 1 l'inutilizzabilità degli atti prodotti dal pubblico ministero in sede di udienza innanzi ai tribunale del riesame, in quanto rappresentativi di un'attività successiva alla pronuncia di annullamento della Corte di Cassazione, laddove in sede di rinvio il tribunale del riesame di Taranto avrebbe dovuto procedere ad una nuova valutazione dei gravi indizi di colpevolezza solo sulla base degli elementi già acquisiti 2 l'insufficienza della motivazione nel delineare in che cosa sarebbe consistito il contributo del C. nell'attività di occultamento del cadavere della S. e la manifesta illogicità dell'intero impianto accusatorio, rivoluzionato rispetto alla sua originaria impostazione, essendo state rinviate a giudizio per il suddetto reato, unitamente agli attuali ricorrenti ed al M.M. , anche la figlia e la moglie di quest'ultimo, per cui se è vero l'assunto accusatorio secondo cui da solo il M.M. non avrebbe potuto provvedere all'occultamento del cadavere del cadavere, avendo concorso nel relativo reato anche la moglie e la figlia, non si comprende per quale motivo debbano essere coinvolti nella vicenda anche il C. ed il M.C. 3 infine nella ricostruzione dei tempi il tribunale del riesame non ha tenuto conto di quelli necessari a scendere dall'auto, a chiamare il nipote, chiedere il suo aiuto e concordare con lui le dinamiche della soppressione del cadavere, nonché nella mancanza di contatti telefonici tra il C. e lo zio. Il M.M. lamenta il vizio della mancanza, della contraddittorietà, della manifesta illogicità della motivazione e del travisamento e della mancata considerazione delle fonti di prova, eccependo che dagli atti ed in particolare dalla perizia del geometra Ma. i tempi di percorrenza risultano più lunghi e quindi incompatibili con un arrivo del M.M. sul luogo del delitto in tempo utile per partecipare alle attività di occultamento del cadavere. In particolare il tribunale, nei suoi calcoli, ha omessi di prendere in considerazione il tratto di strada, pari a km. 2,7 e quindi il relativo tempo di percorrenza che bisogna necessariamente attraversare per arrivare dal bivio - strada per alla strada sterrata che conduce alla zona in cui è ubicato il pozzo, tratto che lo stesso tribunale del riesame ammette non avere formato oggetto di calcolo da parte della polizia giudiziaria inoltre il tribunale ha con manifesta illogicità della motivazione, completamente disatteso il dato emerso dalle nuove indagini effettuate dal pubblico ministero, secondo cui, in ogni caso, la lunghezza del tragitto dalla casa del M.C. alla zona del pozzo non poteva che essere compiuto in un tempo non inferiore a 23 minuti, in un tempo quindi, che fissando la partenza dell'indagato alle ore 15.09 e l'allontanamento dal luogo del delitti del fratello per fare rientro ad XXXXXXXX alle ore 15.33, era incompatibile con la sua partecipazione al delitto. Inoltre, ad avviso del ricorrente, è oggetto di un vero e proprio travisamento la valutazione fatta dal tribunale del riesame del contenuto della conversazione intercettata tra il M.M. e la moglie, che, se letta integralmente, dimostra, invece, come i due si stessero interrogando sulla possibile partecipazione del C. alle attività di occultamento del cadavere, senza peraltro motivare sulle ragioni che sono a fondamento della interpretazione attribuita a tale conversazione contestata dalla difesa ancora il tribunale del riesame ha omesso di valutare alcuni elementi specificamente portati alla sua attenzione ed in particolare quale fosse stato il concreto contributo del ricorrente alle attività di occultamento del cadavere, atteso che egli non poteva giungere sul luogo del delitto prima delle 15.39 e che il fratello, in sede di incidente probatorio, ha dichiarato che alle ore 15.25, nel rispondere alla telefonata della moglie C. , era tutto finito e stava per andarsene si chiede, inoltre, il ricorrente come abbia fatto il M.M., l'unico secondo la ricostruzione del giudice per le indagini preliminari a sapere dove si trovasse il pozzo, a fornire al fratello C. le indicazioni per arrivare in loco se egli era impegnato nell'occultamento del cadavere a partire dalle 15.08, in assenza di telefonate intermedie che attestino un contatto tra i due ed, ancora, come abbia fatto M.C. ad individuare il fratello se la zona dove si trova il pozzo non è visibile dalla strada per , avendo peraltro parcheggiato la propria autovettura dietro alte canne, secondo quanto dallo stesso dichiarato in sede di incidente probatorio del tutto illogico, infine, appare il comportamento del M.C. , come ricostruito nella prospettiva accusatoria, perché sarebbe stato poco prudente da parte sua chiamare in soccorso il fratello C. , non sapendo con chi fosse in quel momento o cosa tesse facendo, attendendolo con un cadavere nell'automobile e con la consapevolezza che C. e S. alle 15.25 avevano già denunciato la scomparsa della S. , esponendosi così al pericolo di venire scoperto da terzi estranei o dalle forze dell'ordine. Il tribunale del riesame, infine, ha errato nel ritenere inattendibile il M.M. nel momento in cui egli si addossa l'esclusiva responsabilità dell'accaduto, sul presupposto che voglia tutelare i suoi parenti, argomento poco spendibile in quanto quest'ultimo non ha esitato ad accusare di un delitto certo più grave la sua figlia prediletta. Tanto premesso i ricorsi presentati nell'interesse di M.C. e di C.C. vanno rigettati. Al riguardo va innanzitutto rilevato come sia del tutto priva di fondamento la doglianza difensiva sulla inutilizzabilità degli elementi intervenuti successivamente alla pronuncia di annullamento della Corte di Cassazione su cui il tribunale del riesame ha fondato la sua decisione. Da tempo, infatti, la Suprema Corte, attraverso una serie di arresti condivisi da questo Collegio, ha rilevato come in tema di riesame dei provvedimenti cautelari, il pubblico ministero può legittimamente produrre nuovi elementi nel corso del giudizio di rinvio conseguente all'annullamento pronunciato della Corte di cassazione, poiché il principio della completa devoluzione del thema decidendum cui è informato il rimedio del riesame non consente di vincolare la nuova decisione sulla base degli stessi atti esistenti al momento della prima. Tale facoltà il pubblico ministero può esercitare sia con riferimento ad atti successivi alla prima decisione che ad atti che in quella sede non ritenne di produrre, ampliando così la discovery nel corso del giudizio di rinvio cfr. Cass., sez. VI, 27/06/1995, n. 2573, Romola, rv. 202440 . Ciò in quanto l'art. 627 c.p.p. detta, in tema di poteri del giudice di rinvio, un principio di carattere generale, applicabile in ogni fase e momento processuale e, quindi, anche nel procedimento de libertate il giudice di rinvio può dunque esercitare, ai fini della decisione sulla richiesta di riesame, gli stessi poteri che aveva il giudice il cui provvedimento è stato annullato dalla Corte di Cassazione ed utilizzare, secondo la espressa previsione dell'art. 309, comma 9, del codice di rito, i nuovi elementi eventualmente addotti dal pubblico ministero né alcun ostacolo di ordine logico a tale conclusione deriva del disposto dell'art. 623, lett. a , c.p.p., perché questa norma impone al giudice di merito, in caso di annullamento per vizio di motivazione, soltanto l'obbligo di giustificare il proprio convincimento secondo lo schema esplicitamente o implicitamente enunciato nella sentenza di rinvio, ma non limita in alcun modo la sua libertà di autonoma valutazione della situazione di fatto sottostante al punto annullato, eventualmente anche alla stregua di nuovi dati legittimamente acquisiti cfr. Cass., sez. I, 29/11/1993, n. 5189, Intile, rv. 197786 . In questo solco interpretativo si inserisce un importante arresto della Corte di Cassazione nella sua espressione più autorevole, che legittima la scelta del tribunale del riesame di considerare un elemento rilevante, utile ai fini della decisione assunta, l'intervenuto rinvio a giudizio dei ricorrenti per il reato loro contestato anche in sede cautelare, essendosi affermato il principio che nel giudizio di rinvio conseguente ad annullamento di decisione del tribunale del riesame per vizio di motivazione in ordine ai gravi indizi di colpevolezza, non costituisce violazione dell'obbligo di uniformarsi al principio di diritto enunciato nella sentenza della Corte di cassazione la considerazione del sopravvenuto decreto dispositivo del giudizio e della sua eventuale incidenza sul quadro indiziario cfr. Cass., sez. un., 30/10/2002, n. 39915, Vottari Ed invero tale circostanza, pur non esonerando il tribunale del riesame dalla verifica della sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, pure non può essere considerata una dato del tutto privo di significato, posto che nella menzionata sentenza le stesse Sezioni Unite, nel ribadire il principio secondo cui non è preclusa, al giudice investito della richiesta di riesame, la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza quando sia stato disposto il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato in ordine al quale è stata applicata la misura cautelare personale, in quanto, anche a seguito delle modifiche alla disciplina dell'udienza preliminare ad opera della l. 16 dicembre 1999 n. 479, il decreto che dispone il giudizio non contiene una prognosi di probabilità della condanna paragonabile a quella necessaria ai fini del riscontro del fumus delicti , hanno comunque sottolineato come il radicale incremento dei poteri di cognizione e di decisione del giudice dell'udienza preliminare, legittimano quest'ultimo a muoversi implicitamente anche nella prospettiva della probabilità di colpevolezza dell'imputato cfr. Cass.,, sez. un., 30/10/2002, n. 39915, V. . Ne consegue che l'intervenuto decreto di rinvio a giudizio può del tutto legittimante giustificare, unitamente ad altri e più decisivi elementi indiziari, la valutazione del tribunale del riesame in ordine alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza in ordine al reato per il quale venne adottata la misura cautelare e, successivamente, disposto il rinvio a giudizio. Ciò posto non può non rilevarsi come i motivi su cui si fondano i ricorsi del M.C. e del C. non possono essere accolti, in quanto essi si pongono al di fuori dei limiti entro i quali è consentito il ricorso in Cassazione avverso le ordinanze pronunciate dal tribunale del riesame. Come è noto, infatti, in tema di impugnazione dei provvedimenti in materia di misure cautelari personali, il ricorso per cassazione è ammissibile soltanto se denuncia la violazione di specifiche norme di legge ovvero la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento secondo i canoni della logica ed i principi di diritto, ma non anche quando propone censure che riguardino la ricostruzione dei fatti ovvero che si risolvano in una diversa valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito cfr. Cass., sez. V, 8/10/2008, n. 46124, rv. 241997 . Ed invero, in materia di provvedimenti de libertate , la Corte di Cassazione non ha alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né di rivalutazione delle condizioni soggettive dell'indagato, in relazione alle esigenze cautelari e all'adeguatezza delle misure, trattandosi di apprezzamenti di merito rientranti nel compito esclusivo e insindacabile del giudice che ha applicato la misura e del tribunale del riesame. Il controllo di legittimità è quindi circoscritto all'esame del contenuto dell'atto impugnato per verificare, da un lato, le ragioni giuridiche che lo hanno determinato e, dall'altro, l'assenza di illogicità evidenti, ossia la congruità delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento cfr. Cass., sez. IV, 3/2/2011, n. 14726, D.R. Cass., sez. IV, 06/07/2007, n. 37878 C. e altro . Orbene non appare revocabile in dubbio che il tribunale del riesame di Taranto ha fatto buon uso di tali principi, in quanto con motivazione approfondita ed immune da vizi logici, ha fornito, come si è visto, una puntuale ed argomentata risposta ai rilievi formulati dalla Corte di Cassazione, incentrati essenzialmente sulla mancata valutazione delle specifiche doglianze difensive in precedenza evidenziate, inserendo i nuovi elementi prodotti dal pubblico ministro in un più vasto compendio di risultanze indiziarie a carico dei ricorrenti, sulle quali nessuna censura è stata formulata nella sentenza di rinvio della Cassazione cfr. pp. 5-6 della impugnata ordinanza , operando in relazione al nuovo compendio indiziario così delineatosi una nuova ed autonoma valutazione di ordine logico-giuridico, immune da illogicità evidenti, rispetto alla quale le censure difensive si presentano come apprezzamenti di merito. Nel percorso argomentativo seguito, inoltre, il tribunale del riesame si è scrupolosamente attenuto ai principi che, secondo la giurisprudenza di legittimità, regolano i poteri del giudice in sede di rinvio, secondo cui la Corte di cassazione risolve una questione di diritto anche quando giudica sull'adempimento dell'obbligo della motivazione. Ne deriva che il giudice di rinvio è tenuto a giustificare il proprio convincimento secondo lo schema implicitamente o esplicitamente enunciato nella sentenza di annullamento, restando in tal modo vincolato a una determinata valutazione delle risultanze processuali ovvero al compimento di una determinata indagine, in precedenza omessa, di determinante rilevanza ai fini della decisione, o ancora all'esame, non effettuato, di specifiche istanze difensive incidenti sul giudizio conclusivo. Tuttavia, egli conserva la libertà di determinare il proprio convincimento di merito mediante un'autonoma valutazione della situazione di fatto concernente il punto annullato, alla stregua del disposto dell'art. 627 comma 2 c.p.p., il quale prescrive che, nei limiti dell'annullamento, il giudice di rinvio decide con gli stessi poteri che aveva il giudice il cui provvedimento è stato annullato, con l'unico limite di non ripetere i vizi della motivazione rilevati nella sentenza annullata cfr. Cass., sez. I, 07/05/1998, n. 2591, Di Iorio . Proprio nell'esercizio di tale autonomo potere, peraltro, il tribunale del riesame ha anche risolto la contraddizione evidenziata dalla Corte di Cassazione nella sentenza di annullamento, spiegando, come si è detto, le ragioni per cui va condivisa la lettura della conversazione oggetto di captazione tra M.C. e la moglie originariamente fornita dal tribunale del riesame di Taranto, in una prospettiva di sostegno dell'ipotesi accusatoria, a differenza di quanto ritenuto dal giudice per le indagini preliminari. Sulla base delle svolte considerazioni, pertanto, i ricorsi del M.C. e del C.C. vanno rigettati, con condanna di ciascuno dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento ciascuno delle spese processuali.