Aiuti di Stato illegittimi, l'Italia non recupera i fondi e viene condannata

I giudici di Lussemburgo sanzionano il Belpaese per aver agevolato fiscalmente alcune aziende a partecipazione statale e per non avere successivamente provveduto a ripristinare le condizioni previste dal mercato comune

L'Italia è stata condannata il 1 giugno dalla Corte di giustizia europea per non aver provveduto al recupero dei finanziamenti erogati a dieci aziende a partecipazione pubblica e considerati come aiuti di Stato illegittimi. La sentenza C-207/05 è integralmente leggibile tra i correlati. Il 5 giugno 2002, la Commissione europea dichiara come sostegno non compatibile con il mercato comune l'esenzione triennale dall'imposta sul reddito disposta in Italia dall'art. 3, comma 70, della legge n. 549 del 28 dicembre 1995, e dall'art. 66, comma 14, del decreto legge n. 331 del 30 agosto 1993, convertito con legge n. 427 del 29 ottobre 1993, e i vantaggi derivanti dai prestiti concessi ai sensi dell'art. 9 bis del decreto legge n. 318 del primo luglio 1986, convertito con modifiche, con legge n. 488 del 9 agosto 1986, a favore di società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria istituite ai sensi della legge n. 142 dell'8 giugno 1990. L'aiuto da recuperare deve essere comprensivo degli interessi, decorrenti dalla data in cui il beneficio è stato posto a disposizione delle aziende fino alla data di effettivo recupero, calcolati sulla base del tasso di riferimento utilizzato per il calcolo dell'equivalente sovvenzione nell'ambito degli aiuti a finalità regionale. Con un ricorso depositato presso la cancelleria della Corte l'8 agosto 2002, la Repubblica italiana chiede l'annullamento della decisione causa C-290/02 . A questa azione ne seguono altre da parte di alcune delle aziende interessate. Così tra il 27 settembre e il 9 ottobre 2002 si rivolgono al Tribunale di primo grado la Confederazione Nazionale dei Servizi, l'Acea Spa, l'Azienda Mediterranea Gas e Acqua Spa, l'Aem Spa e l'Acqua, Elettricità, Gas e servizi Spa rispettivamente, cause T-292/02, T-297/02, T-300/02, T-30l/02 e T-309/02 . Il 2 giugno 2003 si allinea anche la Asm Brescia Spa nel chiedere l'annullamento della decisione causa T-189/03 . Né la Repubblica italiana né le altre ricorrenti richiedono però la sospensione della decisione. In una nota del 15 marzo 2004, il governo italiano evidenzia i nomi di dieci società che hanno beneficiato dell'esenzione triennale dall'imposta sul reddito cui si riferisce la decisione, precisando ch'esso stava esaminando la questione se gli aiuti percepiti da dette società potessero beneficiare del regime de minimis previsto nel regolamento n. 69/2001. Quanto ai vantaggi derivanti dai prestiti cui si riferisce la decisione, si precisa che solo una società ne ha beneficiato. Infine, la nota enumera i provvedimenti che le autorità italiane hanno intenzione di adottare nei mesi successivi. Il 29 ottobre 2004 la Commissione riceva la bozza di un testo normativo finalizzato al recupero degli aiuti in questione e il 27 gennaio successivo anche un progetto di legge che avrebbe dovuto dare attuazione alla decisione. La soluzione ipotizzata non convince Bruxelles che il 14 febbraio 2005 ne indica i motivi e decide di investire i giudici di Lussemburgo. Ieri mattina la prima sezione della Corte di giustizia ha deciso che Non avendo adottato entro i termini prescritti i provvedimenti necessari per recuperare presso i beneficiari gli aiuti dichiarati illegittimi ed incompatibili con il mercato comune dalla decisione della Commissione 5 giugno 2002, 2003/193/CE, relativa all'aiuto di Stato relativo alle esenzioni fiscali e prestiti agevolati concessi dall'Italia in favore di imprese di servizi pubblici a prevalente capitale pubblico, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa imposti dagli artt. 3 e 4 di tale decisione . Pertanto, La Repubblica italiana è condannata alle spese .

Corte di giustizia europea - Prima sezione - sentenza 1 giugno 2006 Presidente Jann - Relatore Lenaerts Causa C-207/05 Inadempimento di uno Stato - Aiuti concessi dagli Stati - Articolo 88, n. 2, secondo comma, CE - Aiuti incompatibili con il mercato comune - Obbligo di recupero - Mancata esecuzione Ricorrente Commissione delle Comunità europee - controricorrente Repubblica italiana 1. Con il suo ricorso, la Commissione delle Comunità europee chiede alla Corte di constatare che, non avendo adottato entro i termini prescritti i provvedimenti necessari per recuperare presso i beneficiari gli aiuti ritenuti illegittimi ed incompatibili con il mercato comune dalla decisione della Commissione 5 giugno 2002, 2003/193/CE, relativa all'aiuto di Stato relativo alle esenzioni fiscali e ai prestiti agevolati concessi dall'Italia in favore di imprese di servizi pubblici a prevalente capitale pubblico GU 2003, L 77, pag. 21 in prosieguo la decisione , e, comunque, non avendo informato la Commissione di tali provvedimenti, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi impostile dagli articoli 3 e 4 di tale decisione nonché dal Trattato CE. Gli antecedenti della controversia 2. Il 5 giugno 2002, la Commissione ha adottato la decisione, i cui articoli da 1 a 4 hanno il seguente tenore Articolo 1 L'esenzione dalle tasse sui conferimenti, di cui all'articolo 3, comma 69, della legge n. 549 del 28 dicembre 1995, non costituisce aiuto ai sensi dell'articolo 87, paragrafo 1, del trattato. Articolo 2 L'esenzione triennale dall'imposta sul reddito disposta dall'articolo 3, comma 70, della legge n. 549 del 28 dicembre 1995, e dall'articolo 66, comma 14, del decreto legge n. 331 del 30 agosto 1993, convertito con legge n. 427 del 29 ottobre 1993, e i vantaggi derivanti dai prestiti concessi ai sensi dell'articolo 9 bis del decreto legge n. 318 del 1 luglio 1986, convertito con modifiche, con legge n. 488 del 9 agosto 1986, a favore di società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria istituite ai sensi della legge n. 142 dell'8 giugno 1990, costituiscono aiuti di Stato ai sensi dell'articolo 87, paragrafo 1, del trattato. Detti aiuti non sono compatibili con il mercato comune. Articolo 3 L'Italia prende tutti i provvedimenti necessari per recuperare presso i beneficiari l'aiuto concesso in virtù dei regimi di cui all'articolo 2, già posti illegittimamente a loro disposizione. Il recupero viene eseguito senza indugio e secondo le procedure del diritto nazionale, sempreché queste consentano l'esecuzione immediata ed effettiva della decisione. L'aiuto da recuperare è produttivo di interessi, decorrenti dalla data in cui l'aiuto è stato posto a disposizione dei beneficiari fino alla data di effettivo recupero, calcolati sulla base del tasso di riferimento utilizzato per il calcolo dell'equivalente sovvenzione nell'ambito degli aiuti a finalità regionale. Articolo 4 Entro due mesi dalla data di notificazione della presente decisione, l'Italia comunica alla Commissione i provvedimenti presi per conformarvisi . 3. Il 7 giugno 2002, la decisione è stata notificata al governo italiano. 4. Con ricorso depositato presso la cancelleria della Corte in data 8 agosto 2002, la Repubblica italiana ha chiesto l'annullamento della decisione causa C-290/02 . 5. Con ricorsi depositati presso la cancelleria del Tribunale di primo grado delle Comunità europee tra il 27 settembre e il 9 ottobre 2002, la Confederazione Nazionale dei Servizi, l'ACEA SpA, l'Azienda Mediterranea Gas e Acqua SpA, l'AEM SpA e l'Acqua, Elettricità, Gas e servizi SpA hanno anch'esse proposto ricorso d'annullamento contro la decisione rispettivamente, cause T-292/02, T-297/02, T-300/02, T-30l/02 e T-309/02 . Analogamente, con ricorso depositato presso la cancelleria del Tribunale il 2 giugno 2003, la ASM Brescia SpA ha chiesto l'annullamento della decisione causa T-189/03 . 6. Né la Repubblica italiana, né le altre ricorrenti hanno chiesto la sospensione della decisione. 7. Con lettera 8 ottobre 2002, la Commissione ha ricordato alle autorità italiane gli obblighi derivanti dagli articoli 3 e 4 della decisione. Il 13 novembre 2002, tali autorità hanno dichiarato che a quel momento era in corso la fase ricognitiva degli elementi necessari per procedere al recupero degli aiuti controversi. 8. Il 24 febbraio 2003, la Commissione ha invitato le autorità italiane a comunicare, nel termine di quindici giorni lavorativi, i provvedimenti adottati per conformarsi alla decisione. Il 12 marzo 2003, il governo italiano ha trasmesso alla Commissione una circolare del 6 dicembre 2002 indirizzata a tutti gli enti locali interessati. Tale circolare conteneva in allegato un questionario, non trasmesso alla Commissione, diretto a determinare i beneficiari di aiuti da rimborsare. 9. Con ordinanza della Corte 10 giugno 2003, è stato sospeso il procedimento nella causa C-290/02 fino alla pronuncia della sentenza del Tribunale di decisione delle cause T-292/02, T-297/02, T-300/02, T-301/02 e T-309/02. 10 Con lettera 31 ottobre 2003, la Commissione ha chiesto al governo italiano di informarla, entro 20 giorni, dell'ammontare complessivo degli aiuti concessi sulla base dei regimi ai quali si riferisce la decisione, del numero dei beneficiari, nonché, tra questi ultimi, del numero di quelli che soddisfacevano i criteri di cui al regolamento CE della Commissione 12 gennaio 2001, n. 69, relativo all'applicazione degli articoli 87 e 88 del trattato CE agli aiuti di importanza minore de minimis GU L 10, pag. 30 . Le autorità italiane erano state altresì invitate a specificare l'ammontare dell'aiuto accordato a ciascun beneficiario così come le misure concretamente adottate per assicurare il rimborso effettivo degli aiuti dichiarati illegittimi e incompatibili con il mercato comune. 11. Il 23 dicembre 2003, la Commissione ha concesso una proroga di tale termine fino al 31 gennaio 2004, invitando le autorità italiane a fornirle un piano di recupero degli aiuti controversi ed esigendo che tali aiuti fossero integralmente rimborsati entro e non oltre il 1 giugno 2004. 12. In una nota del 15 marzo 2004, il governo italiano ha evidenziato i nomi di dieci società che avevano beneficiato dell'esenzione triennale dall'imposta sul reddito cui si riferisce la decisione, precisando ch'esso stava esaminando la questione se gli aiuti percepiti da dette società potessero beneficiare del regime de minimis previsto nel regolamento n. 69/2001. Quanto ai vantaggi derivanti dai prestiti cui si riferisce la decisione, tale nota indicava che solo una società ne aveva beneficiato. Infine, la nota enumerava i provvedimenti che le autorità italiane avevano intenzione di adottare nei mesi successivi. 13. Con ordinanza della Corte 8 giugno 2004, la causa C-290/02 è stata rinviata dinanzi al Tribunale, dove è stata registrata con il numero T-222/04. 14. A seguito di un incontro tra i servizi della Commissione e le autorità italiane avvenuto in data 14 luglio 2004, la Commissione, il 16 luglio 2004, ha chiesto la comunicazione, entro e non oltre il 1 settembre 2004, di ogni informazione relativa al recupero di tali aiuti. Il 16 settembre e il 13 ottobre 2004, rispettivamente, sono state inviate lettere di sollecito. 15. Il 29 ottobre 2004, la Commissione ha ricevuto la bozza di un testo normativo finalizzato al recupero degli aiuti in questione. Il 27 gennaio 2005 è stato trasmesso alla Commissione un progetto di legge che avrebbe dovuto dare attuazione alla decisione. 16. Il 14 febbraio 2005, la Commissione ha indicato i motivi per i quali tale progetto non le sembrava permettere un'esecuzione immediata ed effettiva della decisione. 17. Di conseguenza, la Commissione ha deciso di proporre il presente ricorso. Sul ricorso Argomenti delle parti 18. La Commissione contesta alla Repubblica italiana il fatto di non aver adottato nei termini prescritti i provvedimenti necessari per recuperare dai beneficiari gli aiuti dichiarati illegittimi e incompatibili con il mercato comune dalla decisione. Poiché quest'ultima le era stata notificata il 7 giugno 2002, il termine impartito sarebbe scaduto il 7 agosto dello stesso anno. Tuttavia, né in quel momento, né al momento della proposizione del ricorso la Commissione sarebbe stata informata dei provvedimenti adottati da tale Stato membro per conformarsi alla decisione. 19. Le iniziative prese nel frattempo dalle autorità italiane non sarebbero manifestamente di natura tale da assicurare un'esecuzione corretta e tempestiva della decisione. Così, né l'adozione, il 6 dicembre 2002, di una circolare diretta a identificare le persone tenute a restituire gli aiuti controversi, né l'introduzione, da parte della legge 18 aprile 2005, n. 62 in prosieguo la legge comunitaria per il 2004 , di un procedimento finalizzato ad ottenere tale recupero avrebbero prodotto effetti per quanto riguarda il rimborso effettivo delle somme dovute. Riguardo ai provvedimenti adottati dal direttore dell'Agenzia delle Entrate nel mese di giugno del 2005, essi concernerebbero esclusivamente le modalità di recupero di detti aiuti e non dimostrerebbero neppure che detto recupero abbia avuto luogo. 20. Il solo mezzo di difesa che uno Stato membro potrebbe invocare contro un ricorso per inadempimento proposto dalla Commissione ai sensi dell'articolo 88, n. 2, CE sarebbe quello concernente l'impossibilità assoluta di eseguire correttamente la decisione che ingiunge il recupero degli aiuti concessi illegittimamente. Orbene, il governo italiano non avrebbe mai invocato l'impossibilità assoluta di eseguire la decisione. Se esso fa riferimento, nella sua difesa, a difficoltà nell'identificazione delle persone tenute a restituire tali aiuti, si tratterebbe di circostanze da esso non fatte valere al momento dei suoi contatti con la Commissione e che sarebbero, in ogni caso, irrilevanti. 21. Il fatto che le autorità italiane e qualche impresa beneficiaria di vantaggi concessi sulla base del regime di aiuti in questione abbiano impugnato la decisione non sarebbe rilevante ai fini del presente procedimento e non autorizzerebbe la convenuta a far valere i motivi dedotti nel suo ricorso d'annullamento. Anche se, per ipotesi, le censure formulate dalla Repubblica italiana contro la decisione fossero fondate, tale Stato membro non sarebbe per questo esonerato dal suo obbligo di attuare la decisione, finché questa non sia stata annullata dal giudice comunitario. 22. Il governo italiano sostiene che l'attuazione dell'obbligo di esecuzione della decisione non può essere valutata in maniera formalistica sulla sola base della scadenza di un termine, ma che, al fine di rispettare i principi di proporzionalità e razionalità, si dovrebbe tenere conto dell'insieme degli elementi del caso, ivi comprese la complessità del quadro normativo in questione e le azioni intraprese dallo Stato membro di cui trattasi al fine di adempiere tale obbligo. 23. Senza invocare l'impossibilità assoluta di esecuzione, tale governo rileva che il recupero dei vantaggi concessi a società di capitali a prevalente capitale pubblico che forniscono servizi pubblici locali ha richiesto un'istruttoria preliminare al fine di determinare gli organismi che devono essere considerati come beneficiari di tali vantaggi. Infatti, si sarebbero dovuti determinare i casi in cui la trasformazione delle imprese municipalizzate in enti autonomi doveva essere considerata come una privatizzazione di servizi pubblici precedentemente forniti da enti locali. Ciò avrebbe reso necessario verificare, per ciascun caso, se l'oggetto di attività e l'ambito di applicazione territoriale dell'ente al quale era stata attribuita la gestione di un servizio pubblico coincidessero con quelli dell'impresa municipalizzata. 24. Pur affermando che, a suo avviso, l'esenzione fiscale di cui beneficiano gli enti che forniscono servizi pubblici locali non pregiudica gli scambi tra gli Stati membri, né ha per effetto di falsare la concorrenza sul mercato rilevante e che l'estensione agli enti di diritto comune del trattamento fiscale di cui beneficiano gli enti locali non costituisce un aiuto di Stato, il governo italiano spiega che il beneficio di tale trattamento era concesso a detti enti esclusivamente nel caso in cui il loro oggetto sociale corrispondesse a quello dell'impresa municipalizzata. In caso diverso, non si tratterebbe di un aiuto di Stato, ma di un abuso del regime fiscale dell'ente locale che dovrebbe, a tal titolo, condurre ad una restituzione. Solo dopo una verifica dell'eventuale esistenza di un siffatto abuso del regime fiscale si potrebbe procedere, eventualmente, a tale recupero presso enti il cui oggetto sociale coincidesse con quello dell'impresa municipalizzata. 25. In assenza di un meccanismo coercitivo, sarebbe stato impossibile per le autorità italiane ottenere dagli enti locali le informazioni necessarie per il recupero degli aiuti di cui alla decisione. In effetti, la rilevazione richiesta con circolare 6 dicembre 2002 sarebbe stata rallentata da numerosi ostacoli di natura pratica e regolamentare e non avrebbe dunque permesso di ottenere una lista esaustiva delle persone interessate né dell'ammontare delle somme da recuperare. Sarebbe stato quindi necessario organizzare un procedimento di recupero per via legislativa. Così, l'articolo 27 della legge comunitaria per il 2004 esigerebbe dagli enti locali l'identificazione dei beneficiari del regime di esenzione fiscale e la comunicazione dei loro estremi entro un termine di 60 giorni a partire dalla sua entrata in vigore. Successivamente, entro un termine massimo di due mesi dopo la scadenza del primo termine di 60 giorni, l'amministrazione fiscale procederebbe alla notifica degli avvisi di accertamento che determinano gli importi dovuti. 26. Al fine di permettere agli enti locali e ai beneficiari di tale regime di esenzione di adempiere gli obblighi di cui a detta legge, il 1 giugno 2005, sarebbe stato adottato dal direttore dell'Agenzia delle Entrate un provvedimento recante modalità applicative, seguito, il 30 giugno 2005, da una comunicazione di servizio. Sarebbe stata istituita una procedura di controllo la quale sarebbe attualmente in corso presso le società beneficiarie. Inoltre, le autorità italiane assicurano che, a partire dal mese di novembre 2005, esse avrebbero richiesto il pagamento delle somme equivalenti ai vantaggi ricevuti. 27. Sarebbe stato importante formulare correttamente le dichiarazioni di decadenza dalle agevolazioni fiscali al fine di evitare che i beneficiari le contestino provocando per la Repubblica italiana spese non recuperabili in caso di esito positivo del ricorso proposto contro la decisione. 28. Il fatto che non fosse subito possibile determinare e provare il pregiudizio derivante dall'abrogazione del regime fiscale controverso, così come la difficoltà delle questioni giuridiche implicate, spiegherebbe perché la Repubblica italiana non avesse domandato la sospensione dell'obbligo di esecuzione. 29. Per di più, il regime di esenzione triennale dall'imposta non sarebbe più in vigore dal dicembre 1999, di modo che, in ogni caso, la situazione di disparità di trattamento tra i contribuenti sarebbe cessata da allora. Giudizio della Corte 30. Secondo la Commissione, il ricorso dovrebbe essere accolto dato che, al momento della scadenza del termine impartito con la decisione, la Repubblica italiana non ha adottato i provvedimenti necessari per recuperare gli aiuti dichiarati illegittimi e incompatibili con il mercato comune o, in ogni caso, non le ha comunicato tali provvedimenti. 31. A titolo preliminare occorre determinare la data rilevante per la valutazione dell'inadempimento. Infatti, poiché l'articolo 88, n. 2, secondo comma, CE non prevede una fase precontenziosa, a differenza dell'articolo 226 CE, e, di conseguenza, la Commissione non emette un parere motivato che imponga agli Stati membri un termine per conformarsi alla sua decisione, il termine di riferimento, per l'applicazione della prima disposizione summenzionata, può essere solo quello previsto nella decisione di cui si lamenta l'omessa esecuzione o, eventualmente, quello fissato successivamente dalla Commissione sentenze 3 luglio 2001, causa C-378/98, Commissione/Belgio, Racc. pag. I-5107, punto 26, e 1 aprile 2004, causa C-99/02, Commissione/Italia, Racc. pag. I-3353, punto 24 . 32. Per quanto riguarda il termine impartito nel caso in esame, l'articolo 4 della decisione impone un termine di due mesi, a partire dalla data della sua notificazione, perché la Repubblica italiana informi la Commissione riguardo ai provvedimenti adottati per conformarsi alla decisione stessa, compresi quelli adottati per recuperare l'aiuto concesso. 33. Risulta dalla corrispondenza successivamente scambiata tra le parti che la Commissione ha reiteratamente fissato un nuovo termine entro il quale le autorità italiane dovevano procedere a detto recupero e comunicarle i provvedimenti a tal fine adottati. 34. Se, con lettera 23 dicembre 2003, la Commissione richiedeva ancora che gli aiuti fossero rimborsati integralmente entro e non oltre il 1 giugno 2004, essa, tuttavia, con lettera 16 luglio 2004, essa tuttavia prorogava fino al 1 settembre 2004 il termine accordato alle autorità italiane per trasmetterle tutte le informazioni relative agli aiuti. Non essendo pervenuta una risposta da parte di dette autorità, la richiesta formulata in tale ultima lettera è stata ripetuta, con lettere 16 settembre e 13 ottobre 2004, in cui è stata sollecitata la trasmissione delle informazioni richieste nel termine, rispettivamente, di 15 giorni lavorativi e di 10 giorni lavorativi. 35. Alla luce di quanto sopra, e, tenuto conto del fatto che il termine accordato in ultimo luogo dalla Commissione non sembrava assolutamente irragionevole, il termine fissato all'articolo 4 della decisione deve essere considerato sostituito da quello risultante dalla lettera del 13 ottobre 2004 v., in tal senso, sentenza Commissione/Belgio, cit., punto 28 . 36. Anche se tale ultimo termine fosse pertanto considerato rilevante per la valutazione dell'inadempimento controverso, occorre constatare che, alla scadenza di tale termine, i provvedimenti adottati dalle autorità italiane non hanno condotto al recupero degli aiuti concessi sulla base dei regimi considerati illegittimi dalla decisione. 37. Infatti, così come ammesso dallo stesso governo italiano, i provvedimenti adottati prima dell'adozione della legge comunitaria per il 2004 non hanno prodotto alcun effetto concreto per quanto riguarda il rimborso di tali aiuti. Risulta, del resto, dalle spiegazioni fornite dal governo italiano durante la fase scritta del procedimento che, anche dopo l'adozione di tale legge, il recupero degli aiuti non avverrà necessariamente in modo immediato in quanto, dopo l'identificazione dei beneficiari, detta legge prevede un termine di sei mesi per la notifica dell'avviso di accertamento dell'imposta corrispondente all'aiuto vietato e permette alle società beneficiarie degli aiuti di sollecitare uno scaglionamento dei rimborsi eventualmente dovuti su un periodo massimo di 24 mesi. 38. Il governo italiano sostiene, tuttavia, che il rispetto dei principi di proporzionalità e razionalità esige che l'attuazione del suo obbligo di esecuzione della decisione sia valutato non esclusivamente sulla base della scadenza di un termine, ma tenendo conto di un insieme di circostanze, tra cui la complessità del quadro normativo coinvolto e le azioni da esso intraprese per adempiere tale obbligo. 39. A tal riguardo occorre ricordare che risulta da una giurisprudenza costante che la soppressione di un aiuto illegittimo mediante recupero è la logica conseguenza dell'accertamento della sua illegittimità e che tale conseguenza non può dipendere dalla forma in cui l'aiuto è stato concesso v., segnatamente, sentenze 10 giugno 1993, causa C-183/91, Commissione/Grecia, Racc. pag. I-3131, punto 16 27 giugno 2000, causa C-404/97, Commissione/Portogallo, Racc. pag. I-4897, punto 38, e Commissione/Italia, cit., punto 15 . 40. Facendo valere che il recupero dell'aiuto controverso, quale imposto dalla decisione, è in contrasto con principi generali di diritto riconosciuti dall'ordinamento giuridico comunitario, il governo italiano rimette necessariamente in discussione la legittimità della decisione di cui trattasi v., in tal senso, sentenza Commissione/Grecia, cit., punto 13 . 41. Orbene, per contestare l'inadempimento che le è stato addebitato, la Repubblica italiana non può eccepire l'illegittimità della decisione. 42. Infatti, il sistema dei rimedi giurisdizionali predisposto dal Trattato distingue i ricorsi di cui agli articoli 226 CE e 227 CE, che mirano a far accertare che uno Stato membro non ha adempiuto gli obblighi che gli incombono, dai ricorsi di cui agli articoli 230 CE e 232 CE, che mirano a far controllare la legittimità degli atti o delle omissioni delle istituzioni comunitarie. Questi rimedi giurisdizionali perseguono scopi distinti e sono soggetti a modalità diverse. Uno Stato membro, quindi, in mancanza di una disposizione del Trattato che lo autorizzi espressamente, non può eccepire l'illegittimità di una decisione di cui sia destinatario come argomento difensivo nei confronti del ricorso per inadempimento basato sulla mancata esecuzione di tale decisione v., segnatamente, sentenze Commissione/Portogallo, cit., punto 34 22 marzo 2001, causa C-261/99, Commissione/Francia, Racc. pag. I-2537, punto 18, e 26 giugno 2003, causa C-404/00, Commissione/Spagna, Racc. pag. I-6695, punto 40 . 43. Una soluzione diversa potrebbe valere solo se l'atto di cui è causa fosse inficiato da vizi particolarmente gravi ed evidenti, al punto da potersi considerare un atto inesistente citate sentenze Commissione/Portogallo, punto 34, Commissione/Francia, punto 19, e Commissione/Spagna, punto 41 . Tuttavia, l'argomentazione addotta dalla Repubblica italiana non contiene alcun elemento preciso di natura tale da conferire una tale qualificazione alla decisione. 44. Peraltro, il recupero di un aiuto statale illegittimamente concesso, onde ripristinare lo status quo ante, non può, in linea di principio, ritenersi un provvedimento sproporzionato rispetto alle finalità delle disposizioni del Trattato in materia di aiuti di Stato sentenze 14 gennaio 1997, causa C-169/95, Spagna/Commissione, Racc. pag. I-135, punto 47, e 29 aprile 2004, causa C-298/00 P, Italia/Commissione, Racc. pag. I-4087, punto 75 . 45. Conformemente a giurisprudenza costante, il solo mezzo di difesa che uno Stato membro può opporre al ricorso per inadempimento proposto dalla Commissione sulla base dell'articolo 88, n. 2, CE è quello dell'impossibilità assoluta di dare correttamente esecuzione alla decisione che ordina il recupero v., segnatamente, sentenze 12 dicembre 2002, causa C-209/00, Commissione/Germania, Racc. pag. I-11965, punto 70, e 12 maggio 2005, causa C-415/03, Commissione/Grecia, Racc. pag. I-3875, punto 35 . 46. Se la Repubblica italiana non ha invocato l'impossibilità assoluta dell'esecuzione, essa ha però messo in rilievo le difficoltà incontrate nel recupero dei vantaggi considerati dalla decisione, a seguito, principalmente, della necessità di effettuare un esame preventivo al fine di identificare i beneficiari di tali vantaggi. 47. La Corte ha dichiarato che uno Stato membro il quale, in occasione dell'esecuzione di una decisione della Commissione in materia di aiuti di Stato, incontri difficoltà impreviste e imprevedibili o si renda conto di conseguenze non considerate dalla Commissione deve sottoporre tali problemi alla valutazione di quest'ultima, proponendo appropriate modifiche della decisione stessa. In tal caso la Commissione e lo Stato membro, in forza del principio che impone agli Stati membri e alle istituzioni comunitarie doveri reciproci di leale collaborazione, principio che informa in particolare l'articolo 10 CE, devono collaborare in buona fede per superare le difficoltà nel pieno rispetto delle disposizioni del Trattato, soprattutto di quelle relative agli aiuti v., segnatamente, sentenze 4 aprile 1995, causa C-348/93, Commissione/Italia, Racc. pag. I-673, punto 17, e 1 aprile 2004, Commissione/Italia, cit., punto 17 . 48. Secondo giurisprudenza costante, la condizione dell'impossibilità assoluta non è soddisfatta quando il governo convenuto si limita a comunicare alla Commissione le difficoltà giuridiche, politiche o pratiche che presentava l'esecuzione della decisione, senza intraprendere alcuna iniziativa presso le imprese interessate al fine di ripetere l'aiuto e senza proporre alla Commissione altre modalità di esecuzione della decisione, che consentano di superare le difficoltà segnalate v., segnatamente, sentenze 29 gennaio 1998, causa C-280/95, Commissione/Italia, Racc. pag. I-259, punto 14, 1 aprile 2004, Commissione/Italia, cit., punto 18, e 12 maggio 2005, Commissione/Grecia, cit., punto 43 . 49. Occorre constatare che, nei loro contatti con la Commissione, le autorità italiane non hanno fatto cenno delle difficoltà di esecuzione menzionate nell'ambito della presente causa. Invece, nella sua nota 15 marzo 2004, il governo italiano ha fatto sapere che disponeva dei nomi di alcuni beneficiari degli aiuti controversi. 50. In ogni caso, il fatto che lo Stato membro di cui trattasi dimostri la necessità di verificare la situazione individuale di ciascuna impresa interessata dal recupero degli aiuti illegittimi non è idoneo a giustificare la mancata esecuzione di tale decisione sentenza 1 aprile 2004, Commissione/Italia, cit., punto 23 . 51. Pertanto, la Repubblica italiana non ha dimostrato l'impossibilità assoluta dell'esecuzione della decisione. 52. Di conseguenza, il presente ricorso è fondato nella parte in cui la Commissione contesta alla Repubblica italiana il fatto di non aver adottato i provvedimenti necessari a recuperare gli aiuti di cui alla decisione. 53. La Corte non deve esaminare il capo della domanda diretto a far condannare la Repubblica italiana per non aver comunicato alla Commissione le misure di esecuzione della decisione, poiché, per l'appunto, tale Stato membro non ha proceduto all'esecuzione in parola entro il termine stabilito v. sentenza 4 aprile 1995, Commissione/Italia, cit., punto 31 . 54. Si deve dunque constatare che, non avendo adottato entro i termini prescritti i provvedimenti necessari per recuperare presso i beneficiari gli aiuti dichiarati illegittimi ed incompatibili con il mercato comune dalla decisione, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa imposti dagli articoli 3 e 4 di tale decisione. Sulle spese 55. Ai sensi dell'articolo 69, n. 2, del regolamento di procedura, la parte soccombente è condannata alle spese se ne è stata fatta domanda. Poiché la Commissione ne ha fatto domanda, la Repubblica italiana, rimasta soccombente, va condannata alle spese. PQM La Corte Prima Sezione dichiara e statuisce 1 Non avendo adottato entro i termini prescritti i provvedimenti necessari per recuperare presso i beneficiari gli aiuti dichiarati illegittimi ed incompatibili con il mercato comune dalla decisione della Commissione 5 giugno 2002, 2003/193/CE, relativa all'aiuto di Stato relativo alle esenzioni fiscali e prestiti agevolati concessi dall'Italia in favore di imprese di servizi pubblici a prevalente capitale pubblico, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa imposti dagli articoli 3 e 4 di tale decisione. 2 La Repubblica italiana è condannata alle spese.