Inapplicabili le cause di non punibilità in caso di giudicato sostanziale

di Fabio Maria Ferrari

Pubblichiamo un approfondito commento alla sentenza della sezioni unite 23428 del 2005, integralmente pubblicata sul quotidiano on line del 23 giugno scorso, dell'avvocato Fabio Maria Ferrari. Sullo stesso tema, nel numero 30/2005 di D& G, sarà pubblicata un'altra nota del prof. Renzo Orlandi, ordinario di procedura penale all'Università di Firenze di Fabio Maria Ferrari* Le Sezioni Unite, con la pronuncia 23428, depositata il 22 giugno u.s. integralmente pubblicata sull'edizione telematica di D & G , completano il percorso interpretativo in tema di ostatività all'emissione, in sede di giudizio di legittimità,di una pronuncia dichiarativa della prescrizione, nell'ipotesi di inammissibilità del ricorso.Il catalogo delle ipotesi di inapplicabilità della formula ex articolo 129 Cpp si arricchisce dell'ipotesi della mancanza del requisito della specificità dei motivi, che impedisce la declaratoria della prescrizione maturata prima della decisione di secondo grado, ma non accertata dal Giudice di appello, né dedotta dalla parte impugnante. Le Sezioni Unite pervengono a tale conclusione manifestando sorpresa, se non irritazione, per essere state nuovamente chiamate in causa, quasi che l'intervento dirimente e nomofilattico loro richiesto dalla seconda sezione la sezione remittente fosse superfluo. L'Estensore ritiene che la soluzione al quesito posto dalla II sezione sia già ritraibile dai molteplici arresti giurisprudenziali intervenuti in materia, tant'è che viene definito ineludibile il ricorso a una siffatta interpretazione del diritto processuale vivente. Tuttavia, i Giudici di legittimità non perdono l'occasione per ripercorrere, una per una, le tappe dell'evoluzione giurisprudenziale in tema di formazione del giudicato sostanziale, e di sua incidenza preclusiva all'adozione di formule dichiarative della prescrizione o di altre cause di non punibilità. I primi arresti giurisprudenziali. La nozione di pendenza del procedimento, idonea a legittimare l'applicazione delle cause di non punibilità, è stata senza dubbio influenzata dall'interpretazione delle regole dell'impugnazione . A partire da SS.UU. 21/1994 imp. Cresci , ove si affermava che la dichiarazione di inammissibilità ex articolo 648 comma 2 Cpp determina unicamente il giudicato formale, fissando le condizioni per l'eseguibilità della sentenza, mentre la pendenza sostanziale del procedimento dipende dal regime giuridico delle cause di inammissibilità. La Giurisprudenza successiva ha inteso profondere il suo impegno ermeneutico nella distinzione tra cause di inammissibilità originarie e sopravvenute si è affermato, a proposito delle prime, che il provvedimento dichiarativo dell'insorgenza dell' absolutio istantiae sarebbe da ritenersi ugualmente produttivo del giudicato formale e, pertanto, preclusivo dell' obbligo dichiarativo delle cause di non punibilità medio tempore sopravvenute. Ciò perché la presentazione di un ricorso invalido, ovvero non conforme ad un modello legale atto a consentire una decisione nel merito, equivarrebbe all'omessa produzione nei termini dell'impugnazione medesima di qui la natura dichiarativa della pronuncia, che porrebbe nel nulla il gravame, solo apparente. Dopo la pronuncia del 1994, che concerneva la specificità dei motivi, nel 1999 sent. Piepoli le Sezioni Unite arricchivano il novero delle cause originarie di inammissibilità, includendovi la prospettazione di motivi non consentiti e la proposizione di violazioni di legge non dedotte nei motivi di appello. In buona sostanza, la pronuncia attribuiva l'imprinting di causa originaria di inammissibilità a tutte le ipotesi delineate dall'articolo 591 e dall'articolo 606 u.c. del codice vigente. Con la conseguenza di ricondurre nell'alveo delle cause di inammissibilità originaria del ricorso i casi 1 di impugnazione proposta fuori termine o contro un provvedimento non impugnabile 2 di ricorso proposto da parte di non legittimato o da difensore non iscritto nello speciale albo ex articolo 613 Cpp o, nella previgente disciplina dell'articolo 571 comma 3 Cpp, da legale del contumace non munito di mandato speciale . 3 di motivi non consentiti, o afferenti violazioni di legge non dedotte con i motivi di appello. Si ribadiva, pertanto, che l'inammissibilità originaria doveva iscriversi in un novero di ipotesi, che attenendo ai requisiti formali dell'atto di gravame o ai presupposti legislativamente previsti per il valido esercizio del diritto di impugnazione, e non involgendo un giudizio di merito, imponevano di adottare una decisione in limine,semplicemente dichiarativa della mancata instaurazione di un valido rapporto processuale con l'effetto di impedire l'inutile prosecuzione di un'attività comunque destinata a sfociare, anche a posteriori, in un accertamento negativo di pendenza del processo. Mentre veniva collocata in una zona grigia , al di quà dell'area dell'inammissibilità originaria, la manifesta infondatezza dei motivi. Affermavano sul tema le Sezioni Unite nella già menzionata sentenza Piepoli Nell'ipotesi di ricorso per Cassazione proposto per motivi manifestamente infondati si è in presenza di una fattispecie legale che -pur se disciplinata esplicitamente dal Legislatore in chiave di inammissibilità- presenta la singolare peculiarità che alla conclusione della inammissibilità la Corte può pervenire, per insopprimibili ragioni logiche, solo in esito ad una delibazione sulla fondatezza della censura. Ed è perciò nella specie del tutto ininfluente la preclusione dell'esame del merito chesecondo i principi generalideriverebbe dalla inammissibilità dell'impugnazione, perché l'inammissibilità in esame di per sé già si colloca sostanzialmente nell'area delle statuizioni di merito . Ed ancora, nello stesso solco interpretativo, l'Estensore opinava che la valutazione che il Giudice è tenuto a compiere nel caso in esame non si configura, dunque, come un giudizio volto a stabilire se siano state rispettate o meno le condizioni da cui dipende la regolarità del processo, bensì come una analisi sulla fondatezza del ricorso che, superato il vaglio della irricevibilità, è conseguentemente dotato della idoneità a produrre l'impulso processuale necessario ad originare il giudizio di impugnazione . Le suddette conclusioni sono state ribaltate nel 2000 da un altro pronunciamento delle Sezioni Unite 12.11.2000, De Luca . Il Massimo Consesso, contraddicendo il suo precedentemente orientamento asseriva che la coppia di valori , non ammette l'introduzione di zone grigie, cosicché la manifesta infondatezza , collocata nell'alveo dell'inammissibilità, resta in quest'ambito definita da dati di ordine qualitativo che ne provocano l'assimilazione-sul piano della struttura e della funzione-agli altri casi di inammissibilità previsti dalla legge. Le Sezioni Unite finivano, dunque, per imprimere il marchio di anche al ricorso palesemente infondato, in quanto confezionato attraverso moduli volti ad eludere lo schema del giudizio di legittimità, il cui accesso resta comunque subordinato all'osservanza del precetto del comma 1 dell'articolo 606 c.p.p. . E dunque, il ricorso manifestamente infondato impedirebbe l'applicazione dell'articolo 129 c.p.p., in quanto un ricorso contrassegnato da tale vizio resterebbe contraddistinto da una invalidità originata da una causa di inammissibilità interna al ricorso stesso, la cui tecnica di accertamento è assolutamente analoga a quella normativamente prevista per dichiarare le altre cause di inammissibilità. L'evoluzione giurisprudenziale successiva. Risolta la querelle relativa all'inclusione tra le cause di inammissibilità originaria dei motivi manifestamente infondati, le Sezioni Unite sono state nuovamente chiamate a pronunciarsi sulla tematica in esame, con riguardo all'ipotesi di ricorso proposto al solo scopo di far dichiarare la prescrizione maturata dopo la sentenza impugnata, ma prima della sua proposizione. A tal proposito, si è ritenuto che la mancanza di qualsiasi censura alla decisione configuri una violazione del disposto dell'articolo 581 lett. a Cpp, con conseguente inammissibilità, da ritenersi anche in questo caso originaria SS.UU. 27.6.01, Cavalera . Anche la problematica della formazione progressiva del giudicato si è intersecata con la questione relativa all'applicabilità delle cause di non punibilità nel giudizio di legittimità. Due ipotesi si sono prospettate al riguardo. La prima concernente il caso in cui la causa estintiva della punibilità insorga in un giudizio di rinvio cui si sia pervenuti per effetto di un annullamento parziale operato dalla Cassazione in punto di pena. Ovvero allorché si sia formato un giudicato interno sul riconoscimento della responsabilità. La soluzione si rinviene nel testo dell'articolo 624 comma1 Cpp, inequivoco a proposito della formazione di un giudicato parziale. La seconda si profila laddove la causa di non punibilità intervenga in un successivo grado di giudizio, cui si sia pervenuti esclusivamente sulla base di un impugnazione circoscritta al trattamento sanzionatorio. Secondo SS.UU. 19.1.2000 imp. Tuzzolino , in tal caso l'irrevocabilità parziale della sentenza impugnata precluderebbe l'operatività della causa di non punibilità. Si precisa, ancora, nella decisione in questione, riprendendo il decisum di SS.UU. 26.3.1997 imp. Attinà , che la distinzione concettuale tra reato e punibilità comporta la possibilità di formazione del giudicato progressivo. Potrebbero, infatti, intervenire in momenti distinti l'accertamento della colpevolezza e l'irrogazione della pena, proprio perché quest'ultima non rappresenta un elemento costitutivo del fatto tipico. Pertanto, se il potere del Giudice dovesse permanere solo sulla determinazione della pena da erogare, si creerebbe una barriera insormontabile all'applicazione di cause estintive del reato. Resta da citare SS.UU, 25.2.04, Chiasserini, l'ultima decisione anteriore alla pronuncia in commento, secondo cui la remissione di querela intervenuta in pendenza del ricorso per Cassazione ,e ritualmente accertata, determina l'estinzione del reato, nonostante la sussistenza di eventuali cause di inammissibilità e fatta salva, in ogni caso, la tempestiva proposizione del ricorso. Pronuncia che, nella ricostruzione sistematica operata dalla Corte, trova la propria giustificazione gnoseologica su un duplice versante. Da un lato, la pertinenza dell'atto di remissione ad un diritto potestativo dell'offeso contrarius actus rispetto alla querela , il che induce i Giudici di legittimità a conferire alla voluntas del remittente la massima valenza sul piano del possibile giuridico . Dall'altro, un argomento di carattere sistematico. Ovvero che, in base all'articolo 152 comma 3 Cp, la remissione può essere proposta prima della condanna . Poiché la definizione di condanna è rimessa ad una fattispecie di accertamento irrevocabile di responsabilità, per sua natura suscettibile di esecuzione, da ciò dovrebbe dedursi che l'unica soglia preclusiva per la proposizione dell'atto di remissione, e per il conseguente accertamento della causa di non punibilità, è dato dal giudicato formale. La remissione della querela si aggiunge a quelle residuali cause di non punibilità che, secondo la già ricordata sentenza De Luca, nonostante l'inammissibilità originaria del gravame, consentirebbero la perdurante applicabilità dell'articolo 129 Cpp si tratta dell'abolitio criminis, della morte del reo e della dichiarazione di illegittimità costituzionale della norma incriminatrice. La peculiarità di tali ipotesi giustificherebbe il maggior favore nell'interpretazione della Suprema Corte. Per l'abolitio criminis e la declaratoria di incostituzionalità della fattispecie di reato, verrebbe meno la stessa materia del contendere, ovvero il nesso tra un fatto penalmente rilevante e l'accusato la relazione imputazione-imputato , e quindi la stessa res iudicanda. Mentre la morte del reo comporterebbe la risoluzione definitiva del rapporto processuale. Obiezioni alla ricostruzione giurisprudenziale dei rapporti tra giudicato sostanziale e cause di non punibilità. La ricognizione dello stato dell'arte, da parte delle Sezioni Unite, della copiosa giurisprudenza anteriore tende soprattutto a sfrondare ogni distinzione tra cause originarie e sopravvenute di inammissibilità, relegando la sola rinuncia al ricorso tra queste ultime. Con la conseguenza di ricondurre allo schema di un invalido rapporto processuale tutti i profili di inammissibilità configurati dalla legge, stante l' inidoneità dell'atto di impugnazione ad accedere all'ulteriore stato e grado del processo, nel quale far confluire l'eventuale pronuncia dichiarativa della non punibilità. La Corte si preoccupa di asserire, tra gli obiter dicta, che il favor innocentiae che permea il codice di rito ed il tessuto costituzionale sarebbe controbilanciato dall'esigenza di conformare l'atto di impugnazione ai requisiti prescritti dalla legge. Tale opinione, ancorché ribadita più volte nelle varie ed autorevoli pronunce in materia delle Sezioni Unite, non è pienamente condivisibile, per la semplice ragione che essa risponde unicamente ad un canone di efficienza processuale, ma non dà conto delle esigenze di garanzia dell'imputato, sottese alla ratio della disposizione. La priorità dell'accertamento circa la regolare investitura del giudice rispetto al procedimento concreto in cui è insita la valutazione in merito alla regolarità dell'istanza che dà impulso alla diversa ed ulteriore fase processuale non sembra poter neutralizzare la contemporanea esigenza di analizzare la sussistenza di eventuali cause di non punibilità. Tanto si ricava sia dalla lettura del c.2 dell'articolo 609 Cpp, sia dalla formulazione dell'articolo 129 Cpp, in termini di potere-dovere del Giudicante. Il che autorizza a ritenere la priorità logica dell'accertamento relativo alla non punibilità rispetto alle ragioni di inammissibilità del gravame. La presunzione di non colpevolezza è un canone che ispira tutto il sistema processuale,mentre, per converso non si rinviene nella disciplina positiva una norma regolatrice del rapporto tra le due diverse modalità di accertamento, quella in ordine al rito e quella, altrettanto sommaria, della delibazione di cause di non punibilità. La tesi circa la portata meramente dichiarativa della formazione del giudicato sostanziale, attraverso l'accertamento di di una causa di inammissibilità originaria ope legis ,da parte del Giudice ad quem, idonea a precludere ogni ulteriore valutazione sulla res iudicanda, a ben vedere, non è esente da rilievi critici. Non convincono soprattutto gli sforzi affannosi profusi dalle Sezioni Unite nel tentativo di dilatare a dismisura l'area dell'inammissibilità originaria. Se può trovare una giustificazione ragionevole l' attrazione nella sfera del giudicato sostanziale dei casi di omessa specificazione dei motivi o dei motivi non consentiti dalla legge, non può condividersi, in particolare, la rilevanza in termini di inammissibilità originaria dei motivi manifestamente infondati, la cui delibazione precluderebbe anch'essa l' applicabilità delle cause di non punibilità. Tale fattispecie ,non a caso, è stata contrassegnata da pronunce delle Sezioni Unite contrastanti tra loro. Le prime soluzioni erano senz'altro più equilibrate. Si sottolineava, come già rammentato, che la palese infondatezza dei motivi di ricorso era solo formalmente qualificabile come causa di inammissibilità, in quanto vedeva pur sempre implicata una delibazione sulla fondatezza della censura oggetto dell'impugnazione. Va sottolineato che l'esercizio di un'attività cognitiva del Giudice sulla ammissibilità dei motivi, per la sua natura di accertamento di merito, non sembra poter precludere l'ulteriore accertamento in ordine alla sussistenza di cause di non punibilità. Si tratta senza dubbio di un'ipotesi del tutto autonoma da quelle prefigurate dall'articolo 591 e dall'articolo 606 comma 3 Cpp, tant'è che la legge delega direttiva numero aveva previsto adeguate garanzie difensive per la realizzazione di un contraddittorio difensivo, ancorché secondo modalità solo scritte. Ciò, quantomeno, sino all' avvento della riforma degli articoli 610-611 Cpp. Non a caso, la sentenza De Luca, che ha ribaltato i precedenti orientamenti, aveva destato una certa apprensione nei compilatori della legge 128/01, che ha novellato gli articoli 610 e 611 Cpp. Nella specie, come è dato desumere dai lavori preparatori relativi al provvedimento legislativo in parola, un ordine del giorno presentato in Senato il 6 marzo 2001, non votato perché accolto dal Governo, aveva espresso la forte aspettativa di una soluzione normativa che non comprima eccessivamente, con riferimento alla fase del giudizio di cassazione, la sfera di applicabilità dell'articolo 129 Cpp . Tale intervento normativo non si è realizzato, ma anzi, anche per effetto dell'innovazione relativa al procedimento di delibazione dell'inammissibilità dei ricorsi, si è assistito ad un progressivo consolidamento degli orientamenti della Suprema Corte, sino alla pronuncia in commento. E' evidente come tale ridimensionamento dell'obbligo di declaratoria di cause di non punibilità sia derivato da un presunto uso patologico dei mezzi di impugnazione, finalizzato non a garantire il controllo circa la correttezza della decisione adottata, ma a mantenere in vita la res iudicanda, per motivi dilatori, nell'attesa del decorso della prescrizione. La Cassazione non è nuova all'emissione di sentenze, per così dire, prasseologiche, aventi funzione salvifica rispetto ai tempi dilatati del processo accusatorio. Basti pensare alla pronuncia in tema di cause sospensive del decorso della prescrizione. Tuttavia, l'economia procedimentale non sembra poter giustificare il sacrificio delle garanzie assicurate dal codice di rito. Il ricorso in Cassazione, nella concezione del codice del 1988, appare improntato ad un elevato tecnicismo, stante anche la particolare configurazione del vizio di illogicità della sentenza, che consente un controllo solo ab extrinseco sulla motivazione. Se ciò è vero, non può sottacersi che la confezione di un ricorso ammissibile , ovvero conforme ai canoni legali dettati in particolare dall'articolo 606 comma 3 Cpp è attività processuale di una peculiare complessità, come testimoniano le statistiche sulla gran mole di ricorsi che attualmente confluiscono nel procedimentofiltro di cui all'articolo 610 Cpp. In altri termini, sembra che il rimedio, ovvero la generalizzata qualificazione di inammissibilità a carico di una gran quantità di ricorsi, sia divenuto peggiore del male, individuabile nella presunta strumentalizzazione a finalità dilatorie dei gravami. E l'esasperato tecnicismo di cui è ormai permeata la fase del giudizio di legittimità non può non indurre ad un ripensamento in merito alla necessità di un accertamento -anch'esso preliminare e sommario, al pari di quello inerente l'inammissibilità del gravame-inerente l' eventuale sussistenza delle cause di non punibilità, in ragione del favor innocentiae. Valore, quest'ultimo, che è destinato a prevalere sulla intangibilità del giudicato, per quelle stesse ragioni di giustizia sostanziale che giustificano l'istituzione del rimedio della revisione. L' accertamento della sussistenza di non cause di non punibilità, diversamente da quanto opinato, non andrebbe a scapito del principio della durata ragionevole del processo, in quanto l'eventuale disfunzione della articolazione temporale del processo è ancor oggi da imputarsi non alle impugnazioni, ma alla mancata realizzazione della parità d'armi . Solo una razionalizzazione in senso autenticamente accusatorio del processo penale sarebbe in grado di favorire una rifondazione in senso restrittivo delle impugnazioni, che, come si è detto, nella pratica già si verifica. Un'ultima notazione sulla sentenza in commento. Il caso prospettato evidenzia, più di altri, i limiti della ritenuta prevalenza del giudicato sostanziale sul favor rei. Se è vero, come più volte asserito nella Giurisprudenza di legittimità ex multis, SEzione seconda, 6.3.2000, Capodanno che non può provvedersi ad una declaratoria di prescrizione in executivis, è palese l'iniquità di una pronuncia di inammissibilità che sacrifichi il diritto dell'imputato all'accertamento di una causa di non punibilità maturata anteriormente al giudizio di appello, sol perché la prescrizione non è stata né rilevata, né dedotta nella fase precedente, e neanche eccepita come motivo di censura nell'ambito del ricorso. Una volta escluso l'utilizzo a fini dilatori del gravame, non è revocabile in dubbio che la sua invalidità formale non possa assumere a motivo per escludere, in nome del principio della devoluzione, l'obbligo del giudice di pronunciarsi ex officio su una causa di non punibilità puntualmente desumibile ictu oculi, ancorché non rilevata dal Giudice a quo. Qui non sono in gioco esigenze di economia o efficienza processuale, ma unicamente le ragioni di coerenza di un sistema imperniato su valori di garanzia, che trascendono la corretta applicazione delle regole che presiedono alla formulazione di un gravame valido. Sul punto, si esprimeva lucidamente l'Estensore della già menzionata decisione a SS.UU. 30.6.1999, a riguardo dell'ipotesi del ricorso inammissibile per manifesta infondatezza dei motivi Non potrebbe opporsi che, concorrendo una causa di inammissibilità con altra di non punibilità, dovrebbe prevalere la prima, per il suo carattere di pregiudizialità rispetto alla seconda Invero nel momento in cui le due cause concorrono, il Giudice è tenuto ad applicare l'articolo 129 Cpp, che è espressione di un valore di garanzia, in cui si estrinseca il principio del favor rei e che nettamente prevale sulla declaratoria di inammissibilità . Nel caso trattato da SS.UU. del 22.6.2005, si ravvisa, a giudizio di chi scrive, la vacuità di un formalismo tecnicista che impedisce l'accertamento preliminare ex articolo 129 Cpp, a difesa del primato della regolare progressione processuale sul principio costituzionale di difesa, ed in nome dell'esasperazione del giudicato sostanziale. Nozione quest'ultima che, è bene precisarlo, trae origine da un'esigenza di tutela del condannato ovvero quella di impedire una illimitata serie di processi de eadem re,in tal modo rispondendo ad esigenze di certezza del diritto e di sicurezza giuridica. Mentre l'applicazione che ne fanno le Sezioni Unite sembra riecheggiare una concezione del processo e in particolare del giudizio in Cassazione decisamente avversa a quei canoni fissati dall'articolo 111 Costituzione che essa ha più volte dichiarato di perseguire e, in particolare, al principio di generale ricorribilità dei provvedimenti giurisdizionali. * Avvocato