Verifica fiscale illegittima? L'impugnazione alla Commissione tributaria

La richiesta di un ulteriore accertamento da parte dell'Agenzia delle entrate nei confronti di una Spa non può essere fatta valere anticipatamente e in via autonoma. Sulla controversia però la competenza non spetta al giudice amministrativo

L'illegittimità della verifica fiscale non può essere fatta valere in via autonoma ma deve essere dedotta attraverso l'impugnazione del provvedimento finale davanti alla Commissione tributaria. Del resto, solo il giudice tributario è competente a decidere sulle controversie relative all'accertamento di possibili illeciti fiscali. A chiarirlo è stata la quarta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 3199/06 depositata lo scorso 26 maggio e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso di una società per azioni che si era vista dichiarare dal Tar Campania inammissibile la propria impugnazione per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo. Tuttavia, hanno chiarito i giudici di piazza Capo di Ferro, la richiesta di un ulteriore accertamento da parte dell'Agenzia delle entrate nei confronti di una Spa non può essere fatta valere anticipatamente e in via autonoma. Il differimento dell'impugnazione, infatti, non incide sulla giustiziabilità dell'atto istruttorio ma costituisce una mera applicazione della regola processuale secondo la quale per agire in giudizio occorre avere un interesse reale. Interesse che diventa concreto solo al momento dell'adozione del provvedimento finale. Quest'ultimo, poi, sarà impugnato dal contribuente davanti alla Commissione tributaria competente. cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione quarta - decisione 14 marzo-26 maggio 2006, n. 3199 Presidente Salvatore - Estensore Anastasi Ricorrente Spa Aristea Fatto La Società appellante è stata oggetto di verifica generale, ai fini Imposte dirette ed Iva per gli anni 1997 e 1998, conclusasi in data 28 dicembre 2000 con avvisi di rettifica, divenuti definitivi a seguito del pagamento delle relative imposte per l'Iva e dell'utilizzo della procedura di condono per Irpeg ed Ilor . Con provvedimento del 2 settembre 2002 il Direttore regionale dell'Agenzia delle Entrate ha ordinato un nuovo accesso mirato nei confronti della Società per il controllo di elementi contabili sempre relativi agli anni di imposta 1997 e 1998. Tale ordine è stato impugnato avanti al Tar Napoli dalla Società, che ne ha chiesto l'annullamento deducendo in sostanza che la riapertura della verifica sarebbe stata legittima solo in presenza di elementi sopravvenuti invece non indicati dall'Amministrazione. Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale ha dichiarato inammissibile il ricorso, per difetto di giurisdizione del giudice amministrativo. La sentenza è impugnata con il ricorso all'esame dalla Società, che ne chiede l'integrale riforma, deducendo la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo e riproponendo le censure di merito non esaminate in prime cure. Si è costituita l'Amministrazione, eccependo l'inammissibilità del ricorso in quanto notificato all'Avvocatura distrettuale e concludendo nel merito per la conferma della sentenza gravata. Le Parti hanno presentato memorie. All'Udienza del 14 marzo 2006 il ricorso è stato trattenuto in decisione. Diritto L'eccezione di inammissibilità dell'appello dedotta dalla resistente Amministrazione a causa della avvenuta notifica dello stesso presso l'Avvocatura distrettuale di Napoli anziché presso l'Avvocatura generale deve essere disattesa. Infatti, secondo l'indirizzo giurisprudenziale prevalente e dal quale il Collegio non ravvisa motivi per discostarsi, la notifica del ricorso al Consiglio di Stato, proposto nei confronti di un'Amministrazione dello Stato o di un Ente pubblico rappresentati e difesi dall'Avvocatura dello Stato, se fatta presso l'Avvocatura distrettuale anziché presso quella Generale come prescritto dagli articoli 11 Tu 1611/33 e 9 legge 103/79, non comporta l'inammissibilità del ricorso ove l'intimato si sia costituito in giudizio, così sanando ex tunc la nullità della notificazione stessa. ad es. Sezione sesta, 3669/01 . L'appello è quindi ammissibile ma risulta infondato. Con il primo motivo l'appellante deduce da un lato che il provvedimento impugnato e cioè l'ordine di rinnovo della verifica non rientra tra gli atti tributari devoluti ai sensi dell'articolo 2 del D.Lgs 546/92 alla giurisdizione del giudice tributario dall'altro che tale provvedimento, costituendo esercizio di potestà amministrativa, esibisce profili di autonomia rispetto alla determinazione finale ed è dunque ex se ed immediatamente contestabile avanti al Giudice amministrativo. Il mezzo non è fondato. Al fine di delimitare l'oggetto della presente controversia si evidenzia che, come risulta dalle premesse, l'appellante non deduce il carattere lesivo delle specifiche modalità con le quali è stata in concreto espletata la verifica. Ne consegue che non viene qui in rilievo il dibattuto problema della tutela specie cautelare del contribuente a fronte di indagine istruttoria dell'Amministrazione che si svolga in modo potenzialmente lesivo del diritto del professionista o dell'imprenditore alla riservatezza o ad evitare intralci nell'esercizio dell'attività economica. Ed in ogni caso - si osserva incidentalmente - tale tutela, in quanto volta a proteggere diritti soggettivi non degradabili, non potrebbe comunque essere richiesta al giudice degli interessi. Con l'appello all'esame il ricorrente deduce invece l'insussistenza dei presupposti legali in base ai quali poteva essere ordinata la verifica e dunque aziona, in sostanza, la pretesa a non essere sottoposto a tale forma di controllo amministrativo. Tanto chiarito, si osserva che nel caso in esame la verifica si è conclusa con l'adozione di un atto di accertamento. Nel caso in esame quindi la verifica fiscale costituisce espletamento di attività istruttoria finalizzata alla determinazione autoritativa dell'imposta. In questo ambito, l'ordine di rinnovo della verifica e la verifica stessa costituiscono momento strumentale e prodromico rispetto alla esatta determinazione del presupposto di imposta, contenuta nell'atto di accertamento eccesso nei confronti del destinatario del controllo, concretizzandosi perciò in attività giuridicamente infraprocedimentale e dunque non immediatamente lesiva. Al riguardo spiega dunque effetto il principio consolidato secondo cui gli atti istruttori ancorché illegittimi non sono autonomamente impugnabili per difetto di concreta lesività, dovendo la relativa contestazione essere differita al momento dell'impugnazione - per illegittimità derivata - del provvedimento finale. Ne consegue, per quanto qui interessa, che i vizi del procedimento tributario non sono immediatamente contestabili ma, ridondando in vizi del provvedimento finale e cioè dell'atto di accertamento, vanno invece dedotti nell'ambito dell'impugnazione di questo. Nel caso in esame, dunque, l'illegittimità della verifica o dell'ordine di rinnovo della stessa non può essere fatta valere anticipatamente ed in via autonoma ma va invece dedotta mediante impugnazione del provvedimento finale avanti alla Commissione tributaria, rientrando pacificamente l'atto di accertamento in questione fra quelli sui quali solo il Giudice tributario è fornito di giurisdizione. cfr. articolo 2 D.Lgs 546/92 . Il che è di fatto avvenuto, avendo la Società impugnato con successo avanti al giudice tributario l'atto di accertamento. Né può affermarsi - come fa l'appellante - che in tal modo l'attività di verifica fiscale risulterebbe sottratta al controllo giurisdizionale, con violazione del precetto di cui all'articolo 113 secondo comma della Costituzione il differimento della impugnazione, infatti, non incide sulla giustiziabilità dell'atto istruttorio ma costituisce mera applicazione della regola processuale secondo la quale per agire in giudizio ed ottenere una pronuncia di merito occorre avere quell'interesse concreto il quale - al cospetto della funzione amministrativa procedimentalizzata - si radica e diventa attuale solo al momento dell'adozione del provvedimento finale. Sulle conclusioni sin qui raggiunte non incide il disposto dell'articolo 7 comma 4 della legge 212/00 Statuto del contribuente secondo cui La natura tributaria dell'atto non preclude il ricorso agli organi di giustizia amministrativa, quando ne ricorrano i presupposti . Tale disposizione, a giudizio del Collegio, non attribuisce infatti al giudice amministrativo nuovi ambiti di cognizione in materia tributaria, ma si limita a confermare la sussistenza della giurisdizione di amministrativa ove la stessa discenda dal criterio di riparto ordinario, come acquisito in giurisprudenza. E dunque la giurisdizione generale di legittimità può tuttora essere adita solo se la controversia non sia devoluta al giudice tributario e solo se la posizione giuridica che si pretende lesa abbia consistenza di interesse legittimo. cfr. Sezione sesta, 6353/04 . Nel caso in esame - come si è visto - la controversia rientra nell'area riservata alla giurisdizione del giudice tributario speciale e non sussiste quindi il presupposto per il ricorso agli organi di giustizia amministrativa. La sentenza impugnata va quindi integralmente confermata, con rigetto dell'appello. Le spese di questo grado del giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate forfettariamente in dispositivo. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione quarta, definitivamente pronunciando respinge l'appello in epigrafe. Condanna l'appellante al pagamento di Euro 4.000,00 quattromila//00 oltre accessori per le spese ed onorari del giudizio. Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa. 1 - 3 - N.R.G. 6196/2004 rl